“Il Razzismo in
Italia”
di Leonella Cardarelli
Il 14 settembre 2008 la radio ha dato notizia dell’uccisione a Milano di un ragazzo di 19
anni di nome Abdul.
Il ragazzo, nato in Italia (questo
è stato stranamente precisato) da genitori del Burkina Faso è stato ucciso
a sprangate in testa da due uomini, rispettivamente
padre e figlio proprietari di un bar, che hanno sostenuto di aver visto il
giovane rubare una scatola di dolci alle 6 del mattino.
Se a rubare quella scatola di dolci
fosse stato un bianco il giovane avrebbe fatto la
stessa fine? Questo non possiamo saperlo ma vorrei
aprire una riflessione su questo ennesimo episodio di razzismo e violenza,
finito tragicamente.
Un altro sconcertante episodio è
avvenuto pochi giorni fa a Parma dove un ragazzo
ghanese, Emmanuel, è stato percosso e picchiato dai vigili, che hanno
addirittura scritto la parola ‘negro’ sulla sua carta d’identità perchè
scambiato per un pusher (l’atteggiamento dei vigili la dice lunga… sembra quasi
che i vigili abusino del loro potere per poter sfogare il loro odio
direttamente sui neri o sugli immigrati).
EMMANUEL, IL
RAGAZZO PICCHIATO DAI VIGILI A PARMA
Alessandro Dal Lago nel suo libro Non persone (2004) cita
innumerevoli episodi di razzismo verso gli extracomunitari. Il punto è che non
c’è bisogno di essere immigrati per subire determinate discriminazioni,
umiliazioni o per essere uccisi. Abdul era italiano. Il suo unico problema era quello di avere la pelle più scura.
ABDUL, IL
RAGAZZO 19ENNE UCCISO A MILANO
Riflettiamoci un attimo: perché i
media hanno precisato tanto che Abdul era italiano? E perché hanno precisato
che l’amico di Abdul aveva il permesso di soggiorno scaduto? Perché essendo
Abdul italiano è come se l’atto di violenza da lui
subito fosse stato ancora più ingiusto. Ma c’è bisogno
di essere italiani, o francesi, o spagnoli per essere rispettati e per avere
diritto alla vita? Si sta parlando di un atto di violenza o di permessi di
soggiorno? Sono anche i mass media che creano i pregiudizi e che alimentano
l’odio e la xenofobia. Precisare che Abdul era italiano e che il suo amico
aveva il permesso di soggiorno scaduto è, a mio avviso, già un atto di
razzismo. Nel razzismo infatti le persone non vengono
considerate come individui bensì come appartenenti a gruppi, gruppi a loro
volta facenti parte di una gerarchia. Più sei in basso e meno diritti hai.
E se proprio vogliamo dirla tutta,
quanti neri ci sono che hanno raggiunto vette molto alte nella nostra società?
Pensiamo a Edrissa Sanneh (Idris), commentatore di Quelli che il calcio e giornalista, o all’italobritannica Fiona
May. Non è che tutti i neri vengono discriminati o
picchiati.
FIONA MAY
Da dove nasce
quindi questo senso di ostilità verso gli uomini con una pelle più scura
di noi? Cos’hanno in comune albanesi, marocchini,
senegalesi, zingari, profughi e curdi? E’ il fatto di non provenire da paesi
tecnologicamente sviluppati come l’Europa (cfr. Dal Lago, pag. 43), è il fatto
di non essere ricchi. A me sembra ad esempio che Idris, nonostante sia nero, venga rispettato. Quando si parla di extracomunitari si parla di persone in cerca di lavoro e di
fortuna e molto spesso si scambiano per extracomunitari anche i ragazzi nati in
Italia da genitori stranieri e allora si dice “quanti immigrati ci sono!”.
Purtroppo però stiamo vedendo che le cose non stanno
sempre così, basti pensare al cinese picchiato a Roma senza alcun motivo. Il
razzismo si sta estendendo verso tutti i diversi in generale, ricchi o poveri
che siano, delinquenti e non, si spara a zero su tutti.
Le stesse parole immigrati, extracomunitari, clandestini, irregolari, nascondono al loro interno l’accezione di
essere alieni, di essere diversi da noi.
Dal Lago ci spiega che i migranti
sono nemici della società nazionale perché permettono che essa si definisca e
si riconosca come tale. Tramite i diversi si crea la necessità di un’identità
culturale. Così una volta accolti (perché servono), gli immigrati vengono trattati a piacimento, esclusi da ogni diritto,
uccisi, picchiati ecc. Si ha paura della differenza poiché si teme che la
differenza mini l’identità nazionale. Anche Enzo Colombo, autore di Le società multiculturali (2002)
sostiene che oggi vi è una forte ossessione verso la protezione della propria
identità (pag. 76). Il 29 settembre 2008, ne La Repubblica vi era un articolo
del sociologo Z. Bauman in cui conferma che oggi le nostre società hanno
bisogno di qualcuno da odiare. Ciò che si continua a non capire è che le
identità sono sistemi mobili, non c’è una sola identità e l’uomo ha sempre
viaggiato, migrato. Inoltre, è proprio con gli altri che noi siamo noi stessi,
che noi siamo ciò che siamo.
Ma ciò che è peggio
è che quando si parla di tolleranza si sta parlando in realtà di indifferenza.
La tolleranza non è voglia di conoscere, è indifferenza (cfr.
Colombo, E. pag. 78), è sopportazione. E
personalmente noto che anche chi si ritiene non razzista ha in realtà
comportamenti razzisti. D’altronde ammettere di essere razzisti non è semplice. Gli stessi assassini di Abdul hanno negato ogni
matrice razzista al loro gesto estremo… nonostante l’aggressione sia stata
accompagnata da insulti razzisti! Ammettere di aver paura di chi viene (o
sembri venire) da un paese “povero” non è semplice. E’
più facile sparare a zero. E’ più facile, forse, odiare, dire che i neri fanno
schifo e ucciderli direttamente come hanno fatto con Abdul, avendo poi il
coraggio di negare anche l’evidenza, o scrivere ‘negro’ sulla loro carta
d’identità.
Ed è inutile che si
dice che in Italia non c'è razzismo. In Italia il razzismo c'è eccome.
Per approfondimenti:
Colombo, E. (2002)
Le società multiculturali,
Carocci, Roma
Dal Lago, A. (2004) Non persone, Feltrinelli, Milano
Leonella Cardarelli
(questo articolo è stato scritto
per il sito Qui non è Hollywood
e concesso volentieri al portale Storia e Società dall'autrice).