(tratto
dal sito dell’Autore www.homolaicus.com. e dal suo testo integrale GRAMMATICA
E SCRITTURA dalle astrazioni dei manuali scolastici ed.Lulu)
1. Vivere è comunicare. Comunicare è vivere
A.
L'espressione
«Vivere è comunicare» non ha la pretesa di indicare che la vita che viene
comunicata sia di per sé una vita di «valore». L'espressione in sé non dice
nulla sul significato della vita che si vuole comunicare, né, tanto meno,
rappresenta un indice della positività di tale significato.
B.
Da
qualunque contenuto comunicato non si può di per sé dedurre in maniera logica,
consequenziale, il valore dell'esperienza cui esso fa riferimento.
Per comprendere in maniera sufficientemente
adeguata il valore di un'esperienza, occorre che il ricevente del messaggio si
lasci coinvolgere nell'esperienza che gli offre l'emittente, assumendone i
valori. Il che dipende unicamente dalla predisposizione interiore del
ricevente, che può essere più o meno favorita dalla forza attrattiva del
messaggio e dello stesso emittente.
Le obiezioni che a questo punto si
possono porre sono due:
a) la condivisione di un'esperienza
comune può anche portare a non saper individuare le soluzioni per risolvere in
maniera adeguata le sue contraddizioni, al punto che per comprendere bene una
determinata esperienza occorre condividerne un'altra di valore superiore;
b) se si condivide già una
determinata esperienza, a che serve comunicarsene i valori?
La risposta a questa seconda
obiezione è facile: non c'è nessuna esperienza che possa essere condivisa fino
al punto di non aver bisogno di essere usata come oggetto di comunicazione.
Questa è la premessa fondamentale
da cui partire per una qualunque analisi sul linguaggio. Se vogliamo
considerare il silenzio come l'espressione
più adeguata per comunicare un certo tipo di esperienza, bisogna altresì
aggiungere che la comunicazione è cosa che non riguarda unicamente la parola e
che col termine linguaggio occorre intendere la capacità espressiva umana in
senso lato. Inoltre l'esperienza umana non è così perfetta da non aver bisogno
della comunicazione per poter rimanere coerente con i propri valori
fondamentali, ovvero per potersi riprodurre all'infinito. Essa è costantemente
soggetta a fasi di diversa intensità.
La risposta alla prima obiezione
richiederebbe invece un trattato a parte. In effetti, oggi non possiamo
prescindere dal fatto che una qualunque trattazione dell'argomento in oggetto è
storicamente situata in un contesto socio-culturale caratterizzato dalla logica
dell'antagonismo.
A noi non interessa unicamente
analizzare le caratteristiche del linguaggio umano, ma: 1. analizzare tali
caratteristiche considerando che ci troviamo a vivere una formazione sociale
particolare; 2. verificare in che modo da tale analisi si possono trarre degli
spunti utili per uscire da questa formazione antagonistica.
B. Ora procediamo. Se l'espressione «Vivere è
comunicare» non dice nulla sul significato dell'esistenza cui fa riferimento,
l'espressione opposta: «Comunicare è vivere» offre ancor meno indicazioni.
Questa seconda espressione infatti
o viene considerata in maniera del tutto semplicistica, nel senso che chiunque
comunichi qualcosa, in qualunque modo e con qualunque mezzo, deve per forza
essere un soggetto esistente, in vita, in quanto i morti non comunicano (anche
se qualcuno pensa che attraverso dei fenomeni paranormali possano farlo);
oppure occorre considerarla in maniera circospetta, nel senso che chiunque
abbia la pretesa di dimostrare qualcosa solo per il fatto che la comunica, va
guardato con sospetto.
L'espressione «Comunicare è vivere»
può essere soggetta a un'illusione che nel nostro tempo, basato su un uso
massiccio dei mezzi mediali, è piuttosto tipica. Molti infatti ritengono che la
qualità di un'esistenza sia proporzionale alla quantità di messaggi che essa
trasmette o che su di essa si trasmettono. Quanto più si «comunica» tanto più
«si crede» (o si vuol fare credere) di vivere un'esistenza significativa, dotata
di un certo prestigio.
Certamente la proprietà dei mezzi
comunicativi garantisce un elevato potere politico (persuasivo), ma essa di per
sé non garantisce affatto che tale potere venga usato per fini democratici e
umanitari, proprio perché non è la capacità di trasmettere notizie e
informazioni che può di per sé dimostrare un valore positivo di un'esistenza.
Normalmente anzi, laddove i mezzi
di comunicazione appartengono a poche persone, il loro uso è necessariamente,
inevitabilmente, anti-democratico. Paradossalmente, laddove si usa tanta
informazione monopolistica, unidirezionale, non interattiva, lì di sicuro essa
si rivela del tutto inutile, anzi dannosa, ai fini dello sviluppo della
democrazia.
Nulla infatti è più inutile di
quella informazione che non permette di contribuire in qualche modo alla
risoluzione del problema che si presenta. Persino la comunicazione interattiva
non serve a nulla se alla fine il problema rimane irrisolto.
2. Ogni comunicazione avviene per mezzo di segni
Si comunica attraverso dei segni
(fonici, gestuali, grafici, tattili…), ma mentre negli animali questo processo
è istintivo (ciò che si apprende ex-novo è ben poca cosa, o comunque è
frutto di un periodo molto lungo), negli esseri umani invece il modo migliore
per comunicare è quello che si apprende e che appartiene ad ogni singolo
individuo.
Gli esseri umani sono predisposti
dalla natura a comunicare, ma se vivessero per tutta la loro vita accanto agli
animali, si esprimerebbero come gli animali.
L'apprendimento all'uso dei segni è
un processo lento e graduale, ma permette una comunicazione incredibilmente
complessa, che neppure tutti gli animali della terra messi insieme potrebbero
raggiungere.
Pertanto, tutto quello che è istintivo nell'uomo non è molto diverso
dalle caratteristiche animali, e quello che è culturale (cioè appreso) è quasi del tutto sconosciuto agli
animali.
