Commento
al saggio “I
Luoghi delle triplici Cinte in Italia”
di Enrico Pantalone
Primi d’iniziare ad
analizzare il testo di Marisa Uberti e Giulio Coluzzi “I Luoghi delle triplici
Cinte in Italia” mi sento in obbligo di premettere che sono assolutamente
incompetente in questa materia e pregiudizialmente molto scettico in generale
rispetto ai temi trattati riguardanti mistero o strane filosofie di natura esoterica,
sono e rimarrò sempre pragmatico ed essenziale, uno spartano …al massimo nel
migliore dei casi un romano antico.
Detto questo per
amor di verità, normalmente io giudico un qualsiasi testo mi sia sottoposto o
che acquisto in conformità a dei parametri d’ordine generale scevri da
qualsiasi soggettivismo: impostazione e struttura, chiarezza dello scritto
(sintassi e scorrevolezza), verifica delle finalità dichiarate dall’autore e livello culturale da raggiungere (o meglio sarebbe target
prefissato).
Procediamo quindi
con ordine.
Il libro è
sostanzialmente suddiviso in due sezioni quasi distinte l’una dall’altra,
dapprima una sezione che cura l’aspetto, potremmo
definire, filosofico del soggetto e successivamente una che cura l’aspetto
statistico e geo-architettonico sul territorio italiano.
La prima sezione è certamente
ridotta rispetto alla seconda che è così preponderante nel numero di pagine (il
rapporto è di 1 a 5), questo sembra un po’ limitare il
contenuto oggetto dello studio o della ricerca vera e propria, la piacevole
scorrevolezza nello scritto che s’incontra andava forse tenuto maggiormente in
considerazione considerando il prodotto globale.
Ciò che è portato
alla conoscenza del lettore è comprensibile e ben argomentato, però la mia
impressione è che per comprenderlo bisogna già avere delle basi concrete di
archeologia e storia nella propria formazione personale, alcuni passaggi
richiedono una qualche competenza di queste due discipline, perciò questa
sezione non sembra però avere nessun interesse formativo o sociologico, né
probabilmente è nelle intenzioni dei due autori, ci si rivolge evidentemente a
un pubblico che richiede espressamente valori diversi (la simbologia per
esempio): è un peccato perché dall’analisi di ciò che è stato scritto appare
abbastanza chiaro che si aveva potenziale anche in questo campo, spesso si
sfiora senza però entrarvi direttamente.
Interessante il
dualismo molto marcato tra gioco o simbolo, voluto e cercato ovunque nei
capitoli descrittivi, un alternarsi tra memoria collettiva (il gioco) e memoria simbolica (l’incisione, uso un termine degli autori)
che crea sicuro interesse nel lettore, il quale può ritrovarsi facilmente in
uno dei due “metodi d’approccio”, tra l’altro è molto apprezzabile la ricerca
delle fonti, indubbiamente ben documentate e ricche di argomenti da discutere
nella sede appropriata, né un testo può avere queste pretese.
La seconda sezione,
quella geo-architettonica, è stata concepita dagli autori, a quanto ho compreso
io, come un ricco censimento classificato secondo la regione e le sue città, un
insieme quindi di schede monografiche arricchite da numerose fotografie e
indicazioni forse dal sapore un tantino troppo turistico e generalista
enciclopedico.
Resta grande
comunque il lavoro effettuato con cura e dovizia, con ragionevolezza e
sicurezza, si nota subito sfogliando una qualsiasi delle schede, alle volte
sembra con grande partecipazione di chi ha scritto, questo non dovrebbe
apparire, ma credo che sia un bene invece di averlo fatto: il testo appare più
schietto, meno dogmatico, diciamo che questa sezione appare come un libro
dentro il libro o meglio come un dossier “aperto” a
tutti.
Il saggio nel suo complesso
è ben scritto, segue un filo logico che parte dalla presentazione del soggetto,
al suo studio attraverso accurate ricerche, alla creazione d’interrogativi e di
proposizioni dall’articolazione della ricerca stessa effettuata dagli autori in
loco, sicuramente un buon lavoro da questo punto di vista.
Non sono invece riuscito
a comprendere appieno se il libro nel suo insieme è un’espressione culturale,
oppure no, nel mio metro di valutazione ciò è molto importante, probabilmente
per altri non lo è per nulla, onestamente da questo punto di vista trovo molta carenza, ma la trovo non tanto nel testo, quanto nella
disciplina che caratterizza questo studio tuttora, disciplina dagli aspetti non
molto chiari o nebulosamente mantenuti, per cui confesso non sono riuscito a
capire se gli autori abbiano o meno raggiunto le finalità prefissate, né è mio
compito indagare in tal senso, il libro è chiaramente rivolto ad un’elite di
settore competente nella materia, ma appare molto difficile pensare ad un
pubblico più vasto, almeno al momento.
Per quanto riguarda
il mio personale giudizio finale sul saggio, fatte proprie tutte le
considerazioni precedenti, appare senz’altro lodevole, meritevole di plauso e
d’incoraggiamento a proseguire sulla strada intrapresa.