Il 2012 degli Antichi
Romani. Pagani e Cristiani in un’epoca di angoscia
di Ignazio Burgio.
(tratto dal sito
dell’autore CataniaCultura)
Nei
primi secoli dell'era cristiana i sudditi dell'Impero romano vissero
un'angosciosa crisi esistenziale legata ad aspettative
apocalittiche che favorirono l'adesione a nuovi culti religiosi provenienti
dall'Oriente, quali quello di Iside, il Mitraismo e naturalmente il
Cristianesimo. Negli ultimi anni nuovi studi hanno fatto luce su questo argomento arrivando anche a conclusioni
rivoluzionarie come nel caso del Mitraismo. Angoscie
apocalittiche, nuovi culti e atteggiamenti spirituali nell'antica società
romana, sembrano collegati alla scoperta della precessione degli equinozi, ma
probabilmente anche alla memoria di una grande catastrofe accaduta duemila anni
prima.
Nel suo saggio – diventato ben presto un classico della
storia religiosa romana - “Pagani e cristiani in un'epoca di angoscia”, lo
studioso Eric Dodds nel 1970 mostrava come già all'inizio
del I sec. d. C. la società romana, compresa quella italiana e dell'Occidente
mediterraneo, fosse pervasa da una diffusa crisi spirituale e religiosa che in
un clima di ansia e paure materiali ed esistenziali portò alla sfiducia e alla
decadenza delle divinità e dei riti tradizionali, persino di molti centri
oracolari, e all'adesione sempre più massiccia al culto di nuove divinità
provenienti dall'oriente: Iside, Cibele, Mitra, e
naturalmente Cristo. Già prima, e al di fuori, della diffusione del
Cristianesimo, la società antica venne presa da un
diffuso pessimismo, nonchè da un disprezzo del mondo
e della vita materiale che portarono anche a scelte radicali ed estreme, come
l'ascesi, il ritiro ad una vita eremitica e addirittura anche ad episodi di
automutilazione ed autocastrazione. I librai
dell'epoca facevano circolare un gran numero di testi magici, religiosi,
astrologici, ma anche oracolari che alimentavano il diffuso pessimismo e la
convinzione di una imminente palingenesi cosmica di
tipo apocalittico sia a livello fisico che spirituale. Dallo storico Svetonio veniamo a sapere che Augusto stesso ordinò la
distruzione di più di duemila copie di libri del
genere, facendo quasi presagire che la questione religiosa si sarebbe dimostrata
uno dei più grossi problemi di tutta la successiva storia romana.
Problemi concreti e materiali di una gravità tale da giustificare in maniera
più che sufficiente tale atteggiamento pessimistico non mancarono
nel mondo romano sin dalla tarda età repubblicana: guerre civili, crisi
finanziarie ed economiche, corruzione politica a tutti i livelli, carestie,
epidemie (come quelle sotto Marco Aurelio e Gallieno),
e non meno grave, anche la perenne minaccia dei barbari, rendevano insicura la
vita di chiunque e quantomai incerto il proprio
futuro. Ad astrologi, indovini ed oracoli gli uomini e
le donne del tempo ripetevano frequentemente le stesse domande: “mi ridurrò a
mendicare ?”, “avrò il mio salario ?”, “sarò venduto schiavo ?”, e via di
questo tenore. L'esigenza di un futuro più sicuro era talmente diffusa e
pressante da alimentare in chiunque quella che gli storici dell'antichità
chiamano un'”aspettativa soteriologica”, cioè di
salvezza, legata in primo luogo alla figura dell'imperatore, in teoria garante
della giustizia, della sicurezza militare dell'Impero ed anche suprema autorità
religiosa (pontifex maximus).
