Flavio Valerio Costantino
di Enrico Pantalone
Interpretare
la vita di Costantino è sempre stato uno degli scopi di molti studiosi storici,
la sua vicenda che racchiude momenti di vita sia politica, sia sociale, sia
economica, sia militare, sia ovviamente religiosa, ha appassionato tanta gente,
contraria o favorevole quasi in eguale misura, ponendolo, di fatto, tra i
personaggi più ricercati, discussi e commentati della Storia Romana. Il nostro
lavoro è stato quello di voler verificare passo dopo passo il modo con cui egli
s’adoperò per portare a termine il disegno politico
che s’era prefisso fin da giovane Cesare, il ritorno all’unità imperiale sotto
un’unica entità e quali mezzi utilizzò nel corso degli anni: perché la cosa
singolare fu il fatto che Costantino ne impiegò quasi venti per coronare il suo
lavoro, con pazienza infinita e sfruttando tutte le possibilità che gli si
presentavano man mano. Abbiamo pensato che utilizzare una
modo di scrivere scorrevole ed a tratti narrativo, fosse il miglior veicolo per
introdurre parti molto più complesse e concettuali, alla vicenda
cronologica del fatto segue l’analisi
socio-politica e religiosa in maniera che anche chi non abbia dimestichezza con
il periodo storico o non conosca alcuni dei protagonisti possa ragionevolmente
trovare la lettura interessante e piacevole.
I. Introduzione
ANNO
324, proseguendo nella tradizione costruita nel tempo dagli
imperatori d’origine illirica, Costantino continuò sempre a ricercare il bene
che riteneva prioritario per l’Impero Romano: la stabilità e soprattutto la
solidità basata sulla superiorità e sull’eternità del mandato
affidato allo stesso, per cui, egli, una volta salito al trono da solo,
elevò la sua carica al livello di un Totius Orbis Imperator, cioè un signore assoluto e questo va
sempre tenuto presente quando si studia il suo approccio alla politica ed
alcune sue scelte. Come mperatore-Soldato egli tenne
sempre ben innanzi a sè le istanze
dei commilitoni e senza troppo indugi una volta al potere portò molte delle
strutture organizzative dell’esercito all’interno del sistema amministrativo e
burocratico che divenne peraltro più snello e meno macchinoso,
non
a caso la stessa burocrazia venne di fatto chiamata Militia, il che la dice lunga sul modo d’operare da lui
introdotto.
II.
Cesari ed Augusti
Andiamo
per ordine e gradi nel leggere lo svolgersi della presa di potere da parte di Costantino.
Facciamo
un passo indietro ed risaliamo al 293 AD, anno in cui
Diocleziano decide per il bene dell’Impero di dividerlo in quattro territori
affidandone il comando ed il potere anche all’altro co-reggente
Massimiano ed ai due Cesari, in pratica i principi
ereditari del potere, Costanzo Cloro e Galerio.
Diocleziano scelse il territorio orientale, la Bitinia
e Nicomedia come capitale (e questa sarà una scelta
pesante nell’economia imperiale del futuro), Massimiano
prese il governo dell’Africa e dell’Italia portando la capitale da Roma
a Milano, Galerio si ritagliò la
Tracia e la Macedonia fissando la capitale a Sirmio
sulla Sava. Costanzo Cloro, il padre di Costantino, ebbe
il potere sui territori della Gallia, dell’Iberia e
della Britannia e decise che le capitali sarebbero state due York e Treviri. Dal momento in cui Costanzo Cloro e Galerio divennero a breve distanza l’uno l’altro Augusti
nel 305, cioè si sostituirono nel potere a Diocleziano e Massimiano
che avevano peraltro abdicato, la situazione e la stabilità dell’Impero
diventarono un’utopia per diversi anni: non è certo nostro compito in questo
frangente analizzare questo tratto di storia in maniera ossessiva, ma per
comprendere le successive lotte per il potere è necessario soffermarsi almeno
in maniera senz’altro esaustiva. Costantino diventò Augusto nel 306 quando morì
il padre (a Eboraco) che lo richiamò per andare a
combattere in Britannia contro i Pitti che si
muovevano rissosi lungo il Limes nordico e fu proprio
a York che egli venne acclamato a gran voce
dall’esercito come Augusto, carica che non aveva in quel momento ricevuto
nessuna investitura ufficiale, tant’è che per Galerio
rimase un “semplice” Cesare mentre al tempo stesso investiva Severo, un suo
subordinato bravo militare, ma incapace di reggere stabilmente all’assise più
alta per i territori italiani e Massimino Daia per le terre mediterranee egiziane e siriane.
Costantino ebbe dalla sua l’esercito che l’acclamava ,
ma questo cozzava proprio contro l’impostazione voluta da Diocleziano quando
egli ideò la tetrarchia dove in nessun caso era ammessa la presa di potere per
mezzo militare. Nello stesso tempo provocando ancor più confusione,
il figlio di Massimiano,
Massenzio, genero di Galerio,
decise che non si sarebbe accontentato del semplice titolo di Cesare e si fece
a sua volta acclamare dal Senato riunito in Roma Augusto,
dando un definitivo e mortale colpo alla breve istituzione dioclezianea,
accogliendo poi il padre Massimiano che riprese il
titolo d’Augusto per aiutare il figlio. La vittima sacrificale di quel momento
storico fu proprio il povero Severo, che da buon militare prese a marciare
verso l’Urbe, ma abbandonato ben presto dai soldati su cui evidentemente non
aveva un grande ascendente dovette darsi la morte per
evitare d’essere ucciso come traditore dalle truppe di Massenzio
e Massimiano, senza peraltro che Galerio
si scomponesse più di tanto, visto che più tardi propose e sostanzialmente
decise di sostituirlo con Valerio Liciniano
Licinio, un contadino della Dacia, sempre con il titolo massimo d’Augusto.
Costantino stava dunque alla finestra, idolatrato dai soldati, con i quali era cresciuto e che spesso conosceva a vista,
lasciava che le cose maturassero al punto giusto, già allora aveva una visione
politica dell’insieme certamente superiore rispetto a coloro i quali sarebbero
divenuti suoi avversari di lì a poco, egli era cresciuto nella maniera più
dura, quasi sempre negli accampamenti militari, come Giulio Cesare aveva
l’invidiabile dote d’entrare immediatamente in sintonia con ciò che le truppe
pensavano e questo non era un vantaggio da poco in quel tipo di lotta. Per il
momento s’accontentava di vincere battaglie importanti
sui confini germanici contro Franchi ed Alemanni ed il suo mito cresceva
significativamente tra le legioni: temuto
e rispettato dai barbari allo stesso tempo poteva
tranquillamente contare sulla sua forza militare ed aspettare il contatto con
qualcuno dei contendenti alla massima carica. E qui bisogna comprendere che la
finalizzazione politica di Costantino fin da questi anni fu sicuramente il
titolo imperiale per lui solamente, egli aveva intuito l’inutilità di una
divisione del potere e si mosse sempre con l’idea di riunire il potere prima
possibile e soprattutto con qualunque mezzo possibile.
