L’Italia tra Bizantini e
Longobardi di Enrico Pantalone
L'Italia
bizantina e longobarda per circa due secoli daranno vita ad una serie di
complessi rapporti amministrativo-giuridici oltre che politici, rapporti che si
ripercuoteranno anche successivamente, quando Franchi e Chiesa subentreranno
prepotentemente nella vita quotidiana nel nostro territorio al loro posto.
Queste implicazioni potrebbero fare pensare ad un drastico
taglio giuridico col passato nelle regioni longobarde considerando che la dipendenza
diretta da Bisanzio garantisce alle regioni italico/bizantine un più corretta
garanzia di continuità storico-sociale: ne è la prova la trasformazione in
senso medievale avanzata degli ordinamenti voluta dall'imperatore Maurizio
(582-602) che traccia una scelta ben precisa e senza possibilità di ritorno.
Era dunque possibile una reale politica di concordia
italiana tra le due parti per superare i particolarismi giuridici che s'erano
creati ?
Sappiamo
bene che queste due realtà politiche operanti nell’alto medioevo si
fronteggeranno militarmente e diplomaticamente per almeno due secoli, spesso in
aperto contrasto cambiando per sempre il volto della penisola e finendo per
favorire l’ascesa dei franchi e del papato destinati ad escluderli per sempre dal
contesto dell’ex-impero occidentale.
Le due realtà, troppo diverse per poter incamminarsi
insieme lungo la stessa strada, hanno indubbiamente volti opposti: l’Italia longobarda
è senz’altro un retaggio civile e culturale del passato mentre quella bizantina
è già diventata, da Giustiniano in poi, ampiamente medievale nel senso profondo
del termine, la prima rimane contratta, appare chiusa, la seconda invece da
inaspettati segni di vitalità.
Questo motivo sarà fondamentale per far catturare lo
spazio culturale e sociologico in occidente da parte del Papato, unica entità
civilizzante esistente nel territorio che costruirà su solide basi il suo
dominio intellettuale e politico dei secoli successivi.
Nei territori bizantini il concetto di politica è già ben
esistente anche per il rapporto privilegiato e diretto con la capitale in
oriente, i suoi territori risultano i più ricchi e la vita è migliore che in
altri luoghi, Venezia comincerà a muovere i primi passi verso l’autonomia
economica ed istituzionale proprio in questo periodo senza che nessuno le
mettesse i paletti, i Longobardi impediscono semplicemente che ciò possa
accedere nelle città da loro dominate attraverso con la loro struttura
ramificata di vassallaggio.
Così
l’Italia è divisa in pratica in due unità, una abbastanza eterogenea, l’altra
decisamente omogenea, una frattura che sarà insanabile per secoli ed a cui
hanno partecipato in egual misura longobardi e bizantini, ognuno per esercitare
il proprio potere, la penisola conoscerà un periodo decisamente negativo, una
regressione culturale ed amministrativa di egual intensità, conoscerà guerre e
distruzione per alcuni secoli, basti pensare all’ultimo tentativo di
riconquista dei territori dell’ex- impero romano occidentale da parte
dell’Imperatore di Costantinopoli Costante II che pure risiederà in Italia per
diversi anni allo scopo di gestire meglio l’impresa, del tutto inutile visti i
risultati scarsi e mai decisivi che si conclusero con una pace frettolosa e
senza nessuna garanzia per le popolazioni che subivano i combattimenti tra le
due parti.
Anzi, proprio da questa pace vengono a crearsi, nel
meridione, quelle figure di proprietari-latifondisti che per difendere i propri
averi assoldano una milizia personale che chiamano pomposamente “territoriale”
e che null’altro è che l’inizio di quel potere che sarà arrogante e
prevaricatore nella zona anche nei secoli successivi.
Obiettivamente
almeno a livello socio-economico potrebbe apparire sicura la frattura ed il
motivo addirittura sarebbe molto semplice: i bizantini appaiono gli eredi della
romanità e mantengono ben strette le prerogative e l’eredità ad essa
corrispondenti, mentre per converso i longobardi hanno (o non hanno a seconda
dei molti pareri) una loro concezione ed una struttura diversa per la loro
società.
Pur non disponendo di fonti sicure e dettagliate a questo
riguardo, possiamo però concepire l’idea che essendo molto restii, i longobardi
utilizzano comunque le strutture economiche romane o bizantine esistenti, senza
farne tuttavia un uso eccessivo: un esempio di queste strutture si possono
riconoscere in entrambe le “Italie” per il ricorso comune di alcune
"associazioni tipiche professionali" (pur con tutta la cautela
nell'uso di questa terminologia per quel tempo), punto di riferimento importante
per il commercio e l’economia.
