Costantino
XI, l'ultimo Re
di Enrico Pantalone
Contantino Dragosh o Dragases come sappiamo fu l'ultimo sovrano
dell'Impero Romano d'Oriente e morì in battaglia alla testa di ciò che rimaneva
di quello che un tempo era uno dei più potenti eserciti del medioevo, quando i
turchi conquistarono Costantinopoli il 29 maggio 1453.
Sappiamo anche che egli era il Despota di Morea, era fratello di Giovanni VIII,
ed era vassallo del Sultano Turco Maometto II, dacché Morea faceva parte dei
suoi territori.
Era slavonico per metà da parte di madre come il fratello defunto e era per metà greco,
come il fratello amava molto Roma e la sua storia, ma pochi forse sanno
che ancor più amava Sparta e nella nuova Sparta o Misistra egli insediò la sua
corte fino a che non venne chiamato per assumere l'onere (visto il momento...)
più che l'onore della corona più grande.
Costantino non aveva maneggiato per averla, gli fu offerta perché nel
1448 egli garantiva con la sua statura morale ed etica le più ampie garanzie di
equilibrio, senso militare, costanza nel mantenere "viva" la storia
del passato in quel piccolo lembo di terra tra l'Europa e l'Asia.
Maometto II ne fu felice e approvò la scelta della persona, in pratica con
quell'atto Bisanzio diventava implicitamente vassalla dei Turchi ancora prima
di "cadere".
La statura del personaggio, la sua spartanità fu tale che egli non perse
nemmeno il tempo a farsi incoronare, tanto che alcune storie parlano del fatto
che egli ricevette la corona da un laico, il che sarebbe di un’importanza
storica eccezionale qualora fosse ritrovato lo scritto che testimoniasse
l'avvenimento, tant'è che egli non ricevette mai l'imprimatur della Chiesa
Ortodossa di cui peraltro faceva parte.
Affrontò con coraggio la tragica situazione del 1453 e paradossalmente si
ritrovò nella stessa situazione di Leonida alle Termopili: tradito dai suoi
alleati che praticamente lo lasciarono solo e senza
via d'uscita se non la resa umiliante:
In quel momento forse lo spirito della città lacedemone e quello degli
antichi romani prevalse su di lui ed egli preferì morire piuttosto che
arrendersi insieme a qualche decina di soldati che lo accompagnarono
nell'ultima battaglia.
Costantino era un monarca molto semplice, quasi privo di una corte, ereditò una
situazione estremamente pesante e da buon militare s’accorse immediatamente di
ciò che sarebbe successo alla capitale, conosceva bene anche i turchi e
Maometto II e sapeva che difficilmente egli avrebbe concesso un giorno in più
del dovuto al vecchio Impero Bizantino.
Fu lui che disse la famosa frase “ora i greci e gli italiani sono un solo
popolo” allorché l’assedio giungeva alle battute
conclusive ed alla Blancherne egli aveva convocato tutti i difensori delle
Mura, soprattutto Genovesi, Veneziani, Pisani e Catalani per parlare con
fraterna amicizia sul drammatico futuro a cui s’andava incontro.
Tuttavia egli comprendeva che i difensori raccolti oltre ai 4000/5000
soldati bizantini erano in quel luogo per un principio etico, non avevano nulla
da guadagnare a combattere, pagare un accordo con i turchi sarebbe stato
senz’altro più facile.
Così nessuno dei “biechi commercianti latini” si mosse dal proprio posto e
ognuno offrì disinteressatamente il proprio aiuto, così Costantino disse la
famosa frase per unire inscindibilmente i due popoli come nell’antica storia
tra greci e romani.
Costantino era solito cavalcare ogni mattina lungo tutto il perimetro delle
Mura (22 km) per incitare gli stanchi, affamati e stremati difensori, per
infondere coraggio e per ringraziarli di ciò che stavano facendo, l’umanità di
questo monarca era immensa, anche l’ultimo giorno fece il suo giro mentre gli
oltre 200000 turchi erano lì a guardare la loro prossima preda.
Fu un gesto che decuplicò le esigue forse dei valorosi combattenti.
L'immane folle che partecipò in Santa Sofia all'ultima celebrazione liturgica
prima della caduta della città, fu, secondo la descrizione del grande storico
russo Vasiliev nella sua monumentale opera "La Storia dell'Impero
Bizantino", uno degli spettacoli più grandi che mai il mondo abbia potuto
vedere, Costantino salutò pubblicamente il Patriarca e si congedò da lui dopo
la Santa Messa, poi prese a parlare alla moltitudine di gente assiepata dentro
e fuori la chiesa.
Erano presenti tutti i difensori stranieri della città, dai genovesi ai
veneziani, i rappresentanti d'entrambe le due concezioni religiose del
cristianesimo, sembrava una festa, in realtà si stava consumando una tragedia
dai caratteri psicologici enormi, Costantino nel suo discorso fu franco e
realista, disse a chiare lettere che il compito dei cristiani di Bisanzio era la
resistenza, ma disse anche che i difensori non disponevano né di armi, né di
risorse umane simili a quelle dei turchi, avevano solamente la Fede e forse la
Speranza, e chiese a tutti uno sforzo per amore di servizio verso la storia che
Bisanzio rappresentava.
Il termine “ ultimo spartano” è sicuramente forzato, come potrebbe non esserlo
se lui e Leonidas sono due personaggi appartenenti ad
epoche diverse ed a contesti diversi, tuttavia la mia intenzione è stata quella
di mettere in evidenza l'etica ed i valori morali di Costantino XI durante
tutto il suo breve regno.
Certo, egli non fu e sarebbe mai potuto essere un re della statura di Leonida,
anche se a onor del vero non aveva nemmeno una parvenza d'esercito che potesse
permettergli una scelta diversa da quella che compì, comunque anch'egli
sacrificò la vita pur sapendo di non avere speranze: fosse vissuto tra gli spartiate
dell'antichità, un posto alle Termopili se lo sarebbe senz'altro "riservato".