La
nascita del mito del Vampiro di Emanuela Cardarelli
Cercare l’origine
del mito del vampiro è un’impresa pressoché impossibile, in quanto esso è
universalmente conosciuto, seppure con nomi e caratteristiche diverse.
Anche chiarire
l’etimologia della parola ‘vampiro’ non è facile. L’ipotesi più probabile è che
derivi dal magiaro ‘vàmpir’, una parola di origine slava che si ritrova nella
stessa forma in russo, polacco, ceco, serbo e bulgaro. Nella sua forma ‘vampir’
(russo meridionale ‘upuir’, forma arcaica ‘upir’) è stato confrontato con il
lituano ‘wempti’ = bere. Sono anche
state rilevate affinità con la radice indoariana ‘ud’ o ‘wod’, da cui derivano
il greco ‘udor’ e il serbocroato ‘voda’, cioè acqua. Le parole ‘delfino’ e
‘utero’ hanno lo stesso etimo. In
Grecia, il termine attualmente in uso per indicare il vampiro è ‘brukòlakas’,
che può essere traslitterato come ‘vrykolakas’, di origine slava. La parola
slovena ‘volkodlak’ sarebbe infatti l’equivalente dell’inglese werewolf.
L’unica lingua in cui questa parola viene associata al vampiro è il serbo, in
quanto il popolo slavo (e soprattutto i serbi) crede che un uomo che è stato in
vita un lupo mannaro può dopo morto diventare un vampiro.
Nell’ambito della
mitologia classica, molte sono le storie che già in qualche modo preludevano
alla tradizione del vampirismo. In Grecia, ad esempio, si credeva nelle Empuse, specie di streghe o orchesse,
dall’aspetto ora orribile ora grazioso, che vivevano in boschi o crepacci da
cui uscivano solo di notte alla ricerca di carne umana o di sangue di
fanciulli.
Questo mito si
diffuse anche nella Roma antica, dove però ebbe più fortuna la credenza nelle Striges, donne vecchie e malefiche
capaci di tramutarsi in uccelli rapaci che succhiavano il sangue di bambini e
ragazzi. La credenza nelle Striges penetrò facilmente anche nei paesi slavi,
nella Dacia e in Grecia, in seguito all’espansione romana in quei territori.
Presso il popolo rumeno, ad esempio,
Anche se il mito
del vampiro è conosciuto in tutta Europa, furono soprattutto i paesi dell’Est,
in gran parte slavi, a dare maggior credito a queste superstizioni. Tra questi
popoli era molto diffuso il concetto del corpo indipendente dall’anima. Anche
durante la vita, l’anima poteva temporaneamente separarsi dall’uomo (ad esempio
durante il sonno) e penetrare in oggetti inanimati, piante, animali , o altre
persone. Era inoltre costume diffuso porre sulle tombe cibo o bevande, per
alleviare così la triste situazione del morto e salvaguardare il vivo dalla
minaccia che questo poteva costituire.
Se la credenza del
vampiro, quindi, trovò terreno fertile nella paura di un ritorno innaturale del
morto, vi sono tuttavia altre ragioni che spiegano come mai questo mito sia così radicato nei popoli slavi: da
un lato l’improvviso apparire nell’Europa dell’Est del popolo degli zingari,
dall’altro l’impatto con le dottrine dei Bogomili. Si aggiungano, infine, le
prolungate pestilenze e carestie che spesso tormentarono queste zone.
E’ ormai accertato
che la patria di origine degli zingari
è l’India settentrionale. Essi infatti sono da ricollegarsi ad un ramo della
casta inferiore della gerarchia indiana (paria fuori casta) che, per ragioni
ancora non molto chiare (forse gravi carestie o rivoluzioni interne), abbandonò
la propria terra per spingersi verso Occidente. La prima massiccia espansione
in Europa degli zingari viene datata ai primi del XV sec. Centro di essa
sembrano essere state prima
Per quello che
riguarda la credenza nel vampiro, è da escludere che essa subì un revival
per colpa diretta degli zingari, ma piuttosto per responsabilità delle
popolazioni stanziali ospitanti. Da una parte, infatti, gli zingari cercavano
di non turbare troppo quelli che li accoglievano, dichiarandosi cristiani e
attribuendosi origini mitiche, dall’altra si preoccupavano anche di mostrarsi
detentori di poteri soprannaturali, circondandosi di una certa aura di
prestigio e di mistero.