In
generale il termine "frattura" è utilizzato dagli storici quasi
esclusivamente quando si parla di longobardi e non d'altre etnie
"barbariche" proprio perché essi, molto meno civilizzati rispetto ai
loro "colleghi" più occidentali, rappresentano in quel periodo, un
qualcosa di realmente traumatico a cui gli abitanti della penisola non sono
abituati, nemmeno Attila fece lo stesso effetto, secoli prima.
In realtà Goti e compagnia avevano un atteggiamento di
paura nei confronti del "sistema romano", dominavano militarmente, ma
non provarono mai a dominare intellettualmente ed economicamente le popolazioni
sottomesse, i longobardi, al contrario, non hanno più questi tentennamenti ed
il loro sistema di vita diviene prevaricante, tant'è che l'impostazione sociale
si modifica notevolmente in senso medievale, qui forse sta la vera e propria
"rottura" col passato, con ogni probabilità i longobardi sono
solamente più furbi dei precedenti dominatori, impongono le loro leggi mantenendo
i simulacri delle precedenti, non perché vi credano realmente, ma perché fa
loro comodo per evitare disordini interni e per avere una possibilità di
dialogo politico con Bisanzio.
Probabilmente i Longobardi non intuiscono mai realmente la
realtà di mantenere un equilibrio che giovasse a tutti: dove conquistano, essi distruggono
sistematicamente il potere locale dei bizantini dissolvendo praticamente tutta
la cultura e la politica imperiale e dimostrano la loro differenza rispetti ai
popoli germanici che li avevano preceduti proprio sul criterio assegnato alla
funzione regale.
Si parla di Rex Italiae in maniera decisa e questo fa
pensare che oramai il popolo conquistatore non è più vagante, ma tende ad
utilizzare il territorio conquistato come proprio e quindi la tendenza è quella
di secolarizzare le istituzioni della sua gente contrastanti con quelle
bizantine.
Non
a caso Gioacchino Volpe, insigne storico, parla del 568 come data per l'inizio
del medioevo italiano visto la rottura intervenuta pesantemente tra i rapporti
imperiali romani e quelli longobardi.
Infatti finisce quella pax tra le culture che voleva agli
uni le armi (germani) agli altri le istituzioni (italico-bizantini): tutto è ora
nelle mani dei nuovi conquistatori che si sono installati nella penisola .
Sarà successivamente la Chiesa a fornire ai longobardi la
chiave per garantire un corretto rapporto civile e la sua linea di
civilizzazione uscirà preponderante e vittoriosa.
L'impero bizantino inizierà a perdere i suoi pezzi
migliori al nord: cadrà Ravenna, Venezia diventerà via autonoma fino a essere
un'amica/nemica della stessa Bisanzio.
Il
Diritto Pubblico Romano e l’Auctoritas Ecclesiae (sorta di nascente diritto
canonico) furono punto di riferimento nell’Italia bizantina delle istituzioni
giuridiche dell’alto medioevo dopo le invasioni barbariche.
Questo accadde per la commistione dei rapporti tra
Bisanzio e Roma ed in pratica è soprattutto la parte centrale della penisola ad
esserne interessata mentre al contrario di quello che si potrebbe pensare nell’Italia
meridionale ed insulare si trovano anche interessanti spunti relativi al
diritto di altre dominazioni (longobardi ed arabi).
Per questo motivo ci si può tranquillamente rifare ad uno
dei massimi luminari della storia del diritto italiano: P.S. Leicht. che scrive
nelle sua Storia del Diritto Italiano:
"Per tali caratteri apportati dalla denominazione
barbarica al diritto pubblico europeo, il primo periodo venne chiamato
germanico. Vi si aggiunse però l'epiteto: bizantino. Non tutta l'Italia,
infatti, era caduta in potere degli invasori: l'estuario di Venezia, l'Istria,
la Dalmazia, le isole di Sardegna e di Sicilia ne erano salve; così Napoli,
Gaeta, Amalfi, Roma. L'Umbria, la Pentapoli e la stessa Romagna solo assai
tardi pervennero ai Longobardi: quest'ultima fu occupata soltanto
temporaneamente da Astolfo, il penultimo re dei Longobardi. Ora tutti questi
paesi esenti dalla dominazione longobarda (per quanto in qualche parte del loro
diritto, subiscano talune influenze germaniche) conservano gl'istituti del
diritto pubblico romano e li evolvono in conformità agli ordinamenti
dell'Impero Bizantino che, come si sa, continua per un millennio nell'Europa
Orientale ed in parte dell'Asia, dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente."
