I Comuni e Federico Barbarossa: la preparazione alla battaglia decisiva

di Enrico Pantalone

 

 

L’8 marzo 1168, sulla strada per il ritorno in Germania, raggiunta Susa, prima d’attraversare il Cenisio, Federico Barbarossa volle dare una dimostrazione ostentata della sua disposizione alla crudeltà, facendo impiccare un ostaggio raccolto a Brescia e mostrandolo ai cittadini.

Sennonché questi, infuriati e fieri di potersi opporre a tanta crudeltà, si ribellarono e liberarono dapprima tutti gli ostaggi, per poi cominciare a cacciare lo stesso imperatore che si dovette nascondere per potersi salvare: Federico trovava dunque, adesso, avversari in ogni luogo in cui transitava, ma questo non lo fece ravvedere.

Restava oramai solamente Pavia ad ergersi come ultimo baluardo imperiale, e qui giova ricordare che il Barbarossa concesse alla stessa, nel 1164,  un attestato che, volendo, si può considerare una “magna-charta” ante-litteram, di stampo ovviamente comunale: le si riconoscevano privilegi di natura certamente extra imperiali che nulla avevano a che vedere con quelli in uso comunemente in quei tempi.

Infatti, ben 90 località site nei suoi dintorni potevano disporre, cosa inusuale per l’epoca, del libero transito ai “negotiatores” al fine di proseguire per tutta l’Italia, la qual cosa portò una notevole prosperità ed agiatezza economica che era destinata, però, a sparire con il tramontare della stella imperiale.

Ora, prima d’affrontare il periodo che preluderà al grande scontro armato di Legnano ed alle susseguenti fasi che portarono alla Pace di Costanza, intendiamo esaminare l’arco di tempo intercorso tra la ricostruzione di Milano, datata come abbiamo visto 1167 ed il 1176.

Allo stesso non s’è dato mai ampio spazio perché non accadde alcun fatto considerato meritevole d’essere riportato dagli storici d’allora (distruzioni, guerre, ecc.),  in realtà, questo periodo fu molto importante, specialmente per la nascente Lega Lombarda, perché le diede modo d’aumentare sempre più il suo potere e di prepararsi adeguatamente a ciò che tutti consideravano inevitabile: lo scontro decisivo, per la sua autonomia, contro Federico I Barbarossa.

Intorno al novembre-dicembre 1167, la Lega poteva contare già su 14 adesioni che divennero presto nell’anno seguente più numerose con l’aggiunta di Novara, Vercelli, Como, Asti, Tortona ed Alessandria, giungendo così per la prima volta a rappresentare quasi tutta la pianura padana.

Il comando pare fu preso dal marchese Obizio Malaspina e le riunioni erano oramai settimanali, con gran fervore e gran voglia di non perdere altro tempo prezioso.

In tutte quelle occasioni, si ribadiva fermamente d’essere sempre fedeli servitori dell’Impero, ma vieppiù s’aggiustava la mira sulle richieste da fare, in caso di contatti con Federico.

Le città ribadivano a gran voce che volevano tornare alla loro libertà antecedente all’assunzione regale da parte di Federico: in sostanza, volevano tornare “a tempore Henrici regis”, come sostennero i loro capi.

I comuni accusavano Federico d’aver estorto con la forza le libertà che fino a quel momento loro  garantite e di voler tornare ad esse nel piano rispetto dell’autorità imposta.

Così, già nel patto del 3 maggio 1168, le città lombarde di loro iniziativa decisero di rientrare in possesso dell’indipendenza formale dall’Imperatore, di riprendersi immediatamente le regalie maggiori che avevano precedentemente perso affermando “item decreverunt, ut appellatio ad Federicum facta non valeat, salvo in omnibus maioris partis civitatrum consilio”, cioè l’unico diritto che potevano esercitare gli Imperatori era d’autorità suprema sulle città stesse.

