Il
Lavoro Manuale al Tempo delle Conquiste Barbariche
di Enrico Pantalone
Che significato aveva il lavoro manuale durante il periodo delle
invasioni barbariche ?
Prima di tutto lo spostamento del baricentro economico dalla città verso la
campagna gestita sempre più a latifondo fa diventare
il contadino il protagonista sociale del tempo (non certo nel senso positivo
del termine…): egli disbosca, ara, prosciuga, semina e via dicendo dando
estremamente importanza ad una base di lavoro razionale, basata sull’essenzialità,
ma è condannato oramai a rimanere tutta la vita a coltivare quel terreno
assegnato.
Le altre figure sociali tipiche dell’epoca come l’artigiano o il mercante,
diventano di contorno, sono utili al latifondista ed
al contadino perché servono per costruire gli arnesi di lavoro e per vendere i
prodotti che loro producono (o meglio che produce il contadino…) negli
appezzamenti di terreno circostanti o nei borghi raggiungibili con gli scarsi
mezzi di comunicazione del tempo.
Il mercante di qualche secolo prima che tanta importanza aveva avuto nella
diffusione delle idee e del progresso economico, risulta
una figura decisamente ridimensionata, una figura non più consueta del panorama
di quei secoli come l’artigiano, il quale esce anch'esso dalla cerchia
cittadina e installa il suo laboratorio nelle vicinanze della villa se non
nella stessa: il servaggio della gleba risulta così sempre più misurabile
realmente.
Partendo dal presupposto, a mio personale giudizio, che non esiste un servaggio
della gleba positivo in nessuna epoca ed in nessuna
civiltà, visto che già l’etimologia delle parole chiarisce di cosa si tratta e
cosa significa per l’assetto giuridico ed economico di una società, possiamo
pensare al più rispetto a momenti storici particolari dove questo tipo di
struttura ha potuto rappresentare non un beneficio certamente, ma una qualche
sicurezza personale maggiore.
Uno di questi periodi è sicuramente quello che va dal tempo delle invasioni
barbariche al susseguente ritorno bizantino, periodo in cui il latifondo assume
proporzioni enormi proprio perché molta gente fugge
dalle città messe a ferro e fuoco dai combattenti d’entrambe le parti: goti o
bizantini non facevano molta differenza nel trattare la popolazione che aveva
la sfortuna di trovarsi sulla loro strada.
L’antica villa romana (più avanti nel tempo si chiamerà Domus Culta) s’avvia a modificare
completamente il proprio assetto assumendo la forma di prima vera e proprie
industria di trasformazione super protetta e dispersa negli ambienti rurali.
Chi ne approfitta indubbiamente è il padrone del territorio, il latifondista,
in quel periodo talmente potente da tenere in scacco anche un’intera isola come
la Sicilia (il magnate Lauricus), una sorta di
spregiudicato avventuriero dalle buone basi finanziarie che speculando in
maniera sempre maggiore acquisisce appezzamenti sfruttando paura, superstizione
e buona conoscenze tra entrambi i contendenti fino ad
avere sotto il suo potere immense regioni.
Egli paga i due eserciti per non “avere problemi”, evitando che le sue terre vengano requisite o completamente distrutte, offre quindi
una chiara prospettiva ai problemi dei rifugiati che vedono in queste ville la
risoluzione pratica di molti dei loro problemi che poi sono riassumibili nel
termine “sopravvivenza”, perché in quei decenni, a parte tante parole, quello
che poteva fare la gente comune era solamente sopravvivere, altre aspettative
non v’erano.
Il servaggio della gleba prese l’avvio nelle sue forme che noi conosciamo sino
a tutto il XIX secolo (almeno in Europa) proprio in questi secoli, forse allora
comprensibile, ma mai giustificabile.