LE TENDENZE DELL'EVOLUZIONE
UMANA di Enrico Galavotti
(tratto
dal sito dell’Autore HOMOLAICUS)
Il progresso della scienza è
disseminato, come un antico sentiero nel deserto,
di scheletri disfatti di teorie abbandonate che un tempo sembravano
possedere vita eterna.
Arthur Koestler
I problemi relativi
al lontano futuro dell'umanità spesso si trovano relegati ai margini
delle scienze, oppure vengono trattati esclusivamente a livello di
fantascienza. Eppure, per poterli affrontare, la
scienza ci sarebbe già di grande aiuto. Fra le molte sue branche che
s'interessano di tali problemi, una delle più importanti è l'antropologia,
specie quando questa prende in esame l'uomo nella sua complessità e interezza,
cioè tanto sul piano bio-fisico quanto su quello sociale. Il sociale -come
noto- emerge ed evolve in stretta relazione col biologico, benché le premesse
biologiche non siano determinanti per l'evoluzione
delle forme sociali.
La specificità dell'uomo, come
oggetto di ricerca, si definisce per la sua universalità: in rapporto alla
natura vivente della terra, l'uomo rappresenta una qualità nuova, unica, del
movimento della materia ed è, di conseguenza, un fenomeno di significato
cosmico sul piano evolutivo. L'evoluzione dell'uomo fa parte della più generale
evoluzione della materia: ecco perché il suo futuro non può essere esaminato al
di fuori dell'evoluzione dell'universo.
Tutto ciò porta inevitabilmente
alla formulazione di domande molto importanti: qual è la durata probabile
dell'esistenza della civiltà? la fine di questa
esistenza è determinata dalla stessa dinamica dell'universo? qual
è il ruolo degli esseri pensanti nell'universo? Rispondere in modo esauriente a
queste domande è praticamente impossibile, ma esse si
vanno facendo strada con sempre maggior vigore nella mente degli scienziati.
L'evoluzione dell'uomo fa parte
della linea di progresso della materia dal semplice al
complesso, all'interno naturalmente di livelli organizzativi abbastanza
stabili. I principali progressi avvengono mediante una lotta dei contrari, ovvero attraverso salti qualitativi che portano a nuove
situazioni, in cui qualcosa permane e qualcosa si modifica in modo sostanziale.
Le vecchie strutture, anche se molto specializzate (e a volte anzi proprio per
questo) sono destinate a essere rimpiazzate.
Il cervello umano può senza dubbio
essere considerato come la conquista principale dell'evoluzione della materia
sulla terra e forse nell'intero universo. Ed è stato, come noto, il lavoro
collettivo a stimolare tale rapida cerebralizzazione,
la quale, a sua volta, ha condotto, alla forma suprema del movimento della
materia: la forma sociale.
Correlato a questo processo di
portata universale è un altro processo, quello della progressiva emancipazione
dell'uomo dai fattori ambientali mediante l'uso di meccanismi
d'autoregolazione. Ad es. oggi possiamo tendenzialmente superare molte forme
del condizionamento genetico. Ovviamente ciò sarebbe impossibile senza l'enorme
accumulo di informazioni realizzato in questi ultimi
decenni.
Caratteristica dell'uomo moderno, 'informatico', è quella di poter prendere decisioni
anticipate in situazioni di emergenza. Se e quando non lo facciamo
è per negligenza non per incapacità. Paradossalmente è proprio lo sviluppo dell'informatica,
che pur sembra escludere un particolare ruolo della coscienza, ad indicarci la responsabilità dell'uomo ogniqualvolta non
si assumono decisioni conformi ai bisogni effettivi. Quanto più i processi si
automatizzano, tanto più deve responsabilizzarsi la
coscienza dell'uomo: questo è del tutto naturale. Ogni addebito al caso o alla
fortuna costituisce in realtà un'implicita ammissione di inerzia
del pensiero e di delega di funzioni (basta vedere come ci si è comportati nei
confronti dell'inquinamento dei nostri mari).