Logicamente, un
tale atteggiamento poteva rivelarsi pericoloso. Infatti, non appena accadevano
episodi le cui cause erano ignote (gravi epidemie o carestie associate a
fenomeni di cannibalismo), il capro espiatorio era a portata di mano. Lo
zingaro, la cui origine sconosciuta e le cui pratiche misteriose lo
rendevano l’outsider per
antonomasia, faceva paura, come tutto ciò che è diverso. Le popolazioni
stanziali, non conoscendo le sue credenze religiose, i suoi miti e le sue
superstizioni, non potevano far altro che inventarsele, portando
all’esasperazione certi lati nefasti del proprio patrimonio culturale e
affibbiandoli allo zingaro. Ecco così che quest’ultimo diveniva un pericoloso
stregone, dedito a pratiche ignominiose (cannibalismo, vampirismo,
licantropia).
La setta cristiana
dei Bogomili respingeva tutto ciò
che era materiale, in quanto opera del demonio, mentre a Dio era attribuita la
creazione di tutto quanto era spirituale. Non si trattava però di due forze
antitetiche e autonome, in quanto il diavolo era considerato figlio maggiore di
Dio che, ribellatosi alla volontà del
padre, venne da questi scacciato. I Bogomili rifiutavano il Vecchio
Testamento e anche l’ortodossia cristiana, ancorata, essi affermavano, a
pratiche e a cerimonie legate alla materia e quindi creazioni malefiche del
diavolo. A maggior ragione, essi erano completamente indifferenti al potere
laico. Il rifiuto dell’autorità temporale portò molti aderenti a praticare un
rigido ascetismo e a condannare ogni forma di connubio fisico, specie se
incanalato nel matrimonio e diretto alla procreazione.
I Bogomili erano
originari della Siria e dell’Armenia. Alle soglie del IX sec., si spinsero
verso
E’ lecito pensare
che tra il popolo bulgaro non mancassero seguaci che, con entusiasmo, si
adoperarono per aiutare la setta, fino a farle assumere un carattere nazionale,
pericoloso per il potere laico e il clero di allora. Da qui le loro sistematiche
persecuzioni, protrattesi fino agli inizi del XV sec, quando cioè
Già durante le
persecuzioni cominciarono a crearsi nell’ambito della setta posizioni sempre
più antitetiche. Chi trasgrediva tendeva ad orientare il suo culto verso il
diavolo, mosso dall’odio verso i suoi persecutori. Questi trasgressori, però,
non erano certamente gli originari assertori delle dottrine: al contrario, si
trattava dell’infelice servo della gleba che era entrato a far parte della
setta nella speranza di uscire da una situazione di umiliazione e sofferenza e
si ritrovava ora perseguitato e messo al bando. Queste persone, al fine di
propiziarsi i favori dell’entità maligna, giunsero ad un’ovvia rivalutazione
del corpo, sostenendo che, come l’anima si garantiva la possibilità di
sopravvivere, tale diritto poteva spettare anche al corpo.
Naturalmente, il
principio dell’immortalità del corpo venne individuato nel sangue. Si spiega
così la comparsa di curiose sette che asserivano di aver scoperto il mistero
della resurrezione di Cristo. Questo desiderio di immortalità era più che altro
un ingenuo desiderio di potenza, comprensibile se si pensa che coloro che
aderirono erano soprattutto persone che nella loro squallida esistenza non
avevano subito altro che oltraggi e angherie. I loro desideri di vendetta si
facevano ora tangibili. Come le Lamie e le Striges si procuravano sangue di
fanciulli, altrettanto dovettero fare queste persone, ormai passate al rango di
maghi o streghe.