Infatti di lì a poco Massimiano,
in preda a timori senz’altro giustificati e vincendo una certa resistenza del
figlio Massenzio, lo cercò offrendogli
la carica d’Augusto e la co-reggenza, quella carica che Galerio
aveva sprezzantemente rifiutato dando in pratica vita alla più complessa
girandola di movimentazione istituzionale che la storia di Roma abbia
conosciuto. Così, mentre Galerio, un po’ titubante,
non si fidava di combattere in Italia, preferendo le sicure valli della Rezia, in cui fece “pascolare” le sue legioni, Massenzio prese decisamente
posizione contro suo padre, la sua idea di co-reggenza
e lo costrinse a fuggire, gettandolo nelle braccia proprio di Costantino che lo
accolse come un parente stretto. In tutto questo bailamme, ecco spuntare un
nuovo pretendente, Domizio Alessandro che da vicario
provinciale africano decise di partecipare alla contesa auto acclamandosi
Augusto. L’unico che non partecipava a questa lotta era proprio Costantino che
imperterrito tesseva la sua tela dai lidi renani
con calma e soprattutto badando al sodo, in altre parole a creare sicure
alleanze senza sprecare energie e militari in inutili campagne dall’esito
sempre incerto ed imprevedibile. Perso il conto tra Augusti e Cesari, il buon
vecchio Diocleziano, tirato in ballo come uomo super-partes
(come diremmo oggi parlando di politica), decise d’indire una riunione ad alto
livello per decidere di rimettere un po’ d’ordine nelle cariche chiamando Massimiano e Galerio a Carnatum e siamo nel 308. La decisione, molto mutuata e
soprattutto fatta per non scontentare nessuno, fu quella di considerare Galerio e Licinio come Augusti,
mentre Costantino e Massimino Daia
furono considerati
i due Cesari, Massenzio e Domizio Alessandro invece divennero veri e propri
usurpatori rispetto a tutte le cariche (ed altrettanto ovviamente non
accettarono il verdetto). Questa volta Costantino decise di rivendicare molto decisamente la carica d’Augusto facendo notare come Licinio fosse passato praticamente al titolo imperiale
senza la trafila logica della carica di Cesare, per cui non accettò mai il
verdetto di Carnatum, come non l’accettò Massimino Daia: insomma la
situazione non era migliorata rispetto a prima e s’era riformata una sorta di
pentarchia di soli Augusti con Costantino, Licinio, Massenzio, Galerio e Massimino Daia e Domizio Alessandro nella veste di “battitore libero” sul
territorio africano. Da quel momento la lotta diventò sempre più dura, oramai
era chiaro che si sarebbe andati all’eliminazione fisica dell’avversario o
quantomeno ad una riduzione degli effettivi aspiranti
al potere. Massenzio pensò bene d’eliminare Domizio Alessandro, mentre nel 310 moriva Massimiano, ospite del genero Costantino e l’anno
successivo morì Galerio, facendo ritornare in auge
un’improvvisata tetrarchia, non voluta certamente.
Sulla
morte di Massimiano, si sono fatte numerose
supposizioni, puntate soprattutto su Costantino, additato da molti come il
mandante dell’uccisione del suocero, ma taluni ritengono che sia suicidato. In
realtà i due sicuramente vennero a ritrovarsi su posizioni opposte, Massimiano, forse rassicurato dal fatto di non dover temere
più per la sua vita e dopo Carnatum riprese una
politica d’opposizione a Costantino, dimenticandosi che egli lo aveva accolto
qualche anno prima in maniera molto ossequiosa. Indubbiamente,
lo abbiamo già detto, Costantino era
un uomo pragmatico e se decise di far “suicidare” Massimiano
(come del resto è sempre successo nella storia d’ogni epoca tra potenti), nulla
l’avrebbe fatto recedere da quella posizione, tuttavia la verità non la sapremo
mai e dobbiamo accontentarci solamente di supposizioni.
Come
voleva la logica la parola stava per passare alle armi
delle legioni ed alle improvvisate alleanze: il destino dell’Impero si giocava
in quel momento sul territorio italico e Licinio
decise d’avvicinarsi a Costantino (di cui sposò la sorella), mentre Massimino Daia prese le parti di Massenzio.
III. Ponte Milvio
Era
chiaro, i due schieramenti si sarebbero divisi l’Impero una volta conquistata
la vittoria decisiva sull’avversario: la politica non ammetteva né illusioni né
voli pindarici, avrebbe vinto il più forte ed il più
deciso nell’affrontare la contesa, e tutto sarebbe tornato utile per ottenere
lo scopo. Qui entra in ballo la situazione religiosa, assai confusa a quel
tempo. La religione in quel momento era un’altra delle variabili su cui ognuno
dei contendenti doveva al tempo stesso far affidamento e guardarsi, ogni culto
era additato ad esempio e nel tempo stesso era personalizzato ad uso e consumo dell’Augusto. Non v’era
una religione particolare che ebbe il sopravvento sull’altra all’epoca, Massenzio arrivò a deificare il padre, pur vendolo
cacciato e combattuto, lo stesso fece con il
figlio a cui peraltro dedicò anche un tempio, Costantino s’andava avvicinando
da anni alla religione derivante da un sincretismo dedicato ad Apollo ed al dio
Sole dopo una visione avuta nell’attraversamento dei Vosgi
(e dobbiamo dire che queste visioni di Costantino saranno sempre perfette dal
punto di vista della tempificazione) mentre ad oriente Licinio
(seguendo la strada intrapresa da Galerio) tendeva ad
avere convinzioni molto meno onerose e Massimino Daia era pagano convinto. Fu quindi naturale che la forza
religiosa e morale più preparata, più dogmatica, più costruita in comunità
suscitasse un interesse ai fini della conduzione politica dei contendenti in
occidente; infatti, sia Massenzio
che Costantino cercarono immediatamente di avere dalla loro parte coloro che
dopo essere sfuggiti alle persecuzioni di Diocleziano s’erano visti riconoscere
i propri diritti da Galerio nel 311. Non parliamo
certo di forza militare, dacché poche migliaia di cristiani servivano le
legioni (soprattutto di Costantino), ma di spessore e peso politico. Costantino
anche in questo frangente si mostrò più deciso di Massenzio,
o forse non dovendo rispondere ad una classe dirigente
cittadina ebbe modo di comportarsi come meglio credeva abbracciando di fatto,
la causa (più che la Fede) cristiana, in fondo la differenza con la sua
religione solare era minima e quantomeno egli cercò di circondarsi di numerosi
pastori e vescovi cristiani tali da garantirgli il pieno appoggio. Massenzio ne fu spiazzato, lui era tollerante verso i
cristiani, ma la politica cittadina non gli permetteva di fare scelte particolari,
per lui il Dio dei cristiani era uno
dei tanti esistenti, poteva essere adorato, ma a suo giudizio non sarebbe mai
potuto diventare l’unico: ciò non fu un errore, ma si trasformò in macigno al
momento della battaglia decisiva. Costantino poteva disporre d’almeno 25.000
uomini tolti al confine renano, preparati ed
organizzati, viceversa Massenzio dovette raccogliere
un esercito operando una leva rapida e senza fornire addestramento: il
confronto appariva già improbo per le truppe che s’apprestavano a difendere il
territorio italico e lo stesso Massenzio fin
dall’inizio ebbe un solo pensiero, la resistenza ad oltranza entro le mura
Aureliane. Ciò fece il gioco di Costantino che discese l’Italia passando di
vittoria in vittoria senza sprecare troppo le legioni e senza commettere errori
di sorta nella conduzione delle operazioni fino ad
assestarsi nella campagna romana, le sue file
s’ingrossarono man mano di legionari sconfitti che prestavano a lui fedeltà.
