AUSONI,
SICULI E MICENEI IN SICILIA. LA GRANDE SICCITA' DEL XIII SEC. A. C. ED IL CROLLO DELLE CIVILTA' DEL BRONZO
di Ignazio Burgio.
La
fine delle antiche civiltà dell'età del bronzo nel
Mediterraneo orientale, Micenei e Ittiti in testa, è sempre stata attribuita
dagli storici e dagli archeologi all'invasione di nuovi popoli provenienti dal
nord. Tuttavia le ricerche di alcuni climatologi sin dagli anni sessanta e
settanta del secolo scorso hanno condotto alla scoperta di una grave condizione
di siccità nel Mediterraneo orientale intorno al 1200 a. C. che può certamente
spiegare il collasso di città e civiltà dell'epoca. La disastrosa condizione
climatica potrebbe però anche spiegare altri enigmatici episodi dell'antichità,
come le bibliche dieci piaghe d'Egitto. Per quanto riguarda comunque la
Sicilia, l'invasione di Ausoni e Siculi, al pari di
altre genti nella Penisola, appare strettamente connessa all'impossibilità da
parte di Popoli del Mare e popoli europei di continuare a risiedere nelle loro
sedi originarie per motivi di siccità o al contrario di gravi inondazioni.
Nel 1966 lo studioso Rhis Carpenter suggerì nel suo
libro "Clima e storia" l'ipotesi che uno dei tanti enigmi della
storia antica, l'improvvisa fine della civiltà micenea intorno al 1200 a. C.
fosse strettamente correlata ad una fase di prolungata
siccità in Grecia. I secchi venti desertici del Sahara, secondo lo storico, si
sarebbero spostati verso nord, prosciugando oltre la penisola ellenica anche
Creta e l'Asia Minore, e dunque portando al collasso oltre che i regni micenei,
anche l'impero anatolico degli Ittiti. Come tutte le teorie pionieristiche ed in anticipo sui tempi, le sue affermazioni vennero
rifiutate oltre che da storici ed archeologi anche dai climatologi, all'infuori
di uno sparuto gruppo di ricercatori: Reid Bryson, Don Donley e Hubert Lamb. Negli anni '70
questi studiarono i sistemi di circolazione meteorologica nel moderno
Mediterraneo sia in condizioni normali che in anni
eccezionali, come il biennio 1954-55 caratterizzato da una forte siccità nel
Peloponneso ed in Turchia, ed, al contrario, da un clima favorevolmente più
umido nella regione di Atene e nella Grecia settentrionale. La colpa di questa
situazione anomala, relativamente agli anni '50, fu da
imputarsi ad una persistente condizione di bassa pressione ed annesso clima
piovoso sul Mediterraneo occidentale, ed un'alta pressione, con tempo più caldo
e secco, sul versante orientale (Fagan, 2005).
La fine delle civiltà del bronzo.
Le scarse testimonianze scritte della fine del II millennio a. C. e soprattutto
i dati paleoclimatici ricavati ad esempio
dall'analisi dei pollini, confermano la possibilità che un'analoga situazione
meteorologica possa essersi verificata anche a quell'epoca compromettendo le
produzioni agricole in Grecia e altrove e dunque portando al collasso parecchi
regni e città. Alla fine del XIII secolo i potenti Ittiti dell'Anatolia
soffrirono una grave carestia che li indusse a spostare il baricentro del loro
impero verso la Siria dove le piogge non mancavano ed
i raccolti erano più abbondanti. Ma ciò non fu sufficiente ad
impedire la disgregazione dello stato in diverse regioni autonome in conflitto
con l'autorità della corona fino all'incendio della stessa capitale Hattusa nel 1180 a. C. Sorte analoga ebbero certamente
anche le città-stato micenee della Grecia centrale e del Peloponneso la cui
scarsa agricoltura di sussistenza a cui erano abituati in tempi normali risultò
impossibile da praticare in quelle condizioni di ripetute siccità. Nemmeno i loro
traffici commerciali per tutto il Mediterraneo riuscirono più a procacciar loro
sufficienti derrate e si ridussero alla fame. Le tracce di incendi
