Anziani di Enrico Pantalone
La vita umana ha un ciclo biologico che nessuno può
fermare: questo è un dato di fatto, diventare "vecchi" e morire fa parte delle aspettative mentali dentro di noi sia che si
creda al soprannaturale in qualsiasi forma spirituale esso venga sottoposto
alla nostra attenzione quanto si sia convinti che esso non possa esistere.
L’essere "vecchi", meglio se usiamo un
termine meno secco, anziani, diventa così un fatto normale, una volta superata
una certa fase della nostra vita, tempo in cui si entra in un nuova dimensione,
non sono certo i giochi di parole o le attività molteplici che si svolgono
comunque per impedire allo scorrere del tempo di essere inesorabile, meno
normale è l'atteggiamento che la società intorno a noi assume in maniera
perentoria e negativa nella maggioranza delle occasioni quotidiane.
Il decadimento può essere fisico o mentale, o essere formato da entrambi, ma
quando s'evidenzia nella persona anziana il senso di
smarrimento, esso diventa totale, una sorta di perdita d'identità nei confronti
di chi sta di fronte a loro, esso diventa una costante, il senso d'abbandono
diventa predominante e deleterio.
La forza interiore che si possedeva fino a quel momento sembra svanire, gli
"altri" diventano "nemici subdoli" da combattere come
legittima difesa ma soprattutto rimane solamente l'orgoglio di non domandare
aiuto, anche a famigliari cari, per resistere stoicamente in un ridotto del
tutto personale.
Tutti i dubbi che magari s'avevano anni prima, nella
piena maturità, sembrano trovare una risultanza nel modo in cui s'è costretti a
vivere dalla società che li circonda, si fatica a trovare tempi e modi per
vivere nella comunità perché in fondo non la si sopporta più vedendo la
mancanza d'apprezzamento altrui.
Essere anziani diventa ingombrante per la società
contemporanea.
Credo tanti di noi hanno visto anziani aggirarsi
quasi di nascosto nelle vicinanze dei supermercati, stare agli angoli delle
strutture, vicino ai carrelli o nelle prossimità dei parcheggi per poi venire
con umiltà e dignità a chiedere qualcosa di commestibile (anche scaduto ...)
che noi abbiamo comprato o qualche spicciolo, per poi ritrarre la mano con la
stessa velocità con cui la si è esposta, quasi con
orrore per il gesto per una persona che ha lavorato una vita ed ora si trova in
condizioni d'abbandono o di disagio forte.
Ho visto in Posta con tanta amarezza una pensionata che ritirava gli ultimi 100
euro al suo misero conto del libretto postale per
poter pagare tutti i conti aperti del mese precedente e il nuovo accredito
della "minima" le sarebbe arrivato solamente nelle settimane
successive...Ma nella sua voce non c'era cattiveria, c'era solamente solitudine
e buon senso, "in qualche modo andrò avanti, sono abituata".
Terribile impatto per ogni persona di buon senso.
Una domanda così mi sono posto: perché tutta quella
categoria di persone che pomposamente si fa conoscere come elite culturale
(solo conoscere perche nella realtà non lo è minimamente
anche se viene profumatamente pagata con i soldi di tutti i
contribuenti): accademici permalosi e superbi, giornalisti ridicoli, manager
ricchi e malati che ricorrono al doping per lavorare maggiormente, letterati
terzomondisti ed ipocriti, personaggi della moda tanto acclamata (immondi puttanieri
bisessuali o baldracche rifatte più volte nella maggior parte dei casi) anziché
fare la fila per mettersi in mostra attraverso i media come tante ballerine del
Crazy Horse che fa tendenza ma non risolve nulla, per una volta invece non
pensano a parlare, a creare od a scrivere in favore degli anziani, delle loro
sofferenze, dei loro disagi.
