Catilina e la macchina del fango
di
Siegfried Stohr
Roberto Saviano, l’autore
di Gomorra, le ha dedicato una trasmissione
televisiva. Mi riferisco a quella che è stata definita “la macchina del fango”:
un apparato mediatico mobilitato come una cannoniera contro l’avversario, per offenderlo,
sminuirlo, screditarlo, distruggerlo con accuse infamanti (vere o presunte).
Non scherzavano su questo gli antichi, e i romani
fra questi, le cui “damnatio memoriae” screditavano
l’avversario nel ricordo oltre che in vita. Screditare le
memoria equivaleva a screditarne anche i discendenti, la loro gens e chi
raccoglieva le loro bandiere politiche.
Per distruggere l’avversario era consuetudine, nei
processi, descriverlo come dedito alle più sordide abitudini:
processi nei quali l’avvocato (che non poteva essere pagato, almeno in denaro) patrocinava
(da pater) il cliente come un amico stimato; così più che preoccuparsi dei
fatti, cercava di presentare in ottima luce il suo cliente e come dedito alla
più turpi nefandezze l’avversario, che non era più “ad versus”, ma un più
comune pervertito totale. Ne risultavo, a volte, caricature che sfioravano il
ridicolo. Come quando Cicerone, in difesa di Marco Celio (Pro Caelio 6), ribatte alle accuse di impudicizia rivolte al suo cliente dicendo che “non
proverà mai un tale dolore da pentirsi di non essere nato deforme”
La congiura di Catilina
da questo punto di vista è un esempio dei più indagabili per la presenza fra le
fonti di due protagonisti contemporanei (e di Cicerone abbiamo pure lettere
private), di resoconti precisi sulle sedute del Senato (praticamente
stenografici), oltre a numerose fonti successive.
Si svolse in soli 4 anni
(66-
Anche il nostro linguaggio popolare moderno ha
conservato di questo periodo un ricordo indelebile: …Ma che regina d’Egitto (una esagerazione)… E’
un pranzo luculliano (si mangia alla grande!)…Guarda che pezzo di MarcAntonio (un ragazzo alto e robusto)… Una Filippica (non
finisce più!)… Violentata da un Bruto (Bruto appunto)… Ci vediamo a Filippi (te
la faccio pagare)… Alle calende greche (mai)…. Oltre ai mesi di Luglio e
Agosto.
E in Germania, ancora oggi quando ci si fa
impiantare una dentiera si torna a casa e si dice ridendo: “Varo, Varo, rendimi i miei denti”.
Per capire un evento complesso, la cui memoria ci viene tramandata da personaggi variamente coinvolti, oltre
alle fonti, abbiamo la necessità di capire “l’uomo romano” per leggerle nella
loro giusta accezione.
Infatti “L’uomo
è un microcosmo, non in senso
naturalistico, ma in senso storico” ci dice
Benedetto Croce e parte piccola saranno i documenti se non consideriamo anche
“…quei documenti sui quali continuamente
ci appoggiamo, come la lingua…i costumi…le esperienze che portiamo nel nostro
organismo”.
Così “la
verità della storia non ci è data dall’esterno ma vive
in noi”.
Solo così la storiografia può superare la vita
vissuta “per ripresentarla in forma di
conoscenza”.
Tesi oggi storicamente datata ma suggestiva
per lo sforzo di introspezione psicologica a cui ci costringe; come lo
psicoanalista usa il controtransfert per capire il paziente, anche noi possiamo
usare anche il nostro vissuto e le nostre emozioni per riuscire a comprendere e
ri-vivere la mentalità di uomini per i quali la “dignitas” era tutto.
Così possiamo osservare con Vattimo
che per capire il passato non dobbiamo guardare ad
esso con lo spirito dello scienziato chiuso in un laboratorio ma cercare di
identificarci:
“Ciò
che è costitutivo dell’uomo non è l’essere estraniato dal proprio passato
storico, ma l’essere sempre collocato, nei suoi confronti, in una posizione
media fra familiarità ed estraneità: questo fonda la centralità e
l’universalità del problema ermeneutico”.(1)
Se poi con Croce condividiamo (ovviamente) la
constatazione che “…per narrare la storia
bisogna innalzarsi sulle passioni” e “narrarla
fuori da ogni compartecipazione alle lotte” un dato nelle fonti, ci appare
subito contraddittorio.
Nella narrazione di Sallustio, scritta dopo la
morte di Cesare, quindi almeno 20 anni dopo gli
eventi, colpisce sia per la feroce e implacabile condanna di questo personaggio
che per i modi con cui viene descritta: e parliamo di un periodo caldo che
infiammò alcuni anni della tarda Repubblica coinvolgendo tutti i più importanti
personaggi dell’epoca.
