LE PRIME
STORIE DI VAMPIRI: “CARMILLA” di J. S. LE FANU
di Emanuela Cardarelli
I racconti
di vampiri scritti dopo “Il vampiro” di Polidori
Nonostante
il successo di pubblico avuto da The Vampire, il personaggio del vampiro
non ebbe altrettanto successo tra gli autori inglesi. Polidori riuscì ad
associare l’uomo tenebroso e fatale del romanzo gotico con il vampiro, ma
questa felice intuizione venne accolta soprattutto sul Continente. Se si
eccettuano quei vaghi e indiretti accenni al vampiro inseriti da Maturin nel
suo Melmoth the Wanderer (1820), nessuno, nemmeno tra gli autori inglesi
del gotico minore e contemporanei di Polidori, si servì del personaggio di Lord
Ruthwen.
Per
spiegare come mai il personaggio del vampiro non ebbe immediato successo tra
gli scrittori inglesi, bisogna fare riferimento a Byron stesso. Quest’ultimo,
in quegli anni, si era autocondannato all’esilio dopo lo scandalo del 1816 con
la sorellastra Augusta Leigh, perché mal visto dai connazionali. Quindi gli
scrittori gotici minori si mostrarono più propensi ad imitare solo ciò che non
disturbasse troppo l’opinione pubblica: servirsi del vampiro Lord Ruthwen
significava evocare la sinistra fama di Byron. In Inghilterra, però, non
mancarono gli immediati adattamenti teatrali dell’opera di Polidori. Nel 1829
James Robinson Planché presentò il suo The Vampire or the Bride of Isles
al Lyceum di Londra (altri due adattamenti erano apparsi nel 1825 e nel
1825, sempre di Planché). Oltre ad ambientare gli avvenimenti in Ungheria,
Planché conferì a Lord Ruthwen il titolo di boiardo valacco.
Nel
frattempo gli scrittori inglesi tacevano e bisogna arrivare intorno al 1840 per
trovare qualche autore che introduca il vampiro nei suoi romanzi. Nel 1847 viene pubblicato Varney, the
Vampire; or the Feast of Blood, il cui autore è ancora oggi incerto tra
Thomas Peckett Prest e James Malcolm Rymer. Questo lungo romanzo (220
capitoli, 868 pagine a doppia colonna) è ambientato negli anni delle grandi
epidemie di vampirismo in Europa (1730-35). La trama è fondamentalmente simile
a quella di Polidori: sir Francis Varney, seduttore irresistibile, galante,
colto e raffinato, insidia la bella Flora, naturalmente già promessa sposa.
Quando la storia sembra volgere verso un finale ormai scontato, il romanzo
prende una svolta insolita: il vampiro ha degli scrupoli, dei ripensamenti, che
tradiscono un animo onesto, obbligato suo malgrado a commettere crimini, in
quanto tenuto in potere da forze oscure e demoniache. A dispetto del folklore,
che considera il vampiro un essere senza anima e senza cuore, il vampiro
descritto in questo romanzo, e più tardi in quello di Stoker, sente la triste
condizione, la tragica e spaventosa esperienza di morto e non-morto, tanto che
decide di suicidarsi gettandosi nel cratere del Vesuvio.
Altri
autori, rimanendo strettamente legati alle credenze popolari europee sui
vampiri, attingono direttamente dal folklore, lasciando così i loro racconti
avvolti da una ingenuità e da una spontaneità d’intonazione tipicamente
popolare, sempre in bilico tra magia e realtà. Si giunge così a una tipologia
del vampiro in antitesi con quella imparentata alla figura fatale dell’uomo
byroniano. Il vampiro abbandona le nere e attillate redingotes per
indossare gli umili e pesanti panni del villano. Egli, pertanto, agisce in modo
più oscuro e meno appariscente, ma non per questo meno minaccioso e terribile.
