LE ASPIRAZIONI ASSOLUTISTE DI
FEDERICO II DI SVEVIA E LE RIVOLTE DI MESSINA E CATANIA
di Ignazio Burgio
(tratto dal sito dell’autore www.cataniacultura.com)
I
contrasti tra lo "Stupor Mundi" e i diversi pontefici che si
avvicendarono sul trono di Pietro nel corso della sua vita, segnarono il
culmine del conflitto ideologico-politico tra Papato ed Impero, significato di
tutta l'età medievale. A farne le spese non furono solo i liberi comuni
dell'Italia Settentrionale, ma anche alcune città siciliane molto dinamiche dal
punto di vista commerciale, in primo luogo Messina e Catania. La loro sconfitta
e umiliazione da parte dell'Imperatore Svevo - e successivamente anche da parte
dell'esercito di suo figlio Manfredi - segnarono anche la fine dei sogni di
libertà comunale da parte delle città del Sud.
All'epoca della
nascita di Federico II
(1294) e dell'ascesa al trono pontificio del Papa Innocenzo III (1198) divenne di moda negli
ambienti intellettuali ecclesiastici la teoria del sole, della luna e delle
“due spade”. Il Papa era il sole, in quanto il suo potere derivava direttamente
da Dio, e soltanto lui poteva trasmettere e legittimare la sovranità
all'Imperatore, il quale come la luna alla Chiesa doveva non solo subordinare
il suo potere ma anche assicurare il suo servizio, la sua “spada temporale”,
come un qualunque vassallo feudatario era subordinato al suo signore. Il Papa
da parte sua in virtù della sua “spada spirituale”, ovvero delle sue
prerogative di pontefice, considerava suo diritto intromettersi negli affari
interni delle singole nazioni, Impero compreso, e di considerare i sovrani come
suoi vassalli, a lui subordinati anche nella loro attività legislativa. Dunque
sembrava al papa normale e legittimo continuare a trattare da vassallo il
piccolo sovrano dell'Italia meridionale affidatogli dalla morente Costanza
d'Altavilla, l'ultima discendente normanna del Regno di Sicilia, fino far
giurare al “ragazzino di Puglia” di lasciare nelle mani del Papa la corona del
regno meridionale una volta divenuto Re di Germania e Imperatore nel 1216. Tale
politica veniva dettata dalla necessità di difendere l'indipendenza dei
territori della Chiesa al centro della penisola, e seguita scrupolosamente da
tutti i suoi successori fu l'ostacolo maggiore all'unificazione italiana fino
al 1870.
Ma in realtà il piccolo sovrano – che una tradizione di parte guelfa a lui
ostile ha dipinto come un ateo materialista (“epicureo”), mascherato per
convenienza da osservante cristiano – proprio perché educato dagli
ecclesiastici alla cultura cattolica e alla mentalità religiosa del tempo,
acquisì anche dai movimenti spirituali e millenaristi della sua epoca il senso
e la convinzione di una missione divina che gli imponeva di migliorare il suo
mondo. Vicino ai Gioachiti di San Giovanni in Fiore, da lui protetti e
sostenuti come già aveva fatto la madre, divenne ben presto consapevole che il
caos e l'anarchia in cui versava la società europea, compresa l'Italia, aveva
assoluta necessità di una forte autorità laica, una “spada temporale” che
riportasse pace, ordine e giustizia in tutto l'Impero, anche contro le stesse
intenzioni del Papato, capace di sollevare sudditi, città e regni contro la
Corona Imperiale ma assolutamente impossibilitato con la sua sola “spada
spirituale” a riportare ordine e giustizia.