Si può qui aggiungere che con
l'evoluzione aumenta il ruolo strategico dell'informazione riguardo al problema
dell'energetica. Se è impossibile separare informazione e materia, è anche vero
che l'insieme delle proprietà energetiche e informatiche rappresenta l'unità
materiale del mondo, al di là della quale la vita oggi
non avrebbe alcun futuro. Una unità che senza il
supporto fondamentale del cervello e senza il concorso della consapevolezza e
dell'organizzazione sociale, non si reggerebbe in piedi, ai livelli attuali,
neanche un minuto. Una unità per nulla omogenea, ma
anzi come una specie di 'diversità integrata', nel quadro però di una umanità
unita.
E' molto probabile che lo sviluppo
futuro dell'umanità sarà caratterizzato da una autonomia
e universalità ancora maggiori (aumenterà, p.es., la familiarità con lo spazio
cosmico, con i fondali degli oceani e con gli ambienti artici e antartici).
Potremo usare nuove energie e saremo più indipendenti dalle avversità
climatiche e alimentari. Aumenterà fortemente l'informazione, il che permetterà
di prevedere determinati fenomeni, di anticipare determinate
azioni. La diversità dei popoli, delle razze, delle etnie, lingue, religioni...
sarà in un certo senso 'integrata'. Tutto ciò e altro ancora sembra essere alla
portata dell'uomo, sulla base naturalmente delle attuali acquisizioni
tecno-scientifiche e delle potenzialità delle forze produttive.
I classici del marxismo si immaginarono, a grandi linee, il futuro dell'umanità come
un organizzazione sociale unita, altamente strutturata, ricca dal punto di
vista energetico e informativo. A ben guardare, questa
tendenza appare di carattere 'universale', a prescindere cioè dalla dinamica
delle formazioni sociali contemporanee (capitalismo, socialismo, ecc.),
oggi peraltro in forte discussione. Molti evoluzionisti ritengono che la 'forma
sociale' della materia, sulla base di precisi fenomeni
biologici, tenda a porsi come un fattore planetario, cosmico e cosmologico,
dotato d'uno sviluppo infinito. alla stregua di una 'evoluzione dell'evoluzione'.
Esiste tuttavia un altro modo di
vedere le cose, che a molti forse apparirà troppo pessimista. Quello secondo
cui la nostra civiltà, come ogni altra, ha un limite determinato a priori, dal
suo stesso sviluppo. Una volta raggiunto il traguardo essa, in un certo senso,
si autodistrugge, poiché crea condizioni che rendono la vita impossibile.
Nell'universo le civiltà vanno e vengono, senza entrare in contatto l'una
coll'altra, tanto è breve il loro cammino. I futurologi occidentali prediligono
questo orientamento e mirano a sottolineare
l'esaurimento delle risorse naturali, la sovrappopolazione, l'inquinamento
dell'ambiente, la crisi alimentare, ecc.
Questo punto di vista tende a
considerare come 'definitivi' singoli fenomeni di crisi, senza cioè comprendere
che questi esistono proprio per dimostrare all'umanità che il passaggio a un
livello superiore di consapevolezza e di organizzazione è indispensabile. V. Vernadsky diceva che l'umanità, divenuta ormai una 'forza
geologica', si trova messa a confronto con le conseguenze della dimensione
cosmica delle sue attività. Ciò significa che al cospetto dei fattori
distruttivi, l'umanità deve saper reagire con prontezza ed efficacia, se vuol
sopravvivere.