E’
soprattutto fra gli scrittori russi che scopriamo un vampiro legato alle
leggende e ai canti popolari. Ad Aleksandr
Nikolaevic’ Afanàsev va soprattutto il merito di aver realizzato una
raccolta di fiabe russe, in una della delle quali, intitolata Il vampiro ballerino (1863), si
parla di vampiri mangiatori di cadaveri. Essi appaiono durante i festeggiamenti
del Santo Apostolo Andrea, fatto, questo, che si riallaccia al folklore rumeno,
dove gli Strigoi appaiono proprio durante la notte di Sant’Andrea. Per tenerli
lontani basta sfregare dell’aglio contro le porte. E’ interessante notare che
il vampiro necrofago di Afanàsev non risponde pienamente alle caratteristiche
dei vampiri slavi, di solito ematofagi o antropofagi. Anche Gogol’, sfruttando un’antica fiaba
russa, descrive un vampiro dai denti di ferro e ghiotto di carne umana nel suo
terribile racconto Il Vij (1835).
Gogol’ vede nell’anima semplice e ingenua, divenuta impura, del seminarista
Chòma Brut la vittima del Vij. Molto interessante è anche il racconto di
Alekséj Konstantinovic’ Tolstòj I
Vurdalak (1847). L’inizio è convenzionale: vi è una riunione di salotto,
dominata dalla presenza del Marchese d’Urfé, che inizia a raccontare una
terribile avventura capitatagli in Moldavia. Qui egli si imbatte nei pericolosi
vurdalak, i vampiri dei popoli slavi. Uno di essi, la bella Sdenka, minaccia di
vampirizzare il marchese stesso, che riesce miracolosamente a salvarsi.
Altri
racconti che possono essere ricordati sono The Flowering of the Strange
Orchid (1895) di H. G. Welles e The True Story of a Vampire (1894)
di Stanislaus Eric conte di Stenbock. La prima storia introduce l’insolito tema
delle piante-vampiro. Un coltivatore di orchidee viene in possesso di un bulbo
proveniente dalle isole Andaman. Man mano che l’orchidea cresce, emana dalle
sue radici aree strani e inebrianti effluvi, ma queste radici non sono altro
che terribili ventose: il povero coltivatore viene salvato in extremis dalla
padrona di casa. Il protagonista del secondo racconto, il conte Vardaleh,
ricorda per certi versi Francis Varney. Egli è ospite del barone Wronski, in un
remoto castello della Stiria, ed esercita un occulto potere sul giovane figlio
del barone, Gabriel, il quale, a forza di frequentarlo, illanguidisce
rapidamente. Alla fine il conte, anche se in preda a terribili rimorsi, è
costretto a impossessarsi di tutta la vita del giovane, per poter continuare a
vivere.
Si può
notare che quasi tutte le storie di vampiri fin qui affrontate, così come molte
delle successive, sono racconti brevi.
Un’altra
caratteristica di questi racconti (e di molta letteratura fantastica) è il
frequente utilizzo della prima persona
narrante. A questo proposito, Todorov nota che, in un testo “sfugge alla
prova della verità solo ciò che viene affermato a nome dell’autore, mentre la
parola dei personaggi può essere vera o falsa, come nel parlare quotidiano. Il
romanzo giallo, ad esempio, gioca costantemente sulle false testimonianze dei
personaggi. Il problema si fa più complesso nel caso di un
narratore-personaggio, di un narratore che dica ‘Io’. In quanto narratore, il
suo discorso non ha da essere sottoposto alla prova della verità, ma in quanto
personaggio egli può mentire.” Di conseguenza, leggendo questi racconti, viene
spontaneo interrogarsi sulla sanità mentale del narratore, introducendo così
quell’esitazione che, come afferma Todorov, è la prima condizione del
fantastico. Inoltre, la prima persona narrante permette più facilmente
l’identificazione del lettore col personaggio. Anche Anne Rice utilizzerà la
prima persona per le sue Vampire Chronicles, ma per motivi e con
risultati completamente diversi.
“Carmilla”
di Joseph sheridan Le Fanu
Nel 1872 Joseph Sheridan Le Fanu pubblicò la
raccolta In a Glass Darkly, in cui
diversi racconti, apparsi precedentemente in svariate riviste, vennero
collegati tra loro mediante prologhi o epiloghi e riallacciati alla figura del
dottor Hesselius, il ‘dottore psichico’ eroe di “Green Tea”, racconto che apre
la raccolta.
