L'AQUILA E LA TIARA: DALLA LAICIZZAZIONE DEL
POTERE AL SOGNO UNIVERSALISTA DI FEDERICO II DI SVEVIA
di Ignazio Burgio.
(tratto dal sito
dell’autore www.cataniacultura.com)
Lo scontro politico
e soprattutto ideologico tra la Chiesa e l'Impero – vero significato di tutta
l'età medievale - promuove l'elaborazione di una mentalità politica sempre più
laica, all'interno della quale i sovrani e gli altri uomini di governo perdono
quel carisma di sacralità religiosa propria delle civiltà antiche, riducendosi
a semplici amministratori di uomini e nazioni, e sottoposti anch'essi ad un'etica morale e al giudizio esterno (del popolo, del
clero e di Dio). Ciò causa inoltre anche la riduzione della figura imperiale da
“universale” a semplice sovrano della Germania, e la legittimazione degli Stati
nazionali europei. L'opera di lenta “demolizione” del tradizionale valore e
prestigio dell'impero da parte della Chiesa medievale, sia dal punto di vista
ideologico che politico finisce nei fatti per generare l'Europa delle nazioni e
delle città, insieme alle sue forze mercantili ed
imprenditoriali: in seno al terzo ordine, o stato, emerge sempre più la classe
borghese, che dall'allontanamento del pericolo di un impero politicamente,
militarmente e fiscalmente forte ha tutto da guadagnare – e da reinvestire –
secondo una dinamica socio-economica praticamente ignota a qualsiasi altra
civiltà passata e contemporanea a quella dell'Europa medievale.
Carlo MagnoPer più di due secoli i dissidi, le guerre civili, e
gli scontri dinastici indebolirono l'impero, finché le orde barbariche
approfittando di tale fragilità irruppero da nord seminando il terrore, la
morte e la devastazione. Quella che una volta era stata una grande potenza sede
di una raffinatissima civiltà, si ritrovò allora divisa in due parti, su una delle quali sorsero diversi regni barbarici in
conflitto tra loro. Uno di essi tuttavia riuscì col tempo a primeggiare sugli
altri dando vita ad una dinastia imperiale destinata a
riunificare sotto di sé tutti i territori dopo 400 anni : il Regno
settentrionale di Wei. Non stiamo parlando
naturalmente della caduta dell'impero romano, bensì di quello cinese che nei
primi decenni del IV secolo d. C. (appena un secolo prima del suo omologo impero
mediterraneo) crollò sotto i colpi dei terribili Unni (o meglio, Hsiung-Nu, come venivano chiamati
dai cinesi), degli Hsien-Pei, dei Mu-yung,
e di altre popolazioni nomadi che vivevano al di là dell'illusoria Grande
Muraglia. Con uno sviluppo per tanti versi assai simile alle vicende del tardo
impero romano e di inizio medioevo (dalla grande crisi
del III sec. d. C. fino alle invasioni dei popoli germani ed ai successi
militari e dinastici del regno dei Franchi), anche il Celeste impero fondato
dal leggendario C'hin Shi
Huang Ti, fu contemporaneamente soggetto ad una fase di decadenza, di invasioni
e dal 618 d. C. restaurazione dell'unità imperiale con una nuova dinastia,
quella dei T'ang. Ma ciò che riuscì in maniera relativamente facile alla nuova
dinastia cinese, fu però praticamente impossibile in
Europa ai Franchi Merovingi e Carolingi.
L'edificazione di uno stato centralizzato facente capo all'imperatore ed alla sua burocrazia periferica, che assicurava regolari e
sufficienti entrate fiscali tali da mantenere anche un forte e numeroso
esercito, fu possibile in Cina, anche a motivo – secondo il pensiero di molti
storici – della sua particolare struttura economica fondata sul riso e
l'irrigazione dei campi, per la cui costante e dispendiosa manutenzione erano
necessarie organizzazioni e competenze che andavano al di là delle possibilità
del piccolo villaggio di contadini, i quali dunque finivano per rimanere legati
alle superiori amministrazioni statali.
Ma in realtà le
difficoltà e gli ostacoli che si frapposero ai sogni di rinascita imperiale in
Europa, furono anche e soprattutto di natura prettamente culturale e
ideologica, come dimostrarono “per assurdo” quelle regioni – anch'esse basate
sulla medesima economia agricola europea - dove un sistema politico
centralizzato e fiscalmente funzionante (ma alla fin fine troppo oppressivo) fu
invece possibile instaurare, come nel Meridione d'Italia ed
in Sicilia (ma anche ad esempio nell'Impero Bizantino e in diverse altre zone
europee).