L’aspetto del
vampiro
Ma chi era
destinato a diventare vampiro? In genere si trattava di persone che, per alcuni
insoliti requisiti, destavano un senso di diffidenza o paura. La lista è quindi
molto lunga e comprende: i malvagi, i
criminali, i morti di morte violenta, chi ha commesso incesto, gli omosessuali,
chi ha testimoniato il falso o spergiurato, i suicidi.
Per quello che
riguarda gli scomunicati, i casi di vampirismo da scomunica nascevano dal fatto
che i cristiani ortodossi ritenevano che il cadavere di uno scomunicato non
poteva decomporsi finché non veniva esumato dalla tomba e il sacerdote non
recitava opportune preghiere. Se questo non bastava, l’iniziativa veniva presa
dal popolo, il quale adottava metodi più cruenti, specie quando il cadavere
appariva incorrotto a distanza di tre, sette o nove anni: immediatamente gli
veniva trapassato il cuore con un paletto, o veniva bruciato. Può essere
interessante notare che i Cattolici, a differenza degli Ortodossi, ritenevano
la non-corruzione di un corpo segno di santità.
Molte altre
categorie di persone erano considerate potenziali vampiri: i figli illegittimi, il settimo figlio di un settimo figlio, i
bambini nati morti o con i denti, quelli non battezzati dopo sette anni, chi
moriva per l’attacco di un vampiro, le persone con il labbro leporino e quelle
con i capelli rossi. Questo sia perché si credeva che Caino e Giuda
avessero i capelli di questo colore, sia perché i capelli rossi erano molto
rari nell’Europa dell’est e quindi suscitavano diffidenza.
Alcune rare
malattie erano considerate legate al vampirismo, come l’albinismo o la porfiria: gli affetti da questo
disturbo hanno le unghie, i denti e i capelli come fluorescenti, e, poiché il
loro corpo non metabolizza il ferro, devono assumerlo in forma più digeribile,
ad esempio liquido. Non possono mangiare aglio, in quanto distrugge le cellule
sanguigne e il ferro che il corpo necessita. In alcuni casi molto gravi di
anemia, il corpo può illanguidire e produrre un forte desiderio di sangue.
Anche gli ammalati di tubercolosi presentano sintomi simili a quelli di un
attacco vampirico, come perdita di peso o spossatezza.
Per quello che
riguarda l’aspetto, i vampiri vengono in genere descritti dal folklore come
magri, scarni, con gli occhi rossi e infossati, la pelle secca, bianca e molto
fredda, i capelli spettinati, le labbra rosse e tumide (ma spesso hanno il
labbro leporino), i denti robusti e aguzzi, le unghie simili ad artigli. In
certi casi hanno una sola narice. Come si vede, è un’immagine molto diversa da
quella che ci viene offerta dalla letteratura e dal cinema.
Nonostante le loro
condizioni fisiche, i vampiri possiedono grande forza, possono correre veloci
come il vento e trasformarsi in nebbia, pulviscolo fosforescente o in lupo.
Per quello che
invece riguarda l’identificazione col pipistrello, essa pare circoscritta solo
tra i contadini rumeni. Nelle fiabe di questo popolo il pipistrello è spesso
simbolo di sventura, dato il suo aspetto sinistro e la vita notturna, e tra i
contadini è ritenuto pericoloso. Costoro, infatti, riferiscono strane storie di
pipistrelli che assalgono sia il bestiame nelle stalle per succhiarne il
sangue, che le persone, rendendole pazze o spaventandole a tal punto che
muoiono nel giro di poche settimane. Il nesso a questo punto risulta chiaro.
Del resto, già il diavolo nel folklore rumeno può assumere le sembianze di un
pipistrello.
La teoria che vuole
spiegare questo connubio chiamando in causa i pipistrelli vampiri del Sud
America appare invece infondata. Questi mammiferi divennero noti in Europa solo
tramite le relazioni di viaggio del XVIII secolo e comunque erano conosciuti
solo nell’ambiente culturale di allora, non certo a livello popolare. Fu il
pipistrello a prendere il nome del vampiro, non viceversa.