Facciamo un esempio. Un animale
quando ha fame e non trova da mangiare può diventare molto aggressivo. Anche un
essere umano può diventarlo, ma di fronte a sé ha varie possibilità:
a) la prima strada, quella più
istintiva, la più vicina al mondo animale, è quella della ricerca individuale
del cibo, il che porta a considerare tutti gli altri umani (ad eccezione dei
propri cari, ma a volte neppure questa eccezione tiene) come nemici da
combattere strenuamente;
b) la seconda strada rappresenta
già un'evoluzione mentale: il suicidio, che è praticamente sconosciuto agli
animali. Per arrivare a scegliere un'opzione del genere occorre essere
rassegnati all'idea di potersi procurare del cibo. Spesso accade che in tali
situazioni, l'individuo, prima di suicidarsi, uccida i propri figli o li
abbandoni;
c) la terza strada implica il
superamento della concezione individualistica dell'esistenza. I soggetti che
patiscono la fame si associano, cercano di capire le cause del loro malessere e
trovano delle soluzioni comuni, più o meno innovative.
Questa terza strada è del tutto
sconosciuta agli animali. Certo, può esistere una specie che ad un certo punto
si accorge che è meglio cercare la selvaggina cacciando in gruppo. Ma questo
processo non porterà mai una specie a «collaborare» con un'altra specie
analoga. Quando nel mondo animale avvengono forme di «reciproco aiuto», queste
sono sempre fra specie molto diverse, che non si sentono minimamente in
antagonismo o in concorrenza.
L'equilibrio della natura sta
appunto nel fatto che esiste una relativa compensazione tra specie rivali. La
selezione naturale è sostanzialmente basata sul principio «mors tua vita mea».
L'intelligenza degli umani è in
grado di andare al di là di tale semplicistica compensazione. Gli esseri umani
infatti non sono superiori agli animali unicamente perché hanno saputo
elaborare dei segni (messaggi) molto più sofisticati, che coprono enormi
distanze spaziali e che perdurano nel tempo. La superiorità dipende soprattutto
dal fatto che, volendo, gli umani possono organizzare la loro vita senza
sentirsi fra loro in antagonismo per la sopravvivenza.
Qualunque tentativo di ridurre le potenzialità umane a caratteristiche
di tipo animalesco, denuncia una concezione di vita meramente individualistica,
che torna sicuramente comodo a chi detiene le leve del potere, il quale
ovviamente, coi mezzi a sua disposizione, non può temere un'opposizione
isolata.
3. I segni vengono percepiti attraverso i sensi
Come noto, i segni possono
distinguersi a seconda dei nostri sensi, che appartengono anche al mondo
animale: acustici, visivi, tattili, olfattivi e gustativi. I primi due gruppi
sono i più importanti.
Uno stesso segno però può
comunicare messaggi diversi: p. es. il suono della campanella dell'ultima ora
di lezione, pur avendo lo stesso suono di quello della prima ora, produce
indubbiamente, in chi l'ascolta, un effetto diverso. L'odore di un profumo può
farci venire in mente una determinata persona, il sapore di una pietanza può
farci ricordare una certa situazione.
Questi segni plurivoci (e sono
praticamente infiniti) per essere interpretati adeguatamente, vanno
contestualizzati.
Tuttavia, a differenza del mondo
animale, i nostri sensi possono captare dai segni taluni messaggi che in un
certo senso vanno ben al di là del loro contenuto specifico. Tant'è che a volte
attribuiamo a questi messaggi dei significati ignoti persino a chi ce li ha
inviati.
Essendo infinitamente più complessi
degli animali, gli umani tendono sempre ad andare «oltre» al semplice contenuto
ricevuto da un messaggio.
A volte, per stupidità, non
sappiamo cogliere le sfumature simboliche o allegoriche di taluni messaggi;
altre volte invece esageriamo proprio in questa direzione, snaturando la
semplicità, il realismo e la concretezza di certi contenuti.
Tutti questi processi, che sono
dettati da interessi o atteggiamenti personali o predisposizioni mentali, sono
assolutamente estranei agli animali, avvezzi a un linguaggio piuttosto
standardizzato.
È praticamente impossibile per un
essere umano formulare un concetto, trasmettere un contenuto in modo tale che
non possa essere assolutamente frainteso. A meno che non si decida di usare
volontariamente un linguaggio simile a quello animale.
La complessità del linguaggio umano
sta proprio in questa sua intrinseca ambiguità, che può aumentare in
proporzione della distanza fisica, spaziale, dei due soggetti comunicanti.
Quanto meno esiste la possibilità
di verificare in maniera diretta l'attendibilità di certi contenuti, tanto più
esiste la tentazione di servirsi del linguaggio in maniera ambigua, cioè per
ingannare gli altri - che poi significa, in ultima istanza, ingannare se
stessi.
4. Il significante e il significato
Il segno può collegare in vari modi un significante (elemento fisico-materiale)
con un significato (elemento
concettuale-astratto).
Ovviamente il significante più importante è l'essere umano, perché è il più
completo, mentre il significato più
importante è quello che permette di vivere un'esistenza autenticamente umana.
Tutti gli altri mezzi che l'uomo si
dà sono parziali o riduttivi. Pertanto, tutti i significati trasmessi con tali
mezzi, non strettamente coincidenti con l'essere umano, sono non meno parziali
e riduttivi.
Non c'è nessun mezzo che possa
trasmettere un significato autenticamente umano in modo migliore del «rapporto
umano» stesso. Qualunque pretesa di trovare a tale mezzo un sostituto
equivalente, è destinata a rivelarsi illusoria (in forme più o meno
pericolose).
Infatti, se è vero che ogni segno è
frutto di una convenzione, l'unico segno a fondamento di tutte le convenzioni e
che non può essere considerato in maniera convenzionale, è appunto il «rapporto
umano», che esiste o non esiste, nel senso che o è «umano» o non lo è.
Qui il rapporto che lega
significante e significato è fondamentalmente di tipo ontologico. Soltanto
attraverso un rapporto umano si può trasmettere un significato dell'esistenza
adeguatamente umano.