Certo anche Marco Tullio Cicerone, il più feroce
avversario
La prosa delle Catilinarie, scritte certo dopo le
orazioni pronunciate in Senato, non lascia spazio a dubbi sulla feroce e totale
condanna di Catilina fatta dal famoso oratore.
Ma quello che
stupisce è cosa dice lo stesso Cicerone solo sette anni dopo la morte di Catilina!
Cicero ci torna sopra con tono ovviamente più
distaccato ora che il pericolo è passato e l’avversario che voleva ucciderlo è
morto; infatti, in una abituale girandola di
posizioni, il nostro avvocato si trova ora a patrocinare un ex catilinario, Celio Rufo,
denunciato dalla sua amante (Clodia,
Di veleno ne era scorso
tanto solo sette anni prima ma ora sentite come l’avvocato descrive, nella “Pro Caelio Rufo”, l’ex avversario Catilina
con toni ben più concilianti e benevoli pur senza smentire le sue precedenti
accuse:
“Catilina, lo ricorderete (!) aveva in sé non pochi germi di
virtù… istigava molti al vizio ma sapeva anche stimolare qualcuno al lavoro;
divampavano in lui i vizi del piacere ma aveva un vivo interesse per le armi”.
Insomma, potremo ben dire un romano normale! E
continua:
“Chi più di lui parteggiò per la parte degli onesti
e fu al tempo stesso più nefasto per la città? Chi immerso nei piaceri più turpi (?) e più
resistente alla fatica?...Rapace e al tempo stesso
generoso…far parte a tutti di ciò che possedeva, prestar servizio ai bisogni di
tutti i suoi col denaro… Queste o giudici, furono veramente doti eccezionali di
quell’uomo…”!
Così lo descrive il suo peggior nemico a mente
fredda, appunto post mortem e dopo soli sette anni:
un uomo con doti eccezionali!
Invece Sallustio, che ricordiamolo
era un cesariano, ne traccia un quadro ben diverso pur scrivendo almeno dieci
anni dopo l’orazione di Cicerone, che Sallustio definisce “inquilinus civis urbis Romae”
esprimendo così il suo disprezzo verso l’“homo
novus”.
Questo
disprezzo
nasceva da vecchie ruggini: Sallustio aveva rappresentato l’accusa
contro Milone per l’omicidio di Publio Clodio e Milone era difeso (malamente
e con timore) proprio da Cicerone. Nel processo come sappiamo
vinse Sallustio ma stranamente, solo due anni dopo, fu cacciato dal senato per
indegnità morale, forse per la sua appartenenza politica alla fazione
Cesariana, o forse per un’altra strana coincidenza.
Proprio Sallustio infatti,
il moralista, era stato accusato di adulterio con Fausta (figlia di Silla),
guarda caso moglie di Milone. Sorpreso
fu fatto frustare dal marito cornuto e se la cavò poi con una multa (pecuniam).
Prima di vedere questo giudizio di Sallustio su Catilina diamo uno sguardo alla “Catlinae coniurazio” da lui stesso definita
“memorabile”: nel testo Sallustio parte da lontano, segno che non si accontenta
di riferire i fatti della congiura, ma vuole riscrivere la Storia di Roma come
lui stesso dichiara; e lo fa partendo da questa congiura e iscrivendola in un
processo storico più ampio: un progetto ambizioso e spia dell’importanza che
lui attribuisce alla congiura stessa.
Inizia parlando delle cose militari e chiedendosi
se dipendono dal vigore fisico o dall’intelletto; parla di un periodo d’oro in
cui si viveva senza cupidigia (“sine cupiditate”) finché il vento dell’Est dimostrò che in
guerra contava di più l’ingegno (che scoperta, bastava chiedere a Ulisse); poi,
abbandonati i Greci infidi, viene a parlare di Roma, fondata dai Troiani e
definisce i Romani come costretti alla guerra difensiva
(!) per l’invidia di Re e popoli vicini (VII); si compiace che in passato i
giovani apprendessero il mestiere del soldato “esperti di cavalli più che di donne e festini” e si rammarica che
al popolo romano sia mancata adeguata glorificazione da parte di scrittori essendo
loro impegnati nell’azione (“optumus quisque facere quam dicere” sembra di
sentire “il governo del fare” di berlusconiana memoria), audaci in guerra e
giusti in pace. Tanto che ricorda che le punizioni per i soldati erano
principalmente per essersi lanciati contro il nemico “contra imperium” piuttosto che per essere
fuggiti (signa relinquere). Insomma
una lode sperticata e aulica, così di parte che, se non ha nulla a che vedere
con la storia, è esagerata anche sotto il profilo della leggenda.