Come sconfiggere
il vampiro
Come i demoni e gli
spettri, anche i vampiri preferiscono le ore notturne: il tempo loro concesso
va, in linea di massima, da mezzanotte al canto del gallo. Non mancano,
tuttavia, quelli che agiscono anche di giorno. Comunque sia, non avendo tutte
le prerogative e i vantaggi del diavolo, il vampiro non deve allontanarsi
troppo dalla sua tomba e, se intende trasferirsi, è costretto a portarsi dietro
la propria bara.
Benché legato alle
forze del male, fu soprattutto
Come il diavolo,
anche il vampiro non può soggiogare una persona che oppone resistenza, nel
senso che può entrare in una casa per la prima volta solo se invitato. In
seguito potrà entrarvi liberamente. Questo, naturalmente, non è di grande
protezione contro il vampiro, in quanto
i parenti del defunto daranno certamente il benvenuto al caro estinto,
inconsapevoli del fatto che ormai è un non-morto. Tuttavia, è possibile
stabilire l’identità del presunto vampiro tramite un abile posizionamento degli
specchi. E’ credenza molto radicata che il riflesso di una persona (in uno
specchio, nell’acqua o, al giorno d’oggi, anche sulla pellicola fotografica)
sia in realtà quello della sua anima. Come altri spiriti maligni, il vampiro non ha anima, perciò non si
riflette da nessuna parte. Ancora oggi, in molte regione d’Italia (ad
esempio in Abruzzo) si usa, nelle case colpite da un lutto, coprire gli specchi
o volgerli faccia al muro, per evitare che essi catturino l’anima del defunto,
il quale poi cercherebbe di riprendersela.
Data la sua
associazione col diavolo, anche il vampiro era scacciato tramite un esorcismo,
che variava a seconda delle tradizioni popolari. Naturalmente, occorreva prima
di tutto accertarsi dell’identità del vampiro. Seguendo le indicazioni della
Chiesa, nei paesi di fede ortodossa le tombe venivano scoperchiate al minimo
pretesto: era sufficiente che una persona dicesse di aver sognato il tale morto
in veste di vampiro perché ci si precipitasse a controllare. Se del corpo
rimanevano solo le ossa, allora veniva risotterrato con la dovuta solennità.
Se però non si
aveva nessun sospetto circa l’identità del vampiro, allora era necessario
scoprire la sua tomba. Poiché si credeva che i cavalli fossero capaci di
captare la presenza del male, si faceva montare un ragazzo su un puledro o
completamente bianco o completamente nero e poi lo si faceva vagare nel
cimitero. Prima o poi il cavallo si sarebbe fermato, rifiutandosi di
proseguire: lì riposava il vampiro.
Per quello che
riguarda i metodi utilizzati per sbarazzarsene, quello più diffuso e noto è l’impalamento, che consiste nel
trafiggerlo (possibilmente di giorno, quando è inattivo) con un piolo di legno,
di solito frassino, rosa selvatica o abete, o qualsiasi altro legno che si
credeva fosse stato utilizzato per
Queste ultime
pratiche sono probabilmente di origine romana e legate ai lontani “tabù del
ferro”. La generale avversione per il nuovo fece sì che la comparsa del ferro
nelle società primitive non venisse accolta con favore, ma anzi, in un primo
tempo se ne ebbe addirittura terrore. Allo stesso modo, i primitivi supposero
che anche i demoni temessero il ferro, che divenne così un potente amuleto e,
benché temuto, non si disdegnava all’occorrenza di servirsene per scacciare
ogni sorta di entità malefiche.
Metodi più drastici
per esorcizzare il vampiro consistevano nel tagliargli la testa con la vanga
del becchino e riempirgli la bocca di aglio, o, in mancanza dell’aglio,
bruciare il tutto. Anche l’aglio veniva utilizzato dai romani per tenere
lontani demoni e streghe: questo perché si credeva che gli spiriti maligni non
sopportassero odori più forti del loro. Molto utilizzata per scacciare i
vampiri era la rosa selvatica, in
quanto, secondo la tradizione, era stata usata per la corona di spine di Gesù.