Il
dirompente arrivo dei Longobardi attraverso la parte orientale dell'Italia
settentrionale obbliga bizantini a creare, sulla falsariga di quelle romane
locate nelle vicinanze del Danubio e del Reno in tempo precedenti, delle
milizie stanziali tanto che si potrebbe parlare praticamente d'un nuovo Limes,
questa volta formato dalla linea che percorre i territori dell'attuale
Friuli-Venezia Giulia completato da torri, muraglioni ed ovviamente da
castelli.
Man mano che i barbari avanzano, la linea tende ad
arretrare e l'organizzazione del centro militare fa sempre più capo ad un Duca
che ha i suoi Tribuni per gestire i centri minori: il Duca assorbe spesso sia
le cariche militari che civili, ancor più nel momento del bisogno, cioè in
imminenza d'un attacco.
Proprio in questo periodo prende forma la figura
dell’Eparca, in principio funzionario militare e civile insieme.
Egli deriva il proprio potere e la sua figura dal patrizio
ed è principalmente un comandante militare strategico dislocato appunto nelle posizioni
più difficili e dove s’abbisogna di gente risoluta.
Tatticamente egli si può definire il comandante di una
delle due ali dell’esercito bizantino, e la sua funzione è appunto quella di
dirigere una delle due parti fondamentali che compongono le truppe in assetto
da battaglia
Non
potendo ovviamente stanziare un intero esercito Bisanzio delega sostanzialmente
a questi comandanti con la loro ala la difesa dell’Italia orientale.
Un punto fondamentale a mio giudizio, rimane la
suddivisione attuata per un certo periodo tra potere civile in mano ancora al
Prefetto del Pretorio ed appunto il potere militare in mano all’Esarca.
In realtà anche in questo caso si deve specificare meglio,
in quanto il prefetto del Pretorio amministra finanze e burocrazia e ridistribuisce
le imposte finanziando lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria o
facendo miglioria generale nelle province di sua competenza, ma deve in ogni
modo soggiogare al volere dell’Esarca che s’impone pian piano anche nella vita
civile proprio per lo stato di necessità palese di quei tempi: egli diventa
quindi un po’ come il vecchio dittatore della Roma repubblicana.
I
confini esigono un esercito preparato e di pronto intervento, capace
d’assestarsi immediatamente e di rispondere agli attacchi del nemico che giorno
dopo giorno si fanno sempre più pressanti.
Una
volta conquistati il territorio italico, i Longobardi lo dividono, secondo i
loro principi istituzionali, in Curtis Ducalis o Curtis Regia a seconda che
appartengano al duca o al re.
Quest'ultimo, non essendo sempre presente in luogo spesso
delega il potere ad un gastaldo che ne fa le sue veci: in sostanza questo
personaggio funge da appaltatore per conto del re ed il suo principale dovere è
di riscuotere le tasse, si tratta quindi d’un tipico sistema di drenaggio
impositivo a senso unico diretto tra il monarca ed il cittadino, impositivo
perché è ovviamente imposto con la forza e senza alcuna applicazione giuridica
in assenza di un vero e proprio stato longobardo che potesse creare un fisco
dalle caratteristiche istituzionali simile a quello romano.
Ciò da così vita ad una situazione di privilegi e
favoritismi che certamente non hanno alcun fondamento giuridico, il gastaldo
avendo pieni poteri, può disporre anche delle sanzioni finanziarie derivanti da
condanne di tribunali, o da entrate dovute a taciti accordi con i nobili della
zona.
Nella Curtis Ducalis gli atteggiamenti sono per lo più i
medesimi, solamente che gli introiti vengono incamerati dal nobile e dalla sua
corte e quasi nulla viene versato al re: egli infatti deve al monarca solamente
le sue prestazioni militari.
Lo sviluppo giuridico risulta così molto limitato, per la
prima volta da secoli, un esempio netto di rottura con il passato.
Le
amministrazioni longobarde hanno sempre avuto nella loro storia
socio-amministrativa una valenza prettamente collettiva, il che ovviamente è la
logica trasposizione del modo di vivere tipicamente nomade che questo popolo
aveva svolto nel passato.
Insediatosi saldamente nel territorio italico, il popolo
longobardo comincia a mutare il criterio di valutazione sulla proprietà
fondiaria dapprima, base rigida come sempre per una buona amministrazione,
andando a modificare quella su base collettiva in favore di quella individuale,
sposando di fatto il diritto romano esistente in materia: assistiamo quindi ad
una mutazione epocale per un popolo che diversamente dagli altri barbari rimane
sempre piuttosto restio a cambiare aspetti del proprio modo di vivere
l’esperienza giuridica.
