Dal Bronzo al Ferro in
Europa……
di Enrico Pantalone
Un
momento interessante per lo sviluppo della società umana è certamente quello
che vede lo sfruttamento ed il successivo utilizzo dei
metalli in un’ottica che non era certamente più quella dei millenni precedenti all‘età del ferro,
un’ottica che si basava ora certamente
su una richiesta di materia prima da rilavorare e da rivendere sui mercati
anche lontani dai propri territori d’origine.
Questa
logica vede nello stesso tempo un’organizzazione diversa dal punto di vista
militare ed economica, un’organizzazione che richiede una razionalizzazione
della produzione del manufatto metallico per evitare dispersioni: così nascono
dei veri e propri centri dislocati nei territori posti a cavallo tra le località
estrattive e quelle che dominavano la scena politica, vediamo di seguito in
breve analisi come ricostruire questo importante momento storico.
Sicuramente,
rispetto ai ritrovamenti archeologici, i paesi europei che svilupparono prima
di tutti le tecniche metallurgiche furono quelli balcanici tanto da far pensare
ad una società già più organizzata rispetto ad altri
territori del nostro continente, questo anche perché le tecniche servivano non
solamente a fini pratici come per esempio la costruzione d’armi, strumenti ed
utensili certamente migliori e più resistenti rispetto ai tempi passati ma
anche perché l’utilizzo di tali tecniche serviva a scopi puramente spirituali,
permetteva infatti la creazione di figure religiose modellate diversamente e
maggiormente rispondenti alle esigenze di gente più preparata come già accadeva
da tempo nei paesi medio - orientali.
La metallurgia apre quindi sviluppi notevoli in questi
territori, abitati principalmente da popolazioni d’origine celtica che man mano
estenderanno verso ovest il loro influsso: questo non significava ovviamente
che furono i celti ad inventare tali procedimenti, già
alcune popolazioni precedenti lavoravano da tempo i metalli con alterna
fortuna, infatti alcune zone d’Europa sono prive di ritrovamenti mentre altre
abbondano d’utensili per il lavoro.
Il punto principale è che lo sviluppo si ebbe quando i
celti o popolazioni ad essi vicine etnicamente iniziarono
a commerciare con le loro lavorazioni in maniera costante dando modo di creare
una richiesta, da qui lo sviluppo concreto sul territorio delle tecniche che
consentirono maggior disponibilità di merce.
Uno
dei principali elementi che caratterizzarono il passaggio dall’età del bronzo a
quella del ferro è l’uso costante nelle fonderie del tempo dello stagno,
metallo utilissimo nella metallurgia ancorché difficile da reperire se non
attraverso intensi scambi commerciali.
I maestri mediterranei e centro europei
che lavoravano il bronzo prima del ferro avevano bisogno dello stagno che
ottenevano attraverso lo scambio del loro manufatto lavorato presso alcune zone
minerarie che erano in grado di soddisfare il bisogno come Bretagna,
Cornovaglia ad ovest e Boemia ad est.
Numerosi ritrovamenti in entrambi i territori mostrano
l’intenso scambio di materia prima con manufatto, addirittura nei pressi delle
coste dell’isola britannica sono state ritrovate imbarcazioni affondate che
evidentemente erano cariche di oggetti in bronzo
destinate ai mercanti del luogo.
Così ad ovest come ad est si
crearono due “Vie dello Stagno”, singolari ma importanti ugualmente per ogni
ricercatore o archeologo e che anche Roma sfruttò sapientemente una volta
conquistati i territori che erano sulle stesse direttive settentrionali ed
orientali..
Giova ricordare proprio per sottolineare
l’importanza dello stagno nel manufatto di bronzo che esso poteva raggiungere e
superare il 20% dell’intero peso dell’oggetto, il che ovviamente contribuiva
all’incremento della richiesta anche se in piena età del ferro lo stagno sarà
poi progressivamente sostituito dal piombo, in percentuale ancora maggiore
rispetto allo stagno in rapporto al peso totale dell’oggetto.