La sua cultura e la sua intelligenza – vero incubo di tutti gli intellettuali
ecclesiastici, abituati da più di otto secoli a sopraffare facilmente
imperatori poco più che analfabeti – gli fecero però intendere che sarebbe
stato sbagliato promuovere la causa dell'impero con gli stessi argomenti di suo
nonno Barbarossa, ossia sventolando l'antico diritto romano. Meglio cercare
concetti nuovi, come nuove erano le teorie elaborate dalla Chiesa per portare
acqua al proprio mulino. Anzi meglio riprendere gli stessi concetti e gli
stessi programmi del Papa, ma in senso assolutamente laico. Nelle “Costituzioni Augustali”
promulgate a Melfi nel 1231 esordì fornendo giustificazione filosofica e morale
all'autorità dei sovrani, i re e l'Imperatore: a causa del peccato originale
tanto la grazia di Dio quanto la necessità della sicura convivenza avrebbero
promosso all'inizio dei tempi la nascita di principi e sovrani, affinché si
preoccupassero di garantire ordine e giustizia presso gli uomini, ormai
corrotti dal male. Anticipando dunque le teorie politiche degli illuministi,
ribadì la fonte dell'autorità monarchica anche dalla necessità pratica e
contingente (quindi laica) di garantire l'ordine sociale, e arrivò ad affermare
(con un eccezionale excursus nel diritto giustinianeo) che gli stessi popoli
avevano ceduto la propria sovranità all'Imperatore. Ed alla stessa logica
pratica e contingente fece appello allorché invitò ripetutamente i piccoli e
grandi sovrani europei ad unirsi in una lega di solidarietà e di reciproca
assistenza sotto la sua direzione, garantendo loro il riconoscimento, il
rispetto e persino l'autolimitazione dei propri poteri imperiali.
In realtà quanto prometteva Federico non era una sincera convinzione – ed i
sovrani se ne rendevano conto perfettamente - ma solo una mossa diplomatica al
fine di avere ragione dell'ostilità papale. Grande studioso della cultura
araba, in realtà ammirava la singolare unione di potere laico e potere spirituale
nella medesima autorità politica al vertice della società islamica, il
califfato, e si domandava perché non potesse essere instaurato quel medesimo
sistema politico-religioso anche nel mondo cristiano: sotto di lui,
naturalmente. Avrebbe voluto comportarsi da sovrano assoluto, svincolato da
qualsiasi altra legge e da qualsiasi altro potere locale, in primo luogo quello
delle città comunali, per riportare con le sue leggi ordine e giustizia nel
mondo ed amministrare in maniera fiscalmente accentrata il suo Impero. Ma di
fatto poté farlo solo nel suo atavico Regno di Sicilia, che comprendeva anche
tutta l'Italia meridionale. Qui non esisteva il feudalesimo. Qui si era
mantenuta anche coi precedenti sovrani normanni la vecchia struttura
amministrativa bizantina, con funzionari statali sparsi nel territorio e nelle
città, che si preoccupavano non solo di garantire l'ordine e la giustizia, ma
soprattutto di raccogliere le imposte necessarie a far funzionare tutto il
sistema. Federico intendeva migliorare ulteriormente l'organizzazione,
eliminando le differenti legislazioni locali ed abolendo le autonomie
cittadine.
Di questo grave pericolo il Papa tuttavia fu ben consapevole. Nel luglio del
1230, dopo che di ritorno dalla Terrasanta Federico aveva già respinto le forze
papali che approfittando della sua assenza avevano invaso i suoi domini
meridionali, il medesimo Papa
Gregorio IX gli scrisse: “...Sappiamo bene che tu hai
intenzione di emanare delle nuove costituzioni, le quali porteranno come
conseguenza che sarai chiamato persecutore della Chiesa e soffocatore della
pubblica libertà...”. Si trattava naturalmente delle già citate Costituzioni
Melfitane, promulgate appunto nella città lucana l'anno successivo, in una
prima fase valevoli solo per il Regno del Sud, come banco di prova, ma
sicuramente nelle sue intenzioni da estendersi anche al resto dei suoi domini.
Il risultato pratico che intendevano raggiungere tali leggi era l'assolutismo
politico attraverso l'accentramento e l'omologazione normativa e fiscale. Anche
la nuova idea giuridica dell'uguaglianza di tutti i sudditi di fronte alla
legge, anticipava i tempi ma solo in confronto alle monarchie assolute del XVII
e XVIII secolo - Francia, Austria, Russia, e via dicendo: per Federico II
imperatore, fonte egli medesimo di diritto, la legge a cui tutti
indistintamente venivano egualmente sottoposti, era la sua legge.