Quando una persona «x» ama una
persona «y», non ha bisogno di aspettare che la persona «y» le spieghi
preventivamente cosa intende con la parola «amore». Se la persona «y» non si
sente attratta dall'amore della persona «x», cercherà una persona «z», ma anche
con questa persona non potrà realizzare un rapporto d'amore soltanto dopo aver
deciso, in maniera convenzionale, cosa bisogna che i due intendano con la
parola «amore». Questi processi intellettualistici presuppongono un tipo di
vita del tutto individualistico.
Non si può stabilire un codice
preventivo per realizzare un rapporto basato sull'amore, sulla fiducia,
sull'amicizia, sull'onestà ecc. Rapporti di questo genere possono darsi delle
regole, delle leggi, dei codici solo quando essi vengono meno, cioè quando si
attenua la loro intensità e si rischiano delle rotture traumatiche.
Ma le regole, le leggi, i codici
hanno un semplice valore strumentale e provvisorio: nessuno di essi sarà mai in
grado, da solo, di salvare un rapporto compromesso. Occorre sempre la libera volontà
umana.
5. Segni artificiali e segni naturali
Se i segni artificiali sono
convenzionali, quelli naturali sono necessari. Per esempio, l'orma di un
animale lasciata sulla sabbia è un segno naturale, in quanto indipendente da
qualunque volontà comunicativa.
Normalmente gli esseri umani
attribuiscono un vero significato solo ai segni artificiali, cioè a quei segni
che loro stessi si danno. Ma sarebbe un errore pensare che i segni naturali non
abbiano alcun significato per l'uomo. Respirare a pieni polmoni l'aria
salmastra del mare, durante le vacanze, può trasmettere una sensazione più
piacevole del ricevere una mail da un sender lontano migliaia di chilometri.
Gli esseri umani, comunicativi per
eccellenza, non possono fare a meno dei segni naturali, muti per eccellenza, il
cui significato può essere soggetto a interpretazioni alquanto soggettive. Gli
umani non possono fare a meno dei messaggi silenziosi che trasmette loro la
natura.
Ovviamente gli umani danno
importanza anche a tutti i segni naturali che loro stessi producono senza
saperlo o senza volerlo. Tutti questi segni sono stati classificati in tre
categorie: tracce, sintomi e indizi. Tracce e indizi sono i segni preferiti p. es. dagli
investigatori. I sintomi invece sono oggetto di grande interesse da parte di
medici e psicologi.
Questi segni possono permettere di
fare constatazioni, congetture, deduzioni, ipotesi ecc. Una delle grandi
illusioni della civiltà occidentale è quella di credere di poter risolvere le
cause dei problemi conoscendone gli effetti (i sintomi). La «conoscenza» viene
spesso considerata come un elemento sufficiente per risolvere i problemi della
«vita».
Infine esistono tanti segni
artificiali (provocati dalla cultura) che col passar del tempo diventano, per
una determinata popolazione, del tutto naturali, come p. es. il modo di
mangiare o di vestire o di festeggiare una ricorrenza, di celebrare un rito
ecc.
Questi segni mutano con molta
lentezza, in maniera praticamente impercettibile. Il segno cambia perché cambia
la cultura, il valore che lo sorregge e quindi l'esperienza che vive quel
determinato valore culturale.
A volte i mutamenti vengono
impediti dalle classi sociali che detengono il potere, ma solo fino a quando
non avvengono forti rivendicazioni popolari.
I segni artificiali veri e propri
si distinguono in tre categorie: segnali,
simboli e icone.
a) I segnali dovrebbero avere un significato piuttosto evidente;
semplicità ed efficacia sono gli attributi che caratterizzano questi messaggi
diretti, immediati, che devono colpire i sensi, l'istinto (si pensi p. es. ai segnali
stradali). L'alfabeto Morse, sebbene sia un insieme di segni simbolici, col suo
ben noto SOS trasmetteva sicuramente un segnale di pericolo.
b) I simboli sono segni convenzionali che stanno al posto di qualcos'altro
(p. es. i segni linguistici, i numeri, le note musicali…). I segni simbolici
devono essere compresi nella loro interezza, altrimenti l'uso diventa
falsificato.
c) Le icone sono segni dal forte contenuto espressivo, che fa pensare a
un significato impegnativo (p. es. un quadro, un disegno, una foto…). Le icone
possono avere un messaggio così stratificato che a volte solo poche persone
sono in grado di afferrarlo nella sua completezza. Tuttavia, il fatto di poter
comprendere solo una parte del suo significato non comporta, di per sé, una sua
errata interpretazione. Il logo (o marchio distintivo) è un'icona simbolica il
cui significato non è particolarmente profondo, ma è comunque stilizzato in
modo tale da risultare facilmente individuabile o memorizzabile.
La scienza che studia il
significato dei segni è la semiotica o semiologia o semeiotica, dal greco semeion, segno e logos, studio. Nessuno
studio dei segni è possibile senza un affronto preliminare delle concezioni di
vita, dei valori culturali dell'esperienza che produce determinati segni.
6. Il
processo comunicativo
Il modello generale della
comunicazione di basa sull'interazione di sei elementi fondamentali:
Per
esserci comunicazione devono essere presenti tutti questi elementi, nessuno
escluso. Spesso ad essi si aggiungono altri due elementi, che vengono
considerati secondari, ma che nella civiltà occidentale hanno una funzione
primaria: rumore e ridondanza.
Ovviamente il fatto che tutti
questi elementi debbano essere presenti non sta a significare che in un
contesto comunicativo se ne abbia una perfetta consapevolezza. Spesso infatti
il ricevente non sa di esserlo o se ne accorge solo dopo un certo tempo; oppure
l'emittente crede di esserlo in un modo e invece lo diventa in un altro, del tutto
involontario.
Il processo comunicativo è una
delle cose più complesse che esistano e la presenza contemporanea dei sei
elementi suddetti non garantisce ch'esso avvenga in maniera regolare,
ortodossa… I fraintendimenti sono all'ordine del giorno su tutti e sei gli
elementi. D'altra parte, la possibilità dell'equivoco è uno dei fattori che
distingue la comunicazione umana da quella animale.