Un posto d’onore spetta poi agli oggetti sacri, come le ostie consacrate, il
crocifisso e l’acqua benedetta. L’acqua in generale era considerata un elemento
“puro”, insieme al sale. Per questo motivo si riteneva che i vampiri non potessero attraversare le acque
correnti, eccetto che nei periodi di alta e bassa marea.
Per spiegare certi
fondamentali aspetti della superstizione vampirica, dobbiamo cercare di uscire
da quegli schemi semplicistici che vedono le persone superstiziose come
individui dotati di eccessiva fantasia o pronti al delirio facile. Proviamo
quindi a immaginare come si doveva trascorrere la vita in certi sperduti
villaggi dell’Europa dell’est, tra
il XVIII e il XIX secolo.
In uno spazio
piuttosto limitato si svolgevano attività antiche e ripetitive: ai riti delle
nascite e delle morti si alternavano la custodia di quei pochi beni che ognuno
possedeva, cioè la casa, i campi e gli armenti. Cosa poteva disturbare la vita
di queste tranquille comunità, che ancora vivevano in un clima semipagano e
dove il prete cattolico faticava a far filtrare il suo operato? Erano proprio
gli eventi incomprensibili, legati al ciclo iniziale e finale della nostra
esistenza: le nascite sospette e le morti improvvise e non giustificate. Spesso
questi fatti erano legati a fenomeni di carestia o a scoppi improvvisi di
malattie epidemiche (peste, colera, vaiolo) che si diffondevano a macchia
d’olio da villaggio a villaggio. La sproporzione tra causa (ignota) ed effetto
(fin troppo evidente) rinnovava tra i colpiti dal morbo certe forme di
superstizione da tempo sopite. L’ambiente circostante diveniva via via sempre
meno controllabile, al punto da generare vere e proprie forme di follia
collettiva.
Come la peste
milanese trovò la sua causa negli ‘untori’, così le calamità che colpirono a
più riprese l’Europa centrorientale la trovarono nei vampiri. Data la singolare
attività loro attribuita, non fu difficile per la fantasia popolare, per
esempio, spiegare con il vampiro lo stato di spettrale emaciatezza, debolezza e
continua sonnolenza dei malati di peste. I più famosi casi di vampirismo del
XVIII sec. si verificarono infatti in paesi interessati da terribili ondate del
morbo (Polonia, Ungheria, Romania, Dalmazia). E’ però vero che, in assenza di
malattie epidemiche, il vampiro faceva lo stesso la sua comparsa, per spiegare
fenomeni inconsueti e innocui, come le eclissi o la luna rossa.
Per quello che
riguarda la presenza di cadaveri incorrotti anche dopo molti anni, il fenomeno
può essere spiegato in due modi: le
condizioni intrinseche del corpo, cioè il suo stato (età, costituzione fisica,
causa del decesso, ecc.), e le condizioni estrinseche (temperatura e grado di
umidità del terreno, presenza in esso di sostanze antifermentative, aerazione
dell’ambiente, luogo e stagione in cui è avvenuta la sepoltura, ecc.). In
condizioni particolari (assenza di ossigeno e umidità), si può addirittura
pervenire a una sorta di mummificazione del corpo. La crescita di capelli e
unghie nel cadavere si può spiegare con l’effetto della coartazione (cioè
costrizione) dei tessuti epidermici.
Alcuni casi di
presunto vampirismo, inoltre, erano caratterizzati da abbondanti fuoriuscite di
sangue dopo l’esorcizzazione. Questo perché in caso di asfissia (non è da
escludere che alcune persone, per incuria, venissero sepolte ancora vive e
decedessero poi nella bara per mancanza d’aria) si verificano accumuli di
sangue, in quanto questo diventa più liquido.
I casi di
seppellimenti prematuri non dovevano essere molto rari nei secoli scorsi, anche
perché le diagnosi erano difficili. Ad esempio, lo stato di trance
legato alla catalessi produceva delle condizioni che perfino all’occhio del
medico più esperto apparivano indistinguibili dalla morte. L’unica prova
incontrovertibile era appunto la decomposizione.