Durante la campagna vittoriosa verso Roma Costantino
ebbe la sua seconda famosa visione (anche questa perfetta nella
tempificazione), in pieno giorno, probabilmente a mezzodì con il sole alto
quando era alla testa delle sue truppe. E qui la parte della storia più
indicativa e più importante è stata a noi tramandata da Lattanzio, Eusebio, Filostorgio e Sozomeno (più altri
minori) attraverso dei panegirici per questo dobbiamo per forza fare le nostre
valutazioni su di loro, anche perché ognuno di questi storici/scrittori ci mise del suo e le incongruenze sembrano notevoli per dire
precisamente cosa accadde prima e dopo (anche perché i panegirici sono
posteriori al fatto). Sostanzialmente a Costantino
apparve la famosa scritta “In Hoc Signo Vinces” su d’una Croce
sfavillante, che lui fece riportare su uno stendardo con la stessa forma ed il
monogramma di Cristo (il labaro) e scortare da 50 guardie della scorta
personale di provata fedeltà e garanzia. Costantino aveva preparato il suo
esercito a nord di Roma, sulla Flaminia, non lontano dai Saxa
Rubra e dal Ponte Milvio ed attendeva il suo
avversario, sapeva che il tempo giocava dalla sua parte e Roma non
poteva sostenere un assedio duraturo, Massenzio,
infatti, per la sua inattività vedeva perdere consensi giornalmente,
soprattutto da parte popolare e lo si vide (secondo
Lattanzio)
durante dei giochi per il suo anniversario dove la
gente gridava “Costantino non può essere vinto”. Egli convocò il Senato, ebbe
un conforto positivo dai Libri Sibillini e decise d’agire aprendosi alla
battaglia, alla testa delle sue truppe v’era la
guardia pretoriana. Non fu realmente una battaglia campale, le forze di Massenzio furono messe in fuga in maniera rapida dalle
legioni di Costantino, e solamente i Pretoriani fecero un’eroica quanto inutile
resistenza, fu un bel modo di chiudere una storia di secoli la loro e per
questo vanno ricordati con intelligenza e dovizia, rappresentavano un’elite e
spesso n’approfittarono, ma erano capaci anche di
grandi gesti come questi. Massenzio perse
completamente la testa e si diede ad un’indecorosa
fuga lungo il Tevere o sul Tevere, chi dice che morì annegato, chi dice
travolto su un ponte di barche, ma la sostanza è che egli perì liberando
Costantino da un peso
sulla decisione da prendere nei suoi
confronti. L’occidente era tutto quindi ad appannaggio del figlio di Costanzo
Cloro: era il 28 ottobre 312.
Un fatto importante emergeva dalla contesa tra
Massenzio e Costantino a combattimento finito: Roma aveva
definitivamente perso la sua centralità a livello politico, rimaneva quello
morale, ma le decisioni venivano prese in altre sedi,
ma in genere era un po’ il capolinea di tutta la regione italica che aveva dato
vita alla storia ed alla civiltà dell’Urbe nei secoli precedenti, ciò era già
in atto da decenni, dacché Diocleziano aveva spostato a Milano la capitale
occidentale, ubicata meglio e soprattutto più a settentrione per eventuali
decisioni ed azioni inerenti alle problematiche più drammatiche di quel
periodo, cioè le continue spinte barbariche contro il limes.
IV. Costantino, Licinio ed il Cristianesimo
Costantino
e Licinio ora avevano trovato un buon accordo, il
secondo aveva sposato la sorella del primo e ora insieme avevano
nel mirino l’eliminazione del terzo incomodo Massimino
Daia, le cui terre sarebbero state incamerate da Licinio stesso come contributo al sostegno della politica
verso il suo alleato.
Insomma
i due cognati sembravano animati da sincera e reciproca comprensione, che
sfociò i 13 giugno del 313 con l’editto di Milano, la
capitale occidentale dove i due Augusti s’erano ritrovati appunto per parlare
dei piani futuri di spartizione, che ricalcando, o meglio riprendendo quello di
due anni prima di Galerio fissava in maniera
definitiva la libertà di coscienza, quella di professare qualsiasi culto, e le
compensazioni a cui cristiani avevano diritto per le persecuzioni subite in
precedenza e a quelle sulle confische di beni alle
chiese che avevano generato non poche
problematiche giuridiche con gli stessi : qui s’invitava i governatori
provinciali a favorire chi aveva subito il torto. Costantino era al momento
ancora sicuramente pagano nella mentalità ed i suoi
atti apparivano senz’altro un mezzo di riconoscenza a chi l’aveva sostenuto
nella difficile battaglia e soprattutto apriva nuove prospettive politiche e
sociali con i seguaci di Cristo in quanto già l’anno successivo ad Arles i cristiani riuniti in concilio decisero che era
lecito servire ufficialmente l’esercito, cioè servire lo stato non era più
incompatibile con la professione della religione. Questo ovviamente, anche se
spesso fatto poco notare da alcuni storici, fu a mio giudizio un atto
importantissimo,
da quel momento cadeva anche l’ultima
barriera che si frapponeva all’entrata del cristiano nella vita pubblica, la
parte militare aveva sempre la sua gran valenza, ora anche questo tabù era
scomparso e gli orizzonti erano più ampi. Costantino aveva evidentemente
studiato attentamente la situazione sociale negli anni precedenti ed ogni suo passo sicuramente era ben valutato, il suo
“passaggio” al cristianesimo era un’operazione politica di grande successo su cui
gettare le fondamenta per il successivo tratto di strada che nella sua mente
era la riunificazione dell’Impero sotto un solo principe: lui ovviamente... Non
dobbiamo però pensare che egli fosse un cinico nell’usare la religione
cristiana per l’ottenimento dei suoi
scopi, soprattutto perché questo sarebbe
stato impedito dalla forza etica e morale della religione che in quel periodo
era senz’altro uno dei beni primari, egli in quel momento non la comprendeva
appieno, e questo è sicuro, ma l’impostazione dogmatica catturava la sua
immaginazione e lui, come abbiamo visto precedentemente, era sempre alla
ricerca di qualcosa per cui combattere o fare politica, così quando era
“pagano”, così fu quando decise che la sua religione sarebbe stata quella
“cristiana”, il suo ideale era d’essere un ponte tra l’entità superiore e la
gente, in questo volle credere sempre e lo si vide in tutte le sue
manifestazioni fino alla morte. Licinio probabilmente
non comprese bene la mentalità del cognato, per quanto mi riguarda
ebbe modo di credere che una volta eliminato Massimino