Tracciare
delle linee storico-archeologiche relative all’uso dei
vari metalli su un territorio come quello italiano, esteso in lunghezza, non è
poi così complicato come potrebbe apparire a prima vista: i ritrovamenti si
sono susseguiti regolarmente e hanno fornito ottimi risultati un po’ ovunque.
Così sappiamo sicuramente che il rame fu il metallo
utilizzato per primo, piccole suppellettili, oggettistica utile tutti i giorni
come coltelli ed asce, e siamo attorno al III
millennio aC, poi man mano s’iniziarono ad utilizzare anche metalli più
preziosi come oro ed argento, o l’antimonio.
Non dobbiamo pensare ad un
processo endogeno come invece è stato per caso d’altre civiltà, ma
d’introduzione vera e propria sul territorio fu dovuta alla conoscenza portata
dall’esterno, in questo caso da popoli più avanzati ed aperti come quelli che
gravitavano attorno all’Egeo o al Mediterraneo occidentale (dai territori
iberici specialmente), la penisola italica s’aprì molto lentamente a queste
novità ed i ritrovamenti parlano chiaro in questo senso.
Del resto anche un’isola coma la
Sardegna ebbe pressappoco gli stessi “tempi tecnici” nell’applicare le fusioni
di questi metalli dopo aver evidentemente esserne venuta a conoscenza
attraverso “visitatori” spintisi fino sulle sue coste.
Il
ritrovamento dei reperti metallici datati nel periodo che conosciamo presuppone
diversi fattori riguardanti la società del tempo.
Il ritrovamento d’armi in pietra levigata di punte, frecce
o pugnali in rame denota come la bellicosità degli
indigeni andava di pari passo con il “progresso tecnologico” dacché per fondere
rame e bronzo la temperatura deve essere di 1000 ° il che richiedeva al tempo
un forno chiuso con mantice, un deciso passo in avanti rispetto al semplice
forno per la cottura delle ceramiche totalmente aperto.
Metallo che è stato ritrovato in grande abbondanza negli
insediamenti di palafitte tipiche di quel periodo storico (i cosiddetti
insediamenti terramaricoli) posizionate attorno ai
grandi laghi alpini italiani, probabilmente costruite imitando quelle di molti
siti ritrovati in Francia e nella Svizzera, si trattava comunque spesso di
utensili d’uso agricolo comune o d’suo religioso.
Un
altro importante elemento metallifero era, come detto precedentemente,
certamente il rame, si sa che fin dai tempi dell’antica monarchia a Roma le
transazioni commerciali venivano effettuate attraverso il valore del bestiame
che uno poteva offrire in cambio, ma presto si passò al Rame, l’aes, facilmente recuperabile, malleabile e
flessibile, che pare iniziò a circolare diffusamente probabilmente sotto Servio
Tullio quando i mercati non più limitati al villaggio richiedevano un controvalore
facilmente riconoscibile da tutti.
L’aes si chiamava rude perché era senza alcun segno
distintivo o simbolico, circolava allo stato grezzo, ovviamente era il suo peso
che determinava il valore, più pesante era e più valore aveva: un “monetone” di
due chili per esempio non doveva senz’altro essere facilmente trasportabile per
questo si deve pensare gioco forza ad un discreta vita
socio-commerciale nel territorio (almeno così si è portati a pensare attraverso
i ritrovamenti).
Ma anche questa “moneta” dovette presto essere sostituita,
data la crescita economica, da un’altra che riportasse simboli per
differenziare il valore mantenendo costante il peso puro o della lega: così fu
“coniato” l’aes signatum che non risolse totalmente le problematiche
ma almeno ci lasciarono un discreto patrimonio artistico e culturale per
studiare quell’epoca.
Per avere la prima moneta di rame vera e propria, l’aes
grave, bisognerà aspettare alcuni secoli più tardi, ma questa è già storia più
conosciuta.