Caso unico in tutta
la storia delle civiltà, nell'Europa Occidentale sin dalla fine dell'età antica
si assiste alla divisione fra potere politico e potere
religioso. L'Augusto imperatore perde il suo carisma sacerdotale di pontefice
massimo e lo delega alle autorità spirituali, i vescovi, della “nova christiana religio”, e ad un vescovo in particolare, quello di Roma, che acquisisce
il primato all'interno della Chiesa, reclamando dignità superiore a tutti gli
altri sovrani laici. Lo scontro politico e soprattutto ideologico tra questi
ultimi, in primo luogo l'Imperatore, ed il Papato di
Roma – vero significato di tutta l'età medievale - promuove l'elaborazione di
una mentalità politica sempre più laica, all'interno della quale i sovrani e
gli altri uomini di governo perdono quel carisma di sacralità religiosa propria
delle civiltà antiche, riducendosi a semplici amministratori di uomini e
nazioni, e sottoposti anch'essi ad un'etica morale e al giudizio esterno (del
popolo, del clero e di Dio). Ciò causa inoltre anche la riduzione della figura
imperiale da “universale” a semplice sovrano della Germania, e la
legittimazione degli Stati nazionali.
Ma questo conflitto
– a volte “freddo” e intellettuale, altre volte invece manifesto e violento –
contrastando la rinascita di un impero militarmente, burocraticamente e
fiscalmente forte, tolse di mezzo anche gli ostacoli che nelle altre civiltà,
passate e contemporanee, impedirono alle città mercantili e alle classi
imprenditoriali di promuovere gli investimenti e le innovazioni tecnologiche (navi,
telai, mulini idraulici, ecc.) e di creare nuove imprese, favorendo così di fatto il progresso tecnico verso la rivoluzione
industriale.
L'apice dello
scontro tra potere laico e potere spirituale avvenne nella prima metà del
Duecento sotto Federico II di Svevia, ma venne
preceduto da quasi mille anni di contrasti più o meno manifesti, e di
riflessione teologico-politica, matrice delle moderne
dottrine politiche.
Tutto comincia
intorno al 378 d. C. allorché il religiosissimo
imperatore d'Occidente Graziano seguito subito dopo dal suo collega d'Oriente
Teodosio, rinuncia al titolo di Pontifex Maximus, sin da Ottaviano Augusto tradizionale attributo
sacerdotale della carica imperiale, per consegnarlo alle massime autorità
ecclesiastiche preposte ai diversi settori dell'impero, che in Occidente è
rappresentato dal vescovo di Roma, come sancito tre anni dopo nel 381 nel
Concilio di Costantinopoli. Come al tempo della Repubblica prima di Ottaviano,
l'autorità dello Stato torna dunque ad essere vista
come esclusivamente laica, priva di attributi sacrali, anche se ugualmente
dotata di dignità suprema. Il vuoto di potere determinato dalla deposizione
dell'ultimo semibarbaro imperatore dell'età antica, Romolo “Augustolo”
(“l'imperatorello”) nel 476 promuove l'aumento del
prestigio e dell'autorità del vescovo dell'Urbe, il
quale sotto il punto di vista ideologico inizia a reclamare la supremazia
dell'autorità spirituale nei confronti dello stesso imperatore di
Costantinopoli. Analogo aumento di prestigio ed autorità
viene ottenuto anche dai vescovi di numerose città esistenti nei territori
dell'ex impero romano passate ai sovrani germanici. Ciò anche perché,
soprattutto in Gallia le tribù barbare si stabiliscono
nelle campagne, e le città abbandonate dalle autorità civili in fuga vengono
prese in gestione dai locali vescovi, obbligati a rimanervi anche dal diritto
canonico. Anche per questo con l'andar del tempo l’importanza politica del
clero all’interno del regno franco va via via
crescendo, anche se il fattore principale resta in primo luogo la conversione
al cattolicesimo nel 496 (o secondo altri autori nel 507) di Clodoveo con tutto il suo “comitatus”.