Eppure sia Dodds che altri studiosi (come ad esempio Rostovzev)
erano convinti negli anni '70-'80 del secolo scorso
che nessuno dei summenzionati problemi materiali, per quanto grave, potesse
essere considerato fondamentalmente responsabile della crisi, non solo delle
coscienze dei singoli individui posti di fronte alle proprie paure, ma persino
di quella politica e militare dell'Impero romano, crollato in definitiva –
secondo l'opinione di Rostovzev – a causa di un
radicale mutamento nella visione della vita e dell'universo subentrata nei
primi secoli dell'era cristiana. La crisi religiosa e spirituale sarebbe stata insomma la causa di tutti i problemi politici,
economici e militari, e non il contrario. Affermazioni di questo genere che
apparivano isolate nel panorama degli studiosi di storia antica di trenta o
quarant'anni fa, possono adesso essere riprese ed esaminate in tutto il loro
interesse alla luce di alcune recenti e rivoluzionarie osservazioni di tipo
astronomico relative ad un culto religioso diffusosi
con successo all'interno dell'impero romano, ovvero quello di Mitra.
Fino a qualche decennio fa si riteneva che il Mitraismo non fosse nient'altro
che una religione originaria della Persia la cui
figura divina insieme ai riti di tipo solare avesse preso
il posto dei tradizionali numi romani ai quali sempre meno persone prestavano
fiducia. Congiurava anche il fatto che le fonti antiche parlavano poco di
questo culto praticato normalmente in luoghi sotterranei e riservati a pochi
iniziati - i “Mitrei” - e dunque sin dalla fine
dell'Ottocento si continuava a seguire la tradizionale interpretazione
datane dallo studioso belga Franz Cumont: il Mitra
venerato riservatamente a Roma e nel resto dell'impero, uccisore in una caverna
del toro primordiale e dispensatore della bevanda dell'immortalità, preparata
col medesimo sangue del bovino sacrificato, era assimilabile al Mithra venerato in Persia da
almeno mille e quattrocento anni, anche se la versione iranica del dio si
limitava ad essere una divinità solare nonchè giudice
delle anime dopo la morte, mentre per il resto lasciava in pace anche i poveri
tori. A partire dagli anni settanta del secolo scorso
tuttavia fra gli studiosi cominciarono a sorgere i primi dubbi, chiaramente
espressi ad un Congresso di storici a Manchester nel 1971, dove si giunse alla
conclusione che il dio persiano e quello romano, pur avendo il medesimo nome,
non avevano per il resto nulla a che spartire. Seguendo tale linea di pensiero
parecchi anni dopo, nel 1989, lo studioso David Ulansey propose
una convincente e rivoluzionaria soluzione ai tanti aspetti enigmatici della
vicenda.
La quasi totalità delle raffigurazioni della divinità giunte sino a noi e
presenti originariamente nei mitrei di ogni parte
dell'Impero – affreschi, gruppi marmorei, mosaici, ecc. - mostrano la stessa
identica scena: una figura maschile identificabile col dio Mitra nell'atto di
trafiggere con la spada un toro, mentre il suo volto è rivolto dalla parte
opposta. Sotto il bovino uno scorpione gli punge i genitali, mentre completano
il quadro anche le figure di un cane, un serpente, un corvo, un leone e una
coppa. Più che una scena mitologica insomma sembra uno di quei misteriosi rebus
carichi di simbolismi che si incontrano talvolta in
certe raffigurazioni rinascimentali di ispirazione magico-alchemica.