Nel 1170, le città aderenti alla Lega Lombarda giurarono ancora in forma solenne di non dare nessuna tregua all’Imperatore, di costringerlo a battersi, di non concordare nulla con i suoi emissari sino alla vittoria, ma soprattutto di non fare nulla che potesse guastare l’armonia tra le città stesse, cosa a quei tempi d’enorme importanza per mantenere sempre vivo il sistema creato qualche anno prima.

Abbiamo documenti che comprovano queste tesi e che ci narrano come ogni uomo, dai quindici anni ai sessanta, fosse costretto a giurare eterna guerra all’Imperatore Federico, con l’aggiunta d’uccidere, distruggere e devastare chiunque si frapponesse tra loro.

Tutto sommato, non era un modo diverso d’agire rispetto a Federico Barbarossa e ciò dimostra, senza ombra di dubbio che i Comuni lottassero non tanto contro un invasore straniero, ma contro tutti quelli che negavano loro le libertà giuridiche, sia che fossero italiani o germanici.

Nel 1171, Milano era interamente ricostruita, anzi ampliata nella sua urbanizzazione, ed era pronta a riprendere il discorso interrotto nove anni addietro.

Dominava nuovamente tutti i suoi dintorni e ostentava una sovranità anche sulle città vicine che adesso vedevano in essa non più la nemica da abbattere per impedire un ampliamento a loro spese, ma un esempio da seguire per rimanere a galla, se l’imperatore fosse stato sconfitto e per ottenere così la loro parte di regalie, cosa che stava a cuore più d’ogni altra cosa alle amministrazioni locali.

Federico Barbarossa, intanto, stava preparandosi in silenzio a muovere guerra alla Lega Lombarda, girando ogni parte del suo impero, tramite i suoi emissari e fiduciari per ottenere prestiti allo scopo d’armare ingenti quantità di truppe per dare una salutare e definitiva lezione a chi si ribellava…o, almeno, questo era il suo pensiero.

Ma i tempi dovevano per forza andare per le lunghe, dato che per ottenere il denaro (essere imperatori oppure no, non faceva molta differenza) si doveva promettere sempre qualcosa in cambio e Federico, in quel momento, non aveva nulla di sicuro tra le mani da offrire ai ricchi feudatari tedeschi.

Impiegò, così, circa due anni per armare completamente le sue truppe di tutto punto e prepararsi ad una nuova discesa verso i suoi possedimenti d’oltralpe.

Nel frattempo, i Comuni non erano certo stati con le mani in mano, od a crogiolarsi sui successi precedenti, ma insistettero su ciò che era la loro unica arma di difesa contro il Barbarossa: l’unità d’intenti e la stretta osservanza delle regole del vivere i loro rapporti in armonia.

Tra l’altro, il giorno 10 ottobre 1173, preso Modena si tenne una nuova riunione della Lega Lombarda patrocinata, questa volta in modo ufficiale, anche dal Papa e da alcuni cardinali che lo rappresentavano.

In questa riunione, si ribadirono tra di loro i vari diritti e le autonomie acquisiti precedentemente e la Lega Lombarda fu riconfermata, dall’autorità papale, come unica rappresentante ufficiale delle forze padane che si contrapponevano all’imperatore.

Nel frattempo, l’Imperatore da parte sua, aveva insediato a Ratisbona una Dieta per decidere il da fare, stante la situazione illustrata più sopra.

Attorno a lui, oltre i suoi diretti cortigiani, v’era una moltitudine di feudatari e rappresentanti delle città della pianura padana lì convenuti per protestare, ma soprattutto per chiedere aiuto nei confronti della sempre più convincente e vincente Lega Lombarda.

Essi avevano paura dei successi che la Lega mieteva ed erano intimoriti di quello che sarebbe potuto succedere, dal a poco tempo, alle loro cittadine o ai loro feudi.