e distruzioni che contraddistinguono la fine delle città più importanti come
Micene, Pilo e Tirinto fanno pensare a guerre
intestine a scopo di saccheggio. Ma molto
probabilmente anche le stesse flotte micenee spinte dalla fame e dalla
disperazione si convertirono dal commercio alla pirateria unendosi ai famosi
“Popoli del Mare” per attaccare e saccheggiare le ricche regioni litoranee
orientali, dalla Siria all'Egitto. Intorno al 1225 a. C. un gran numero di
nomadi libici invasero una prima volta l'Egitto, ma
vennero sconfitti dal faraone Merenptah. In una iscrizione coeva questi si vanta di aver ucciso 6000 nemici
e fatto 9000 prigionieri. Nella medesima iscrizione si attesta che i Libici (o Libu) erano affiancati via mare da altri invasori provvisti
di navi: Akawasa (Achei micenei), Tursa
(Tirreni), Lukka (i Lici anatolici), Shardana (Sardi) e Shekles (forse
i Siculi). Gli studiosi del clima hanno fatto notare che durante la siccità del
1954-55 in Libia cadde il 50 per cento in meno della pioggia che giunge in
tempi normali. Dunque se le cose andarono in maniera analoga in occasione degli
anni secchi del 1200 a. C. si può ben comprendere la
disperazione che spinse quelle genti.
Questa prima sconfitta non li fermò più di tanto. Gli ultimi documenti ittiti
fanno riferimento alla minaccia rappresentata dai “Shikalayu
che vivono su barche”, probabilmente i medesimi Shekeles-Siculi dell'iscrizione di Merenptah.
Poco tempo dopo diverse città costiere come Ugarit vengono saccheggiate e distrutte fino a scomparire dalla
storia. Subito dopo è la volta di un nuovo attacco all'Egitto. Il faraone di
turno, Ramses III, ricorda in un'altra iscrizione di
avere sconfitto in una grande battaglia navale gli “Haunebu”
come vengono da lui chiamati questi Popoli del mare, composti oltre che da Shekeles-Siculi e da Shardana-Sardi
come nella prima ondata, anche da Peleset (Filistei
cretesi), Danuna o Denyen
(i Danai anatolici), Zeker
o Tjeker (?) e Wešeš (?),
questi ultimi due gruppi di incerta identificazione.
Il Mediterraneo e l'Europa prima della siccità.
E' significativo che molti dei nomi degli invasori
citati nelle iscrizioni egiziane facciano riferimento a quelle zone devastate
dalla grave siccità e dalle conseguenti carestie: gli Akawasa-Micenei
Greci, I Peleset-Filistei di Creta, i Libu della Libia, i Lukka-Lici e
i Danuna-Danai dell'Anatolia. Tutto fa sospettare che
gli ex-trafficanti marittimi dei tempi più prosperi siano stati spinti dalla
carestia e dalla fame a diventare pirati, depredando paesi e città che godendo di sufficienti precipitazioni piovose possedevano
ancora un entroterra agricolo, un'organizzazione urbana, e strutture
artigianali e commerciali.
Nei secoli precedenti il bacino orientale del Mediterraneo era stato una ricca
zona di scambi tra grandi imperi, come l'Egitto, l'Anatolia degli Ittiti, la
talassocrazia minoica di Creta e Thera (Santorini), ed una moltitudine di città stato situate lungo le coste, le
isole dell'Egeo e le rocciose terre elleniche. I principali prodotti di scambio
erano in primo luogo quelli alimentari, cereali, olio, vino, ma anche ceramiche
più o meno raffinate e decorate, per uso domestico o
anche religioso e funebre, come attestato dai ritrovamenti archeologici. La merci più preziose erano tuttavia quelli in metallo, non
solo gioielli in oro e argento, ma anche prodotti di rame e bronzo: armi,
statuette o semplicemente lingotti di rame pronti per la lavorazione. Nemmeno
la catastrofe avvenuta in tutto l'Egeo in seguito all'esplosione vulcanica
dell'isola di Thera (Santorini) nel 1640 a. C. riuscì
a quanto pare a danneggiare seriamente quella fitta e proficua rete di scambi.