Qualcuno in precedenza aveva suggerito che potesse trattarsi della
rappresentazione di una mappa celeste, ove le singole figure – Mitra, il Toro,
Lo Scorpione, il Corvo, ecc. - fossero in realtà altrettante costellazioni, ma
le coincidenze alla fine erano sempre inferiori a tutti gli altri elementi che
non riuscivano a quadrare. Ulansey identificò per prima
cosa Mitra con la costellazione del Perseo, il mitico uccisore della Medusa,
provvisto anch'esso di un copricapo frigio come il dio “torero”. Le altre
figure zoomorfe insieme alla Coppa erano poi facilmente identificabili con le
corrispondenti costellazioni, ma - qui la grande intuizione dello studioso –
non come erano disposte in cielo in epoca romana,
bensì un paio di millenni prima, all'epoca del passaggio dall'era zodiacale del
Toro a quella dell'Ariete, intorno al 2000 a. C. E' bene ricordare infatti che
per effetto del cosiddetto “movimento precessionario”,
l'asse terrestre si sposta in maniera lentissima (un grado ogni 72 anni)
puntando in una differente zona del cielo e quindi anche a stelle differenti:
in questa maniera ad esempio anche le stelle sopra i poli cambiano nel corso
dei millenni, e se oggi il Polo Nord Celeste è occupato dalla Polaris dell'Orsa Minore, in passato era identificato da
Vega, Thuban, ed altre stelle ancora. Poco più di
ogni duemila anni, il sole si trova a sorgere all'equinozio di primavera sullo
sfondo di una costellazione differente: prima del 2000 a. C. passò da quella
del Toro all'Ariete, intorno al I secolo dell'era cristiana, dall'Ariete ai
Pesci, ed ai nostri giorni il punto equinoziale è sul
punto di spostarsi in Acquario.
Questo particolare fenomeno astronomico di lunghissima durata (“precessione
degli equinozi”) venne ufficialmente scoperto intorno
al 117 a. C dall'astronomo greco Ipparco
di Rodi (ma nato a Nicea nel 185 a.
C.) dopo aver studiato una gran mole di osservazioni sulle stelle effettuate
dagli astronomi babilonesi nel corso dei millenni passati. Basandosi su queste
fonti Ulansey sostenne in primo luogo che il
Mitraismo fosse stato in realtà un culto di tipo astronomico nato poco tempo
dopo la scoperta della precessione degli equinozi nella scuola stoica della città cilicia di Tarso in
Asia Minore: i filosofi stoici, sempre secondo Ulansey,
avrebbero riconosciuto alla locale divinità, Perseo, il potere di governare e
muovere le stelle, assimilandolo in seguito alla divinità persiana Mitra. Il
motivo poi della rievocazione in quel I secolo a. C., tramite la scena
figurativa delle costellazioni e dell'uccisione rituale dell'animale, del
passaggio dall'era zodiacale del Toro a quella dell'Ariete, avvenuta duemila
anni prima, anziché dell'imminente passaggio dall'Ariete ai Pesci (come sarebbe
stato più logico), lo si dovrebbe cercare, sempre
secondo Ulansey, in un errore di calcolo dello stesso
Ipparco, convinto che il sole dovesse trovarsi ancora nel pieno dell'Era
dell'Ariete, e non al suo termine.
Molti hanno obiettato a Ulansey come fosse poco
probabile che nel giro di così poco tempo un nuovo culto appena nato potesse
diffondersi rapidamente in tutto il mondo romano. Lo studioso ha tuttavia
ricollegato la diffusione iniziale del mitraismo all'opera dei potenti pirati
della Cilicia, regione dell'Asia Minore, che secondo
la testimonianza di Plutarco adoravano la nuova
divinità. Allorchè nel 67 a. C. vennero
sconfitti da Pompeo e deportati come schiavi in tutto
il mondo romano avrebbero diffuso automaticamente anche la loro nuova
religione. Di tutta la ricostruzione proposta da Ulansey
– nel complesso niente affatto da buttare – quest'ultima parte però convince
poco. Appare più probabile semmai che fossero i legionari romani di ritorno
dalle campagne in Oriente a provare simpatia per un dio che ai loro occhi
doveva apparire simile al guerriero Marte, tanto più che una caratteristica del
Mitraismo fu quella di essere un culto prettamente
maschile. Studiosi, come ad esempio Giulio Magli, esprimono inoltre le loro