I vescovi delle numerose città francesi, compresi quelli dell’appena
conquistato regno degli Alemanni, vengono allora da
lui considerati come “funzionari reali” a tutti gli effetti, e poiché a causa
delle norme giuridiche dell’epoca egli, essendo un sovrano germanico, non può
legiferare direttamente per i cittadini romani, favorisce la convocazione di
concili vescovili (il primo dei quali viene tenuto ad Orlèans
nel 511) che presieduti e debitamente “diretti” da Clodoveo
medesimo assumono il ruolo di vere e proprie “assemblee legislative”.
L'autorità della
Chiesa nel regno merovingio si accresce comunque anche per l’aumento degli
effettivi (preti e monaci) anche di lingua germanica, per la fondazione di
nuove abbazie e di chiese rurali sempre più dipendenti dai vescovi delle città
anziché dalle autorità laiche dei villaggi franchi, ed anche grazie all’aumento
di lasciti e donazioni in primo luogo da parte degli stessi sovrani. Nella
seconda metà del VI secolo il fenomeno raggiunge un
livello tale che re Chilperico (561-584), uno dei
nipoti di Clodoveo, ammonisce la sua corte con un
severo discorso riportato dalle scarse fonti dell’epoca: “…Il nostro tesoro è
vuoto, tutte le nostre ricchezze sono passate alle Chiese; soltanto i vescovi
regnano, il nostro potere è terminato, è stato trasferito ai vescovi delle
città…”. (Pfister a, 1978).
Dopodiché decide di reagire aggravando le tasse tradizionali, dichiarando nulle
tutte le disposizioni testamentarie in favore delle Chiese, revocando tutti i
lasciti di suo padre Clotario alle Chiese stesse e
tentando di controllare le elezioni episcopali vendendole ai migliori offerenti
tra i più ricchi laici. Ma questo primo scontro medioevale tra il potere laico ed il clero esplode già in aperta violenza: in tutto il
regno l’opposizione delle forze clericali si fa manifesta e prorompe
addirittura in rivolte di intere città – poi represse nel sangue – come quella
di Limoges dove preti e abati sollevano l’intera
cittadinanza contro gli esattori fiscali.
Come racconta nelle
sue cronache Gregorio di Tours, è però lo stesso Chilperico che nel 580 vedendo nella morte dei suoi due
figli, in seguito ad un’epidemia, un segno divino, muta atteggiamento: “…E la
madre Fredegonda vedendo che Clodoberto
era ormai sull’orlo della morte, pentendosi in ritardo disse al re: - La pietà
di Dio ci tiene in vita nonostante che abbiamo a lungo agito male; perché Egli
più volte ha toccato i nostri corpi con febbre ed
altri mali e noi non abbiamo fatto penitenza. Ed ecco, ormai stiamo perdendo i
nostri figli. Ecco, li uccidono le lacrime dei poveri, i lamenti delle vedove,
i sospiri degli orfani, e non c’è più speranza di raccogliere i beni per
qualcuno. Abbiamo messo insieme ricchezze senza sapere a chi le avremmo
lasciate…Ecco, abbiamo perduto la cosa più bella che avevamo! Adesso, se ti va,
vieni! Diamo alle fiamme tutte le ingiuste imposte, perché sappia bastarci il
nostro fisco (“le rendite della Corona”, N.d.A.), come è
già bastato al padre e re Clotario! Dicendo queste
parole, la regina si batteva il petto coi pugni e
comandò che le venissero recati i registri che il referendario Marco aveva
portato dalle loro città. Dopo averli scaraventati nel fuoco, disse nuovamente
rivolto al re: - Che aspetti? Fa’ quello che vedi fare
a me! Perché anche se ormai abbiamo perduto i nostri dolci
figli, dobbiamo riuscire almeno a sottrarci al castigo perpetuo!”. Allora il re, con il cuore pentito, gettò al fuoco tutti i registri
delle tassazioni; e quando furono arsi, mandò in giro a proibire le successive
imposte…” (Gregorio di Tours, trad. di Massimo Oldoni, 1981).
Al di là comunque
di resoconti come questi dal tono “agiografico” è certo che gli stessi sovrani constatano l'effettiva impossibilità di chiedere troppo alla
popolazione impoverita, finendo per abolire a poco a poco l'antico fisco
romano. L'abolizione delle tasse dirette ha tuttavia come importante
conseguenza – in misura maggiore nella Francia Merovingia, ma un po' anche
negli altri regni germanici - l'impossibilità di organizzare e mantenere un
esercito efficiente e numeroso, ed una burocrazia
strettamente dipendente dalla Corona per amministrare il Regno. La soluzione
automatica, soprattutto alle necessità militari, è dunque il ricorso
all'economia naturale.