E qui si inserisce la
prima descrizione
Fin qui un vero
romano, a parte l’animo depravato (un vero romano anche qui...).
Ma poi Sallustio
torna indietro e fa lo storico per farci capire come, quei Romani integerrimi,
iniziarono a corrompersi. Così ci racconta di Silla (XI) che, per attirarsi il
favore delle truppe, le trattò con indulgenza eccessiva tanto che certi luoghi
(loca amoena),
i piaceri (voluptaria facile) e l’ozio rammollirono quei
soldati. Questo quadro di rammollimento improvviso che ricorda gli ozi di Capua
di Annibale, è un singolo episodio possibile ma poco credibile: eppure su di
questo lui costruisce la sua visione dell’evoluzione storica della repubblica e
dei suoi mali.
Da lì infatti Sallustio fa
derivare un marciume di costumi con uomini che si prostituiscono, amori turpi,
donne impudiche e animi depravati: in tutto questo si inserisce perfettamente,
guarda caso, Lucio Sergio Catilina (della gens Sergia) che raccoglie intorno a sé criminali, degenerati,
puttanieri, adulteri, parricidi, sacrileghi e spergiuri.
Sottolinea inoltre che cercava
soprattutto di corrompere i giovani ma di questa accusa, che lo accomuna a
Socrate, parleremo dopo.
Veniamo alle nefandezze private.
Animo perverso e depravato era portato ai disordini,
violenze, rapine e alla discordia civile(!);
colleziona relazioni proibite (nefanda
stupra) con vergini e Vestali, si
innamora di Aurelia Orestilla della quale “nessun uomo trovò nulla da lodare
fuor che la bellezza”, fa sopprimere il figlio di primo letto di lei per
sposarla (“si da per certo”) e, dopo
quel delitto, nemico degli dei e degli uomini, non trova più pace.
Detto così sembra solo un normale delinquente come
ce ne sono tanti, arrapato collezionista di relazioni proibite e assassino per
amore che si circonda della peggiore ciurma di Roma; ma sappiamo invece che la
sua congiura aveva anche un disegno politico. Come si inseriva
nella lotta sociale? Nulla di nulla ci racconta Sallustio, annegando così le ragioni
politiche di una congiura in una sozza disposizione psicologia alla perversione.
Insomma anche Sallustio ripropone
gli argomenti con cui Cicerone combatté Catilina
nella lotta per il consolato del ’64 (in toga candida) e poi le Catlinarie dove
si trovano le più famose citazioni tramandateci dalla storia romana: “o tempora, o mores…”,
“ominia comperi…”, “usque
tandem…” fino a quel “Vixerunt” che testimonia
l’ipocrisia verbale del grande avvocato e il suo carattere che alcuni hanno
dipinto come timoroso (anche di chiamare le cose col loro nome).
La tecnica della macchina del fango sta nel vestire
l’avversario di accuse infamanti, tradurle in un linguaggio semplice e comprensibile
per il popolo, nasconderne le ragioni.
Ma le parole che Sallustio non vuole riferire le mette alfine in bocca a Catilina
stesso che parla genericamente di libertà, di ricchezze e onori che “apud illos sunt”; poi, sempre Catilina,
definisce i suoi come “i giovani” mentre gli altri sono consumati “dagli anni e
dal lusso.” Infine uno straccio di programma politico esaurito
in due parole con l’abolizione di debiti, la proscrizione dei ricchi, dei
magistrati e dei sacerdoti: insomma rapina e saccheggio come in guerra.
Un vero sovversivo!
Tanto che anche gli storici sovietici stalinisti
non ne fanno un eroe (vedi Kovaliov
nel 1948) definendo la differenza fra lui e Cesare e Crasso solo nel grado di
amoralità (Catilina) e cautela (gli altri due)
prendendo così per buone tutte queste accuse.
Insomma la tecnica è semplice:
La posizione così anomala della ricostruzione di
Sallustio viene in genere spiegata dagli storici come un postumo tentativo di
escludere Cesare (già morto all’epoca) dalla memoria della congiura.
L’idea che ce ne fosse ancora bisogno testimonia l’importanza
che la congiura ebbe all’epoca, almeno per questi storici. Questo bisogno sembrerebbe
contraddire la tesi del Carcopino che della congiura,
riprendendo un giudizio simile di Cassio Dione (2) ne parla come di un piccolo complotto. Valga a smentirlo la completa ricostruzione di
Massimo Fini (3) e il fatto che, a congiura sventata, Cicerone ebbe per primo
nella storia di Roma il titolo di “Padre della Patria”, titolo
poi ripreso da Augusto.