riserve anche sulla convinzione che la precessione degli equinozi sia stata
scoperta nel 117 a. C., anzi, è molto probabile che il lento fenomeno
astronomico fosse già conosciuto in Oriente ben prima che Ipparco lo rendesse
pubblico. Le lunghe liste di osservazioni astronomiche relative alle stelle
compiute nel corso di almeno i duemila anni precedenti in Mesopotamia, in
Egitto e in India (per citare solo le civiltà più vicine a Roma) comprese le
correzioni delle loro coordinate celesti nel corso dei secoli, dimostrano infatti che, per lo meno in teoria, gli astronomi antichi
avrebbero potuto raggiungere la piena conoscenza della precessione, e
probabilmente anche tenerla segreta come una verità esoterica. Molti edifici
costruiti in diverse parti del Mediterraneo molto prima di Ipparco – alcuni
templi di Malta, i nuraghi sardi, piramidi e templi in Egitto – dimostrerebbero
inoltre come i loro costruttori fossero ben consapevoli del lento spostamento
delle stelle nel corso dei secoli, orientando così le
loro costruzioni nella maniera più corretta. Che il culto di Mitra in versione
romana comunque fosse legato o meno sin dall'inizio
alla “scoperta” di Ipparco, c'è il forte sospetto che l'antico transito
dall'Era del Toro a quella dell'Ariete dovesse suscitare grande interesse anche
prima del 117 a. C. e in luoghi anche ben lontani dall'Oriente. Nel 1880 venne ritrovato in Danimarca un grosso piatto circolare in
argento, noto come “Calderone
di Gundestrup” e oggi conservato al
Museo di Copenhagen. Datato tra il II ed il I secolo
a. C., ed attribuito alla cultura celtica, esso presenta in rilievo diverse
raffigurazioni, alcune tipiche della religione locale, quali il dio Cernumnos, altri addirittura di ispirazione orientale
(elefanti), mentre al centro presenta una scena per tanto tempo avvolta nel
mistero, ma da pochi anni interpretata in senso archeo-astronomico:
un toro morente circondato da altre immagini quali una figura maschile, un
cane, un'orsa e un rettile simile ad una lucertola. Lo studioso francese Paul Verdier ha anche qui riconosciuto una simbologia zodiacale
che si riferisce alle costellazioni come dovevano
apparire nel 2000 a. C. La figura maschile sarebbe la costellazione di Orione
(per altri quella del Perseo), accompagnata da quella del Cane e dell'Orsa
Minore, la lucertola probabilmente la costellazione di Cetus
(la babilonese Tiamat), ed
il Toro morente ovviamente la corrispondente era zodiacale che lascia il posto
a quella dell'Ariete.
Ma perchè negli ultimi due secoli prima di Cristo
c'era così tanto interesse per il cielo di 2000 anni
prima ? Era solo positivo entusiasmo da parte degli antichi astronomi che
sbagliando erano convinti di trovarsi ancora nel pieno dell'età dell'Ariete,
come sostenuto da Ulansey ?
Oppure al contrario era il frutto di una generale e inconfessata paura per
l'imminente transito dall'Ariete ai Pesci, di cui in realtà si doveva essere
ben consapevoli, come testimoniato tra l'altro dalla successiva simbologia
cristiana dell'”iktùs”, il pesce stilizzato ? Non è escluso, a mio parere, che l'attesa del nuovo
transito zodiacale fosse la reale responsabile della tremenda angoscia
apocalittica vissuta dalla società romana a cavallo dei secoli dell'era
cristiana, poiché gli archivi che riportavano le osservazioni astronomiche di
Babilonesi ed Egizi parlavano anche di una grande catastrofe avvenuta proprio
2000 anni prima, allorché non solo le stelle si
“spostarono” in cielo, ma finirono per “cadere” anche sulla Terra.
Dopo la fine della Prima Guerra del Golfo, che nel 1991 portò alla liberazione
del Kuwait invaso dalle forze armate irachene, il governo di Saddam Hussein
avviò dei lavori di bonifica nel sud dell'Iraq.
Temendo che queste attività potessero nascondere nuove minacce militari, i
satelliti spia americani tennero costantemente d'occhio la zona scattando un
gran numero di fotografie. Alla fine i lavori si rivelarono avere
effettivamente finalità agricole e portarono al completo prosciugamento del
lago di Umm Al Binni.