Incoronazione di
Carlo Magno All'inizio dell'VIII secolo il
Maggiordomo di Palazzo e governatore del Regno Franco, Carlo Martello, stretto
dall'emergenza militare provocata dall'invasione della Francia meridionale da
parte dei saraceni, organizza un piccolo esercito di cavalieri requisendo per
il loro mantenimento parecchie tenute ecclesiastiche (in cambio di una rendita
del 20 per cento, o “doppia decima”, a titolo di indennizzo).
Il sistema viene continuato e sviluppato dai suoi
figli e successori, Pipino il Breve e Carlomanno, i
quali dal punto di vista militare riescono a liberare il meridione del regno.
La requisizione delle proprietà ecclesiastiche tuttavia provoca la
preoccupazione e l'inquietudine del clero franco, il quale teme che un
provvedimento dettato da situazioni di emergenza possa diventare permanente.
Avvengono allora nel giro di pochi anni in Francia ed
in Italia una serie di avvenimenti politici, economici, militari e ideologici
di capitale importanza storica, tali da condizionare la storia dell'Europa e
della Chiesa fino ai nostri giorni. Sotto l'abile azione diplomatica di un
abate tedesco, Willibrod, meglio
conosciuto come San Bonifacio, i vescovi nel 745 al concilio di Liftinas riconoscono il primato del vescovo di Roma, Papa
Zaccaria, in quanto “patriarca dell’Occidente”. Di rimando, il papa sostiene le
ragioni del clero franco – oltre che della Chiesa di Roma - di fronte ai due
reggenti carolingi, non soltanto a parole. Salta
fuori infatti in quel periodo un falso documento,
fatto redigere forse a Roma o forse nella stessa Francia, secondo il quale
l’imperatore romano Costantino I avrebbe donato tutta la parte occidentale
dell’Impero Romano alla Chiesa di Roma. Questa presunta “donazione di
Costantino”, la cui falsità verrà dimostrata poi in
età umanistica, a quell’epoca però in ambiente franco viene ritenuta autentica
e i due figli di Carlo Martello, educati alla fede cristiana sin dall’infanzia
nel monastero parigino di St. Denis, ne rimangono colpiti. Carlomanno
nel 747 si ritira a vivere da monaco vicino Roma,
nella grotta di Soratte che, secondo la leggenda,
sarebbe stata la dimora di S. Silvestro, il papa presunto beneficiario del
lascito di Costantino. Quanto a Pipino si impegna a
rispettare il gran numero di proprietà ecclesiastiche presenti in Francia,
anche se le proprietà distribuite da suo padre ai neo-cavalieri non vengono più
restituite. Inoltre si impegna anche a sostenere le pretese
territoriali della Chiesa nell’Italia centrale nei confronti di Bizantini e
Longobardi, i quali ultimi rappresentano una costante minaccia per la stessa
città di Roma.
I risultati di
tutti questi contatti e accordi tra la Sede romana ed
i figli di Carlo Martello a metà dell'VIII secolo
sono forse più vantaggiosi per il Papato che ottiene la piena proprietà dei
primi territori nell'Italia Centrale, primo nucleo dello Stato della Chiesa,
oltre che l'appoggio anche militare del Regno dei Franchi e l'enorme
accrescimento del proprio prestigio politico e spirituale in Europa. Ma anche
il governatore del regno franco Pipino il Breve
ottiene qualcosa di estremamente importante, ovvero la legittimazione da parte
del Papa Zaccaria a spodestare la legittima dinastia merovingia e diventare
così sovrano anche di diritto oltre che di fatto. Ma
la dipendenza formale della propria sovranità dal consenso del Papa, e
dall'”unzione” con l'olio santo da parte di San Bonifacio, quale rappresentante
del successore di San Pietro, pone già nel 751 a Soissons,
la questione ideologica del rapporto tra potere laico e potere religioso.