Nato nel
1814 da famiglia angloirlandese, Le Fanu, dopo una laurea in diritto, decise di
diventare giornalista. Scrisse novelle, articoli, romanzi gotici e racconti del
mistero, lavorando inoltre come redattore presso varie riviste e quotidiani. Le
sue prime storie vennero pubblicate tre il 1838 e il 1848 sul Dublin
University Magazine. La morte della moglie, nel 1858, rattristò l’ultimo
periodo della sua vita, lasciandogli il compito di allevare i figli da solo.
Morì all’improvviso nel 1873, di una morte probabilmente affrettata
dall’eccesso di lavoro e dalle preoccupazioni materiali. I paesaggi
dell’Irlanda sudoccidentale, in cui Le Fanu trascorse la propria infanzia,
lasciarono su di lui un’impressione indelebile. Tutta la sua opera è
profondamente pervasa di elementi e modelli tipici del folklore locale ed è
questo a conferire ai suoi racconti grande forza di persuasione. Un’ansia
ossessiva che egli drammatizza con particolare efficacia è l’invasione da parte
di un oggetto temuto o odiato, terrore che può ricollegarsi alla paura sessuale
o alle nevrosi prodotte da una repressione a lungo celata. Per quanti sforzi
vengano fatti per chiudere fuori l’oggetto temuto, in qualche modo esso
riuscirà comunque ad entrare, ricorrendo a trucchi e astuzie. Più e più volte,
nell’opera di Le Fanu, uno spirito malevolo riesce ad insinuarsi e ad isolare
la sua vittima il tempo sufficiente per distruggerla. Questo tema è evidente in
“Green Tea” e lo si può osservare, con sfumature diverse, anche in “Carmilla”.
Quest’ultimo
racconto è un perfetto esempio del
cosiddetto perturbante. Freud ne “Il perturbante” aveva definito il
perturbante “quella sorta di spaventoso
che ci riporta ciò che ci è noto da lungo tempo, ciò che ci è familiare”.
Qualcosa sembra non familiare solo perché lo si è alienato, rimosso dalla
coscienza, sicché la sua (ri)comparsa o (ri)attivazione suscita ansia. Freud
aggiunge “Un’esperienza perturbante si ha quando complessi infantili rimossi
vengono riattivati da un’impressione o quando credenze primitive superate
sembrano ottenere di nuovo conferma”.
“Carmilla”
si apre con un breve prologo, in cui l’immaginario editore di questa storia
spiega come ne sia venuto in possesso dal dottor Hesselius. Per il resto, la
storia è narrata in prima persona dalla protagonista, Laura, che scrive otto
anni dopo che gli eventi da lei ricordati ebbero luogo, quando lei aveva
diciannove anni.
Laura vive
col padre vedovo in un castello situato in una foresta della Stiria, oggi in
Austria. Essi sono però borghesi e non aristocratici: il castello era stato un
affare e la loro rendita è esigua. La ragazza ricorda un trauma che avvenne
quando aveva sei anni e era ancora nella nursery. Accortasi a un certo
punto che la bambinaia l’aveva lasciata sola, Laura comincia ad agitarsi,
finché vede una bella signora, chinata sul suo letto, che la calma fino a farla
addormentare. Poco dopo, Laura si sveglia con la sensazione che due aghi le
penetrino nel petto, il che la fa piangere. Diversi anni più tardi, Laura e il
padre sono testimoni di un incidente in carrozza proprio davanti il loro
palazzo. Una misteriosa donna, con la scusa di dover ripartire immediatamente
per un importantissimo viaggio, li prega di prendersi cura della giovane
figlia, Carmilla, rimasta leggermente ferita nell’incidente. L’uomo acconsente,
forse troppo precipitosamente, e Laura riconosce la ragazza all’istante. Laura,
dunque, non conosce Carmilla, ma la riconosce, le risulta familiare.
Anche Carmilla riconosce Laura, grazie a un sogno fatto dodici anni prima,
sicché, in ultima analisi, è difficile dire chi sia il fantasma. Le due ragazze
familiarizzano tra loro, tanto che a un certo punto Laura arriva a chiedersi se
non siano parenti.