Daia, oramai l’elemento disturbatore, la divisione
dell’Impero l’avrebbe soddisfatto e si sarebbe potuti andare avanti per diversi
anni in tranquillità, un errore di valutazione gravissimo di cui Costantino ne
approfitterà a tempo debito. Daia, rimasto
sostanzialmente l’ultimo Augusto pagano, invece, aveva compreso
benissimo il modo d’agire di Costantino e fin dall’inizio aveva contestato il
suo titolo avuto in Roma,
contestò poi anche le terre
africane (ed i loro governanti) che s’erano
a suo giudizio “vendute” al vincitore di Massenzio e
contestò Licinio perché aveva lasciato fare avallando
il tutto: soprattutto egli comprendeva che sarebbe stato il prossimo ad essere
eliminato, perché ritenuto più pericoloso dall’Augusto occidentale. Nel momento
in cui Costantino tornava a combattere i barbari Franchi sulle terre renane, Daia s’apprestava a muovere contro
Licinio andandogli praticamente incontro e passando
sul territorio europeo con un esercito che era riuscito a formare: la sua, si
direbbe ora, fu una strategia preventiva, muovere contro il nemico prima che
egli se l’aspetti nella speranza di coglierlo impreparato. Vicino a Adrianopoli (che di battaglie ne
vide tante durante il corso della storia...) a Perinto
fu però battuto sonoramente da Licinio e dovette
riparare nei suoi territori anatolici immediatamente per cercare di riassestare
le sue truppe. Poi ebbe modo di fare quello che facevano tutti coloro che sono alla disperazione: emise un Editto simile a
quello di Milano che garantiva pari dignità ai cristiani nei territori si sua
competenza, chiedendo che s’arruolassero nelle sue truppe, ma era troppo tardi,
Licinio si stava approssimando in maniera rapida ed
egli non trovò di meglio che darsi la morte, il 313 divenne quindi l’anno
decisivo in termini politici e militari, ora l’Impero era diviso tra soli due
Augusti, ma indubbiamente la battaglia finale era solo rimandata di qualche
tempo. Costantino, vinti i Franchi per l’ennesima volta e conosciuta la fine di Daia iniziò a voltare
lentamente pagina nei confronti del cognato,
ma sempre seguendo una precisa evoluzione politica, non lasciava nulla al caso.
Intanto la sua “conversione” al cristianesimo era sempre più evidente dal punto
di vista degli atteggiamenti e delle intenzioni, altra cosa era realmente
crederci, in sostanza egli amava del cristianesimo la semplicità degli atti ed i dogmi non erano certamente pane per i suoi denti (e lo
si vedrà in seguito nelle dispute religiose), ma egli per questo mantenne
sempre un atteggiamento severo (e lo manterrà anche successivamente) nei
confronti di coloro che oggi chiameremmo “estremisti” che perseguirà anche in
maniera piuttosto violenta: la religione per lui era un mezzo d’unità
dell’Impero, non di divisione e mettere i bastoni fra le ruote ai suoi
intendimenti significava averlo immediatamente
contro come successe in Africa con i circoncellioni. Un primo attrito tra Licinio
e Costantino s’ebbe già nel 314 in Pannonia
dove le truppe vennero a scaramuccia, fortunatamente senza conseguenze
irrimediabili, l’imperatore occidentale si mosse perché voleva le terre dei balcani, un nodo strategico che gli permetteva di
stabilirsi vicino al nemico senza spremere inutilmente le sue legioni. Licinio stranamente accettò anche questa richiesta, forse
egli stava già pensando a rinforzare i suoi territori d’oltre Egeo, tenendo per
sé solamente la Tracia, forse credeva d’accontentare Costantino gratificandolo,
fatto sta che la morsa si stava stringendo intorno a
lui inesorabile anche se non in tempi strettissimi. Costantino, infatti, agiva
secondo cadenze e tempi che non lasciavano nulla d’intentato, preferiva attendere un anno piuttosto che precipitare le
cose, questo fu sicuramente una delle peculiarità della sua battaglia per
l’ascesa al potere da solo. In Africa tra una querelle ed
un’altra con Licinio, scoppiava, violenta la
ribellione donatista. Ora, facciamo un passo indietro, la terra africana era
indubbiamente dal punto di vista cristiano una sorta
di punto d’incontro, dove le varie teorie inerenti a questa religione erano
messe in luce a più riprese, era una sorta di territorio dove si sviluppava
l’ideologia, una sorta di terra d’esperimenti e di pratica spesso ascetica, al
limite dell’umano (visto anche la conformazione della regione). Questo portava
da una parte
a creare grandi filosofi religiosi, personaggi che fecero
la storia del cristianesimo, ma per contro anche personaggi che utilizzando i
parametri estremi finendo con creare non pochi problemi a chi stava tentando di
portare il verbo di Dio alla gente nell’Impero con modestia e pacifico
ecumenismo: ad un Agostino si contrapponeva ideologicamente un Donato come in
questo caso specifico. Donato, eletto Vescovo dal clero della Numidia nella successione a Maggiorino, si lasciò
trasportare in maniera anche abbastanza violenta nel voler imporre una sorta di
fanatismo che prese il suo nome, credendo d’esser l’unico in grado di poter
dirimere tutte le questioni religiose e fu immediatamente considerato
scismatico, al suo posto fu eletto Ceciliano, con il
plauso di tutti i cristiani moderati e con l’avallo dello stesso Costantino che
ovviamente non voleva grane in quel periodo
già difficile per lui. Purtroppo la polemica tra i due vescovi divampò violenta
e si sparse rapidamente per il territorio africano, anche perché tra i
donatisti spiccava un gruppo di “passionari/tupamaros”
dediti ad ogni tipo di nefandezza pur di difendere il
loro credo: i circoncellioni, i quali commisero
atrocità e distruzione ovunque suscitando la paura generale. Costantino dovette
intervenire allora in maniera dura, mandando diverse legioni per sedare i
tumulti, e per la prima volta nella storia, dei cristiani dovettero reprimere
altri cristiani, ma lo fecero senza tentennamenti, la
strada che la maggioranza di loro aveva
intrapreso era quella dell’Impero Romano e si dedicavano ad esso come al loro
credo. Sgominata e repressa la banda estremistica, Costantino commise uno dei
pochi errori della sua carriera politica ed
amministrativa: egli cercò l’accordo con Donato, una via a livello diplomatico
per evitare altri problemi e questo lo portò ad affrettarsi nell’accordo pur di
ritornare al suo principale pensiero, la lotta con Licinio.
