CONSIDERAZIONI
SULLA FILOSOFIA MEDIEVALE
di Enrico Galavotti
(tratto dal sito dell’autore HOMOLAICUS)
LA
RISCOPERTA DELL'ARISTOTELISMO
La riscoperta dell'aristotelismo
avviene in un momento in cui l'esperienza cristiana era, sul piano etico-sociale, alquanto in crisi. Non è quindi stata questa
riscoperta a fare entrare in crisi il cattolicesimo-romano, ma il contrario, e
la riscoperta porterà solo apparentemente a un rafforzamento del cattolicesimo
medievale, in quanto, di fatto, ne accelererà il declino.
Perché Aristotele era stato
dimenticato? Perché Platone si prestava meglio alla strumentalizzazione operata
dall'agostinismo, che sarà la teologia prevalente fino al tomismo.
Il cristianesimo è nato
valorizzando gli aspetti etici. Quando si è messo in alternativa al paganesimo,
ha rifiutato, di questa cultura, non solo l'etica ma anche la scienza,
determinando così l'arresto del progresso tecnico-scientifico. L'etica
cristiana era superiore a quella pagana, ma la superiorità ideologica fu usata
dal potere (politico ed ecclesiastico) per tenere le masse sottomesse e
ignoranti.
C'è tuttavia da considerare che con
la fine dell'impero romano il centro della vita economica si
spostò dalle città alle campagne, e qui le esigenze dell'agricoltura non
potevano essere così elevate come quelle del commercio. Il Medioevo rappresenta
un tentativo di democratizzazione della vita sociale condotto in ambito rurale:
al minor sviluppo tecnico-scientifico non corrispondeva
affatto un peggioramento delle condizioni sociali di vita dei
lavoratori. Non si può mettere sullo stesso piano la vita di uno schiavo con
quella di un contadino medievale, foss'anche servo
della gleba.
E' con Anselmo che inizia il
distacco dall'agostinismo, in maniera però ancora inconsapevole. Il
neo-aristotelismo, infatti, presuppone una certa laicizzazione della teologia
cristiana.
Di notevole interesse è il fatto che tale teologia abbia riscoperto Aristotele
attraverso la mediazione islamica ed ebraica. Ma ancor più interessante è il fatto che tale riscoperta non produsse nella teologia
ebraica ed islamica quei risultati sconvolgenti (in direzione dell'ateismo) che
produsse nella teologia latina. L'abbandono progressivo della
religiosità appare come una prerogativa tipica dell'intellighenzia occidentale,
soprattutto di quella nord-europea. La rinascita dei commerci (cui farà
seguito quella di Aristotele) solo nell'Europa occidentale (prima che altrove
in Italia) produrrà quella forte laicizzazione degli ambienti intellettuali,
che invece nell'Islam e nel mondo ebraico s'incontra solo in singoli filosofi e
teologi.
Con il neo-aristotelismo la
teologia latina si distacca completamente e definitivamente dalla teologia
ortodossa, assumendo quella laicizzazione che porterà alla nascita del
protestantesimo (anche se questo si svilupperà in opposizione alla Scolastica).
La Scolastica iniziò un processo
che non riuscì a portare a termine, anche perché per giungere a certe
conseguenze logiche e alla relativa coerenza pratica, occorrevano condizioni
molto favorevoli, la prima delle quali era la stretta
unità tra popolo e intellettuali. Siccome però la secolarizzazione era stata
avviata, e non si poteva più tornare indietro o procedere come se nulla fosse
successo, altri soggetti sociali, di altre aree geografiche, si preoccuparono
di portarla a compimento. In questo senso la Riforma rappresentò il coraggio di
trarre dalle premesse della Scolastica le debite conseguenze teorico-pratiche.
Con il neo-aristotelismo si inizia (per la prima volta dai tempi dell'affermazione
del cristianesimo) a separare lo studio della filosofia da quello della
teologia. Bonaventura, sotto questo
aspetto, rappresenta il tentativo di conservare il migliore cristianesimo
contro la Scolastica, in nome dell'agostinismo: un tentativo però abortito,
perché ai suoi tempi non esisteva più l'esperienza cristiana che poteva fare da
supporto all'ideologia agostiniana. L'agostinismo, anche se spiritualmente più
ricco dell'arida Scolastica, era più regressivo ai tempi di Bonaventura,
proprio perché si facevano strada le esigenze della
laicità.