Questo non significa una giustezza dell’applicazione di
diritto amministrativo in senso romano, molti punti restano ancora nebulosi,
come la distinzione tra proprietà, possesso e sovranità che come abbiamo visto
in precedenza spesso rimaneva parola vuota, ma certamente determina una
sedentarietà maggiore tra la gente che può pretendere possedimenti, causa
probabilmente della successiva disfatta a favore dei Franchi.
In realtà è
doveroso dirlo bisognerebbe parlare di territori più che di regioni come noi le
intendiamo o al più usare la strausata parolona “macroregione” che piace molto
e illustra perfettamente ciò di cui noi vogliamo parlare e discutere senza
seguire una logica nord-sud o viceversa, ma randomizzando la scelta.
Per finire, andiamo
a dare un’occhiata ai territori italici di “frontiera”, quelli che rimangono ai
margini della politica attiva pur passando sostanzialmente nella dominazione
dai bizantini ai longobardi.
La Liguria,
escludendo qualche razzia locale di branchi gotiche, non subì particolari
avversità durante il primo brutale periodo delle invasioni barbariche tanto da
rimanere senz’altro una decisa roccaforte e base logistica bizantina (e Narsete
se ne servì per le sue spedizioni compresa quella sciagurata per andare a
“liberare” Milano).
La situazione rimase
pressoché immutata sino all’arrivo appunto dei longobardi, prima affacciatesi
senza troppe intenzioni, poi molto più decisamente sino a diventarne i padroni
intorno alla meta del VII secolo partendo però dalla costa ed andando ad
occupare l’interno in un secondo tempo, le attività marittime delle città
costiere però rimasero attive e del resto i nuovi conquistatori non impegnarsi
troppo nell’amministrazione considerando le problematiche marittime che
indubbiamente dovevano risultare certo indigeste.
L’Abruzzo ed il
Molise seguirono un po’ il destino dei territori adriatici del centro e
vivacchiarono nei periodi bui grazie soprattutto alle impervie montagne
appenniniche che frenarono un po’ la
discesa barbarica anche se non la difesero completamente dalla razzia e
sulla costa indubbiamente (specie nelle vicinanze del confine marchigiano) fu
almeno pari a quella di altre terre vicine.
I territori furono senz’altro
invece ben individuati dai longobardi che provenendo sia dal nordovest (da
Spoleto e zone limitrofe) che dal sudovest (Benevento) non ebbero difficoltà ad
imporre la loro dominazione in special modo sulla Marsica, nel Teatino, nelle
zone Sangritane e Peligne, cioè alle radice d’una delle popolazioni più antiche
del territorio italiano.
Durante questo
periodo di dominazione longobarda la Chiesa fu molto attiva grazie ad una
presenza importante nei punti nevralgici del territorio costituita soprattutto da
Monasteri e Vescovadi che erano sostanzialmente l’unica garanzia legale per la
gente comune contro ogni tipo di soprusi dei conquistatori: non dimentichiamo
che spesso questi centri erano autoctoni quindi potevano agire senza attendere
precise disposizioni da Roma, oramai sempre più lontana.
Un
capitolo a parte merita sicuramente il territorio sardo, praticamente
“dimenticato” per diverso tempo un po’ da tutti durante l’alto medioevo,
bizantini prima e etnie barbariche poi non fecero assolutamente nulla per
tentare di tenere una parvenza d’istituzione nell’isola e se non fosse stato
per le autorità che rispondevano al Papato, cioè quelle ecclesiastiche non
osiamo pensare alla fine drammatica che questa evoluta popolazione avrebbe
fatto.
Queste ultime autorità, soprattutto grazie ai monaci ed ai
monasteri sparsi ovunque mandarono avanti sostanzialmente la vita quotidiana
socio-economica almeno fino agli ultimi secoli del primo millennio:
intendiamoci, non è che il Papato fosse vicino istituzionalmente, almeno quanto
le altre autorità, ma nei conventi e nelle chiese la gente comune trovava aiuto
ed al quel tempo era già una situazione soddisfacente visto il disastro
sociale.
Poi, sotto l’incalzare delle scorribande saracene,
s’iniziarono a creare le prime istituzioni autonome nell’isola, una sorta di
giudici supremi che avevano più o meno il potere d’un conte o d’un duca e
risiedevano nelle città principali del tempo come Cagliari o Gallura: essi
amministravano la giustizia e creavano sorta di milizie pubbliche per la difesa
del territorio, siamo intorno all’anno Mille, essi potevano essere rappresentati
come specie di sceriffi britannici, cioè dotati d’un discreto potere
giudiziario e militare tipico del medioevo.