Così, quelle disposizioni che di fatto annullavano le leggi e le autonomie
locali, che accentravano ancor più l'amministrazione ed inasprivano le tasse,
finirono col provocare anche la rivolta di Messina. Ricca città commerciale paragonabile
alle repubbliche marinare del nord-Italia, produttrice di preziosi tessuti di
seta e dotata di una propria flotta mercantile di tutto rispetto, ai tempi di
Federico era anche una città gelosa della propria autonomia, del proprio
autogoverno e naturalmente delle proprie risorse finanziarie. Contro le
vessazioni fiscali di Riccardo
di Montenegro, reggente della Sicilia per conto dello Svevo, ma
soprattutto contro le nuove leggi di Federico che intendevano abolire il suo
porto franco, imporre il monopolio statale della seta, e governare la città
tramite suoi rappresentanti, Messina nel medesimo anno 1231 insorse. Il suo
esempio venne seguito da Catania,
Siracusa, Nicosia, Centuripe ed altre cittadine. Lo “stupor
mundi” reagì con intelligenza e sicurezza, in maniera da prendere tempo. Finse
all'inizio di essere accomodante, promise di ridurre le imposte, e giurò
solennemente il perdono a tutti. Nel frattempo riorganizzava e consolidava il
controllo del territorio siciliano tramite la rete dei suoi castelli
disseminati nell'isola. Nell'aprile del 1232 con un forte esercito dalla
Calabria sbarcò a Messina ed occupò la città. Riuniti i cittadini più
rappresentativi nella Cattedrale rinnovò ancora una volta promesse di perdono e
di riduzione delle tasse, ma anche questa era solo una mossa strategica. Pochi
giorni dopo, infatti, rimangiandosi la sua parola catturò i capi della rivolta,
Martino Malla
e Matteo Belloni
insieme ai loro complici, e li bruciò vivi nella pubblica piazza, come eretici:
in quel momento ribellarsi all'imperatore gli sembrava un delitto equiparabile
alla ribellione contro il Papa e la Chiesa. Ugualmente soffocò le rivolte delle
altre città che avevano seguito l'esempio di Messina, in primo luogo Catania e
Siracusa. Nella città etnea, dopo aver deciso di risparmiare abitanti ed
edifici - secondo la tradizione su ammonimento della Santa Patrona S. Agata -
dotò l'ingresso della Cattedrale normanna di un portale recante figure e
simboli che servissero di monito alla città (attualmente nella Chiesa di S.
Agata al Carcere). Sorte non altrettanto favorevole ebbe invece Centuripe che
venne addirittura distrutta in quanto colpevole di aver resistito a oltranza al
suo assedio. Tutti i suoi abitanti vennero obbligati a trasferirsi sulla costa
tra Catania e Siracusa e a fondare una nuova città che anche nel nome - Augusta
- richiamasse il prestigio di Federico II come al tempo degli antichi romani
imperatori.
La sconfitta ebbe sul morale delle città siciliane ripercussioni maggiori
rispetto alla complementare sconfitta di Cortenuova
(1237) subìta alcuni anni dopo dai comuni del Nord, abituati a rimanere uniti
ed a rialzarsi prontamente per riprendere la lotta: nel 1246 l'ennesimo
pontefice a lui ostile, Innocenzo IV, lo processò al Concilio di Lione e lo
definì Anticristo. Tutte le forze contrarie al suo governo allora gli si
sollevarono contro, ed infine lo sconfissero a Parma nel 1248.
Anche dopo la morte dell'Imperatore nel 1250, una nuova rivolta di Messina
sostenuta dalle forze papali, venne repressa dai Lancia – paradossalmente di
antica origine lombarda – i feudatari più potenti di Sicilia imparentati col
figlio di Federico, Manfredi. Sulle città del Regno del Sud, e sulla loro
attività economica, calò la cappa di piombo di un governo asfissiante e di una
fiscalità opprimente, reiterata dai successivi dominatori, Angioini, Aragonesi
e Spagnoli dei cattolicissimi sovrani Isabella e Ferdinando.
