LA CRISI DI ROMA E DI BISANZIO TRA FATTORI
CLIMATICI E SOCIALI
di Ignazio Burgio
(tratto dal sito dell’autore CATANIACULTURA)
La crisi dell'Impero Romano tra III e V sec. d. C.
fino alla caduta dell'Impero Occidentale nel 476 è una questione complessa, una
delle più discusse dalla critica storica fin dal '600, e nella quale
intervengono fattori climatici, sociali e militari. Oggetto di discussione è
stato anche il motivo del diverso destino delle due parti dell'Impero, dal momento che Costantinopoli sopravvive per altri mille
anni alla caduta della vecchia Roma sotto i colpi dei Germani invasori. In anni
recenti gli storici del clima hanno anche appurato il ruolo dei fattori
ambientali, compresa una catastrofe climatica dovuta probabilmente al vulcano Krakatoa in Indonesia.
Poco più di cento anni fa, nel 1907, Elsworth Huntington, nel suo libro “The pulse
of Asia” (Il ritmo dell'Asia) suggerì una stretta
correlazione tra il clima delle steppe eurasiatiche e la caduta dell'Impero
Romano d'Occidente nel V sec. d. C. La sua ipotesi, ricavata da alcuni anni di
soggiorno in Asia, era piuttosto semplice: negli ultimi secoli di Roma una fase
di clima asciutto all'interno del continente asiatico rovinò i pascoli, e le numerose
tribù mongole non potendo più nutrire i propri cavalli emigrarono sia verso sud
travolgendo l'impero cinese, sia verso occidente, sospingendo a loro volta i
Germani dell'Europa Orientale verso i confini romani. Le sue furono idee
pionieristiche, poiché prima di lui nessuno aveva mai suggerito una stretta
correlazione fra il clima e le vicende storiche. Proprio per questo se suscitò
per la verità anche qualche interesse, si attirò
soprattutto molte critiche, anche da parte di storici del clima. L'atteggiamento
di molti studiosi è tuttavia parecchio mutato dai tempi di Huntington.
Nuovi e numerosi studi non solo hanno riscontrato
interessanti parallelismi tra i movimenti degli Unni di Attila, ed i Tartari di
Gengis Kahn mille anni dopo, ma hanno anche
ricostruito l'ecosistema, climatico e naturale, all'interno del quale per più
di mille anni si sono mosse le legioni e le navi di Roma, ovvero il
Mediterraneo e l'Europa, fornendo risposte più coerenti e logiche dietro le
strategie politico-militari ed i non pochi - e a volte pretestuosi - “casus
belli”. Storici del clima, come Brian Fagan, hanno
posto l'accento sullo spostamento verso settentrione di un clima più temperato,
in relazione ad una fase più calda del nostro pianeta a
partire dal IV sec. a. C., cosa che – a prescidere
da occasionali considerazioni politiche – spinse il Senato ed i generali romani
a rivolgere l'attenzione verso i fertili territori della Gallia e della
Britannia. Il picco delle torride estati romane, già con il I sec. d. C., che indusse
anche gli architetti a costruire edifici più larghi e più alti, come ad esempio
i Mercati Traianei, nei pressi del Foro romano, fu
probabilmente anche complice delle persistenti crisi agricole del III sec. d.
C. e del clima di rivolte e secessioni in molte parti dell'Impero. Le grandi
riforme fiscali ed economiche di Diocleziano e successivamente
di Costantino furono il tentativo – a lungo andare sostanzialmente fallito - di
risollevare l'eterogeneo mondo romano, soprattutto da punto di vista finanziario:
c'erano infatti da mantenere oltre all'elefantiaco apparato burocratico, anche
in primo luogo le legioni, composte da almeno 500.000 soldati, un'altra corte
imperiale – quella di Costantinopoli – e persino 25.000 “agentes
in rebus” cioè spie del servizio segreto, più o meno corrotti, incaricati di
vigilare sugli amministratori periferici e sul regolare afflusso di risorse ad
un sistema statale che qualche studioso del secolo scorso ha definito
“sovietizzato”.