Vampiri famosi
Per il contributo
dato alla creazione del mito del vampiro, una menzione speciale spetta a Erzsébet Bàthory. Questa psicopatica nobildonna medievale, dall’aspetto
enigmatico e conturbante, chiamata “la belva di Csejthe”, era nata nel 1560
dalla famosa casata ungherese dei Bàthory. Trascorse buona parte della sua
esistenza nel lontano e sperduto castello di Csejthe, nei Piccoli Carpazi
(Slovacchia), di cui ancora oggi rimangono le rovine.
Si era convinta che
fare il bagno nel sangue di giovani ragazze potesse preservare la sua bellezza
e la sua giovinezza, e per questo motivo in tutto causò la morte di ben 650
ragazze, che venivano condotte al castello con la lusinga di entrare al suo
servizio. Alla fine, alcuni cittadini di Csejthe, in base alle dichiarazioni di
una vittima riuscita a fuggire, portarono alla luce i misfatti della contessa.
Su ordine di re Mattia d’Ungheria, fu aperta un’inchiesta e un cugino della
Bàthory si incaricò delle indagini. Venne subito indetto il processo, che durò
due mesi (gennaio-febbraio 1611): il verdetto fu che la contessa dovesse
rimanere chiusa a vita in una piccola ala del suo castello, dove morì nel 1614.
Fu salvata da una fine più orribile per il nobile casato che rappresentava: i
suoi complici vennero gettati nel fuoco.
Nei paesi latini il
mito del vampiro non ebbe molta fortuna. In Francia, ad esempio, si
verificarono più che altro episodi di persone affette da gravi psicopatie
sessuali. Molto famoso è il caso del Maresciallo di Francia Gilles de Rais, detto Barbe-bleu,
vissuto nella prima metà del XV sec.
Nella tradizione
popolare tedesca i vampiri sono invece ben noti, con diversi nomi e
caratteristiche. Casi di vampirismo furono segnalati dai cronisti sin dal 1343.
Numerose le testimonianze legate alla credenza nei morti che masticavano il
sudario o se stessi nella tomba; per una sorta di proiezione magica, questi
redivivi erano in grado di far morire i viventi. E’ ovvio pensare che si
trattava in realtà di episodi di esequie premature. Nei tristi secoli della
caccia alle streghe, non mancarono, in
Germania come altrove, le accuse di vampirismo. Nel corso di sei anni vennero
bruciati 368 presunti vampiri, tra i quali persino bambini di cinque anni. Le
accuse erano talmente assurde e pazzesche che non ci si può convincere che
siano state formulate da cervelli ragionanti. Tra la fine del ‘600 e l’inizio del
‘700, la superstizione nel vampiro si intensifica, insieme alla voga di
scrivere trattati sull’argomento. In particolare, la città di Lipsia fu presa
da un vero e proprio contagio letterario. Anche
In Inghilterra, già
nel XII secolo si credeva che certi uomini malvagi ritornassero, dopo morti, a
vagabondare sulla terra, in quanto i loro corpi venivano rianimati dal diavolo.
Nei secoli successivi la credenza nel vampiro venne sostituita da quella nelle
streghe. Tuttavia, durante la peste del 1655, tra i tanti episodi di delirio,
si ebbero casi simili al vampirismo. Numerose persone, infatti, vennero
seppellite ancora prima del decesso, in uno stato di morte apparente (doveva
trattarsi di quel sonno profondo che spesso accompagna i sintomi della peste).
Una volta risvegliatesi, esse dovettero tentare di uscire dalla loro spaventosa
situazione, e possiamo immaginare il terrore di coloro che furono testimoni di
queste scene, e cosa raccontarono dopo. Tra i vampiri inglesi recenti il più
noto è John Haigh. Le sue esperienze
sono narrate in una sorta di diario-confessione scritto nella prigione di
Wandsworth la notte prima di essere impiccato, nel
(il testo è
pubblicato anche su Qui non è
Hollywood)
Bibliografia:
C. Leatherdale, Dracula: The Novel and the Legend,
Chippenham,
R. Agazzi, Il
mito del vampiro in Europa, Poggibonsi, Antonio Lalli Editore, 1979