Con la sconfitta dell'esercito di Manfredi nella battaglia di Benevento contro
gli Angioini nel 1266 calò il sipario non solo sulla dinastia Sveva ma anche
sul significato universale che la Corona Imperiale aveva avuto da Carlo Magno a
Federico II. Di lì a poco all'inizio del Trecento toccò al Papato venir
ridimensionato nelle sue pretese universalistiche sempre da parte dei francesi
di Filippo il Bello, il quale due secoli prima di Lutero contestò alla Chiesa
di Roma il diritto di prelevare le decime dalla sua nazione. Il dantesco Papa Bonifacio VIII lo
scomunicò e lo dichiarò deposto. Per tutta risposta il sovrano francese inviò i
suoi soldati ad Anagni col compito di prelevare il Pontefice e condurlo in
territorio francese per processarlo. Non vi riuscirono per la sollevazione
degli abitanti, ma le offese a lui perpetrate dalle truppe francesi bastarono a
farlo morire qualche giorno dopo (1303). Con la sua morte praticamente dal
punto di vista politico si conclude l'Età Medievale e si entra di fatto
nell'età Moderna, ancor prima delle scoperte geografiche. Con il
ridimensionamento della Corona imperiale a semplice Corona Germanica nasce
infatti l'Europa delle nazioni, e purtroppo anche dei grandi conflitti
continentali, come la Guerra dei Cento anni tra Inghilterra e Francia. Con il
ridimensionamento dell'autorità temporale del papato ai soli territori
dell'Italia Centrale e la sua subordinazione alla monarchia francese, comincia
a nascere l'Europa della giustificazione laica del potere, non più soltanto da
Dio e dal Papa, ma anche e soprattutto dalla volontà del popolo.
L'antico concetto dell'impero universale va di fatto in crisi e verrà riportato
temporaneamente in auge in periodo rinascimentale dai cannoni di Carlo V
d'Asburgo, che riuscirà a subordinare e controllare anche la Chiesa di Roma.
Sembrerebbe un ritorno ad un sistema ideologico-politico monolitico sul modello
imperiale antico, al cui vertice è una sola figura carismatica e per di più non
limitata e contrastata da alcun altro potere religioso, come appunto il papato.
A quel punto tuttavia dalla stampa e dalla cultura umanistica si originerà un
nuovo conflitto all'interno della stessa religiosità cristiana, nelle persone
dei riformatori religiosi protestanti - Lutero, Zwingli, Calvino - che
prendendo anche politicamente le distanze dall'ideologia dell'impero
universale, segneranno la linea di demarcazione tra quelle nazioni europee che
politicamente, culturalmente ed economicamente libere, saranno avviate alle
istituzioni democratiche ed allo sviluppo economico, e quelle depresse sotto
tutti i punti di vista, in quanto subordinate - col pieno appoggio delle
istituzioni cattoliche - all'assolutismo politico vecchia maniera.
Ignazio
Burgio
Altri
articoli su Federico II in questo sito:
Le influenze templari,
cistercensi e arabe nei castelli di Federico II: gli esempi di Castello Ursino
a Catania e di Castel del Monte in Puglia.
Federico II di
Svevia e gli enigmatici simboli della Chiesa di S. Agata al Carcere di Catania.
La corona al
centro del mondo: Federico II di Svevia e gli orientamenti geografici di Castel
del Monte.
Fonti.
EBHERARD HORST – Federico II di Svevia – Rizzoli.
TOUCHARD, J. – Storia del pensiero politico, I – Milano 1978.
MORGHEN, R. - Medioevo Cristiano – Bari, 1978.
MORGHEN, R. - Federico II di fronte al Papato - in: Atti del Convegno
Internazionale di Studi Federiciani, Palermo 1950.
MOCHI ONORY, S. - La crisi federiciana del Sacro Romano Impero. Il "Corpus
Saecularium Principum" e l'"imperium spirituale" del
pontefice". - in: Atti del Convegno Internazionale di Studi Federiciani,
Palermo 1950.
GRUNDMANN, H. - Federico II e Gioacchino da Fiore - in: Atti del Convegno
Internazionale di Studi Federiciani, Palermo 1950.
GIUNTA, F. - La politica antiereticale di Federico II - in: Atti del Convegno
Internazionale di Studi Federiciani, Palermo 1950.
CALASSO, F. - Rileggendo il “Liber Augustalis” - in: Atti del Convegno
Internazionale di Studi Federiciani, Palermo 1950.
DI BLASI, G. E. - Storia del Regno di Sicilia - Ed. Dafni (vol. II, p. 374 -
375).