Certo, è più facile parlare di solidarietà verso bambini del terzo mondo (poi
devono fare il favore di spiegare qual è il terzo mondo, perché personalmente
non mi sembra così lontano se guardiamo a ciò che accade ai nostri anziani)
oppure parlare contro qualcuno allo scopo di far cassetta: ignoranza allo stato
puro, questa purtroppo è una classe che a torto si ritiene il Gotha del
pensiero e dell'Industria.
Che questa gente per un volta si guardi intorno,
scenda dal proprio piedestallo di cartapesta e dal mondo tutto lustrini e
fasullo che frequenta, forse capirà veramente (anche se dubito della cosa, se
uno nel cervello ha segatura, quella rimane sempre) la gente che soffre, che non
arriva a fine mese, magari cambieranno mestiere per la vergogna si metteranno
il saio penitenziale (divertente ma ovviamente inverosimile).
Spesso l'immagine della vecchiaia è costruita
rispetto a canoni completamente errati, stereotipi proposti da gente che non ha
ancora raggiunto quell'età, poco importa di chiedere
il parere della persona in età avanzata, c'è una presunzione di base che
determina un panorama spesso abnorme.
La vecchiaia in buona sostanza viene vista come una
notevole alterazione temporale quando invece è un processo lungo tutta la vita
se parliamo di deterioramento cellulare o quantomeno di una buona parte di
essa.
La nostra società incompiuta, i nostri media, valorizzano il dinamismo
giovanile ma si dimenticano di fare lo stesso con quello
senile fatte le debite proporzioni relativamente a forza fisica e mentale, in
pratica dimenticano quest'ultimo, lo rifiutano a priori, utilizzandolo
solamente durante le campagne elettorali o in programmi televisivi dove si deve
far commuovere il telespettatore per catturarne l'attenzione e poi incanalarla
verso il vero scopo a cui essa è preposta ed in cui la vecchiaia non più
chiaramente utilizzabile.
Chi meglio di Bertrand Russel poteva spiegarci con
una metafora cosa potesse significare per un uomo anziano poter contare su
esperienze intellettuali continue, egli infatti
partendo dal presupposto che la vita fosse un grande fiume, il quale terminava
in una foce enorme dove in assenza di correnti pian piano si vedeva risucchiata
dal mare le proprie acque (la morte o la vita ultraterrena). Ma egli,
ultranovantenne veniva sempre mosso da nuove correnti
ed evitava il risucchio statico, queste correnti sono in realtà tutto ciò che
di positivo nella vita egli ha potuto avere, le esperienze sociali, culturali che
evitano il riflusso definitivo.
Il nostro amico in età avanzata invecchia prima se è abbandonato a sé stesso, senza possibilità d'esprimere, teme l'isolamento,
ossia secondo Russel, la foce che porta al mare aperto, la fine della propria
esistenza.
Purtroppo, lo dico veramente in maniera affranta, la parola anziano spesso è in completa assonanza con il
termine povero, riferito non solamente allo stato di disagio finanziario ma
anche a quello sociale ed affettivo, forse più importante di fronte al Dio denaro.
L'anziano spesso non conosce le possibilità che offrono le istituzioni
cittadine e specialmente nei grandi centri metropolitani ha difficoltà nel
recepire tutte le possibilità (magari poche e buone) che possono essere messe a
sua disposizione.
E’ vero anche che nei grandi centri metropolitani, nonostante i buoni servizi, risulta più difficile raggiungere l'anziano socialmente
rispetto ai piccoli centri, ma in questo caso la comunità che gravita intorno
ad esso dovrebbe muoversi per sollecitare l'intervento, sia si faccia
riferimenti a parenti che a vicini di casa.
Questo succedeva decine d'anni fa, ora non più, non si sente più il senso del
buon vicinato, quando magari ci si impicciava un po’
troppo degli affari altrui ma almeno se esisteva una situazione di disagio,
essa veniva a galla e portata alla conoscenza di tutti, ai nostri giorni si
preferisce far finta di nulla.....per il bene comune (quale ?).....