Infatti, egli evitò di prendere provvedimenti severi verso i donatisti,
accontentandosi di metterlo fuori gioco, evitando così di chiudere
anticipatamente un pratica che poi a diverse riprese
gli si ritorse contro fino alla morte. Nel 316 Licinio e Costantino erano ancora ai ferri corti sulla
nomina dei Cesari e non trovarono niente di meglio che fare un altro scontro
“limitato” dalle parti di Campus Ardientis, uno
scontro che si risolse in un nulla di fatto, ma che porto sul tavolo delle
trattative la questione infine risolta con l’elevazione alla carica di Crispo, di Costantino (entrambi figli di Costantino) e d Licinio (figlio di Licinio),
insomma l’ereditarietà dei titoli non sarebbe mai minimamente stata messa in
discussione chiunque fosse uscito vincitore della contesa alla fine dei giochi.
In questo frangente, Costantino si sentiva sicuramente molto vincolato
all’ideale di Aureliano, di cui condivideva sia la politica unitaria imperiale
sia la religione che (come per il primo) doveva essere
la pietra su cui
basare tutte le fondamenta
dell’organizzazione politico-amministrativa, del resto il culto del Sole fu
anche quello di Costantino stesso nel corso di diversi anni e l’analogia con
certe impostazione del culto Cristiano era evidente, per lui modificare il suo
assetto in fatto di credenza non deve essere stato molto difficile. Durante gli
anni successivi il dualismo tra Licinio e Costantino
aumentò in maniera evidente, anche perché il primo decise d’abrogare di fatto
tutte le concessioni istituzionali dell’Editto milanese rispetto ai cristiani,
che divennero nuovamente oggetto di pesanti ingiustizie come l’estromissione
dalle cariche amministrative, la proibizione di tenere sinodi, certo non s’era tornati a qualche decennio prima, non
c’erano persecuzioni fisiche, ma Licinio impartiva ordini precisi su come ci si doveva
comportare nei loro confronti. Questo anziché aiutarlo, lo indebolì, perché i
cristiani erano sicuramente in maggioranza nelle terre orientali rispetto a
quelle occidentali, erano oramai stabilmente “piazzati”
nella burocrazia amministrativa e controllavano diversi “poteri”:
estromettendoli non si eliminava un pericolo, lo si creava, il vuoto non fu mai
ricolmato ed i cristiani divennero una specie di quinta colonna sul territorio
mentre per converso i pagani non si fidarono mai a sufficienza delle garanzie
di questa impostazione di Licinio e diffidarono
sempre pur nella felicità di riavere nuovamente parte del potere. La verità è
forse che in quel momento in oriente, cristiani e pagani (e lo
si vedrà più tardi) non avevano nessuna voglia di combattersi o mettersi
l’uno contro l’altro, per cui faticavano a capire certe scelte imposte
probabilmente più dalla politica che dalla reale esigenza della gente. Su
questa motivazione Costantino appariva senz’altro più sicuro rispetto a Licinio, tentennamenti non ne aveva
o almeno non ne mostrava, lui dava la preferenza al cristianesimo, ma non aveva
nulla contro i pagani che utilizzava coerentemente anche come consiglieri, egli
lavorava per l’unità imperiale ad ogni costo, quindi lasciando spazio a tutti
fermo restando le linee base da seguire. Nel 316 i due contendenti a margine
dell’accordo per i Cesari, stipularono un trattato
per cui Costantino sarebbe potuto
intervenire nelle terre europee di Licinio in caso
’invasione barbariche a supporto delle legioni ivi stanziate. Si trattava
ovviamente di quegli accordi fatti apposta per provocare un “casus belli” ed infatti fu così anche questa volta, la porticina lasciata
socchiusa si spalancò e l’irruenza del combattimento tra i due eserciti romani
era oramai prossima. Costantino, infatti, in base al trattato, nel momento in
cui i goti attaccarono le legioni europee di Licinio
in Mesia e Tracia, mosse le sue legioni per dare
manforte nella zona riuscendo a ricacciare i barbari fuori dalle terre
imperiali, Licinio contestò l’intervento perché non
richiesto e si mise sul piede di guerra preparando il suo esercito in Asia
Minore.
Chi ebbe veramente ragione è difficile a dirsi, Costantino ebbe dalla sua parte
il trattato che era chiaro, egli poteva intervenire senza preavviso per aiutare
le truppe al limes, l’utilizzò
senza troppi problemi e portò le sue legioni in Tracia e Mesia
arrivando a contatto diretto con l’avversario al trono, indubbiamente lo stesso
Costantino su questo punto giocò bene le sue carte, applicando rigidamente il
protocollo ed attenendosi al ritiro appena il pericolo era cessato: era forse
la sua, una dimostrazione di forza e di compattezza morale che potesse
intimorire Licinio, su questo fattore probabilmente
egli contava per far uscire allo scoperto il suo avversario ed il gioco gli
riuscì pienamente.
V. Un
solo Imperatore
Dalla
piana di Tessalonica, Costantino preparava le sue
legioni allo scontro finale, passando come di consueto, giornate intere negli
accampamenti, egli sapeva di disporre di forze
sicuramente inferiori a quelle di Licinio, sia in
mare che in terra, ma sapeva anche che a livello di resistenza e qualità esse
erano decisamente superiore, come per la battaglia di Ponte Milvio
la partita si sarebbe giocata non solo con le armi , ma anche a livello
psicologico ed in questo Costantino era sicuramente maestro. Le sue legioni
forse arrivavano a circa 130000 uomini contro i 150000 di Licinio,
ma sul mare la differenza era sicuramente ancor più marcata,
le truppe di Costantino erano quasi tutte illiriche, celte, pannoniche,
germaniche, britanniche, ed erano fermamente legate a lui, il quale essendo
cresciuto in mezzo a loro sin da piccolo
ne comprendeva la mentalità e sapeva
come entusiasmarli, nel 324 iniziò a muoverli verso Adrianopoli.