Federico I  che non aspettava altro, deliberò d’intraprendere una spedizione punitiva nei confronti delle città ribelli ed alla fine del settembre 1174, prese la via dell’Italia, passando ancora per il valico del Cenisio ed andandp ad assediare immediatamente Susa.

Espugnatala, la rase al suolo e la bruciò senza nessuna pietà, come d’uso al tempo.

Si diresse quindi verso Asti, la prima roccaforte della Lega Lombarda che appariva sul suo cammino.

La città, dopo soli otto giorni di resistenza, cedette e gli aprì le porte, meritandosi l’appellativo di traditrice da parte delle altre città della stessa Lega: qui, in realtà, non bisognerebbe essere troppo duri a posteriori con questa città.

Dobbiamo capire le proprie esigenze commerciali, dobbiamo ancor più comprendere le rapide trasformazioni sociali che si stavano sviluppando in quel periodo.

 

 

Tali realtà avevano, come unico obiettivo, lo sviluppo del sistema comunale entro le Mura ed obbligavano talvolta a scelte imbarazzanti o magari contraddittorie che, si ripete, erano prese solamente per poter favorire le istituzioni conquistate.

Nel suo cammino, Federico occupò anche Torino che, pur non essendo in nessun modo collegata al sistema unitario della Lega Lombarda, doveva altresì essere uno snodo importante, ma forse più che altro fruttò all’imperatore remunerazioni e vettovaglie che ampliarono le sue sempre irrisorie riserve.

Arrivò così ad Alessandria che fu assediata dall’ottobre del 1174 all’aprile del 1175.

La roccaforte era l’ultimo baluardo per Federico, prima di dilagare nella pianura padana, ed era per lui una battaglia decisiva, da vincere assolutamente in tempi brevi, perché in caso d’assedio prolungato, infatti, non avrebbe avuto i mezzi per potersi impegnarsi nella conquista d’altre città.

Così, al suo fianco, oltre alla fedele Pavia, ritroviamo anche un’altra città che disertò dalla Lega: Como, impaurita ancor più dalla splendida rinascita di Milano.

C’erano anche altri feudatari, come il Marchese di Monferrato, il conte di Biandrate e il Marchese del Vasto che reclamavano i loro diritti non tanto come fiduciari dell’imperatore, ma soprattutto in virtù di leggi che al tempo dovevano apparire arcaiche e prive di senso a dei cittadini intenti al commercio o al manufatto e che, soprattutto, non sentivano alcun bisogno di fare omaggi, cosa che ai loro occhi appariva senza senso alcuno.

Ma Federico non riuscì nell’impresa d’espugnare la cittadella fortezza, anzi per riprendere la strada dovette scontrarsi con una parte dell’esercito lombardo accorso in aiuto del comune assediato.

Lo scontro non fu cruento e, dopo scaramucce che avevano solamente il pretesto di saggiare le forze, ognuno tornò per la sua strada.

Le truppe che facevano parte di quell’esercito appartenevano a queste città: Milano, Brescia, Verona, Novara,Vercelli, Treviso, Padova, Vicenza, Mantova, Bergamo, Piacenza, Reggio dell’Emilia, Modena e Ferrara.

Insomma, erano rappresentate tutte le regioni toccate dal fiume Po.

Abbiamo parlato di Alessandria ed a nostro giudizio, merita un piccolo approfondimento, perché la creazione di questa città ha sicuramente coinciso con diversi interessi, non ultimo quello della Lega Lombarda.

Alessandria non nasceva dal nulla, ma da tanti borghi vicini, le cui popolazioni furono convinte dagli emissari  della Lega lombarda ad unirsi, ad erigere mura possenti ed a diventare una roccaforte ed un baluardo contro chiunque scendesse con intenzioni bellicose dalle alpi piemontesi.

Naturalmente la Lega lombarda non menzionò il nome del Barbarossa, ma era fin troppo implicito che fin dall’inizio s’era pensato a lui.

Oltre a questa ragione, un’altra convinse le popolazioni dei borghi a compiere l’atto dell’unione e forse, per il nostro studio, è cosa più interessante.