Il settimo elemento infatti, quello
assolutamente più importante, che dà senso a tutti gli altri elementi, è anche
quello che non si vede, poiché rappresenta un processo mentale o spirituale o
interiore: è la comprensione adeguata del
messaggio nel momento in cui lo si riceve. Questa comprensione provoca una
reazione psicologica particolare nell'animo umano, non solo da parte di chi
riceve il messaggio, ma, di conseguenza, anche da parte di chi l'ha inviato.
Se ci limitassimo a discutere sui
sei elementi suddetti, noi avremmo precisato le modalità tecniche della
comunicazione, ma non avremmo detto nulla sulla sua effettiva riuscita, la
quale non può dipendere unicamente da quegli elementi.
I) Emittente e ricevente
Emittente viene dal latino e-mittere, cioè mandare fuori, inviare.
In lingua italiana si dice anche mittente, trasmittente (ciò che trasmette un
messaggio), codificatore (ciò che trasforma in segni il senso di quanto si
vuole trasmettere).
Ricevente viene dal latino recipere, cioè ricevere. In lingua
italiana si dice anche destinatario (colui al quale è destinato un messaggio) o
decodificatore (cioè colui che o ciò che trasforma i segni in concetti).
In un reale processo comunicativo i
due ruoli sono continuamente intercambiabili. Se non c'è interazione, la
comunicazione infatti viene detta unidirezionale, unilaterale… Un insegnante
che si prepara a voce alta la lezione che il giorno dopo farà ai suoi allievi,
può essere più comunicativo, nel momento in cui parla da solo, di
quell'insegnante che parla ai propri ragazzi senza mai chiedere loro se hanno
capito, se hanno domande da fare e soprattutto senza avere la pazienza
d'aspettare una loro reazione (o informazione di ritorno o retroazione o feed-back).
L'efficacia di un qualunque
messaggio comunicativo è direttamente proporzionale al grado d'interattività
che permette. Si badi: il fatto che l'interattività debba esistere non
significa ch'essa possa essere considerata come un limite da sopportare.
L'interattività è la precondizione fondamentale che permette ad un messaggio
d'essere non solo condiviso, ma, proprio per questa ragione, anche modificato.
Ovviamente qui si dà per scontato
che la comunicazione sia un processo attivo, che coinvolge emittente e
ricevente… Alcuni sostengono che esiste comunicazione anche tra due persone che
in uno scompartimento del treno non si dicono una sola parola. Questa forma di
comunicazione è però al negativo e non porta ad alcun risultato meritevole di
considerazione.
I due individui possono non
parlarsi per vari motivi, ma finché non si parlano questi motivi restano
indecifrabili (soggetti a molte congetture) - ciò che appunto la comunicazione
deve evitare, poiché essa ha lo scopo di aiutare a comprendere (anche,
eventualmente, per modificare degli atteggiamenti o delle opinioni).
La comunicazione più perfetta è
quella tra due persone che possono servirsi di tutto il loro corpo per comunicare.
Quanto più tra queste due persone si frappongono mezzi meccanici, tanto più la
comunicazione diventa imperfetta.
Per non risultare impossibile, a
causa della presenza di questi mezzi artificiali, la comunicazione deve darsi
delle regole molto precise, che vanno rispettate sia dall'emittente che dal
ricevente. (A dir il vero oggi, nella civiltà occidentale, è netta la dittatura
comunicativa e informativa dell'emittente, cioè di colui che dispone della
proprietà dei mass-media e che non tollera interferenze che possano mettere in
discussione tale monopolio).
Questo naturalmente non significa
che ci sia più possibilità di «reciproca comprensione» tra due persone vicine
(prossemiche) che non tra due persone lontane, divise da vari mezzi
artificiali. Probabilmente anzi il bisogno dell'umanità di darsi dei mezzi
artificiali con cui poter comunicare con persone lontane, è nato proprio dalla
difficoltà di instaurare rapporti normali (umani) con persone vicine.
Tuttavia è fuor di dubbio che
nessun mezzo artificiale è in grado di ovviare alle carenze di un normale
rapporto comunicativo tra due persone vicine. Chi pensa il contrario, si crea
delle illusioni.
Oltre a ciò bisogna precisare che
nel mondo degli umani, tra emittente e ricevente spesso si frappongono non
tanto mezzi meccanici, quanto altri esseri umani, che svolgono funzioni
particolari e che rendono la comunicazione a volte più facile e altre volte più
difficile. Si pensi p. es. alla funzione del giornalista, quando deve riportare
le parole di una persona intervistata, oppure alla funzione di un ambasciatore.
Normalmente qualunque intermediario
(ricettore) modifica in qualche sua parte il messaggio ricevuto che deve
ritrasmettere: se non lo fa nel contenuto, lo fa nella forma o nel tono. Questo
è un limite assolutamente inevitabile.
D'altra parte un mezzo meccanico
non potrebbe essere più fedele di un soggetto umano. Anzi, mentre un
intermediario può in qualche modo rimediare a una possibile cattiva ricezione
del messaggio (l'emittente può averglielo fornito in maniera inadeguata o
imprecisa o insufficiente), una macchina non può certo farlo. Quante volte si
sono avuti ambasciatori migliori dei loro capi di Stato?
Si può addirittura dire che tra due
involontarie falsificazioni, quella dell'intermediario umano e quella della
macchina, la prima sia sempre meno grave della seconda, proprio perché di
fronte a una macchina ci si aspetta la perfezione, mentre di fronte a un
soggetto umano si è disposti a tollerare delle manchevolezze.
A volte gli intermediari umani
rendono più facile la comunicazione, poiché sanno semplificarla senza
banalizzarla, oppure perché sanno smorzare toni troppo eccessivi da parte
dell'emittente. Tuttavia, un mediatore viene accettato come tale dall'emittente
proprio perché questi può fidarsi dell'onestà di quello. Un mediatore non
potrebbe mai falsificare un messaggio senza pensare che l'emittente potrebbe
anche sostituirlo con un'altra persona di fiducia.