La civiltà minoica si eclissò, certamente, ma ai potenti mercanti delle isole
subentrarono immediatamente quelli achei micenei della terraferma, mentre la
stessa isola di Creta anche se dovette certamente ricevere un duro colpo fra
danni materiali e nuovi concorrenti, riuscì tuttavia a tornare rapidamente -
grazie alla sua posizione centrale - ad una certa
prosperità fino alla grande siccità del 1200 a. C.
Al momento in cui le città ed i mercanti di Micene,
Pilo, Tirinto e delle altre città greche arcaiche
subentrarono ai minoici di Thera e Creta, si
attivarono per riorganizzare in maniera razionale il commercio dei prodotti in
bronzo, che, com'è noto, è una lega di rame e stagno. Se il primo dei due
metalli lo si poteva ricavare da zone relativamente
vicine, come l'isola di Cipro, lo stagno era necessario importarlo da fuori il
Mediterraneo, dall'odierna Inghilterra meridionale, e più precisamente dalle
Isole Shilley (“Isole Cassiteridi”),
nei pressi della Cornovaglia. Lungo questa rotta sorsero culture in qualche
modo collegate alla società micenea, ovvero quella
britannica del “Wessex” e quella di “El Argar” nella Spagna del sud,
intorno al nodo di transito di Gibilterra. E' probabilmente proprio da questa
zona che partì la diffusione di un tipo di calice in ceramica, il cosiddetto
“bicchiere campaniforme”, che raggiunse non solo tutto il Mediterraneo, ma
anche il Nord-Europa, al seguito forse di
mercanti-imprenditori micenei intenti a scoprire e sfruttare nuove risorse
minerarie. Un'altra importante zona di estrazione dello stagno era l'odierna
Boemia che divenne ben presto anch'essa tramite la via fluviale dei fiumi
Danubio e Reno, un nodo di scambio e di transito con i prodotti provenienti dal
settentrione come la preziosa ambra, immancabile nelle tombe micenee.
L'Europa orientale e centrale era tuttavia stata invasa prima del 2000 a. C. da
una nuova etnia, i Kurgani, da alcuni studiosi
classificati come protoindoeuropei, nomadi allevatori forse anche di cavalli,
costruttori di tombe “a tumulo” (“kurgan”), ed
esperti nella lavorazione dei metalli: una loro diramazione insediandosi nelle
regioni caucasiche diede vita alla civiltà di Kuban, dalle raffinate produzioni in bronzo. Nelle zone
danubiane dell'Austria, Ungheria e Boemia assimilando le popolazioni locali
diedero origine alla civiltà di Unetice.
Nel Mediterraneo uno dei nodi di scambio più importanti lungo la via tra
Gibilterra e l'Egeo era costituita dall'arcipelago delle Eolie, in tempi
antecedenti grande zona di produzione ed esportazione dell'ossidiana, e successivamente, con l'età dei metalli, luogo di produzione
e scambio di oggetti in bronzo e ceramiche micenee (“cultura di Capo Graziano”,
da una località dell'isola di Filicudi). Le ceramiche
di queste isole hanno molta affinità, in questo periodo, con quelle maltesi di Tarxien ed al contempo con quelle
proto-micenee (Brea p. 101-102). Un po' tutte le aree
costiere della Sicilia tuttavia erano interessate dai contatti commerciali con
le diverse zone del Mediterraneo. Se nel versante occidentale dell'isola sono
stati ritrovati reperti di influenza iberica, in
quello orientale, specialmente nella zona del Siracusano, gli scavi
archeologici hanno portato alla luce tombe, ceramiche, armi ed utensili di
provenienza, o di ispirazione stilistica, sia micenea che maltese: la necropoli
di Castelluccio, una località nei pressi di Siracusa,
ha restituito ad esempio sette idoletti in osso, con
funzioni religiose, molto simili ad altri trovati sia a Malta, che nel
Peloponneso miceneo, ed infine anche a Troia (strati II-III). Anche le
ceramiche sono molto affini per stile sia a quelle micenee, sia a quelle
maltesi, come anche a quelle anatoliche delle regioni centrali (Kultepe, ecc.) (Brea, p.
