Filosofia, Retorica ed
Eloquenza in Età Imperiale
di Enrico Pantalone
Da
uno stato che potremmo definire ancora alquanto conflittuale del dibattito tra
filosofia e retorica greca (pensiamo alla ferocia intellettuale prima della
conquista romana del territorio) assistiamo durante l’età imperiale a un
progressivo avvicinamento delle due posizioni comprensibile per l’azione delle
autorità e per l’ascesa coeva del cristianesimo soprattutto a oriente.
La caratteristica principale della collaborazione tra le due
branchie del pensiero ellenico fu certamente data come esempio dai sofistici
che incarnavano in sostanza tanto l’aspetto filosofico quanto quello retorico e
l’uso della parola restava indubbiamente il mezzo principale per far conoscere
il genere letterario dedicato allo studio della mente umana, probabilmente,
superati i dissidi dovuti in parte al modo riservato di porsi dei filosofi nei
confronti dei retori , fu facile comprendere come
l’utilizzo della platea e dell’oratoria risultasse determinante per far
conoscere le opere didattiche.
C’è
un ritorno agli studi sugli autori passati, come un richiamo alla società di un
tempo in rapporto alla frenesia intellettuale che
permea grandemente la nuova realtà romana, in cui si cerca la sintesi
culturale, consideriamo anche che lo sviluppo territoriale portava con sé anche
nuove filosofie e nuove religione che ci fanno sembrare la romanità come un
immenso contenitore letterario ed idealistico, nei primi secoli imperiali si
può dire che tutto era presentabile e che tutto era discusso, indubbiamente
l’arte della retorica ebbe il sopravvento almeno fino al tempo di Giustiniano.
Sicuramente
laddove i romani piantarono radici ben salde l’arte dell’eloquenza diventò un
mezzo d’aggregazione culturale, un prova culturale per
gli abitanti della regione conquistata ed una prova d’integrazione riuscita per
i conquistatori, questo lo possiamo vedere più ampiamente nella Gallia dove per
noi è più facile sia la verifica quotidiana tra le gente comune attualmente,
sia quella più propriamente storica con ampio accesso a documentazione
esistente, ma soprattutto ritrovabile nel background sociale anche nelle
cittadine periferiche.
Il buon utilizzo dell’arte dell’eloquenza diventava così
in tempo imperiale per un giovane di buona famiglia d’oltralpe un attestato dei
suoi ampi orizzonti culturali, essere un buon retore significava accettare di buon grado il sistema linguistico e della costruzione
grammaticale propria dell’Urbe, di conseguenza diventava anche più facile il
dialogo e la comprensione umana.
Certo probabilmente quest’arte snaturava un po’ la civiltà
della terra conquistata ma ancora oggi nessuno mette in dubbio i vantaggi che
da essa ne sono poi conseguiti nello sviluppo della società nel corso di quei
secoli.
Tuttavia
a cavallo tra il passaggio istituzionale dalla repubblica al principato trionfò
l’atticismo esasperato nell'eloquenza convincendo molti di quelli che avevano
il dono di saper parlare alla gente a diversificare il
palcoscenico prendendo atto che diventava molto più importante quello
accademico rispetto a quello popolare.
Mutamento ovvio seguendo quello politico in atto e la
trasformazione da repubblica a principato di Roma ma che frenò per sempre la
libera oratoria del periodo precedente.
Le tesi che si scontravano erano comunque sempre le
stesse: asianismo e atticismo, l’elaborazione puramente formale del discorso
contro la forza delle argomentazioni del discorso.
Il cambio della platea consentì "l'esportazione"
dell'Arte nei territori conquistati, gestiti, di fatto, con la nobiltà locale i
cui figli erano educati secondi i principi romani, così indubbiamente non vi era
più bisogno di grande forma estetica, non vi era più una massa di gente da
incantare o da convincere, ora molte meno persone ascoltavano i discorsi e
dovendosi rivolgere a una platea meno volubile, le tesi e le argomentazioni
dovevano essere sicuramente ben dettagliate e descritte, quindi più
accademiche, per questo ebbero un successo indubbio.
Sicuramente
una figura eminente rappresentante questa evoluzione della retorica e
dell’eloquenza è Marco Fabio Quintiliano, probabilmente il più grande del
periodo imperiale romano.
Di
questo celebre oratore, retore e scrittore si sa praticamente
tutto anche perché la sua opera principale le “Institutionis Oratoriae Libri
XII " c’è pervenuta (caso molto raro) completa ed integra dandoci modo di
valutare appieno la sua preparazione feconda e la sua vastità culturale davvero
sopra la media.
Oltre alla grande preparazione Quintiliano metteva di sua
una serietà, un’onestà eccezionale unita a un’altra grande dote, spesso nascosta
ma importantissima: la capacità d’ascoltare e di accogliere ogni minimo
messaggio, di trasformarlo immediatamente in uno studio profondo, mai
dogmatico, sempre foriero di ragionamenti e d’insegnamenti per il lettore o il
pubblico.
A differenza d’altri suoi colleghi scrittori e retori egli
visse sempre in tranquillità, non eccessivamente ricco ma benestante,
rispettato da tutti e ben voluto a corte proprio per la sua schiettezza e onestà
intellettuale.
Egli
esercitò pure l’avvocatura, ma non era trasportato per il foro giuridico,
preferiva avere a che fare con una platea cui offrire la sua preparazione e
Vespasiano che d’uomini se ne intendeva non si fece
perdere l’occasione di fargli mettere a disposizione di tutti il suo sapere
affidandogli la carica d’insegnante pubblico per la retorica.
Mai
nessun atto verso un letterato fu più ben ripagato: Quintiliano per vent’anni
resse la cattedra ammirato dai giovani e dagli anziani, le sue lezioni
restarono famose e correvano tutti ad ascoltarlo tramandandosi in famiglia la
parola.
Domiziano gli affidò i nipoti una volta che egli smise
l’insegnamento e in compenso ebbe il Consolato che forse per l’unica volta
nella sua vita lo fece traballare tanto da fargli scrivere un elogio pubblico
per l’Imperatore che sapeva onestamente di piaggeria, ma era anziano aveva dato
tutto nella sua proba vita ed è un atto che gli si può perdonare facilmente
anche perché lo fece solamente per amor proprio e non
ne guadagnò nulla in termini finanziari, i centomila sesterzi annui che lo
Stato gli aveva passato per vent’anni lo avevano assicurato una vecchiaia
serena e scevra da tribolazioni.
Questa
nuova “Arte della Parola” dei primi due secoli AD fu essenzialmente un’arte che
potremmo definire quindi umanitaria o sociale, nel senso che tendeva sempre ad avvantaggiare
l'espressione d'impegno sociale imperiale nella composizione di “opere” e
“discorsi” che fossero di pubblica utilità.
Solo Traiano e Adriano, pur seguendo le linee generali,
lasciarono spazio alle opere commissionate a un maggior ellenismo che nella
pratica significava maggior aulica nella presentazione
finale, probabilmente anche perché i due viaggiarono molto e traevano
ispirazione in maniera diversa.
In qualche modo quindi l’eloquenza indubbiamente s’impoverì
senza l’uso delle tecniche ellenistiche cui per secoli si erano rifatti i
grandi retori romani repubblicani, ma per contro, non dovendo seguire le linee classiche
in un certo senso ne guadagnò la libertà d’azione personale, meno ricca forse,
ma probabilmente socialmente più interessante.