Decaduto l'interesse militare, le foto satellitari cominciarono a circolare
liberamente anche nel mondo accademico, e Sharad Master, geologo
dell'Università di Witwatersrand a Joannesburg in Sudafrica si accorse che il fondo del lago
una volta venuto alla luce si dimostrava essere in realtà un enorme cratere da
impatto, perfettamente circolare, con un diametro di 3,4 Km e profondo 500
metri. Master si procurò altre foto, tramite le quali escluse che il cratere
potesse essere il frutto di un bombardamento militare durante il precedente
conflitto, e ne concluse che in quel punto era caduto
un grosso asteroide intorno al 2300 a. C. Il bolide a giudicare dagli effetti
sul terreno doveva possedere un diametro di 200 m. e nel corso dell'impatto con
il suolo liberò un'energia pari a decine di migliaia di bombe atomiche. A
quell'epoca la zona era ricoperta dal mare, ma il fondale non era molto
profondo. L'effetto nelle immediate vicinanze fu catastrofico: l'onda sismica
unitamente allo spostamento d'aria dovette certamente danneggiare numerose
città mesopotamiche anche dell'entroterra costiero, mentre lo tsunami scatenato
in tutto il Golfo Persico sicuramente completò l'opera di devastazione. Ancora
più grave tuttavia dovette risultare la crisi
climatica ed ambientale che sconvolse tutta l'area geografica mediorientale,
non solo l'intera Mesopotamia sumerica, ma anche l'Egitto, l'Asia Minore, e le
fiorenti città commerciali siriane, facendo sentire i suoi effetti fino in
Grecia, a Creta e negli altopiani iranici fino all'Indo. Chiare testimonianze
di desertificazioni di interi territori prima fertili
e di conseguenti carestie risalenti a quel periodo storico sono state ritrovate
fin dagli anni '50 dagli archeologi per i quali è rimasto sempre un enigma
l'improvvisa e drammatica decadenza di tante città e civiltà tutte insieme. Le
tavolette d'argilla ritrovate in Iraq ci hanno restituito i drammatici
resoconti dei superstiti delle città sumere in gravissima crisi, che
interpretarono tutto ciò come una punizione celeste del dio supremo Enlil, adirato per la profanazione di un santuario a lui
dedicato a Nippur: “Il vento ululante che soggioga
il paese tutto intero, il diluvio travolgente che nessuno può contrastare, Enlil poiché il suo amato tempio Ekur
era stato distrutto, che cosa distruggerà per vendetta ? ...
Gli stipiti di tutte le porte delle città del paese giacciono scardinati nella
polvere, e tutti i paesi stranieri emisero amari lamenti dalle mura delle loro
città... Colui che dormiva sul tetto, morì sul tetto, colui che dormiva nella
casa, non ebbe una tomba, le persone a causa della fame si sbranavano l'un
l'altra.”
Nel medesimo testo, la suprema divinità di Sumer
viene anche ritenuta responsabile di aver scatenato contro le città mesopotamiche i barbari e spietati Gutei
“un popolo che non conosce leggi, con istinti umani, ma con intelligenza
canina e forme di scimmia”, provenienti dalle regioni montuose a nord-est
della regione, che ebbero buon gioco a sopraffare un paese devastato dalle
calamità naturali e indebolito dalla carestia.
L'asteroide del Golfo Persico venne probabilmente
accompagnato da altri corpi celesti più piccoli precipitati anch'essi nel
medesimo periodo sulla Terra. In Argentina i geologi ne hanno scoperto uno con
la stessa età, mentre nella stessa zona mediorientale,
anche le bibliche città di Sodoma e Gomorra nel Mar Morto potrebbero essere rimaste vittime di
uno o più meteoriti, come secondo alcuni studiosi si ricaverebbe dalla
decifrazione di una tavoletta d'argilla assira in scrittura cuneiforme del 700
a. C.