II) Messaggio, Referente e Contesto
Il contenuto della comunicazione di
chiama messaggio (dal latino missum, «ciò che è stato inviato»).
L'oggetto cui il messaggio
esplicitamente o implicitamente si riferisce si chiama referente. L'oggetto può essere una cosa reale o immaginaria, un
concetto o uno stato d'animo… Per esempio il messaggio «piove» ha come
referente la «pioggia».
Il referente, in un certo senso, dà
sostanza al messaggio, che altrimenti apparirebbe incomprensibile, troppo
astratto e generico o poco significativo.
Tuttavia, sarebbe un errore pensare
che sia sufficiente individuare il referente per comprendere in maniera
adeguata un messaggio. Messaggio e referente possono essere compresi in maniera
adeguata solo se collocati in un contesto
spazio-temporale e semantico
sufficientemente definiti (che poi sono il substrato e lo sfondo in cui le
parole acquistano un significato più o meno specifico).
Per restare all'esempio di prima:
l'espressione «piove» se viene detta in una zona desertica, dove l'acqua
scarseggia, può far pensare a uno stato d'animo collettivo di felicità, ma se
viene detta in una zona geografica caratterizzata da una forte presenza
industriale, può anche suscitare delle preoccupazioni, in quanto la
collettività già conosce il pericolo delle «piogge acide».
Come si può notare, il referente
pioggia non dice nulla di particolarmente significativo se estrapolato da un
determinato contesto. L'affermazione «piove» continua a restare di tipo
generico. A tale proposito, si pensi solo a quanti malintesi suscitano molte
previsioni meteorologiche, e non solo perché, nonostante i mezzi
tecnico-scientifici, spesso si rivelano molto approssimate o addirittura
infondate, ma anche perché sono continuamente soggette agli umori popolari. Il
sole, p. es., viene sempre presentato come indice di «bel tempo» e la pioggia
come indice di «cattivo tempo». Solo quando vi è troppo caldo si dice che
dovrebbe piovere.
Questo modo d'impostare le cose non
tiene assolutamente conto della naturale alternanza di sole e pioggia, né,
tanto meno, del fatto che p. es. l'agricoltura ha bisogno delle piogge non meno
che del sole per potersi sviluppare (aspetto, questo, che in una società basata
prevalentemente sull'industria e i servizi risulta del tutto marginale).
Dunque, per comprendere o per
formulare adeguatamente un messaggio occorre saper bene in quale contesto (o
per quale contesto) è nato (o è indirizzato).
Occorre avere una consapevolezza
storica o sociale o culturale o ambientale sufficientemente sviluppata,
altrimenti non si fa «scienza», ma solo chiacchiera.
Si badi: la comprensione o la formulazione
adeguata di un messaggio non è inversamente proporzionale al numero di
possibili referenti cui quel messaggio può collegarsi; un messaggio non viene
più facilmente compreso o formulato quanto minori sono i referenti cui esso può
rivolgersi.
In ultima istanza è sempre e solo
il contesto semantico
(extra-linguistico) che decide in merito, ed esso è essenzialmente un contesto sociale,
cioè basato su rapporti umani che si presume siano caratterizzati da
un'esperienza di valore, situati in uno spazio e in un tempo
determinati.
Questo ovviamente non significa che
un messaggio formulato correttamente non possa essere frainteso. Significa
semplicemente che se uno pensa di poter essere capito meglio, utilizzando un
linguaggio ritenuto inequivoco, s’illude.
Un linguaggio potrebbe essere
inequivoco se avesse pochissime espressioni da comunicare, cioè se fosse vicino
a quello animale, ma in un linguaggio del genere nessun essere umano si
riconoscerebbe. Senza poi considerare che una delle caratteristiche degli umani
è proprio quella di voler equivocare sulle parole (fatto, questo, che produce
situazioni paradossali, comiche, tragicomiche…, assolutamente sconosciute al
mondo animale). La possibilità di equivocare appartiene all'esercizio della
libertà umana.
II.1. Contesti specifici
Il contesto dunque aiuta sia
l'emittente a codificare che il ricevente a decodificare il messaggio in modo
adeguato alla situazione da cui esso dipende.
Il contesto non solo collega il
messaggio al referente in modo univoco, ma collega fattivamente l'emittente al
ricevente, precisando i ruoli di ciascuno e stabilendo le regole cui ciascuno
si deve attenere.
Il problema infatti è quello di
realizzare, anche a distanza di tempo e con spazi molto ampi, una comprensione
la più possibile adeguata del messaggio.
Ed è appunto il contesto che
permette di conoscere tutta una serie di elementi extra-linguistici o
meta-linguistici che aiutano in maniera decisiva la comprensione del messaggio.
L'ambiguità della comunicazione non
è un limite, ma una ricchezza del linguaggio umano, proprio perché le sfumature
di senso sono tantissime.
Va poi considerato che spesso e
volentieri l'emittente, quando lancia un messaggio, pensando di riferirsi ai
suoi contemporanei, lascia sottintesi molti elementi del contesto cui il
messaggio si riferisce, per cui, a distanza di tempo, può risultare abbastanza
difficoltosa la comprensione di quel messaggio, quando non addirittura
impossibile.
I presupposti, i rimandi impliciti
sono spesso la chiave di volta che permette al ricevente di decodificare il
messaggio, ma essi, per essere individuati, necessitano di una conoscenza
adeguata del contesto originario.
Tale conoscenza può apparire tanto
più difficile quanto più il contesto è lontano nel tempo e nello spazio. Tuttavia
non è sempre così. Oggi sappiamo molto di più sui misteri delle piramidi o di
Stonhenge che sui misteri della strategia della tensione o del disastro di
Ustica.
Molto dipende, nel campo della
comunicazione, dalla volontà di farsi capire, oppure dalla possibilità
effettiva di farsi capire. Spesso infatti chi lancia un messaggio deve tener
conto di divieti e censure cui il potere politico, in modo diretto o indiretto,
lo obbliga.