Proprio nel periodo di Diocleziano e Costantino, a cavallo tra III e IV sec. d.
C., il clima in tutto il pianeta cambia nuovamente diventando tendenzialmente
più freddo, con inevitabili ripercussioni sia nella produttività agricola sia a
livello demografico. Se la popolazione di tutto l'Impero romano al tempo di
Augusto (dunque con l'esclusione della Britannia e di qualche altra regione) è
stata calcolata da Karl Julius Beloch in 50 milioni di abitanti, le disastrose epidemie di morbillo e
vaiolo che avvengono sotto Marco Aurelio e durante l'impero di Gallieno un secolo dopo finiscono certamente per falcidiare
la popolazione (fra il 30 ed il 40 per cento secondo alcune stime) al di là
delle naturali possibilità di recupero, tanto da indurre le autorità romane a
favorire l'ingresso di Germani ed altri popoli barbari come manodopera civile e
mercenari fra le legioni (anch'esse decimate). Ma quello che probabilmente
contribuisce in maggior misura al declino demografico in età tardo
antica è proprio il forte aumento della mortalità infantile proprio a causa
del clima più freddo e delle più frequenti patologie respiratorie. Bronchiti e
polmoniti che colpiscono i neonati come le nostre benigne influenze invernali
riescono a menare maggiore strage fra i bambini, in un mondo in cui la medicina
è primitiva e non esistono antibiotici, in quanto
favoriti proprio da un clima più freddo. Meno popolazione attiva nel breve
volgere di poche generazioni significa ovviamente anche minor produttività e
meno risorse a disposizione di un impero in costante emergenza: dunque prezzi
più alti ed una più pesante pressione fiscale, con una
moneta peraltro già svalutata da tempo in seguito alla forte emorragia di
valuta verso l'India e la Cina per l'acquisto dei costosi prodotti di lusso
orientali. Anche ai barbari poi gli imperatori devono versare oro, o per
tenerli buoni al di là delle frontiere, o per pagarli
se mercenari.
A causa della grave situazione di crisi economica in molte parti dell'occidente
romano si verificano fenomeni di rivolta sociale,
attestati dagli storici dell'epoca: in Gallia molti si danno alla macchia
diventando briganti (“Bagaudi”); nella Germania
romana e in Pannonia – come riportato da Salviano di Marsiglia e San Girolamo – tanti cittadini
tartassati dagli esattori corrotti invocano l'arrivo dei barbari come
liberatori; in Africa, gli eretici cristiani donatisti incendiano le fattorie e
massacrano i ricchi latifondisti al grido di “Deo laudes!”, lode a Dio !