Sul fiume Ebro i due eserciti si trovarono di fronte e si studiarono molto a
lungo, forse troppo, Licinio non voleva muoversi,
ripetendo lo stesso errore di Massenzio a Roma,
dando così modo a Costantino d’esercitare tutte le sue virtù declamatorie nei
confronti sia dei suoi legionari sia di quelli dell’avversario. Alla fine
Costantino intuendo che il fine di Licinio era solo
quello di guadagnare tempo, ruppe gli indugi e guidò una pattuglia di fidati
cavalieri lungo il fiume incitando all’attacco le sue truppe che non si fecero
ripetere due volte l’ordine e partirono decise sorprendendo le legioni
avversarie. La leggenda afferma che queste truppe di Licinio
rimasero esterrefatte dalle parole di Costantino e dall’ardore delle sue truppe
rinunciando completamente a combattere. Dove
finisce la leggenda ed inizia la storia è difficile
dirlo, ciò che si può arguire è che indubbiamente Costantino motivò in maniera
eccellente le sue legioni, cosa che Licinio non aveva
fatto , fuggendo verso Bisanzio o come si chiamava all’epoca la futura capitale
e lasciando i suoi soldati alla mercé di quelle occidentali. Ora, noi possiamo
tranquillamente anche affermare che Licinio non
scappò, ma si diresse verso Bisanzio per meglio difendersi: la sostanza del
discorso non muta, egli si sentiva braccato, non trasmise fiducia ai legionari
e tutto ciò faceva il gioco di Costantino. La successiva
battaglia sul Bosforo e quella decisiva di Crisopoli,
con la conseguente sconfitta
di Licinio e
la sua uscita definitiva dalla lotta al potere, consegnò dunque a Costantino
l’Impero unito dopo diversi decenni: ora si trattava di solidificare le basi
per evitare un nuovo tracollo socio-economico. Costantino mantenne ferme le sue
idee, unito il territorio, voleva unire la gente che
abitava in esso. Il grosso problema era ovviamente quello religioso che
Costantino affrontò quasi subito onde evitare problemi possibili nel futuro.
L’Imperatore non aveva mai commesso l’errore di molestare i pagani, forse in
qualche modo lo era ancora anche lui, egli deteneva sempre la carica di
pontefice massimo, carica non cristiana indubbiamente, non fu mai intollerante
e non perseguitò mai chi professava la religione
delle antiche divinità. Egli, proprio per
evitare dispute su questo punto, impartì severi ordini ai prefetti ed ai comandanti militari affinché combattessero sul nascere
i problemi religiosi, dovuti magari anche al risentimento: egli scrisse molte
lettere, abili opere diplomatiche e politiche perché tutti capissero che anche
se lui aveva sposato la causa cristiana, nessun pagano doveva sentirsi escluso
in ogni modo. Egli chiedeva ai cristiani in queste sue esortazioni scritte ad
aver fiducia nel suo comportamento che voleva essere una sorta di pacificazione
definitiva e soprattutto voleva limitare le vendette per i soprusi subiti in
precedenza. Così, una volta deciso di consacrare capitale Bisanzio, pronta a
divenire centro
universale dell’Impero, ampliando le sue mura
e l’urbanistica per farne una vera metropoli, egli ne affida la cura a Sopatro, un pagano che creerà la bellezza architettonica
che noi tutti ora conosciamo, lo stesso Imperatore diede il benestare alla
costruzione di un tempio dedicato alla Gens Flavia, pagano quindi, e nessuno
ebbe modo di contestarlo: la tradizione era dunque rispettata anche in questo.
Costantino sapeva che il paganesimo era il minore dei suoi problemi perché
nello stesso cristianesimo s’annidavano diverse
incombenze che non potevano essere tralasciate e rinviate.
VI. Nicea, Roma e Costantinopoli
Così
egli decise d’indire un concilio, scegliendo Nicea,
città molto importante per il cristianesimo, per mettere ordine nelle diversità
di concezione della pratica cristiana, siamo nell’anno
325, quella che si preannuncia è forse una delle date storiche più importanti
dell’intera umanità. A Roma Papa
Silvestro diede la sua benedizione per il Concilio e indicò che il punto
principale doveva essere la chiusura della controversia ariana, celata da molti
decenni e mai discussa apertamente. La sostanza della disputa era la
divinizzazione di Cristo, che i seguaci d’Ariano non volevano in nessun modo
ammettere, concependo quella che si chiamava omoiusia
a cui si contrapponeva l’omousia,
cioè in parole povere la consunstanzialità del figlio
rispetto al padre. Il vescovo Atanasio sostenne il
verbo di Roma che era anche quello
di Costantino, il quale questa volta partecipò alla disputa in maniera decisa ed intervenne come super partes
certamente, ma soprattutto come unico Imperatore e questo giocò un ruolo
fondamentale: egli si sentiva un diretto mandatario del Supremo, un vescovo
aggiunto, anche se non era ancora battezzato e volle chiarificarlo nei suoi
interventi durante tutto il dibattito. Il Concilio terminò con la piena
approvazione del Simbolo Niceno, vale a dire in breve (non è questo certo il
luogo della spiegazione teologica e spiritualistica) come professione di fede,
il Credo come concezione politico-religiosa imperiale
a cui Costantino aveva tanto lavorato
durante il corso del suo principato: in sostanza s’apriva una nuova era,
diversa dall’antichità, probabilmente è corretto dire che il medioevo inizia a Nicea, il vecchio stato repubblicano-imperiale
romano lascia il passo ad una nuova struttura diversa nella forma e nella
sostanza, Costantino ha così traghettato le istituzioni passate in un nuovo
sistema, quello del cesaro-papismo, e sebbene ricalchi esteriormente quello
passato ovviamente ne differisce nei modi e nelle impostazioni ideologici di
base. Del resto anche i vescovi ariani presenti finiscono per accettare i
dettami pur non condividendoli (solamente due di loro s’oppongono
in maniera dura), finendo perciò per delineare una sorta di compromesso, almeno
fino a che Costantino vivrà, a dimostrazione che la sua figura è stata
essenziale per la riuscita degli intenti
proposti. Con l’anno del Concilio di Nicea,
Costantino festeggiava anche il suo ventennale come Imperatore dei Romani e la
sua idea, non potendolo fare per ovvi motivi nello stesso periodo, era quella
di festeggiarlo a Roma, città che non aveva
visitato da quando aveva vinto Massenzio e con la
quale i rapporti (specie a livello senatoriale) non erano dei migliori. Nel 326
egli si recò nell’Urbe in gran pompa, alcuni dicono con un anno di ritardo per
punirla dell’atteggiamento tenuto nei suoi confronti: il prefetto era allora Acilio Severo, il primo cristiano a ricoprire tale carica,
ma non vi fu
nessun bisogno d’utilizzare la forza e non
vi furono particolari acredini durante la visita ufficiale. Parte del Senato
continuò a rimanere ostile a Costantino, non digerendo alcune interferenze
sulle istituzioni, la gente lo festeggiò come aveva sempre fatto con tutti gli