Senza dubbio niente predetermina
fatalmente la fine o l'eterna esistenza di questa o quella manifestazione
particolare della materia nell'universo. Con Engels
noi potremmo dire che la materia, in tutte le sue trasformazioni, resta
eternamente se stessa, ovvero che lo 'spirito
pensante' nell'universo è indistruttibile. Ciò implica che singoli fenomeni o
forme evolutive possono non raggiungere il loro scopo immediato, ma in rapporto
alle 'ragioni' dell'eternità il loro significato resta. L'umanità ha un futuro cosmico, ma questo futuro va conquistato in un processo
continuo di autosuperamento. La prospettiva teorica
dell'eternità non offre garanzie di sicurezza pianificata del genere umano, né
può scusarlo della sua ignavia. I pericoli del progresso sono sempre dietro
l'angolo e comunque proporzionati alle nostre capacità di affrontarli.
Tantissimi scienziati sono convinti
che la transizione dallo stato di divisione tipico del periodo preistorico alla
reale storia dell'umanità unita aprirà nuove immense possibilità alla concentrazione
dei mezzi, dell'energia e del pensiero scientifico, grazie alle
quali si potranno affrontare gli immensi problemi globali che già da ora
ci affliggono. E' assurdo parlare di tendenza fatale all'autodistruzione o alla
scomparsa dell'evoluzione universale. La valorizzazione di nuove energie
(solare, nucleare, eolica, ecc.), lo sviluppo della biologia e biotecnologia,
dell'ingegneria genetica, l'organizzazione globale della protezione
dell'ambiente, la messa a punto di antimutageni, il trasferimento nello spazio
cosmico di talune produzioni, la vasta cooperazione tecno-scientifica mondiale,
il rapido progresso della conoscenza del micro- e macrocosmo: questo e altro
ancora può essere messo al servizio dell'umanità.
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E' stato scientificamente provato
il carattere 'non stazionario' dell'universo. Esso è in espansione ininterrotta
da 20 miliardi di anni, sin dalla sua nascita per
opera di un nucleo di materia superdensa. A tale proposito due modelli
ipotetici sono stati avanzati: uno ritiene che l'espansione continuerà
all'infinito, l'altro invece che ci saranno anche fasi di contrazione.
Quest'ultimo sembra presupporre la fine dell'universo, la rovina di tutte le
conquiste della ragione. L'astrofisica tende verso il primo modello, ma, sia
come sia, è difficile credere che la dinamica dell'universo possa determinare
fatalmente una definitiva estinzione della ragione (che sembra destinata ad evolversi continuamente). Una fine assoluta dell'universo
potrebbe essere tollerata solo a condizione che implicasse una trasformazione
altrettanto assoluta dell'universo stesso.
L'umanità, nell'accezione
contemporanea della parola, non è certo eterna, ma è
eterna la legge della trasformazione della materia. La conclusione di ogni
forma di esistenza è predeterminata dal suo contenuto, ma il contenuto
dell'intero universo, che è l'evoluzione verso la perfezione, non può avere
termine, altrimenti si cadrebbe in una contraddizione insostenibile. Ciò che
dobbiamo accettare è la negazione dialettica, ovvero
la fine di una dimensione, che diventerà, a sua volta, l'inizio di un'altra
dimensione, ovvero di una nuova forma, superiore, di movimento della materia.
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Il ruolo che attualmente
svolge l'umanità nell'universo appare paradossalmente minimo rispetto al
potenziale organizzativo e informatico di cui dispone. D'altra parte l'universo
contemporaneo (cioè il suo stadio astrogalattico), in
rapporto ai processi generali d'evoluzione della materia, è relativamente
giovane. In effetti, i suoi 15-20 miliardi di anni non sembrano dover essere
stimati uno spazio di tempo mostruosamente grande, se si considera che la vita
sul nostro pianeta data da almeno 3,5 miliardi di
anni. Si può dunque pensare che in tutto l'universo la
ragione si trova a uno stadio relativamente iniziale del suo sviluppo e che la
sua funzione cosmica non s'è ancora manifestata con sufficiente forza.
Probabilmente la funzione della civiltà terrestre si paleserà concretamente
mediante l'interazione con altre forme di vita ragionevoli nel corso di
un'unica evoluzione della galassia. E questo non potrà avvenire senza un
continuo approfondimento della conoscenza delle leggi che governano il nostro
mondo.