I gelidi inverni della tarda età romana provocano anche una seria e rischiosa
situazione strategica nel nord dell'Impero: il fiume Reno, confine naturale con
i barbari, tende a gelare, impedendo alle navi fluviali di pattugliarlo
regolarmente, e diventando facilmente guadabile, specie lì – come nei pressi
della città romana di Colonia Agrippina (l'odierna Koeln)
– dove presenta secche e isolette. Il 31 dicembre del 406
infatti un enorme numero di Germani attraversa in massa il fiume
ghiacciato per insediarsi stabilmente all'interno dell'Impero. Secondo le stime
di alcuni studiosi, sono parecchie centinaia di migliaia, molti dei quali
guerrieri con le loro famiglie al seguito. Ma i romani
residenti nella parte occidentale dell'Impero non sono più quelli dei tempi di
Augusto, e arrivano a non più di dieci milioni (cfr. Gatto, p. 72). Vandali,
Visigoti, Alemanni, Suebi e Burgundi hanno dunque la
piena possibilità di diffondersi in Gallia, nella penisola iberica, e persino
come i Vandali anche in Africa dopo aver attraversato lo Stretto di Gibilterra
con un gran numero di navi romane rubate. Chi li guida è Geiserich
(o Gensericus, come tradotto dagli scrittori latini),
sovrano zoppo e taciturno, ma “più rapido nell'agire che altri nel prendere una
decisione”, come scrive il bizantino Malchos. Una
volta impadronitosi dell'Africa occidentale, compreso il porto di Cartagine, riesce a destabilizzare
tutto il Mediterraneo, accellerando la fine
dell'Impero d'Occidente. Così come Costantino aveva stabilito che l'Egitto
fosse il granaio di Costantinopoli e dell'Oriente, l'Africa e la Sicilia sono
nel tardo impero la dispensa dell'Italia e dell'Occidente. Ma Genserico dopo l'Africa si impadronisce
anche della Sicilia, respinge le flotte inviategli contro sia dall'Imperatore
d'Occidente Maggioriano che da quello d'Oriente Leone
e saccheggia (45 anni dopo Alarico) la stessa Roma. Le sua navi pirate bloccano tutto
il traffico commerciale nel Mediterraneo Occidentale, finchè
nell'Italia affamata e in crisi i mercenari barbari comandati dal generale Odoacre (uno Sciro, cioè un
barbaro) depongono l'ultimo imperatore Romolo “augustolo”
(l'imperatorello) dopo avergli invano chiesto la
distribuzione di terre. Nel medesimo anno – il fatidico 476 – quasi come un
segno del destino, il pirata Geiserich muore; con i
suoi successori cessano le azioni di pirateria e i mercantili tornano a
percorrere anche il Mediterraneo Occidentale. Per un altro paio di secoli il
Mediterraneo torna ad essere economicamente e
commercialmente unito, finchè dopo la conquista araba
della Siria e del Nord-Africa, la pirateria saracena non riproporrà in maniera
più duratura la frattura del periodo di Geiserich,
promuovendo per contropartita lo sviluppo della rotta adriatica (Venezia) e
della via dei fiumi russi percorsa dai Vareghi
scandinavi.
Nel freddo periodo climatico alto-medievale – all'incirca dal IV all'VIII secolo, da Costantino a
Carlo Magno – poli e ghiacciai montani erano leggermente più estesi in tutto il
mondo, e dunque anche il livello del mare era più basso di qualche metro.
Questo comportò la ristrutturazione di porti e darsene, ma anche la nascita o
lo sviluppo di altri insediamenti marittimi. Uno di questi fu Caucana (oggi Punta Camarina in
provincia di Ragusa), piccolo porto commerciale il cui molo non è stato ancora
scoperto perchè oggi certamente coperto dal mare. Ma
quanto è già stato portato alla luce - case, magazzini, strade, ecc. può dare un'idea della vita di questa cittadina, e dei suoi
traffici con il regno africano dei Vandali dopo la cessazione della loro
attività piratesca. Nel 533 vi fece sosta la flotta bizantina comandata da Belisario, prima di invadere e conquistare l'Africa
vandala: cinquecento navi da trasporto con quindicimila soldati, protetti da 92 navi da guerra veloci (dromoni).
La conquista del Regno Vandalo è il primo passo del progetto dell'imperatore
d'Oriente Giustiniano di riunificazione del
Mediterraneo sotto lo scettro di Costantinopoli, ma più di uno storico moderno,
come il grande bizantinista Charles Diehl, ha
accusato l'Imperatore di aver gettato in questa impresa eccessive risorse
finanziarie e vite umane, indebolendo così la stessa Pars Orientis
e rendendola più esposta alle successive invasioni di Avari, Slavi, Persiani e
Arabi. In realtà, come avrebbe fatto più di un secolo dopo anche Costante II,
proprio la necessità di far fronte alle minacce provenienti dall'Impero
Persiano ad est e delle tribù barbare a nord oltre il
confine danubiano, indussero Giustiniano a rompere l'accerchiamento,
assicurandosi le spalle ad occidente: tanto nel regno dei vandali quanto in
quello gotico in Italia i germani più tradizionalisti malvedevano
la politica troppo conciliante da parte dei nuovi sovrani nei confronti dei
romani e dei cattolici. Una decina di anni prima addirittura il nuovo signore
dell'Italia, il goto Teodorico prima di morire stava progettando di spedire una
grande flotta contro la stessa Costantinopoli. Il prezioso grano africano e
siciliano, insieme alle potenziali ricchezze che sarebbero seguite alla
riunificazione del Mediterraneo sotto la Nuova Roma, avrebbero
poi potuto costituire nuove risorse da impiegare contro i vecchi e i nuovi
nemici di Bisanzio.