Naturalmente qui non è neanche il
caso di ipotizzare una sorta di legame organico tra neo-aristotelismo e
crociate. Le crociate possono essere state una risposta regressiva a un
laicismo emergente, ovvero un effetto religioso
aberrante di un'ideologia decadente, e possono anche essere state una sorta di
risvolto pratico ai nuovi rapporti commerciali che si stavano imponendo in
Europa occidentale (a partire dal Mille): in ogni caso non possono essere messe
in relazione alla valorizzazione della laicità.
Se proprio nel periodo in cui si
riscoprì l'importanza di Aristotele, si verificò anche
il fenomeno delle crociate, il significato di questo va ricercato nel processo
storico, nelle contraddizioni socio-economiche dell'epoca e non in altro.
Nessuno può essere considerato responsabile del fatto che la laicità venne riscoperta in un contesto sociale dominato dalla
divisione in classi. Nessuno ha il diritto di affermare che proprio a causa di
queste forti contraddizioni economiche, sarebbe stato meglio che il
neo-agostinismo avesse trionfato sul neo-aristotelismo. Nessuno ha il diritto
di ostacolare con la forza del potere il processo di autoconsapevolezza degli uomini.
NEO-FRANCESCANESIMO
E POST-TOMISMO
Migliori di quelle tomistiche sono
le posizioni che non si preoccupano di rendere più credibile la fede agli occhi
della ragione, ma quelle che tendono a separare nettamente la fede dalla
ragione, privilegiando quest'ultima (cosa però che
avverrà, in maniera esplicita, solo con l'Umanesimo e il Rinascimento).
Purtroppo ai tempi di Tommaso e
anche dopo la sua morte, la corrente che mirò a tenere separata la fede dalla
ragione era il neo-agostinismo, il quale non solo
difendeva un concetto astratto di fede, privo della corrispondente esperienza
pratica, ma impediva anche alla ragione una qualunque forma di autonomia. La
ragione era separata dalla fede solo nel senso che le
era strettamente subordinata.
Il neo-agostinismo separava la fede
dalla ragione per svalutare completamente quest'ultima, e faceva questo proprio
nel momento in cui l'esperienza cristiana era entrata irreversibilmente in
crisi (vedi la nascita dei Comuni, lo sviluppo della borghesia, il fenomeno
delle crociate e dei movimenti ereticali). Per difendersi da queste espressioni
di crisi (che naturalmente non tutti interpretavano così), il neo-agostinismo
non elaborò una nuova soluzione operativa, ma una nuova
teologia, tipicamente accademica: una teologia che continuasse ad avere come
contenuti fondamentali quelli classici dell'agostinismo, ma che li esprimesse
in una forma diversa, più filosofica, quelli tipici della Scolastica.
Ecco perché il tomismo, al cospetto
del neo-agostinismo, può essere considerato, nonostante i suoi limiti, una
riflessione filosofica progressista, avendo saputo meglio valorizzare la
ragione.
Tuttavia, ancora più progressiste
del tomismo sono quelle correnti che abbandonarono il concetto astratto di fede
dei neo-agostiniani, e che: o recuperarono il valore tradizionale (patristico)
della fede religiosa (alcuni movimenti ereticali); o spinsero il concetto di
fede verso una forma di secolarizzazione che anticiperà la Riforma protestante
(altri movimenti ereticali); o che addirittura elaborarono un concetto più
laico di ragione (vedi ad es. R. Bacone).
Probabilmente l'unica corrente che in Europa occidentale cercò di separare
nettamente la fede cristiana più autentica dalla ragione, valorizzando però
entrambe, fu il neo-francescanesimo (Bacone, Scoto e Occam).
I neo-francescani, mirando a
purificare la fede, produssero questo stupefacente risultato: contribuirono a
rendere più laica e scientifica la ragione. E questo avvenne in quel Paese che
più di ogni altro aveva conservato le tracce della teologia ortodossa (andate
irrimediabilmente perdute negli altri Paesi europei: in Italia si conserveranno
nella pittura, almeno sino a Giotto). Questo Paese era l'Inghilterra.