Questione che si ripropone 49 anni più tardi allorché
in San Pietro a Roma il figlio di Pipino, Carlo Magno viene incoronato Augusto
Imperatore dei Romani dal Papa Leone III durante la messa di Natale dell'anno
800. Dopo 324 anni di interregno, l'Occidente europeo
ha nuovamente il suo imperatore e formalmente non deve dipendere più dal Basileus di Costantinopoli, che proprio in quegli anni è
per di più una donna, l'imperatrice Irene, cosa inconcepibile sia per i Franchi
sia per gli stessi uomini di Chiesa. Tanto vale che sia un barbaro – cosa
altrettanto inconcepibile per gli antichi romani – in quanto
perlomeno cristianizzato, e devoto e obbediente figlio della Chiesa di Roma. Un
compromesso politico-ideologico denso di enormi conseguenze per i secoli
successivi.
I forti ed
estesissimi interessi economici del clero cattolico in tutto il nuovo impero
cristiano, impediscono, anche volendo, l'organizzazione
di un efficiente sistema fiscale, burocratico e giudiziario sul modello
dell'antico impero. Anche l'esercito non può essere costituito fondamentalmente
da numerose legioni di uomini appiedati: le risorse non ci sono e gli uomini
servono nei campi, soprattutto nelle terre di Chiese e abbazie. Si punta quindi
sullo sviluppo tecnologico e qualitativo delle forze armate, con la creazione
di una ristretta classe di cavalieri che ben saldi sui loro destrieri – tramite
l'arcione, il pomello e soprattutto la staffa, tutti elementi sconosciuti alla
cavalleria antica – riescono a possedere anche singolarmente grande potenza, grande mobilità e grande capacità di manovra, come avranno
modo di dimostrare oltre che negli scontri militari anche nei frequenti tornei
medievali. Per le grandi spese che devono sostenere per il loro armamento ed il loro continuo addestramento hanno necessità di
rendite, e se non possiedono terre di loro proprietà gliele presta la Corona in
usufrutto, o come si dice a quei tempi, “in beneficio o feudo”. Ai maggiori di essi lo Stato delega anche l'amministrazione del
territorio, in primo luogo della giustizia, in una sorta di sistema decentrato
fondato sul giuramento di fedeltà e sottomissione con cui si cerca di bypassare
tutti gli ostacoli frapposti dagli interessi soprattutto della Chiesa per
riuscire a gestire un Impero che è tale solo di nome. Il precario sistema
derivante da tutti questi compromessi passerà alla storia con un nome che
diventerà esso stesso sinonimo di medioevo: feudalesimo. Ma il teologo Adalberone di Laon tuttavia nel
medesimo periodo fornisce dignità e valore a questo sistema nato quasi per
caso, teorizzando la famosa tripartizione della società feudale: cavalieri,
ecclesiastici, e umili lavoratori (servi o liberi), destinati questi ultimi a
mantenere i primi due ordini, i secondi ad occuparsi
di tutte le questioni religiose, ed i primi a difendere con la spada clerici e lavoratori. Se resta fuor di dubbio che
l'Imperatore debba rappresentare lo scudo difensivo della Chiesa e del Papa,
tuttavia resta ancora poco chiaro se l'uno o l'altro,
e soprattutto chi dei due, debba avere più autorità. Anzi già al tempo di Carlo
Magno comincia a porsi la questione se sia la Chiesa all'interno dell'Impero
cristiano, o viceversa, cioè in altre parole, il rapporto di forza tra i due
poteri universali.