Ciò che non poteva prevedere Giustiniano era l'ostinata e devastante resistenza
gotica in Italia, che insieme alle epidemie ridussero drasticamente la
popolazione nella penisola. Ma soprattutto era del
tutto impossibile da prevedere un lontano evento naturale che ebbe gravissime
conseguenze climatiche e demografiche non solo nel Mediterraneo ma anche in
molte altre parti del nostro pianeta. Tracce di acido solforico intrappolate nei ghiacci della Groenlandia e dell'Antartide,
e l'analisi degli anelli degli alberi indicano per il 535 - 536 una grave crisi
climatica dopo l'immissione nell'atmosfera di una enorme quantità di gas e
cenere in seguito ad una forte eruzione vulcanica, forse più potente anche di
quella del Tambora, in Indonesia, avvenuta nel 1815.
L'identità del vulcano in questione non è ancora certa. Alcuni storici come
David Keys sostengono sia stato il Krakatoa,
in Indonesia, che diede origine ad un'eruzione ancora più potente di quella più
famosa ed a noi più vicina del 1883. Le cronache cinesi del 535 riferiscono in effetti di una forte detonazione proveniente da sud.
Altri storici del clima, come ad esempio Brian Fagan,
prendono comunque in considerazione anche altri vulcani, come il Chicon in Messico. Tutti gli storici e gli scrittori del
periodo - Procopio di Cesarea, Giovanni Lido, Michele il Siriano - riferiscono
comunque del persistente velo di nebbia che per circa un anno ridusse la
luminosità ed il calore del sole. Scrive in quell'anno
il cronista Cassiodoro: “Il sole sembra aver
perduto la sua luminosità, ed appare di un colore
bluastro. Ci meravigliamo nel non vedere l'ombra dei nostri
corpi, di sentire la forza del calore del sole trasformata in debolezza, e i
fenomeni che accompagnano normalmente un'eclisse prolungati per quasi un intero
anno”. Clima e agricoltura ne risultarono
sconvolti. “In Mesopotamia nevicò; i raccolti fallirono in
tutta l'Italia e l'Iraq meridionale; la Britannia visse il peggior clima del
secolo. A migliaia di chilometri di distanza la Cina soffrì per una
grande siccità, “la polvere gialla cadeva come neve”, e la neve
cadde l'agosto seguente, rovinando i raccolti (cfr. Procopio, Le guerre,
Einaudi Torino, 1977). Gli anelli di crescita degli alberi della Scandinavia e
dell'Europa occidentale mostrano un brusco rallentamento della crescita tra il
536 ed il 545, ma esistono prove che documentano che
questo disastro climatico coinvolse anche l'America nord-occidentale e il Perù
settentrionale dove sorgeva la civiltà Moche”. (Brian Fagan, La lunga estate,
Codice Edizioni, p. 229). David Keys, secondo il quale anche la città santuario
di Teotihuacan in Messico decadde in quel periodo per
fattori legati al clima e alla carestia, nel suo volume "Catastrofe!"