Ma allora perché
Sallustio, oramai isolato nella sua bella dimora sul Pincio,
doveva sentire l’esigenza di staccare Cesare da Catilina
dopo tutto il casino che era successo, le guerre civili, Farsalo,
la congiura contro Cesare, la sua uccisione e gli esiti della battaglia di Filippi?
Non mi sembra credibile che questa esigenza fosse
sentita da Sallustio che non si preoccupava più di Cesare tanto che, nel famoso
scontro in Senato ne riporta fedelmente le parole, ma sembra condividere
maggiormente quelle di Catone.
Allora qual è la ragione per cui Sallustio fa un
ritratto così negativo di Catilina, peggio del
ricordo che ne tramandava Cicerone, suo peggiore avversario?
Innanzitutto dobbiamo considerare che i nostri
schemi “politici” di destra (optimates) e sinistra (populares) non funzionavano allora
così (e forse anche oggi non più).
Infatti l’appartenere a
una fazione politica era un momento di presa di posizione non ideologica ma contingente:
così chi non trovava sbocco all’interno della cricca dei conservatori era
costretto a cercarlo altrove, più per crearsi una opportunità di successo che
per convinzione ideologica (non rientrano in questo schema i Gracchi).
Catilina stesso dimostra
questi cambi di schieramento: infatti fu valoroso e
decisivo combattente all’ala destra del reazionario Silla nella battaglia di
Porta Collina, attivo proscrittore di Mariani (aveva portato a Silla la testa
di suo cognato), ma lo ritroviamo poi a difesa della parte più sinistrorsa
della società romana fatta di giovani e poveri, con l’obiettivo di comandarne
la rivolta e prendere il potere.
Così anche Sallustio “cesariano”, e quindi alleato dei
populares che con Cesare e Crasso appoggiavano
dall’esterno Catilina, si rivela invece lo storico
più spietato nel condannare la congiura e anzi, ne fa la bandiera di tutte le
nefandezze che hanno rovinato Roma, di tutti i
diseredati facinorosi che sollevano la testa e minacciano l’operosa società dei
commercianti e dei senatori.
E con loro accusa i giovani che per lui,
conservatore e moralista, sono sempre pronti alla ribellione contro i padri,
fautori di quella mollezza di costumi causa di
decadenza e lutti.
Ora va ricordato che la società romana dell’epoca
teneva i figli sotto il totale potere del “pater familias”
che ne aveva diritto di vita e di morte, oltre che di venderli. Per questo ci
sono giunti diversi resoconti di processi per parricidio!
Così i figli, o crescevano lontano dai padri sotto
la naia, o perdevano il padre in tenera età e diventavano uomini (Cesare,
Pompeo, Silla), oppure rimanevano dei bamboccioni sotto l’autorità paterna.
Quei giovani bamboccioni che, senza la borsa dei soldi tenuta stretta dai
padri, sono per Sallustio sempre più fautori del più grande spettro
continuamente evocato: la cancellazione dei debiti. Spettro
di tutti i moralisti, degli usurai del 12%, degli spremitori delle provincie, dei
razziatori di opere d’arte per i loro giardini.
Che dire poi dell’Homo novus, quale anche Sallustio era,
che disprezza l’homo novus
Cicerone? Tipico di un moralista cieco, incapace di vedere altri punti di vista
che il proprio, e di dimenticarsi di quando ne aveva uno diverso. Moralista che
si scaglia contro la “cupido
pecuniam” e “avartitia” ma che non è
immune da peccati (tipico) dato le accuse di concussione (in base alla Lex Julia de repetundis del
Un altro elemento di interesse
che ci riporta ancora al rapporto padri-figli nel libro di Sallustio ci è
offerto dal preciso resoconto che fornisce dei discorsi dei due grandi
avversari in Senato, Cesare e Catone, quando si discuteva della giusta pena per
i congiurati.
E qui il cesariano Sallustio tifa apertamente per
Catone il moralista (che aveva “venduto”) che attacca a sua volta tutti i
senatori “ciascuno
di voi delibera solo per i suoi interessi, a casa siete schiavi dei piaceri…” Detto
da lui che aveva venduto sua moglie a Ortensio per ereditarne poi la fortuna fa
un po’ riflettere!
Racconta poi un dettaglio divertente quando Cesare viene accusato improvvidamente da Catone di ricevere pure in
Senato “pizzini” dai congiurati: immaginate la scena
con Cesare che subito sbandiera al vento il bigliettino scritto invece dalla
sua focosa amante, fra l’altro sorella di Catone, oltre che moglie di Lucullo.