Enrico IV a Canossa
Nei duecento anni successivi alla morte del primo imperatore carolingio (814),
il caos provocato in Europa dalle furiose lotte dinastiche, dalle terribili
invasioni di Normanni, Magiari e Saraceni, e dalla crisi dello stesso papato in
mano alla corrotta nobiltà romana, consentono ai
poteri laici – feudatari, sovrani e la stessa corona imperiale – di estendere
il controllo sugli uomini e le terre di vescovadi e abbazie, usurpando al ruolo
della Chiesa anche la stessa nomina di parroci e vescovi. Il conflitto tra
poteri laici e autorità ecclesiastiche, tra l'Impero e la Chiesa, esplode
nuovamente in maniera lampante dopo il Mille, una volta passata la tempesta
delle invasioni e migliorata anche la situazione morale del papato. Né
l'imperatore Enrico IV né papa Gregorio VII - che nel suo “Dictatus
Papae” rivendica, tra le altre cose, unicamente alla
figura del Romano Pontefice il diritto esclusivo di portare le insegne
imperiali - possono cancellarsi a vicenda, ma fanno di tutto per ridimensionare
il valore ed il potere dell'altro. In una lettera
rivolta alla nazione ungherese il Papa di Canossa
introduce nel diritto politico medievale un concetto rivoluzionario di grande
fortuna: i singoli regni d'Europa hanno il pieno diritto alla propria esistenza
ed alla propria libertà, e non devono sentirsi soggetti ad alcun altro potere
se non a quello spirituale della Chiesa. E' insomma un tentativo di svuotare il
potere dell'autorità imperiale, sottraendogli la subordinazione dei singoli
sovrani d'Europa, alla stessa maniera in cui il Papa dalla scomunica facile
slega più volte i feudatari dal giuramento di fedeltà ad
Enrico IV. Ma di fatto siamo anche in presenza di un
primo riconoscimento dei diritti inviolabili delle singole nazioni, e di una
svalutazione della Corona Imperiale, sempre meno “universale” o sovranazionale,
e sempre più equiparata ad una semplice corona germanica. Tale teoria politica,
ribadita e precisata meglio da altri intellettuali del
XII secolo quali Ugone di Fleury,
Uguccio da Pisa, e Lorenzo Ispano (ai primi del
XIII), cade in un terreno fertile, in un'epoca cioè nella quale non solo le
piccole e grandi nazioni europee, ma anche le ricche e attivissime città
industriali e mercantili vedono nella loro subordinazione formale alla Chiesa
una comoda via per staccarsi dall'autorità dell'Impero, e salvaguardare in tal
modo non solo la loro autonomia ma anche le loro risorse finanziarie. Ad un Federico Barbarossa che richiamandosi agli antichi
imperatori romani reclama sottomissione e tributi, le città del Nord-Italia, forti della loro alleanza con papa Alessandro,
rispondono con la rivolta. Il conseguente fallimento di Federico I e delle sue
antiche e antiquate idee imperiali sembrano
allontanare lo spettro di un asfissiante potere sovranazionale avido di imposte
per la propria amministrazione, il proprio esercito ed il lusso dei propri
nobili. L'opera di lenta “demolizione” del tradizionale valore e prestigio
dell'impero da parte della Chiesa medievale, sia dal punto di vista ideologico,
sia anche politico, limitando sempre più i suoi spazi di manovra giuridici e
fiscali, finisce nei fatti per generare l'Europa delle nazioni e delle città,
insieme alle sue forze mercantili ed imprenditoriali:
in seno al terzo ordine, o stato, emerge sempre più la classe borghese, che
dall'allontanamento del pericolo di un impero politicamente, militarmente e
fiscalmente forte ha tutto da guadagnare – e da reinvestire – secondo una
dinamica socio-economica praticamente ignota a qualsiasi altra civiltà passata
e contemporanea a quella dell'Europa medievale.
All'alba del
Duecento tuttavia si staglia la figura imperiale più colossale di tutta l'età
medievale (certamente più colossale anche di quella di Carlo Magno): Federico
II di Svevia, lo “stupor mundi”, ed è con quest'ultimo enorme ostacolo che non
solo la Chiesa ma le forze mercantili delle città e la
stessa nascente mentalità laica (paradossalmente e sorprendentemente) dovranno
fare i conti.
Bibliografia e
osservazioni.
AA.VV. - La civiltà
cinese classica – in: La Storia, Novara 2004 (p. 770 e sgg.).
VIANELLO
G. - La Cina dall'Impero alla divisione – in: L'uomo e il Tempo, vol. VII, verona, 1972 (pp. 8 – 23).
TURNER, C. H. - L'ordinamento della Chiesa - in: Storia Medievale Cambridge, vol I, Milano, 1978 (sul concilio di Costantinopoli e sulla
preminenza della sede di Roma sulle altre sedi metropolite
nell'Impero: p. 200. Il primato di Roma ed il
principio della separazione tra Chiesa e Impero venne ribadito nei secoli
successivi anche per esempio dall'imperatore Giustiniano, ma gli imperatori
d'Oriente - secondo una mentalità ereditata dal passato ellenistico - non persero
occasione di intromettersi anche nelle questioni teologiche e di condizionare,
anche con la violenza, le Chiese occidentali - cfr. il DVORNIK citato più
sotto, p. 521 e seguenti).