altri imperatori, la visita d’uno di loro costituiva sempre un gran momento
sociale ed economico, e le casse dei commercianti indubbiamente si
rimpinguavano, quando i festeggiamenti portavano gente da ogni luogo. Egli
esercitò anche alcune ricorrenze pagane e questo gesto fu apprezzato, ma in
fondo Costantino era cresciuto sempre lontano da Roma e
non sentiva con profondità il rapporto che altri avevano avuto, egli mantenne,
e lo si vide chiaramente
sempre un atteggiamento ufficiale durante
il periodo passato nell’Urbe ed una volta partito dimostrò l’intenzione di non
farvi più ritorno, forse anche deluso dal fatto che non vedeva una grande
prospettiva, probabilmente egli vedeva una città già “morta” al suo interno ed
essendo il suo interesse soprattutto politico, ragionava con la mente e non con
il cuore dimostrando una volta di più la sua freddezza quando si trattava di
decidere, cosa che del resto aveva già individuato prima di lui Diocleziano
nelle cui intenzioni v’era lo spostamento in Nicomedia,
non lontano quindi dal Bosforo.. Alcuni affermano che una parte di ciò fu
provocata anche dal fatto che egli dovette sopprimere la moglie Fausta proprio
durante la
sua permanenza nell’Urbe, moglie
apertamente infedele e che per di più pare aveva avuto rapporti con suo figlio Crispo (anche lui soppresso a Pola
nello stesso anno), ma insomma queste sono cose che non riguardano propriamente
l’attività socio-politica, ma un banale sentimento. Gli interessi strategici
per un corretto governo dell’Impero non potevano più essere gestiti in Roma (anche
perché il Senato aveva completamente perso il suo gran ruolo del passato per
varie motivazioni nel corso degli ultimi secoli) per questo il suo pensiero era
oramai alla costruzione di Bisanzio, Costantinopoli, la cui prima pietra per
l’ammodernamento artistico ed urbanistico di questa
vecchia città sul Bosforo fu posizionata il 26 novembre 326: i lavori
terminarono l’11 maggio 330, la nuova capitale dell’Impero che oramai da ovest
s’era spostato decisamente ad est. Le campagne militari continuarono sino alla
sua morte, soprattutto sul limes danubiano contro i
Goti ed i Sarmati che spingevano in maniera molto
decisa, tant’è che egli compì, dopo averli battuti, un capolavoro diplomatico federandoli all’Impero e distribuendoli in tutta l’area
dell’attuale Europa balcanica e danubiana, zona a cui s’aggiunsero successivamente
anch’essi in qualità di federati i Vandali. Costantino comprendeva bene quanto
era necessario coordinare gli ingressi di queste popolazioni e d’integrarle nel
sistema romano, conosceva bene i limiti del suo esercito, e sapeva quanto era
necessario rimpinguarlo con nuovo sangue. Per lui l’unico vero nemico rimaneva
la grande Persia, un nemico degno di un altrettanto
grande rispetto e la campagna che stava preparando contro Sepore
II n’era la prova, egli aveva bisogno quindi di soldati che avessero la voglia
di lottare e avendoli conosciuti, si riteneva convinto di poter effettuare sui nuovi barbari federati la stessa operazione
effettuate decenni prima con coloro che poi furono il nerbo del suo esercito.
La sua non sarebbe stata certamente una guerra di difesa, Costantino
semplicemente non la concepiva mentalmente e nei suoi intenti con ogni
probabilità la conquista della Persia rappresentava
il corollario definitivo a tutta la sua opera che se fosse
andata a buon fine avrebbe senza dubbio
realizzato qualcosa di molto vicino alla grandiosità. Egli invece morì a Nicomedia il 22 maggio del 337 lasciando il principato
diviso tra figli e nipoti: chi più aveva lottato per l’unificazione dell’Impero
comprendendo come fosse l’unica via perseguibile per mantenere ordine e
sicurezza, commise proprio l’errore di rifarlo precipitare nell’anarchia, ma
forse s’era accorto che Costante, Costantino,
Costanzo, Dalmazio ed Annibaliano
tutti insieme non valevano sicuramente la sua figura sia in politica che
nell’amministrazione del territorio.
VII. L’analisi delle
riforme istituzionali e militari
Esaurita
l’analisi del personaggio in rapporto agli avvenimenti storici che l’ebbe come
assoluto protagonista per un trentennio, torniamo al
rapporto iniziale, a considerare quale fu la portata delle sue idee nel
contesto istituzionale durante gli stessi anni. All’inizio s’è affermato che
gli è divenuto un Totius Orbis
Imperator, portando sicuramente a termine il lavoro iniziato tempo addietro da
Diocleziano, in altre parole operare profondamente nelle istituzioni per
trasformare l’Impero in una Monarchia Assoluta, quindi tutte le importanti
riforme che egli fece dovevano essere ovviamente destinate a gestire al meglio
la nuova impostazione di governo dl territorio. Egli fu il primo, infatti, a
portare il diadema imperiale, segno inconfondibile dell’assoluto potere e
trasmise questa tradizione a tutti quelli che gli succedettero sul trono e la
costituzione su cui fondò questo potere era dettata
dalla primaria separazione del civile dal militare. La divisione operata nel
territorio comprendeva 13 diocesi, 117 province e 4
prefetture (Illirico, Italia, Gallia ed Oriente), ma la persona che
sovrintendeva ad una di queste cariche non aveva il potere dei suoi predecessori,
Costantino accentrava tutte le decisioni a cui ci si doveva rimandare, prima
d’effettuare una qualsivoglia operazione. Costantino operò per togliere il
potere militare dalle mani dei Prefetti, onnipotenti sino a quel momento,
infatti, dall’inizio dell’entrata in vigore della sua normativa essi non furono
altro che esecutori amministrativi: questo fu un cambiamento epocale
e indubbiamente positivo e le quattro prefetture erano rette da un Prefetto del
Pretorio, al quale dovevano riferire sia i vari vicari delle diocesi sia i
governatori delle province di rispettiva appartenenza. Il Palazzo Imperiale a
Costantinopoli, non era quindi solamente una comoda e sfarzosa reggia adibita
al riposo o al sollucchero del monarca, ma diveniva
una vera e propria città nella città ove ognuno doveva operare secondo la sua
mansione nell’amministrazione del patrimonio pubblico o di quello privato,
proprio per questo e per evitare problematiche
d’ingerenza Costantino quindi s’era
dotato di quattro alti funzionari per gli affari del Palazzo
(possiamo chiamarli anche dignitari) che
sovrintendevano rispettivamente: ll’amministrazione
del patrimonio dell’Imperatore (comes rei privatae), preposto alla camera sacra, in genere un eunuco
(praepositus sacri cubicoli), due comandanti militari
(comites domesticorum) che
dirigevano le rispettive compagnie pedestri ed a cavallo, da cui dipendeva
anche la guardia imperiale, formata da cavalieri d’origine germanica,
i cui reparti erano chiamati scholae
palatinae a cui vanno sommati i protectores