109-110). Secondo l'opinione di alcuni archeologi non è escluso che i Greci
Micenei abitassero stabilmente piccoli empori in Italia meridionale ed in Sicilia, come Metaponto, Lipari e Thapsos,
anticipando così la successiva colonizzazione greca.
La siccità e le dieci piaghe d'Egitto.
Cosa abbia provocato esattamente la disastrosa siccità
intorno al 1200 a. C. è ancora oggetto di discussione presso i climatologi. E
soprattutto è da chiarire come mai, al contrario dell'episodico biennio
1954-55, si sia protratta per 400 anni, cioè fino al IX sec. a. C., causando in
Grecia quella condizione di decadenza nota come “medioevo ellenico”. Nei
millenni precedenti, un'analoga situazione climatica nel Mediterraneo Orientale
si era verificata tra il 6200 ed il 5800 a. C. allorchè l'ultimo residuo dell'era glaciale, la calotta di
ghiaccio che ricopriva l'attuale Canada (la “Laurentide”)
si sciolse in breve tempo riversando nell'Atlantico un'enorme quantità di acqua
dolce. Il delicato equilibrio della Corrente del Golfo si spezzò ed il grande fiume in mezzo all'oceano si arrestò, lasciando
non solo al freddo l'Europa settentrionale ma interrompendo anche l'arrivo
delle periodiche perturbazioni portatrici di pioggia sul Mediterraneo
orientale.
Ma nel II millennio a. C. resti di calotte glaciali al di fuori del circolo
polare non ve ne erano più, ed alcuni climatologi
danno la responsabilità del disastro climatico ad un altro famoso “regista” del
clima globale, “El Nino”, il periodico ed anomalo
riscaldamento del Pacifico vicino le coste sudamericane. Altri invece tirano in
ballo anche in questo caso i vulcani, come l'Hekla, in Islanda, eruttato
intorno al 1150 a. C., che se non provocato, perlomeno avrebbero aggravato le
condizioni di clima secco. Tra i vulcani che modificarono con le loro emissioni
l'atmosfera terrestre in quel periodo vi furono
tuttavia anche il Cuicocha in Equador
(eruzione di livello 5) ed il Pinatubo nelle Filippine con un'eruzione così
poderosa da raggiungere il livello 6. Anche se non è possibile determinare con
maggiore precisione gli anni delle loro eruzioni, il loro pulviscolo liberato
nell'atmosfera, attenuando i raggi solari, ebbe sicuramente effetto sulle
temperature degli oceani, sulla Corrente del Golfo ed
il Nino e quindi anche sulle condizioni atmosferiche dell'intero pianeta.
Recentemente alcuni scienziati come Stephan Plugmacher, Nadine von Blohm, Siro Trevisanato, hanno
sostenuto che anche le dieci piaghe del racconto biblico furono una conseguenza
della disastrosa siccità che avrebbe colpito in quel periodo pure l'Egitto.
Secondo la loro ricostruzione, la riduzione delle precipitazioni avrebbe
ridotto anche il livello del Nilo, rendendolo più lento e fangoso, e questo
avrebbe favorito la proliferazione di un'alga tossica, la Oscillatoria
Rubescens, che "si moltiplica in maniera
massiccia in acque calde lente con alti livelli di elementi nutritivi. E quando
muore, colora l'acqua di rosso." (Plugmacher).
Questo sarebbe stato dunque il motivo per cui le acque del Nilo si sarebbero
come tramutate in sangue. A causa tuttavia dell'anomala presenza dell'alga,
anche le rane sarebbero state costrette a lasciare il fiume e ad invadere i centri abitati (seconda piaga), finendo però
per morire ben presto, lasciando così il campo a mosche, pidocchi ed altri
insetti (terza piaga) non più tenuti sotto controllo dagli anfibi, loro
predatori naturali. Gli insetti avrebbero poi a loro volta diffuso
malattie ed epidemie tra il bestiame e la popolazione (quarta e quinta
piaga).