GATTO, L. - Le
invasioni barbariche - Roma, 1997 (sul numero stimato dei germani rispetto ai
romani, sui loro stanziamenti, e sugli ordinamenti giuridici: p. 71 e seguenti).
PFISTER, M. C. - La
Gallia sotto i Franchi merovingi: istituzioni - in: Storia medievale Cambridge,
vol I, Milano, 1978 (sul sistema fiscale presso i
Franchi: p. 719 e sgg.).
PFISTER,
M. C. - La Gallia sotto i Franchi merovingi: vicende storiche - in: Storia
medievale Cambridge, vol I, Milano, 1978 (su re Chilperico e sul suo discorso contro i vescovi: da p. 701
in poi).
GREGORIO DI TOURS - La storia dei Franchi - Vicenza, 1981 (riporta
l'episodio della morte dei figli di Chilperico e dell'abolizione delle tasse.).
VINOGRADOFF,
P. - Le origini del feudalesimo, in: Storia Medievale Cambridge, vol. II,
Milano, 1979 (da p. 411 a p. 414 tratta di Carlo Martello, delle sue riforme militari e delle
origini del sistema feudale).
WWW.CRONOLOGIA.IT/BATTAGLIE (sulla battaglia di Poiters riporta anche i testi delle diverse fonti).
CARDINI, F. - Alle
radici della cavalleria medievale - Firenze, 1981 (è
probabilmente il testo in lingua italiana che fornisce maggiori informazioni su
Carlo Martello, Pipino, e la nascita della cavalleria franca. A p. 274 vengono riportate le risoluzioni dei concili di Liftinas (o Leptinas,
nell'attuale Belgio) in materia di finanziamenti militari col sistema
dell'affitto di terre ai cavalieri - che come fa notare l'autore dovevano anche
occultamente servire a rafforzare il potere dei carolingi
nei confronti degli altri nobili e grandi possidenti, refrattari anche per
questo ai nuovi mutamenti economico-militari. Ma il sistema sempre più
strettamente connesso "concessioni di terre/cavalleria sempre meglio armata" finì col rappresentare una garanzia per
tutti i nobili laici in quanto per le proprie necessità militari potevano
ottenere ulteriori terre in beneficio. Si potrebbe anche fare
l'ipotesi che l'incoronazione di Pipino a re nel 751 fosse alla fine ben vista
anche dal clero, poiché in tal modo il neo sovrano poté incamerare le immense
proprietà dell'ex re merovingio per poi ridistribuire queste ai neo-cavalieri:
un motivo in più insomma per rispettare i beni ecclesiastici e far fronte nel
contempo alle necessità militari. Non é un caso del resto che proprio in quegli
anni i cavalieri aumentarono talmente di numero che nel 755 Pipino ritenne
conveniente spostare la tradizionale assemblea degli uomini armati da marzo a
maggio, affinché i cavalli potessero trovare più foraggio).
WWW.EAGLE.CCH.KCL.AC.UK:8080/PASE/SOURCES (riporta sintetiche
notizie sui concili di Liftinas. E' interessante
notare che quello del 743 si svolse il 1 marzo - in
relazione probabilmente con la grande assemblea militare annuale - e vide anche
la partecipazione dei conti laici, cioè i primi cavalieri. Nella decisione
finale i vescovi accettano che una parte delle loro proprietà sia sottoposto a "precariato", cioè affitto in cambio
di un "census" (la quinta parte). Ma il
"precariato" era un istituto giuridico poco frequente a cui si ricorreva in casi eccezionali e per un periodo di
tempo ben stabilito: i vescovi dunque non intendevano rinunziare alle terre
sottratte loro da Carlo Martello, e così come avevano fatto spesso in passato
coi sovrani merovingi intendevano contrastare anche Pipino e Carlomanno, a loro volta spalleggiati anche dai loro
conti-cavalieri appena beneficiati di terre. San
Bonifacio dovette avere un bel da fare per mediare tra legittimi interessi
della Chiesa, emergenze militari, ed i nuovi interessi economici e di potere
dei nobili laici intenzionati a sfruttare l'occasione del momento). Sul precariato si può confrontare anche: BLOCH, M., Sviluppo delle
istituzioni signorili e coltivatori dipendenti, in: Storia Economica Cambridge,
vol. I, Torino, 1976 (p. 300).