(Piemme, 2000) sostiene che anche la peste bubbonica sia da mettere in relazione all'evento naturale, in quanto la diffusione
del bacillo responsabile viene favorita dal clima più freddo. In effetti le successive gravi epidemie di “morte nera” in
Europa e nel resto del Vecchio Continente - come quella famosa della metà del
Trecento - si sono verificati in periodi dal clima più fresco (1250 - 1750)
mentre sono praticamente assenti dalla lunga lista di malattie ad esempio in un
periodo caldo come quello tra Carlo Magno e Federico II di Svevia.
Per tornare comunque allo scenario oggetto di questo
articolo, Keys ed altri storici del clima ricollegano agli sconvolgimenti
climatici e agricoli anche le invasioni di Bulgari ed altri popoli come gli
Avari avvenute a partire da quel periodo in tutta la penisola Balcanica fino in
Grecia. "Gravi siccità colpirono la Cina
settentrionale nel 536-538 e si estesero in Mongolia e in Siberia, dove
l'analisi degli anelli di crescita degli alberi suggerisce la persistenza di un
assetto climatico tra i più freddi degli ultimi 1500 anni. La siccità colpì
violentemente la steppa eurasiatica, dove la vegetazione con le sue radici
corte, è estremamente sensibile alle condizioni aride.
Come era successo prima in numerose occasioni, i
nomadi della steppa e il loro bestiame patirono questo nuovo regime
climatico..." (Fagan,
op. cit., p. 230). Nel 538 infatti un gran numero di
guerrieri Bulgari invadono i Balcani catturando anche diversi ufficiali
bizantini, per poi venir ricacciati l'anno successivo oltre il Danubio. Dodici
anni dopo, nel 551, dodicimila Kotriguri - forse
discendenti degli Unni di Attila, rimasti nelle steppe al di
là del Danubio - dopo aver stretto un'alleanza con i Gepidi
invadono anch'essi i Balcani mettendoli a ferro e fuoco. Giustiniano
inizialmente tenta di fermarli opponendo loro altri barbari - gli Utriguri - anch'essi di discendenza unna, ma la sua
incapacità diplomatica e la sua doppiezza finiscono per aggravare la situazione
e scatenare nel 558 un'altra massiccia invasione nei Balcani che soltanto Belisario riesce alla fine a fermare. Ma l'Imperatore nel
medesimo anno fa un altro grave errore denso di serie conseguenze per l'Italia
stessa: si allea con un altro popolo barbaro, anch'esso di origine mongola come
gli Unni delle steppe asiatiche, ovvero gli Avari.
Nonostante questi siano abili arcieri anche perchè
ben saldi sui loro cavalli grazie alla staffa - elemento fondante della
cavalleria medievale, e forse proprio da essi portata per la prima volta in
occidente - essi sono tuttavia in fuga verso ovest tallonati da un altro popolo
delle steppe, comparso da poco sulla scena storica: i Turchi, che - ironia
della storia! - di lì a qualche decennio si ritroveranno alleati dei Bizantini
contro i Persiani Sassanidi. Giustiniano fedele alla sua politica vuole usare
gli Avari per tenere a bada altri popoli inquieti alle frontiere dell'impero,
come ad es. i Gepidi e gli Slavi, e promette loro di
sistemarli da qualche parte nei territori al di qua del
Danubio, ma nel 565 muore ed il suo successore Giustino II si rifiuta di
rispettare gli accordi di qualche anno prima. Gli Avari cercano allora
autonomamente una strada per sistemarsi all'interno dei territori dell'Impero:
dopo essere quasi annegati nel Danubio si alleano coi
Longobardi e insieme nel 567 sbaragliano i Gepidi
occupando il loro territorio attorno alla città balcanica di Sirmium (Belgrado) che però resta per altri quindici anni
ai bizantini. Le conseguenze strategiche sono catastrofiche: annientato
l'ostacolo costituito dai Gepidi, gli Avari si insediano sul loro territorio a ridosso del Danubio, e
per restare incontrastati padroni della zona invitano Alboino
ed i suoi Longobardi a prendere la via ormai libera dell'Italia. Nel 582 i
medesimi Avari prendono la stessa città di Sirmium ed insieme ad una imponente massa di Slavi
(addirittura 100.000 dicono le fonti) mettono a ferro e fuoco tutta la Penisola
Balcanica fino al Peloponneso greco. Accade allora che un gran numero di Greci
residenti nel Peloponneso fuggano verso l'Italia e la Sicilia alla ricerca di
maggiore sicurezza. Come riportato dalla Cronaca di Monemvasia,
i cittadini di Patrasso ad esempio si rifugiano a Reggio, altri del Peloponneso
riparano dall'altra parte dello Stretto e fondano sulla costa tirrenica nei
pressi di Messina un centro chiamato Demena,
abbreviazione di 'Lacedemonia' la regione dell'antica
Sparta.