Semplificando, si può forse dire
che, a seconda dei vari tipi di messaggio, esistono tre forme contestuali:
a) linguistica e testuale,
la quale permette di comprendere il significato di un messaggio rapportandolo
al testo cui appartiene. Questo per evitare indebite estrapolazioni o le
ricostruzioni del senso di un messaggio prendendo pezzi di frasi in ordine
sparso, usando il contesto linguistico solo in maniera molto approssimata (che
è il criterio di certe antologie o di molti riassunti usati in ambito
scolastico);
b) situazionale o extra-linguistica,
la quale permette di comprendere il significato di un messaggio inserendolo in
una particolare situazione o circostanza: qui l'analisi del tempo e dello
spazio diventa decisiva, nel senso che bisogna saper rispondere alle domande
«quando» e «come»;
c) culturale, la quale permette di chiarire il significato di un messaggio
inserendolo in un insieme più o meno vasto e complesso di elementi collegati
alla cultura di un gruppo sociale, di un ambiente, di una collettività, facendo
bene attenzione a non isolare mai un individuo dal gruppo cui appartiene. Qui
occorre, rispondendo alla domanda del «perché», analizzare gli sviluppi delle
idee, delle concezioni di vita, delle scelte normative, delle decisioni
politiche ecc. È indubbiamente il lavoro più difficile. Chi si limita a fare
questo, prescindendo dagli altri due lavori, costruisce senza fondamenta.
Spesso, ingenuamente, si ritiene
che un messaggio sia tanto più efficace quanto più si presenta privo di
riferimenti contestuali. Addirittura si pensa che un messaggio possa aspirare
all'eternità quanto più si distacca dalla storicità che lo condiziona. Niente
di più falso. Un messaggio può essere utile ai posteri solo se è stato utile ai
suoi contemporanei. Ovviamente ai posteri sarà utile solo come «lezione di
metodo», come «criterio generale dell'agire», ma questo è quanto basta per
essere concreti e determinati storicamente.
Il tempo che deve caratterizzare
massimamente l'individuo è il presente. Ogni messaggio è tanto più
utile, interessante, vero e profondo quanto più ha saputo aiutare gli uomini
del presente a risolvere i loro problemi. Si può in tal senso sostenere che un
messaggio è tanto più destinato a durare nel tempo (come «insegnamento»),
quanto più esso ha saputo collocarsi nel tempo in cui è stato formulato.
L'eternità dipende dalla storicità.
III) Il canale
Il messaggio, per giungere
dall'emittente al ricevente, deve passare attraverso un mezzo, chiamato canale.
I cinque sensi del corpo umano
rappresentano, in tal senso, i cinque canali fondamentali naturali. Di essi la
società occidentale ne ha sviluppati, in forza soprattutto dei mezzi tecnici,
soprattutto due: visivo e uditivo. Viceversa, gusto, olfatto e tatto sono stati
abbastanza penalizzati.
Il tatto, nella nostra società, è legato più che altro a situazioni di
tipo sessuale, oppure viene usato in ambiti meramente ristretti (p. es. quello
familiare o parentale). Tra estranei il tatto viene scarsamente usato come
mezzo comunicativo, e comunque lo è molto di meno nei paesi nord-europei che in
quelli mediterranei. Si ha come il timore di toccarsi, oppure si pensa che,
toccandosi, si voglia trasmettere un messaggio che va al di là della pura e
semplice amicizia o cordialità.
Il gusto è uno dei sensi più ricercati dai messaggi pubblicitari, i
quali però non possono trasmetterlo che attraverso la vista e l'udito. Esso
viene letteralmente bombardato da messaggi voluttuari che minano la salute del
corpo.
L'olfatto è decisamente il senso più trascurato nella nostra società.
Infatti i media ci hanno così convinto che il capitalismo sia la civiltà migliore
del mondo, che sopportiamo come cosa del tutto naturale l'aria irrespirabile
delle nostre città, i condizionatori che ci illudono di renderla più
respirabile ecc. La trascuratezza delle esigenze dell'olfatto porta i cittadini
ad ammalarsi seriamente di tutte le moderne malattie del capitalismo.
Quanto agli altri due canali: visivo e uditivo, essi hanno acquistato, con l'avvento della tv, un primato
talmente grande che praticamente sono in grado d'indurre l'utente a credere che
la vera realtà sia solo quella che trasmette la tv e che tutto quello che non
si vede o non si sente praticamente è come se non esistesse.
Fino allo sviluppo della radio la
prevalenza era ovviamente dell'udito. Con l'invenzione del cinematografo è
subentrata la visione di immagini in movimento, che però per molto tempo sono
rimaste mute e in bianco e nero.
Prima della radio e del cinema la
prevalenza era del testo scritto, per chi aveva studiato, e del discorso orale,
per la stragrande maggioranza. Si era allora senza dubbio più capaci di
raccontare le cose e si aveva più pazienza ad ascoltarle. Quanto alla lettura
dei libri, essi indubbiamente allenavano la mente alla fantasia.
Ora la prevalenza è passata
decisamente alle immagini, al punto che le parole fanno loro da contorno. Le
immagini devono essere in continuo movimento e multicolorate, capaci di
trattare qualunque argomento.
La grande mistificazione della tv
si produce allorquando si sostiene che le immagini parlano da sole, ovvero che
l'autenticità di un messaggio è direttamente proporzionale alla sua ripresa
televisiva (specie se in diretta).
Nella scuola italiana non sono
previsti insegnamenti obbligatori che aiutino lo studente ad assumere un
atteggiamento critico nei confronti della comunicazione radio-televisiva e
dell'informazione multimediale in genere.
Grazie alla tv la passività dello
spettatore è diventata quasi totale, benché oggi da più parti si rivendichi
l'esigenza dell'interattività. Si chiede cioè all'utente d'interagire su un
oggetto di consumo deciso da altri.
I mezzi di comunicazione di massa
sono diventati sempre più potenti, ma il loro uso è prevalentemente negativo,
poiché, anche quando vuole essere positivo, l'utente, preso singolarmente, non
è in grado di controllare di persona alcunché.