Dettagli che ci dipingono una scena di vita vissuta e ci danno un quadro dei
rapporti umani dell’epoca molto più efficacemente di tanta prosa scritta.
Tralasciando le loro posizioni un
elemento suscita interesse: la loro opposta visione della vita oltre la morte.
Cesare è un laico che considera la morte una pena troppo lieve perché “la morte non è un supplizio, è un riposo agli affanni…dopo la morte non
c’è più spazio per preoccupazioni ne gioie”.
Catone invece si colloca nel solco della tradizione
religiosa, degli avi, degli Dei che “ci
saranno ostili” e per scuotere i
senatori esitanti sulla pena di morte ricorda un episodio della storia romana
in cui un padre fece giustiziare il figlio troppo valoroso (A. Manlio Torquato
ma un analogo episodio ce lo narra anche Livio con Postumio Tuberto). Che padri
severi, giusti e imparziali: che modelli! Quanto piaceva questo ai veri romani
conservatori! Pensate che gioia per un giovane impaziente morire così, di
troppo valore, per ordine del proprio padre!
Infine attacca Cesare che non crede in quello che
si dice sugli Inferi, cioè l’inferno per i cattivi e un luogo diverso per i “boni”.
Così da questo dialogo possiamo dividerli, come
accade anche oggi, in chi credeva negli dei e negli inferi e chi no?
In cosa credevano poi veramente, al
di là dei fegati, delle interiora? Credevano nelle indicazioni che i
sacerdoti raccoglievano dai “polli auguri” prima della
battaglia? O erano come il Console che, visto che i
polli non si decidevano a beccare, li gettò in mare e disse “se non si decidono
a beccare allora nuoteranno”?
Il senso laico o religioso che avevano
ce lo suggerisce la differenza fra alcune delle accuse mosse da Cicerone a Catilina in pubblico, e quelle mosse in privato che
leggiamo nelle lettere ad Attico nelle quali mancano le accuse più false,
quelle di voler incendiare Roma.
Si credeva in quello che faceva comodo
ma si sapeva anche che il popolo, alle accuse gridate forte e col sostegno di
prodigi, credeva veramente; così si usavano (imbrogliando e corrompendo,
interpretando e raccontando assurdità) ogni tipo di auspici, dal fegato degli
animali, al volo degli uccelli fino a fulmini, saette e comete!
Perché dunque Catilina ha
lasciato traccia così ferocemente impressa nella storia romana tanto che, oltre
due secoli più tardi, Cassio Dione
racconta che per il più empio dei giuramenti, aveva sacrificato un bambino e
aveva mangiato le sue viscere insieme ai compagni? (4).
A chi faceva ancora così tanta paura Catilina da dover inventare, dopo due secoli, tali
nefandezze sul suo conto tali per colpire la fantasia del popolo (e nessuna
voce a smentirle)?
Faceva ovviamente paura ai possidenti, senatori e
cavalieri che detenevano il potere e contro i quali Catilina
rivendicava la libertà (“vindicamus in libertatem”).
Faceva paura a Cicerone che dopo l’assassinio di
Cesare vedeva una minaccia nei “perditi nomines” che eressero nel Foro
un’ara e una colonna sul luogo dove fu cremato il corpo di Cesare. La minaccia
rappresentata dall’esistenza stessa dei miserabili, definiti dal grande avvocato facinorosi, temerari, scellerati e
degenerati.
La minaccia che si era materializzata poi nelle
Legioni di Cesare che rivendicava per sé e per il popolo romano la libertà (“libertatem vindicaret”):
libertà, parola sempre vuota di contenuti ma che solo pochi anni dopo la
congiura risuonava ora minacciosa in bocca a Cesare con le sue legioni e
declinata, guarda caso, con gli stessi termini usati 15
anni prima da Catilina.
Così penso che sarebbe bello che quei fiori che
oggi, a duemila anni di distanza, vedo ogni giorno ai Fori imperiali sul luogo
dove fu cremato dalla folla il corpo di Cesare, fossero
deposti proprio da loro, quei miserabili, a celebrazione di chi avevano
intravisto come interprete dei loro bisogni.
Peccato che non sia così.
NOTE.
(1). Gianni Vattimo. Introduzione a “Verità e metodo”
di H.G.Gadamer
(2). “Ebbe una risonanza maggiore di quella che
si addiceva al suo reale operato, a causa della fama e delle arringhe di Cicerone”. Storia
romana Libro XXXVII Cap.42
(3). Massimo Fini.
Ritratto di un uomo in rivolta. Mondadori 1996
(4). Cassio Dione cit. Cap. 30