Come mai i neo-francescani inglesi
e scozzesi non caddero nell'oscurantismo dei neo-agostiniani? Semplicemente
perché avevano lo sguardo rivolto verso il futuro e non verso il passato (o, se
verso il passato, non verso quello del compromesso
costantiniano di chiesa e Stato, ma verso quello del cristianesimo primitivo e
ortodosso).
I neo-francescani (favoriti, in
questo, anche dalla distanza geografica della loro nazione rispetto al centro
della cristianità latina) lottarono con coraggio contro le pretese temporali
della chiesa. Il loro realismo umanistico è degno della massima considerazione.
Che poi lo sviluppo autonomo della
ragione abbia portato in Inghilterra all'empirismo e allo scetticismo, questo è
un altro discorso. Ruotando in un'orbita occidentale, l'Inghilterra francescana
non poteva produrre qualcosa di diverso: in fondo l'empirismo è servito anche a
togliere di mezzo le astratte speculazioni della Scolastica.
Il problema vero dei
neo-francescani inglesi, semmai, è stato un altro. In effetti, il tentativo di
recuperare la fede religiosa più autentica, in un'epoca in cui il valore della
ragione aveva raggiunto livelli molto significativi,
rischiava facilmente di portare al misticismo. Gli uomini non possono
prescindere dalle leggi fondamentali del loro tempo. Duns
Scoto e Occam, in questo senso, vanno attentamente
vagliati: spesso il loro progressismo era più evidente in politica che in
filosofia.
Il recupero integrale della fede
ortodossa, in un'Europa ormai caratterizzata dalla speculazione filosofica, dal
materialismo dell'esperienza borghese, dalla riscoperta (accademica)
dell'aristotelismo, non poteva, di fatto, più essere possibile. Persino
nell'impero bizantino la teologia ortodossa, in questo periodo, faticava
alquanto a restare coerente con se stessa.
Pertanto, se vogliamo valorizzare
lo sforzo neo-francescano di separare la fede dalla ragione, dobbiamo farlo
solo situandolo in una prospettiva in cui si possa assicurare il primato della
ragione.
In questo senso, chi ha veramente
superato Tommaso d'Aquino, nel XIII sec., sul piano scientifico, è stato R.
Bacone, mentre sul piano politico, nel XIV sec., è stato Marsilio da Padova
(che francescano non era). Le riflessioni teologiche di Duns
Scoto e di Occam non hanno nulla di originale
rispetto a quelle della teologia ortodossa, e possono essere considerate
progressiste solo in quanto di esse si approprierà la
Riforma protestante, la quale però le rielaborerà in una forma che di
religioso, in ultima istanza, avrà ben poco.
Questo dimostra inconfutabilmente
che non si può conservare la fede ortodossa a prescindere dall'esperienza
cristiana corrispondente. La mancanza di questa esperienza ha prodotto
nell'Europa occidentale la nascita dell'ideologia borghese, mentre nell'Europa
orientale ha prodotto la nascita dell'ideologia socialista.
In particolare, si è avuto che,
mentre in Occidente l'ideologia socialista è nata senza concretarsi in forme
coerenti, venendo meno così anche al suo sviluppo teoretico ulteriore;
nell'Europa orientale si è passati dalla fede ortodossa (e in parte cattolica)
all'ideologia socialista sulla base dell'esperienza corrispondente, per cui lo
sviluppo dell'ideologia è stato considerevole.
Oggi l'ideologia e la prassi
socialista tradizionali sono entrati profondamente in
crisi, e in molte nazioni dell'Europa orientale (specie in quelle di religione
cattolica) si sta abbracciando il capitalismo, e questo proprio mentre in
Occidente si sta assistendo al declino irreversibile della stessa ideologia
borghese, cui però non corrisponde un'esperienza alternativa.
Per uscire da quest'impasse
occorrerebbe che tutta l'Europa accettasse di vivere una nuova esperienza del
socialismo, su basi democratiche, autogestite e umanistiche.
Bibliografia
Fumagalli Beonio
Brocchieri M. T.; Parodi Massimo, Storia della filosofia medievale,
Laterza