Non può esistere alcun valore
positivo nell'uso di mezzi la cui gestione è talmente complessa da sfuggire
alla comprensione del cittadino di media cultura.
Nessun potere politico, oggi, può
fare a meno dell'uso di questi potentissimi mezzi di ricerca del consenso
sociale. Quanto più il canale è in grado di raggiungere il maggior numero
possibile di persone, tanto più esso rischia di essere oggetto di un uso
distorto.
Censure e strumentalizzazioni
potrebbero essere evitate se la proprietà del mezzo mediale appartenesse
realmente ai cittadini, cioè se fosse veramente «pubblica» e non «statale»,
cioè «governativa», «parlamentare», «partitica», o di una classe sociale
egemone.
Sul piano tecnico si può affermare
che la scelta del mezzo condiziona il contenuto stesso del messaggio. Non c'è
nessun canale che di per sé possa offrire maggiori garanzie di autenticità di
un altro. Un messaggio può essere falsificato con qualunque mezzo; anzi,
normalmente la falsificazione è tanto più grande quanto più è complesso e sofisticato
il mezzo.
Un ultimo aspetto da considerare
nella scelta del canale comunicativo, in relazione a un determinato messaggio
da trasmettere, è la questione del momento in cui trasmetterlo. L'emittente
deve sapere quando è il momento giusto per lanciare un messaggio e quando non
lo è.
L'emittente deve conoscere anche la
modalità migliore di trasmissione che un determinato canale permette. Non si
può usare liberamente un mezzo senza conoscerne a fondo le effettive
potenzialità. (Naturalmente molte di queste potenzialità vengono apprese nel
corso dell'utilizzo del mezzo stesso).
Tuttavia un emittente, per essere
veramente democratico, dovrebbe darsi delle regole preventive, che gli
impediscano di usare in maniera indebita un determinato mezzo.
Ogni emittente deve sapere che per
trasmettere un messaggio non sono sufficienti i mezzi tecnici o la loro
padronanza specialistica. Un messaggio, per essere efficace, deve essere
adeguato alla sensibilità umana di chi lo riceve, e quest'ultimo deve poter
reagire mostrando apprezzamento o disappunto.
IV) Il codice
L'insieme dei segni convenzionali
con cui viene formulato un messaggio si chiama codice.
Il codice deve essere conosciuto
sia dall'emittente (che in tal caso diventa un codificatore) che dal ricevente
(il decodificatore), altrimenti la comunicazione è impossibile.
Quanto meno il codice è sviluppato,
tanto più è facile la comunicazione, ma solo per concetti e idee molto
semplici, che non possono certo soddisfare le complesse esigenze
dell'interazione umana.
D'altra parte se un codice è troppo
complesso, esso diventa patrimonio solo di una ristretta minoranza di persone.
Dunque, una comunicazione è tanto
più interessante quanto più è possibile formulare pensieri o sentimenti
profondi (eventualmente usando anche messaggi semplici, a tutti comprensibili).
La vera comunicazione deve strutturarsi come un linguaggio pedagogico.
Tuttavia, non tutti i messaggi,
usati in maniera pedagogica, possono essere comprensibili. Molti di essi
vengono compresi ma non accettati, perché non condivisi; altri non vengono
neppure compresi sino in fondo, pur essendo espressi in un linguaggio semplice:
questo perché quando esistono pregiudizi e stereotipi non si è disponibili a
comprendere l'interezza del messaggio.
Non solo, ma, poiché l'essere umano
è di una complessità estrema, spesso accade che una stessa parola può essere
intesa in modi alquanto differenti.
Non basta conoscere un codice per
poter comunicare nella pienezza delle nostre possibilità: occorre anche un'intesa extra-linguistica (o meta-linguistica)
tra emittente e ricevente, che, se manca la condivisione di un'esperienza
comune, è una delle cose più difficili da realizzare.
Se dunque è vero che il codice è
frutto di una convenzione, non è però vero che la necessità di vivere un'esperienza
umana, per una adeguata e reciproca comprensione, possa essere frutto di una
semplice convenzione.
Da questo punto di vista, la
vicinanza fisica di due persone (p. es. di due colleghi di lavoro, di due
condomini ecc.) non è di per sé garanzia sufficiente per realizzare
un'esperienza comune. Né si può sostenere che un codice tanto più riflette la
realtà di tali esperienze comuni quanto più è diffuso a livello geografico.
Un'esperienza va considerata
«comune» quando i suoi valori fondamentali sono condivisi, e quindi quando i
codici che utilizza per esprimere sono l'esito di una libera scelta da parte
delle persone coinvolte in quell'esperienza.
Questo ci porta a credere che molti
dei codici attualmente in vigore (p. es. quello stradale, quello braille,
quello marittimo internazionale ecc.) non siano il frutto di una vera e propria
convenzione tra persone libere, ma l'imposizione che gruppi di persone
«potenti» (sul piano politico, economico, ecc.) hanno esercitato sulle masse
popolari nel corso dei secoli.
Taluni codici sono soggetti a
mutamenti perché le classi egemoni ad un certo punto sono costrette ad
accettare le modificazioni avvenute spontaneamente tra le masse popolari. Per
principio il potere dominante cerca sempre d'impedire che avvengano dei
mutamenti, ma poi, quando essi sono talmente diffusi che è diventato
impossibile ignorarli, si sente costretto ad accettarli (si pensi p. es. alla
differenza tra l'inglese europeo e quello americano o tra questi e quello
sudafricano).
Il codice più immediato e diretto è
quello gestuale del corpo. Tuttavia questo codice, poiché non esaurisce le
possibilità comunicative degli umani, risulta anche essere quello meno adatto a
esprimere la complessità dell'agire umano.
Normalmente chi usa la gestualità
lo fa per sintetizzare dei concetti che, se espressi col linguaggio orale o
scritto, sarebbero sicuramente più articolati.