A partire insomma dal 582 fino alla prima metà del secolo successivo l'impero
d'Oriente rischia quasi di fare la stessa fine di quello occidentale nel V
secolo: invasioni di Avari e Slavi al di qua del
Danubio in tutta la Penisola Balcanica fino in Grecia, attacchi in grande stile
ad est da parte dei Persiani Sassanidi, perdita subito dopo di due ricche e
preziose regioni ovvero la Siria e l'Egitto conquistate dagli Arabi. In mezzo
ad una sì gravissima crisi tuttavia un elemento fondamentale differenzia la
politica di Costantinopoli rispetto a quella del defunto Impero d'Occidente, e
cioè le caratteristiche del suo comando militare: se è vero che tanti
contingenti barbari, mercenari e ausiliari, vengono
impiegati per far fronte alle emergenze militari, proprio come nell'ex Impero
d'Occidente, tuttavia lo stato maggiore, i comandanti e gli ufficiali più
importanti sono regolarmente tutti bizantini, nati e cresciuti all'interno dei
territori dell'Impero, educati ai valori della cultura ellenistica, e dunque
fedeli alle istituzioni bizantine e alla stessa città di Costantinopoli, se non
alle varie figure di imperatori, spesso vittime di congiure di palazzo. Non può
dunque saltar fuori nessun Odoacre ad abolire
disinvoltamente la figura imperiale in Oriente, e proprio questo, pur in un
continuo stato d'assedio consente all'Impero d'Oriente di sopravvivere fino
alla conquista turca nel 1453. Tuttavia proprio tale nazionalismo esasperato,
questa contrapposizione ideologica tra “Romaioi” e “Barbaroi”, spinta talvolta fino alla xenofobia, costituisce
anche il limite di Bisanzio, che senza l'apporto e la collaborazione di nuove
genti, culture e forme di pensiero più evolute viene
condannata dal suo tradizionalismo spinto ad una perenne antichità che sa di
eterna vecchiaia.
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BIBLIOGRAFIA E OSSERVAZIONI.
L. Cracco Ruggini, La Sicilia tra Roma e Bisanzio,
in: Storia della Sicilia, vol III, Soc. Ed. Storia di
Napoli e della Sicilia, 1980.
Ludovico Gatto, Le invasioni barbariche, Newton & Compton, 1997 (secondo l'autore - p. 72 - nel V sec. i barbari residenti
nell'ex Impero d'Occidente dopo la loro invasione potevano raggiungere il
milione di persone, mentre i romani dieci milioni circa. Chiaramente sono stime
ipotetiche).
Francesco Giunta, Sicilia Bizantina, Edistampa
1962.
Francesco Giunta, Caratteri della civiltà bizantina in
Sicilia, in: Arch. Storico della Sicilia Orientale, 1981 (a p. 105, le
notizie circa l'arrivo in Sicilia dei Greci dal Peloponneso).
Patrick Louth, La civiltà dei Germani e dei
Vichinghi, Libritalia, 1996.
Brian Fagan, La lunga estate,
Codice Edizioni, 2005.
Carmelo Bonanno, L'età medievale nella critica
storica, Liviana Editrice, 1984.