Gli abitanti dei borghi vedevano, in una città ben costruita e rinforzata, il modo migliore per difendersi dalle pressioni dei feudatari e dai ignori locali che esigevano sempre maggiori tributi ed ai quali volevano sfuggire: quale situazione migliore si era loro presentata fino a quel momento ?

Questo nuovo centro, sorto nell’anno 1168, ebbe nome Alessandria, dal nome del Papa che incarnava così felicemente la politica antimperialista contro Federico.

La nascita di questa città coinvolse anche in prima persona il Papa che diede la sua benedizione ed i mezzi necessari per armarla convenientemente.

Non c’è da dubitare affatto che la nuova città doveva ledere tutti i diritti fino ad allora in uso presso la zona e diretti a rimpolpare la classe dei vari signori ed ecclesiastici, ma innanzitutto si trattava di una sfida diretta al prestigio del Barbarossa ed a tutto ciò che egli incarnava: colpendo i suoi fiduciari feudali, si colpiva anche lui pur non attaccandolo apertamente.

Pare che la quota che i consoli della città versavano annualmente al Papa, come segno di riconoscenza e d’accettazione della sua autorità, non fosse par che a tre denari, un puro gesto simbolico.

Ma, tornando al nostro discorso, ciò che consentì al Barbarossa di lasciare senza troppi patemi l’assedio di Alessandria, pur essendo pressato dalle truppe lombarde, fu il raggiungimento di un’intesa o sarebbe meglio dire di un accordo tra le due parti, mediante l’azione mediatrice della città di Cremona che in fondo non vedeva (anch’essa) di buon occhio una vittoria milanese che a sua volta avrebbe sancito la sua supremazia territoriale e sperava che le cose potessero arrestarsi al punto in cui si trovavano prima della discesa del Barbarossa.

La tregua, raggiunta il 15/16 aprile a Montebello, si basava sullo studio delle condizioni di un atto definitivo tra Federico ed i Comuni Lombardi in ordine alle varie questioni istituzionali.

I punti erano pressappoco questi: libera elezione da parte imperiale dei consoli comunali ad opera della cittadinanza, libera costruzione d’eventuali fortificazioni cittadine, i diritti imperiali sarebbero ritornati quelli istituiti al tempo di Enrico V ed i comuni avrebbero pagato il “fodro” solamente quando un imperatore fosse stato incoronato.

Davanti a quella che poteva dirsi una prima sostanziale vittoria della Lega Lombarda, e che solo pochi anni prima sarebbe stata impensabile, scoppiarono le prime beghe tra i vari comuni che iniziarono ad accusarsi di tradimento tra di loro.

A ciò non fu estraneo nemmeno il Papa che incoraggiava si alla battaglia le città, ma in cuor suo vedeva malvolentieri la vittoria che si stava profilando.

Bergamo e  poi Tortona abbandonarono la Lega prima che finisse il 1175; in questa posizione di stallo, l’iniziale tregua di un mese, per studiare il da farsi, si protrasse invece fino alla primavera del 1176 ossia fino alla battaglia di Legnano.

Entrambi i contendenti erano stanchi e sfiduciati; fra tutti, solamente il Papa era contento di come stavano andando le cose, perché lui, in qualsiasi modo finisse la diatriba, sarebbe stato il vincitore e ne sarebbe uscito rafforzato nella sua immagine.

Forse anche Milano, tornata a fulgere di splendore antico, era felice degli avvenimenti, perché aveva ripreso in mano le redini della Lombardia e le sue mura s’estendevano sempre più largamente.

Comunque, era necessario per entrambi le parti un periodo di decantazione, dopo un duro momento storico, e così Federico fece ritornare il grosso delle sue truppe in Germania, mentre la Lega Lombarda pensava a leccarsi le ferite delle sue defezioni.