Ancora in epoca ellenistica e romana le antiche scritture cuneiformi (sumero e accadico) venivano non solo studiate ma anche
regolarmente utilizzate, come attestato dalla tavoletta più tarda ritrovata
dagli archeologi e datata al 50 d. C. Gli antichi testi dovevano dunque essere
ampiamente conservati e studiati nelle maggiori biblioteche dell'antichità, in
primo luogo ad Alessandria d'Egitto e a Pergamo, certamente in quantità
maggiore di quanto a noi pervenuto. Si può veramente escludere che la “caduta
delle stelle” e le conseguenti catastrofi del 2300 a. C. fossero messe in
relazione dai greci e dai romani al movimento precessionario
degli astri, a questa curiosa e inquietante mobilità della volta celeste – per
gli antichi -, e al passaggio in una nuova era zodiacale ?
Sin dal III sec. a. C. nella dinamica e convulsa età ellenistica e romana, i
filosofi stoici, come Zenone, Cleante,
Crisippo, e in età imperiale Seneca e Marco Aurelio,
credevano che il mondo sarebbe finito in maniera drammatica con un diluvio o
una grandiosa conflagrazione universale, per poi riavere tutto un nuovo inizio,
come in una sorta di ciclico “Big Bang”: “...diluvio, che viene per una
legge cosmica, non diversamente dall’inverno e dall’estate... un simile eccesso
non sarà tuttavia accordato per sempre alle acque, ma, compiuta la distruzione
del genere umano e insieme sterminati gli animali, ai cui costumi gli uomini si
erano adeguati, la terra le riassorbirà di nuovo, di nuovo costringerà il mare
a quietarsi o a limitare la sua furia all’interno dei propri confini, l’Oceano,
ricacciato dalle nostre regioni, sarà risospinto nelle sue remote sedi, e
l’antico ordine sarà ripristinato. Ogni essere vivente si originerà daccapo e
alla terra toccheranno uomini incapaci di nefandezze e nati sotto migliori
auspici...” (Seneca).
L'astronomo caldeo Berosso
profetizzava che quando tutti gli astri si sarebbero trovati allineati nel
segno del Capricorno, sulla Terra si sarebbe riversato il diluvio, mentre
quando all'opposto si sarebbero concentrati in Cancro
il mondo sarebbe stato distrutto dal fuoco celeste. Echi di queste convinzioni
apocalittiche si ritrovano oltre che nel Vecchio Testamento, anche nel Nuovo,
lì ove si parla del futuro sconvolgimento dei cieli e della “caduta delle stelle”.
Quali possibili collegamenti possono esservi dunque tra il clima di angosciosa
(o al contrario desiderata, come nel senso cristiano) attesa apocalittica, e
l'arrivo dell'era zodiacale dei Pesci, come testimonierebbe anche il simbolo
iconografico dei primi cristiani, costituito appunto da un pesce ? E quanto avrebbero favorito tale clima le antiche
testimonianze babilonesi sulla drammatica fine delle civiltà mediorientali “punite” dall'ira divina con il fuoco celeste ? Se è vero che
un gran numero di documenti, anche di epoca greca e romana, non sono giunti fino a noi, è anche vero che molti testi,
tavolette, iscrizioni, di cui invece si dispone oggi devono essere ancora ben
studiati ed interpretati per chiarire un problema interessante non solo dal punto
di vista storico, ma anche per intendere meglio il clima spirituale dei nostri
tempi, in perenne attesa apocalittica, come nell'antica Roma imperiale.
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Storia e Società
Bibliografia.
E. R. Dodds, Pagani e
cristiani in un'epoca di angoscia, La Nuova Italia, Firenze, 1970.
G. Magli, Misteri e scoperte dell'archeoastronomia,
Newton Compton editori, Roma 2006.
F. Capone, Civiltà perdute, in: Focus, n. 115, 5/2002, Gruner und Jahr/Mondadori.
G. Pettinato, I Sumeri, Rusconi, Milano 1994.
Si vedano anche le voci “Mitra” e "Lago di Umm
Al Binni" su www.wikipedia.org