Anche l'ultima piaga, la morte dei primogeniti egizi, viene da questi studiosi
in qualche modo ricollegata alla situazione di siccità e carestia, ovvero ad un fungo tossico che avrebbe inquinato gli scarsi
primi raccolti di grano di cui si sarebbero cibati appunto i primogeniti
maschi.
Per spiegare le restanti piaghe tuttavia gli stessi ricercatori hanno fatto
entrare in gioco anche l'esplosione del vulcano Thera-Santorini
che anche in Egitto avrebbe provocato sconvolgimenti climatici con tempeste di
grandine, invasioni di cavallette e condizioni di oscurità dovuta alla cenere
vulcanica (settima, ottava e nona piaga). Negli scavi archeologici in Egitto è
stata effettivamente ritrovata della pietra pomice proveniente dall'antica
eruzione di Thera, ma la cronologia risulta poco convincente: i vulcanologi hanno infatti
accertato che la catastrofe avvenne intorno al 1640 a. C., e dunque ben quattro
secoli prima della siccità del XIII secolo a. C. Se si vuole mantenere
quest'ultimo scenario come sfondo delle piaghe bibliche è necessario trovare
altre spiegazioni alla condizione di oscurità, come ad esempio un'eclisse
totale di sole.
Siculi, Sardi, Umbri e Tirreni: i nuovi signori dell'Italia.
Le critiche condizioni climatiche che misero in ginocchio l'agricoltura di intere regioni del Mediterraneo orientale, e quindi anche
le civiltà micenea e ittita, provocarono anche vasti movimenti di popoli alla
ricerca di terre con più precipitazioni e dunque più favorevoli ai raccolti.
Buona parte dei Micenei superstiti si spostarono verso
nord in Tessaglia, dove effettivamente secondo le ricostruzioni climatologiche
le precipitazioni piovose rimasero sufficienti per l'agricoltura di
sussistenza.
Una condizione esattamente contraria si verificò
invece nelle regioni danubiane centro-orientali che soffrirono forti
precipitazioni e disastrose inondazioni. Si deve molto probabilmente vedere in
questo il motivo dell'improvviso passaggio dal rito funebre dell'inumazione
sotto alti tumuli alla incinerazione - come procedura
d'emergenza - in urne non seppellite, ma ordinatamente disposte
superficialmente e ricoperte con pietre. Questi “campi d'urne”, come sono stati
definiti dagli studiosi, vengono rapidamente diffusi
in una vasta zona dell'Europa, segno di una fuga dei residenti della cultura di
Unetice dalle zone del Danubio in piena sia verso
Occidente (l'attuale Francia), sia verso la penisola balcanica, la Grecia, ed
anche l'Italia. I nomi con cui sarebbero stati poi conosciuti dalla
storiografia antica (una volta mescolatisi con le popolazioni locali) sarebbero
stati quelli di Celti (Galli), Illiri, Veneti, Dori
(in Grecia), Umbri e Latini.
Purtroppo i resoconti tramandatici dagli autori greci e latini di età
posteriore sono spesso contraddittori e lacunosi e l'archeologia non ha ancora
chiarito gran parte dei dubbi circa l'origine ed i
movimenti dei vari popoli in quel periodo così critico. E questo ovviamente
vale anche per la penisola italiana e le sue isole. Secondo le opinioni di una
parte degli studiosi, Shekeles, Shardana
e Tursa respinti dai faraoni egiziani insieme agli
altri “Popoli del Mare” si spostarono verso occidente
invadendo Sicilia, Sardegna e litorale toscano fino a stabilirvisi
permanentemente. In sostanza, essi non sarebbero altro che i Siculi, i Sardi ed i Tirreni (o Etruschi) delle successive fonti greche e
latine. In effetti secondo la testimonianza di Erodoto
gli Etruschi o Tirreni sarebbero fuggiti dalle isole prospicenti
l'Asia Minore (come Lemno) in seguito ad una grave
carestia, e dopo essersi dati anche alla pirateria sarebbero approdati in
Italia. Ma secondo altri autori antichi essi sarebbero
giunti in Italia dal Nord (Tito Livio), o ancora sarebbero stati i discendenti
autoctoni di popolazioni locali (Dionigi di Alicarnasso). Non
è affatto escluso che la verità possa essere comune a tutte e tre le
teorie, poiché se è vero che nell'isola di Lemno
l'archeologia ha scoperto testimonianze molto affini con la cultura etrusca, è
anche molto probabile che le genti umbre provenienti in Italia da settentrione
(o dall'altra sponda dell'Adriatico) si fusero con le popolazioni locali ed
assimilarono a loro volta gli immigrati tirreni provenienti dal mare insieme
alla loro raffinata cultura orientale.