BURR, G. L., La
rivoluzione carolingia e l'intervento franco in Italia, in: Storia medievale
Cambridge, vol II, Milano, 1979 (da p.336 viene esposta l'ascesa al potere di Pipino, i suoi rapporti
con Roma e con San Bonifacio e la sua elezione a re. Da p. 348 la questione
della donazione di Costantino: l'autore riporta che gli studi linguistici sulla
copia più antica del documento farebbero risalire il medesimo ad un periodo tra il 750 ed il 775. Il fratello di Pipino, Carlomanno, tuttavia già nel 747 scelse di vivere da monaco
a Soratte nella stessa grotta di San Silvestro, il
papa che secondo la leggenda inserita nel documento guarì miracolosamente
l'imperatore Costantino. Dunque ammesso che nel 747 il
documento ancora non esistesse, dovevano comunque circolare racconti simili. San Bonifacio sicuramente dovette usarli per legare
diplomaticamente i vescovi franchi ed i carolingi al
papato).
FOAKES-JACKSON, F. J., Il papato fino a Carlomagno,
in: Storia medievale Cambridge, vol. II, Milano, 1979 (da p. 463 sui contrasti
tra il papa ed i Longobardi; a p. 468 su San Bonifacio).
DVORNIK, F., Costantinopoli
e Roma, in: Storia medievale Cambridge, vol. II, Milano, 1979 (è interessante l' osservazione che fa l'autore a p. 530 che con papa
Zaccaria termina la consuetudine dei pontefici di chiedere la conferma della
propria elezione all'imperatore di Costantinopoli. Con papa Stefano II dunque
la Chiesa di Roma diventa una Chiesa d'Occidente a tutti gli effetti, legandosi
ai Carolingi. Da p. 532 vengono
esposti i punti di vista di Carlo magno sulla sua elezione ad imperatore e sul
rapporto tra Chiesa e impero carolingio). Sullo stesso tema si veda anche:
SEELIGER G., Conquiste ed incoronazione ad imperatore
di Carlomagno, in: Storia medievale Cambridge, vol.
II, Milano, 1979 (p. 366 e seguenti).
SEELIGER
G., Legislazione e governo di Carlomagno, in: Storia
medievale Cambridge, vol. II, Milano, 1979 (per una panoramica sull'impero
"non
imperiale" di Carlo Magno. E' opportuno osservare che anche se da un punto
di vista giudiziario, l'amministrazione della giustizia venne
notevolmente migliorata rispetto al passato, tuttavia mancava ancora quel vasto
e forte apparato burocratico che insieme ad un numeroso esercito in ferma
permanente avevano costituito il modello classico degli imperi dell'antichità.
Le spinte centrifughe ed autonomistiche dei grandi
proprietari e delle regioni più periferiche furono solo contenute dalla forte
personalità di Carlo Magno, ma riesplosero con suo figlio Ludovico il Pio: il
sistema feudale fu sostanzialmente solo un compromesso politico-militare in
luogo di una entità imperiale tale solo di nome, in quanto venendo a mancare
alla monarchia qualsiasi attributo e ruolo religioso fu per essa impossibile
calamitare ideologicamente il rispetto dei sudditi e delle regioni più
periferiche verso la corona. Nonostante la conseguenza principale di questa
situazione politica fosse la debolezza militare di fronte agli invasori
vichinghi e ungari, e spesso anche il caos amministrativo e giudiziario fin
dopo l'anno mille, tuttavia tra gli effetti - detto in maniera molto generica -
vi fu anche l'autonomia di molti centri urbani ed il
loro svincolamento dall'asfissia politica e fiscale di sovrani e grandi
feudatari locali).
AA.VV. La storia medievale attraverso i
documenti, Bologna, 1974 (a p. 72 É riportato qualche
passo della lettera nella quale Adalberone di Laon espone la sua teoria dei tre ordini).
TOUCHARD, J. –
Storia del pensiero politico, I – Milano 1978.
MORGHEN, R. -
Medioevo Cristiano – Bari, 1978.
MOCHI ONORY, S. -
La crisi federiciana del Sacro Romano Impero. Il "Corpus
Saecularium Principum"
e l'"imperium spirituale" del
pontefice". - in: Atti del Convegno Internazionale di Studi
Federiciani, Palermo 1950, (alle pp. 21 - 23 vengono
discusse le teorie politiche di Gregorio VII, Ugone
di Fleury, Uguccio da Pisa,
e Lorenzo Ispano).