Un'altra caratteristica del
linguaggio gestuale è la sua capacità simbolico-evocativa, che è molto forte
appunto perché chi lo usa sa di poterlo mettere in alternativa al linguaggio
meramente orale e scritto.
L'essere umano non è fatto solo per
gesticolare, ma anche e soprattutto per parlare. Se dicessimo che è fatto per
comunicare, diremmo senza dubbio una verità di carattere generale, ma nello
specifico la particolare comunicazione che nella normalità gli compete è quella
della parola detta con la voce. Tanto è vero che nessun comico o attore tragico
si è mai limitato a usare dei semplici gesti: di tanto in tanto ha avuto
bisogno di didascalie (se il film era muto), oppure ad un certo punto ha
avvertito il bisogno di ricorrere alle parole.
Tutti sanno che il codice dei gesti
è più universale di quello delle parole, ma lo è anche perché è più semplice e
quindi meno adatto a esprimere la complessità dei nostri pensieri ed emozioni.
Potremmo a questo punto chiederci
se mai un giorno esisterà una lingua comune universale… Per rispondere a questa
domanda dovremmo prima chiederci se ha senso un codice universale immutabile.
La bellezza della lingua sta
proprio nella sua perenne mutevolezza, cioè nella capacità di trasformarsi a
seconda delle esigenze dei parlanti.
Una lingua comune universale non
potrà essere che una seconda lingua, meno complessa della prima lingua, quella
materna.
V) Rumore e Ridondanza
Ogni comunicazione può essere
disturbata o addirittura impedita: è il rumore;
oppure può essere facilitata e rafforzata: è la ridondanza.
«Rumore» è un termine tecnico, che
fa riferimento a inconvenienti di tipo fisico: p. es. una voce rauca o balbettante
da parte dell'emittente, oppure la distrazione o la sordità da parte del
ricevente. Anche quando il termine intende riferirsi, in maniera più traslata,
a un codice troppo difficile o troppo oscuro o alla mutevolezza eccessiva del
referente - si tratta sempre d'inconvenienti di tipo tecnico.
In realtà i veri ostacoli alla
comunicazione, quelli che difficilmente possono essere rimossi, in quanto
esiste una volontà pervicacemente negativa, sono quelli che pone il potere
costituito fra sé e le opposizioni. Per esempio, negli anni Settanta un «rumore
gigantesco» che sviò l'attenzione dell'opinione pubblica dai problemi reali
(socio-economici e politici) del paese, concentrandola verso quelli creati a
bella posta (il terrorismo), fu la cosiddetta «strategia della tensione». I
governi allora in carica si servirono delle forze estremiste (di destra e di
sinistra) per indurre a credere che il terrorismo fosse la contraddizione
principale della nazione, per cui l'opposizione avrebbe dovuto cercare l'intesa
con le istituzioni statali per sconfiggerlo, mettendo in secondo piano le
rivendicazioni di tipo sociale. In quel caso il «rumore» ebbe la meglio sulla
comunicazione alternativa (o controinformazione).
Viceversa, i fattori che facilitano
o rinforzano la comunicazione, agendo su uno dei suoi elementi, prendono il
nome di «ridondanza», la quale non ha come scopo quello di aumentare
l'informazione contenuta nel messaggio, ma solo quello di renderla più chiara,
usando appunto l'insistenza, la reiterazione, il famoso repetita juvant.
La ridondanza è tipica della
pubblicità o di certo insegnamento nelle scuole. In certi casi la ridondanza
può aiutare a risolvere i problemi causati dal «rumore», ma un'eccessiva
ridondanza il più delle volte produce l'effetto contrario, cioè l'assuefazione,
per cui essa, invece di apparire come un mezzo specifico in una situazione
particolare, viene percepita come cosa naturale, normale, benché fastidiosa, e
quindi da evitare il più possibile.
Un altro caso di ridondanza
assolutamente insopportabile è la ripetitività delle notizie offerte dai
telegiornali, anche di emittenti diverse. Più del 90% delle notizie sono
assolutamente identiche, ed esse vengono ripetute con una frequenza snervante,
tanto che lo spettatore ad un certo punto le mette tutte sullo stesso piano:
futili o tragiche che siano, hanno per lui la stessa poca o nulla rilevanza.
Il fatto è abbastanza curioso, in
quanto il giornalismo è nato inventando uno stile letterario conciso,
stringato, in un certo senso «anti-letterario» per definizione. La sua
ridondanza oggi è dovuta al fatto ch'esso si è totalmente staccato dalla vita
della gente ed è diventato uno strumento che discute solo di cose futili o che
usa un linguaggio futile per parlare di cose serie. Il giornalismo è la
chiacchiera per eccellenza e, come tutte le chiacchiere senza costrutto, è un
fenomeno ridondante in quanto tale.
La ridondanza veramente utile è
quella che propone in maniera diversa uno stesso messaggio (p. es. usando
un'immagine al posto delle parole, oppure usando un'immagine semplice per
spiegare un concetto difficile). In tali casi la ridondanza può servire per
accorciare i tempi della comprensione del messaggio, oppure per allungarli, ma
solo perché si vuole raggiungere il massimo numero possibile di persone.
«Rumore» e «ridondanza» in un certo
senso si equivalgono: sono strumenti che il potere costituito può usare a
propria discrezione in qualunque momento. Si pensi p. es. al concetto di
«democrazia». Questo concetto viene usato come «rumore» quando si parla di
«socialismo» e viene usato come «ridondanza» quando si vuole sostenere che il
capitalismo non ha alternative.
Tutti si riempiono
la bocca di questa parola, semplicemente per dimostrare che non vogliono uscire
da questo sistema. La «democrazia» ha la stessa funzione che nel passato aveva
la parola «Dio». In nome di «Dio» non si sono forse compiute stragi di eretici,
guerre sante, inquisizioni, crociate…? Ebbene, oggi si fanno le stesse cose, in
forma ovviamente diverse, usando la parola «democrazia». Le forze di
opposizione devono a loro volta usare «rumore» e «ridondanza» per ostacolare
quelle che, di volta in volta, legittimano il sistema.