Giungiamo così al fatidico 1176, l’anno che risultò essere il decisivo nel corso delle lotte, che si svolgevano da decenni, intorno al principio della sovranità.

Federico I, come abbiamo visto poco sopra, rimasto senza truppe e sguarnito dei suoi più fedeli alleati d’oltralpe, si rivolse a chiedere aiuto al cugino Enrico il Leone e lo incontrò a Chiavenna.

L’incontro fu drammatico: Federico si dovette inginocchiare per pregare il cugino d’armarlo di tutto punto per riprendere la lotta contro le città ribelli; ma, Enrico, indignato da tanta ossessione ritenuta probabilmente assurda (forse perché, in realtà, non aveva alcuna voglia d’andare ad intraprendere un’azione in cui vedeva più lati negativi che positivi), si rifiutò senza indugi e lo lasciò solo al suo destino.

A venire incontro all’Imperatore furono gli arcivescovi della Renania che armarono convenientemente un esercito e valicarono in fretta le Alpi, entrando in territorio italiano attraverso il passo del Lucomagno ed incontrandosi più in basso, in pianura, con i resti delle truppe di Federico, comprese le armate pavesi.

Nelle intenzioni dell’Imperatore c’era un piano bene dettagliato che doveva portare le sue truppe e quelle provenienti dal centro Italia, comandate da Cristiano di Magonza a congiungersi nel centro della pianura Padana per dare attaglia con il massimo contingente possibile.

Ciò non fu possibile perché i lombardi, capito il piano, pensarono immediatamente ad impedire quel ricongiungimento, tagliando la strada all’imperatore stesso e compromettendo così la sua azione.

Nell’aprile dello stesso anno, ci fu una nuova grande riunione tra tutti i comuni collegati tra loro sotto l’egida della Lega Lombarda e si svolse a Ferrara.

Fu il Papa che sollecitò questo incontro, sia perché voleva far intendere che stava dalla parte dei ribelli e che li stimava, sia perchè la sua azione era l’unica che poteva riportare serenità e concordia tra le città che, come abbiamo visto, non erano state ultimamente molto unite fra loro.

Esse sostenevano il fatto che lottavano esclusivamente per il bene della Chiesa e dell’Italia, per le libertà che Federico s’ostinava a non voler concedere, ma soprattutto si insinuò tra loro la paura che la libertà della Chiesa andasse perduta insieme a quella dell’Italia e ciò, si pensava, avrebbe portato a distruzioni senza quartiere, una volta che l’Imperatore avesse trionfato.

Le città presero l’impegno di combattere sino alla fine pur, come al solito, riconoscendo le”veteres iustitias” dovute al sovrano, e si può essere sicuri che questa volta avrebbero mantenuto gli impegni, preferendo sicuramente una morte gloriosa ad una vita di schiavitù, quale sarebbe stata in caso di sconfitta.

Sentiamo, a questo proposito, quale era il clima e la preparazione dell’imminente battaglia secondo uno storico del XIX secolo, L. Tosti, che ha dedicato un libro alla storia della Lega Lombarda:

“Questi due ministri del Pontificato, proprio davano alla radice dei mali che costritavano i popoli lombardi. Lo scisma era il principale sostegno con cui Barbarossa puntellava la sua disonesta tirannide; imperciocchè come dei buoni preti si derivava un’abbondante vena di salute su la civil compagnia, dai tristi un’ammazzatrice lue si dirompeva. In fatti, tra perché Galdino sgombrava la via alla lega, togliendo lo scandalo dei mali chierici, e perché quella trovò in lui, come legato pontificale un centro di convenienza, prodigiosamente rifiorì di una calda vita.