L'immagine che secondo l'archeologia e la storiografia vien fuori dell'Italia
di quel periodo è quello di un gran “crogiolo” dentro
cui arrivavano genti da ogni parte, da terra come dal mare, per poi mescolarsi
con i popoli locali, metterne in movimento altri, e dare così origine a nuove
popolazioni, nuove culture e nuove civiltà. Così come gli Etruschi, anche ad
esempio i Siculi di Sicilia potrebbero essere stati il risultato non solo di un'invasione
di genti umbro-latine provenienti dalla Calabria, come suggerisce
l'archeologia, ma anche di invasori di origine egeo-orientale provenienti dal mare.
Anche gli Ausoni, invasori delle isole Eolie e
fondatori di una nuova cultura a Lipari, potrebbero anche aver fatto parte dei
“popoli del mare” (i “Weses” delle iscrizioni egizie
?) ed essere stati strettamente imparentati con i Siculi, anche perchè i loro reperti ritrovati nella maggiore isola delle
Eolie risultano analoghi ad altri ritrovati nella
penisola, in Puglia e sul colle Palatino a Roma. Rimane certo comunque che per
invadere le Eolie dovevano essere provvisti di imbarcazioni
ed avere dimestichezza con la navigazione.
Sotto la minaccia di queste aggressioni le popolazioni della costa si ritirarono
allora nell'interno, sulla cima di altopiani impervi e dunque più sicuri,
fondandovi anche città di cospicue dimensioni, come Pantalica
e Cassibile in Sicilia (nel siracusano), di cui
rimangono ancora oggi soprattutto i resti delle necropoli: migliaia di grotticelle squadrate come tante finestre
una accanto all'altra sulle pareti rocciose. Gli scarsi resti di dimore
civili rintracciati, come l'Anaktoron, la residenza
del signore della città, presentano caratteristiche molto affini allo stile dei
palazzi micenei del periodo immediatamente precedente, segno di una forte
assimilazione della cultura greca arcaica da parte delle popolazioni autoctone
grazie agli stretti contatti commerciali nei tempi precedenti la catastrofe
climatica, e forse anche in quei tempi così poco sicuri: paradossalmente infatti la rossa ceramica diviene più bella e di migliore
qualità, anche perchè lavorata al tornio, e molto più
simile allo stile miceneo. Uguale discorso vale per gli oggetti metallici in
oro ed in bronzo, come anelli, spade e spille per
mantelli. Dal momento che i veri e propri oggetti
d'importazione appaiono molto ridotti rispetto al passato, viene da chiedersi
se le città (non rinvenute) a cui appartengono le necropoli di Pantalica, Cassibile, Caltagirone
e Dessueri non siano state abitate anche da Micenei
fuggiti dall'arido Peloponneso insieme alla propria cultura ed alla propria
arte.
Gli invasori pirati Siculi riuscirono tuttavia alla fine ad
impadronirsi di tutta la parte orientale dell'isola, sospingendo le popolazioni
originarie, i Sicani, verso la parte centrale ed
occidentale. Stranamente tuttavia i primi Siculi arrivati lasciarono ben poche
tracce della propria originalità culturale - o perlomeno ben poco hanno
restituito gli scavi. Una delle poche eccezioni è costituito
da un gruppo di capanne nella zona dell'attuale paese di Lentini (Sr) dalle
caratteristiche molto simili a quelle più antiche latine trovate sul Palatino a
Roma, cosa che - sulla scorta anche della tradizione letteraria degli scrittori
greci e latini - ha condotto molti archeologi a ribadire una stretta parentela
tra i due popoli.