Il
racconto procede poi con un certo numero di varianti sul tema ‘riconoscersi
senza conoscersi’. Laura e suo padre rincontrano un vecchio amico, il generale
Spielsdorf, che non vedevano da circa dieci mesi. Questi appare loro
stranamente irriconoscibile. Il generale stesso racconta una storia che produce
un effetto perturbante. Durante un ballo in maschera, il generale e sua figlia
incontrano due donne, madre e figlia. Il generale e sua figlia non indossano la
maschera, così che la donna lo avvicina, dicendo di conoscerlo:
Dunque,
così come Carmilla era stata riconosciuta, ma non conosciuta, la donna è
conosciuta ma non riconosciuta.
La storia
del generale è da ricollegarsi a tutta una serie di misteriose morti di ragazze
della zona. Anch’egli, infatti, come il padre di Laura, aveva dato ospitalità
alla figlia della donna conosciuta al ballo, ma poco dopo la sua giovane nipote
aveva cominciato a deperire
inspiegabilmente. Grazie all’aiuto di un medico, riesce a scoprirne la
causa: la sua ospite, Millarca, è un
vampiro. Purtroppo la ragazza muore e il generale decide di dare la caccia a
quell’orribile mostro.
Nel
frattempo anche Laura comincia a mostrare i segni della misteriosa malattia. Il
medico mette in guardia suo padre sulla probabile presenza di un vampiro e
ordina alla ragazza di non dormire da sola. Il giorno seguente i due si recano,
in compagnia del generale, alle rovine del castello dei Karnstein, l’antica
famiglia, ora estinta, alla quale apparteneva la madre di Laura, la moglie
(morta) del generale, e la stessa Carmilla. Un boscaiolo racconta loro che
tutti gli abitanti del piccolo villaggio erano scappati anni prima a causa
della presenza di un vampiro, eliminato poi da un gentiluomo moravo, il barone
Vordenburg. Non appena Carmilla si unisce alla compagnia e il generale la vede,
riconosce subito Millarca, che in realtà è Mircalla, contessa di Karnstein.
Grazie all’aiuto di un discendente del barone Vordenburg, riescono a scoprire
l’ubicazione della sua tomba e possono quindi decapitarla.
E’
interessante notare che, tanto nella storia principale, quanto in quella
narrata dal generale, le mogli e le madri sono cancellate o rimosse. Il sogno
di risveglio di Laura nella nursery è interpretabile in questo contesto
come un trauma di separazione dalla madre, che rimane, almeno per lei, sempre
giovane e bella e, come i ritratti dei Karstein, sempre la stessa. La storia
istituisce dunque una connessione tra madri (defunte) e vampiri: le madri sono
escluse dalla storia vera e propria, ma ritornano come non morte.
Le ‘figure
paterne’, invece, sono spesso costituite da medici. Il dottor Spielsberg, ad
esempio, che visita Laura; i due medici presenti nella storia del generale;
il misterioso barone Vordenburg, e
infine il dottor Hesselius, al quale è
indirizzata la storia clinica di Laura. Questi uomini si consultano l’un
l’altro, in privato, lontani dalle orecchie di Laura, prima di arrivare alla
loro conclusione. Essi smascherano Carmilla come vampiro e la distruggono. Al
contrario, in The Vampire di Polidori Aubrey non ha nessuno con cui
consultarsi a proposito dei vampiri. In effetti, questo racconto tratta proprio
dell’incapacità di portare testimonianze sul vampiro, giacché Aubrey è legato
al giuramento di non parlare di Lord Ruthwen. Alla fine (cosa che non potrebbe
mai accadere nella letteratura vittoriana sui vampiri), il vampiro trionfa,
restando in certo qual modo ‘non spiegato’.
Come tutti
i vampiri della letteratura, anche Carmilla risulta essere molto affascinante:
tutte le sue vittime sono attratte da lei. La stessa Laura prova dei sentimenti
piuttosto contrastanti nei confronti della sua ospite:
La prima
persona narrante e il rifiuto di cancellare l’attrazione che Laura sente per
Carmilla (di per sé Laura non prova mai orrore per Carmilla, nemmeno dopo la
rivelazione della vera identità di quest’ultima), indicano che quest’attrazione
è ammessa, poi gestita o controllata (eliminando il suo oggetto), ma continua
ad essere viva anche dopo, attraverso i ‘sogni’ di Laura:
Bibliografia:
T.
Todorov, La letteratura fantastica, Milano, Garzanti, 1977
J. Briggs,. I visitatori notturni,
Milano, Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A., 1988