domestici, altri soldati scelti. I ministri che adempivano le problematiche
governative erano sostanzialmente tre: il magister officiorum che assemblava le due
funzioni primarie di responsabile degli interni e degli esteri, doveva essere
quindi un valente diplomatico, ma anche un forte esecutore della volontà
imperiale sul territorio, il quaestor sacri palatii, responsabile degli affari giudiziari, ratificava
leggi ed ordinamenti e sovrintendeva
alla giustizia in generale, il comes sacrarum largitionum, sovrintendente al tesoro, il quale aveva forse
la più grossa delle responsabilità, quella di rimpinguarlo attraverso le
riscossioni di tributi, un lavoro in cui si doveva mettere insieme abilità
personale a tatto. Tutti questi funzionari elencati, più i quattro prefetti
territoriali ed altri scelti dall’Imperatore stesso,
formavano una specie di Consiglio dei Ministri detto consistorium
principis (anche in precedenza chiamato sacrum consistorium) che si
riuniva ogni qualvolta ve n’era bisogno sotto la direzione del quaestor sacri palatii che per
l’appunto indiceva la riunione e
comunicava al sovrano la decisione presa dal
collegio. Il comando militare, come s’è detto in precedenza, tolto ai vari
Prefetti, fu dato ai militari di carriera, normalmente un magister
equitum (cavalleria) ed un magister peditum (fanteria), ma
spesso poteva essere anche una sola persona a gestire l’esercito (magister utriusque militiate)
oppure vi potevano anche essere più magister
eccezionalmente davanti ad una grave situazione per fronteggiare il nemico
esterno od interno, ed avevano oltremodo la possibilità di gestire il potere
giudiziario come Supremo Tribunale di Guerra. La rivoluzione in ambito militare
fu profonda e
l’esercito a quei tempi era con molte
probabilità formato da 132 legioni, certamente non nel numero ben conosciuto di
6000 uomini per ognuna d’essa, forse erano meno della metà, ma stiamo parlando
di truppe fisse, limitanee. La riforma costantiniana in quest’ambito portò alla
formazione del Comitatus o esercito mobile, il cui
soldato era pagato in proporzione molto di più rispetto al legionario comune
che si vide ridurre l’appannaggio proprio perché non dava più le garanzie
necessarie e in ogni modo le truppe del comitatus
spesso venivano anche esentate da qualsiasi tributo. Lo sforzo era notevole, la
riforma portò con sé diverse problematiche nella gestione delle risorse umane,
quale non ne porterebbe, ma ndubbiamente
permise di creare truppe che potevano
muoversi con agilità laddove ve ne era bisogno, era un
nuovo sistema di concepire l’attività
militare, non v’era più bisogno di creare un insediamento, il soldato serviva
solamente per combattere ora, l’impatto sociale sul territorio serviva molto
meno di prima e non poteva essere altrimenti visto la grande massa umana che
oramai s’apprestava ai confini dell’Impero. Costantino anche in campo monetario
scelse la via più difficile, la più dura, coniò una nuova moneta
il Solido, d’oro che fin dagli esordi mostrò sul mercato il suo buon
valore, una moneta affidabile, ma che generava insoddisfazione tra gli strati
sociali meno fortunati, in quanto loro utilizzavano la moneta a base argentea,
la cui depauperazione portò maggior povertà. Il punto è che Costantino aveva
necessità di una
moneta
forte perché ogni riforma porta inevitabilmente a spese superiori e la
copertura era necessaria per non far fallire lo stato, il che si tradusse anche
con l’introduzione di nuove imposte, le quali
colpivano tutti, sia i senatori e le loro proprietà (collatio
globalis), sia i mercanti (collatio
lustralis) in maniera se non equa almeno rigorosa.
Con la monarchia di Costantino si creò anche una nuova aristocrazia, non più
dettata dalle origini della famiglia d’appartenenza o dalla ricchezza, ma dalla
funzione che svolgeva all’interno del Palazzo Imperiale, nell’amministrazione
pubblica e nelle istituzioni governative e militari ed anche questo era segno
che un’era era terminata e stava per aprirsene
un’altra.
VIII. Conclusione: il Battesimo di
Costantino, una riflessione personale
Ho
lasciato come ultimo argomento di questo mio scritto il discorso concernente,
il Battesimo di Costantino, avvenuto secondo i più poco
prima che sopraggiungesse la morte, nel 337 AD e su questo chiedo scusa in
anticipo, ma mi permetto qualche riflessione personale. Io, francamente come
cristiano non mi sono mai posto il problema, di dove, come, quando e se egli
aderì a questa religione, a mio giudizio rimase pagano nella mentalità ed in certi suoi atteggiamenti superstiziosi per gran parte
della sua vita, ma restò tale nel suo intimo probabilmente, discernendo in
maniera intelligente da ciò che gli dettava il cuore rispetto a ciò che
rappresentava l’importanza della creazione di uno stato unitario e forte e se
non lo fu mentalmente o ufficialmente, sicuramente fu cristiano politicamente e
socialmente: tutti i suoi
atti sono lì a dimostrarlo. Questo a mio
personale giudizio è importante, non la data della sua entrata nella comunità
cristiana: Nicea ha rappresentato il suo Battesimo,
egli in quel luogo fu un apostolo sostanzialmente come amava definirsi (il XIII
per l’esattezza). Egli, perfezionò il sogno di un imperatore certo non tenero
con i seguaci del Cristo, Diocleziano che aveva preso mano ad
importanti riforme per ricostruire l’istituzione imperiale: dobbiamo ritenere
Costantino pagano per questo? Egli fu soprattutto un gran conoscitore della
mente umana, apeva e comprendeva prima di chiunque
altro lo sviluppo della società e su questo basò tutta la sua politica, in più
aveva l’audacia di un ottimo militare e su questa basò la sua conquista giorno
dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno e per questo motivo ritengo che la
data reale del suo Battesimo sia indubbiamente un falso problema, a cui probabilmente mai si darà risposta.
Il testo è stato pubblicato sul
Numero Zero di Latina – L’Antologia di SignaInferre
Riferimenti bibliografici
Afoldi A., “Costantino
tra paganesimo e cristianesimo”, Laterza, 1976.
Bardy G.,“La
conversione al cristianesimo nei primi secoli”, Jaca Book, 1947, 2005.
Fraschetti A., “La conversione. da Roma pagana
a Roma cristiana”,
Laterza, 1999.
Dossetti G. L., “Il simbolo di Nicea
e di Costantinopoli”, Herder,
1967.
Sampoli F., “Costantino il grande e la sua
dinastia”, Newton & Compton Editori, 2003.
Marcone A., “Costantino
il grande”, GLF Editori Laterza, 2000.
Marcone A., “Pagano e Cristiano vita e mito di
Costantino”, GLF Editori Laterza, 2002.
Lodi
E., “Il credo niceno-costantinopolitano”,
Marietti, 1995.
Rahner H., “Chiesa
e struttura politica nel cristianesimo primitivo”,
Jaca Book, 1961, 1990.
Grant
M., “Gli imperatori romani storia e segreti”, Newton
& Compton Editori, 1984, 1993.