Sul Monte Caratabia a circa 3 Km dal paese di Mineo (Ct) si trovano due camere
quadrangolari scavate nella roccia calcarea intorno al VII - VI sec. a. C. dove probabilmente
si svolgevano cerimonie funebri per i siculi d'alto rango. Sulle pareti interne
delle due grotte sono stati rinvenute incisioni
raffiguranti scene di caccia: gruppi di uomini a piedi e a cavallo,
accompagnati da cani, inseguono cervi e cinghiali, il tutto in uno stile
essenziale e poco raffinato che ricorda i graffiti nelle grotte paleolitiche. Molto probabilmente questi reperti potrebbero costituire una
testimonianza circa il livello culturale poco progredito - ancora a distanza di
sei secoli dalla grande crisi climatica! - dei “siculi appenninici” veri e
propri, e del sostanziale apporto culturale fornito loro dagli altri Siculi,
gli Shekeles egei giunti su navi, insieme
probabilmente agli Achei Micenei fuggiaschi.
Uno scenario mutato.
Dopo la grande crisi climatica del XIII sec. a. C. non solo il Mediterraneo ma
anche l'Europa continentale presenta profondi cambiamenti culturali. Ovunque
predominano le lingue ed i costumi indoeuropei, il
rito funerario della cremazione, la diffusione del cavallo come traino di carri
e poi come cavalcatura, e la sempre più massiccia sostituzione del bronzo con
il ferro, in primo luogo nella produzione delle armi. Tuttavia sia in Grecia
come in Italia bisognerà attendere il ritorno a condizioni climatiche più favorevoli,
nel IX-VIII sec. a. C., affinchè
agricoltura, commerci ed espressioni artistiche e culturali possano tornare ai
livelli della precedente età del bronzo. Nel Mediterraneo tuttavia, la maggiore
novità dopo il 1000 a. C. a livello commerciale è costituita anche in Sicilia -
a Pantalica, ma ancor più a Cassibile
ed in altre località - dall'arrivo di ceramiche,
bronzi e suppellettili molto simili, se non identici, ad altri rinvenuti sulle
coste atlantiche di Spagna, Francia ed Inghilterra: le navi su cui giungono
sono quelle dei Fenici, i nuovi signori del commercio nel Mediterraneo e
nell'Atlantico. (Brea, p.
155-156). In Europa e nel “Mare Nostrum”, poco prima della diffusione del
ferro, lo scenario commerciale diviene dunque quello dell'ultimo millennio
prima di Cristo, sfondo dei traffici e delle lotte di Atene, Sparta, Siracusa,
Roma e Cartagine.
Bibliografia.
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climatiche hanno influenzato la civilizzazione, Codice edizioni, Torino
2005 (pp. 199 - 205).
Luigi Bernabò Brea,
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AA. VV. Le piaghe bibliche furono eventi reali, in: www.antikitera.net
Peter Levi, Creta e Micene: la civiltà dei palazzi,
in: La Storia, Utet-De Agostini, Novara 2004, vol. II.
Aurelio Bernardi, L'Europa e l'Italia in età pre-romana,
in: La Storia, Utet-De Agostini, Novara 2004, vol.
III.
Cristiano Dan, La diffusione del neolitico in Europa,
in: L'uomo e il tempo, Mondadori, 1974, vol. I (a p. 105 si riporta che
secondo alcuni archeologi I kurgani invasero già una
prima volta la Grecia e l'Anatolia in un altro periodo critico sotto il punto
di vista climatico, il 2300 a. C., distruggendo alcuni
insediamenti quali Lerna e Troia seconda.)
Cristiano Dan, L'Europa tra preistoria e storia, in:
L'uomo e il tempo, Mondadori, 1974, vol. I.
AA.VV., Contrada Nunziata, Monte Caratabia,
in: http://www.fondazionegiuseppebonaviri.it/ mineo_bonaviri/
collegamenti/ monte caratabia e grotte.htm