Avvengnanchè presente l’Imperatore, i collegati si adunarono in pubblico parlamento e il I dicembre ad assicurare con leggi stabili e nerbo di reggimento le sorti della Lega. I convenuti a Pontida, uniti già a’ veneziani ed a’ primi confederati della Marca Trrivigiana, dopo di aver ribadito l’obbligo di scambievole difesa e del concorso a respingere che volesse sforzarli ad una soggezione all’impero, maggiore di quella in che si tenevano a’ tempi di Enrico V. Stabilirono: obbligarsi Venezia a soccorrere con l’armata per mare e pei fiumi le città federali; queste con l’esercito, tutte le sue città del continente fjno a Laureto e alle rive della Liquenza: di buona fede si portasse il denaro, di che soccorrevasi Comneno e Guglielmo di Sicilia; si ristorasse con questo Venezia del dispendio delle legazioni sostenute presso quei principi a pro della Lega: i danni patiti dalle città in armi e cavalli si riparassero per comuni provvidenze; e a comune profitto andassero i prigionieri avanzati allo scambio, che ciascuno avesse fatto de’ propri: non si occultassero i traditori, non si ponesse mano a particolari trattati, inconsapevole la Lega: supremi rettori avessero l’indirizzo de’ federali negozi, ad essi la cura della comune tutela, la condotta della guerra, l’arbitrio delle discordie, la dispensazione del censo federale, ed ove necessità li volesse, il rimutare degli statuti giurati: pendesse ciascuna città dai cenni dei Rettori; li sconoscesse se convinti di corruttele. Non sappiamo il luogo di questo famoso parlamento; ma sappiamo che il giuramento prestato dall’osservanza di questi statuti non fu punto fallito; trovando che per questi prosperasse grandemente la Lega…..”.

A prescindere da un atteggiamento un po’ troppo romantico dell’autore, ma del resto era cosa normale a quel tempo, pensiamo che si possano trovare alcuni punti da analizzare sempre molto utili per il nostro lavoro.

Innanzitutto si parla di “assicurare con leggi stabili e nerbo di reggimento le sorti della Lega”, intuendo che si doveva evidentemente dare forma scritta ad ogni intesa tra città che collaboravano, per mantenere un minimo di ordine e di tranquillità in un modo che ne aveva indubbiamente bisogno per potersi preparare al meglio in vista dello scontro decisivo.

Anche la parte che riguarda l’obbligo di scambievole difesa in caso d’attacco da parte imperiale ci sembra interessante, compresa l’ultima frase che parla di maggiore impegno rispetto ai tempi di Enrico V, la qual cosa stava evidentemente a significare che, aumentati potenza e decisionismo dell’Impero, dovevano aumentare anche in progressione compattezza e sentimento di libertà nei cittadini.

Poi, mettiamo anche l’accento sugli accordi che riguardavano i mutui scambi d’aiuto, sia monetario che d’altro genere, in caso di danni aduna delle città della Lega; in fondo, si poteva trattare di una primordiale causa comune allo scopo di alleviare la sofferenza di una delle città colpite da calamità o da distruzione imperiale.

Certamente, è ancor più importante la parte che riguardava i trattati, da non sottoscrivere senza l’approvazione del Consiglio della Lega o addirittura senza che la lega ne fosse a conoscenza, dando possibilità a figure come quelle dei Rettori, che fungevano da massima autorità in quei determinati casi controversi, d’esercitare il loro potere con oggettività ed onore.

Essi avevano anche la possibilità, qualora il caso lo rendesse necessario, d’avvalersi della clausola che permetteva loro di poter modificare gli statuti giuridici, ma al tempo stesso erano essi passibili di gravi pene se avessero intentato qualunque cosa ai danni della Lega.

Era in questo modo che le due grandi fazioni dell’impero si stavano preparando allo scontro frontale che, comunque, si sarebbe svolto nella pianura Padana ed avrebbe sanzionato, senza altre alternative, o la vittoria di Federico I il Barbarossa e la politica di restaurazione della sovranità piena dell’Imperatore sulle città, o d’altra parte la vittoria della Lega Lombarda che avrebbe portato con sé nuovi stimoli, un significato più pieno e più intenso all’autonomia comunale.

 

 

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