Fra qualche
centinaia di migliaia e anche di milioni di anni, la specie homo
sapiens avrà probabilmente cessato di esistere, ma solo per passare a una
forma qualitativamente nuova di specie, assai diversa dalla precedente quanto a
organizzazione generale, tipo morfofisiologico,
caratteristiche eco-ambientali, ecc., tanto che dovrà essere classificata tra
le specie nuove.
La nostra galassia non resterà
sempre uguale ma si trasformerà profondamente, seppur lentamente: anzitutto una
parte delle stelle si raffredderà, poi vi sarà la separazione dei pianeti dalle
stelle centrali, infine (dopo spazi di tempo immensi) avverrà la dispersione
delle stelle nello spazio metagalattico. Tutto ciò comporterà, inevitabilmente,
un mutamento fondamentale nella struttura stessa della materia. Il biocibernetico Y. Antomonov ritiene che il sostrato biologico della ragione
finirà per cambiare di qualità.
Ma quale che sia l'intelligenza del futuro,
essa resterà uno 'spirito pensante' (secondo l'espressione di Engels). Uno spirito dotato, nell'ambito dell'universo, d'una funzione informativa ed energetica eterna. In quella
lontana epoca i processi energetici dell'universo e tutta la sua materia
saranno strettamente legati alla potenza trasformatrice e organizzatrice della
ragione. In tale contesto, la coscienza individuale
sarà la misura del livello raggiunto dalla coscienza sociale.
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Caratteristica umana fondamentale è
la completezza, la globalità delle percezioni, dei sensi e dei
sentimenti, della ragione e dell'intelletto. In questa sintesi di elementi
diversi, l'essere umano può manifestare anche segni di debolezza, senza
tuttavia perdere la propria dignità, e anche quando anche quest'ultima viene perduta, si ha sempre la possibilità di recuperarla.
Il computer o il robot è invece un
prodotto raffinato di una sola funzione umana: quella intellettiva, e di
questa funzione esso ha sviluppato solo quella logico-formale. Cioè non
solo esso ha un'intelligenza limitata in quanto la
vive separatamente da tutto il resto, ma l'intelligenza che vive ha una logica
meramente astratta, che non nasce da un confronto dialettico con la
realtà concreta. Il computer, anche se inserito nella rete più complessa della
terra, resta solipsistico.
Gli esseri umani dovrebbero
limitarsi a riprodurre degli esseri altrettanto umani, dal punto di vista sia
biologico che culturale, perché è proprio questo lo
scopo più grande della loro vita.
I limiti tecnici di un computer vengono avvertiti in un tempo relativamente breve, come un
peso che ad un certo punto diventa insopportabile: di qui gli incredibili
progressi fatti sul piano telematico in quest'ultimo decennio. Si pensi solo al
fatto che il web ha sostituito l'idea di mettere il sapere in un cd-rom. Il
vero sapere può essere solo interattivo e modificabile in qualunque momento.
Viceversa nell'essere umano i
limiti personali sono avvertiti come una "caratteristica" dell'umanità
di un individuo, e solo quando questi limiti sono particolarmente accentuati si arriva a pensare che l'individuo abbia una
scarsa umanità (in tal senso è bene non arrivare a pensare che l'individuo non
abbia alcuna umanità, poiché un pensiero del genere nasce sempre dal rifiuto di
prendere in considerazione i condizionamenti sociali).
E' un'illusione quella di credere
che lo sviluppo dell'identità umana sarà tanto più possibile quante più
informazioni potremo assimilare. L'essere umano, nel
momento stesso in cui nasce, dispone di ogni cosa per
vivere un'esistenza sana ed equilibrata. Sono soltanto le circostanze esterne
che lo portano a fare delle scelte sbagliate. Ed è poi sulle conseguenze di
queste scelte che si torna a riflettere, cercando di prendere decisioni più
giuste.
Se l'essere umano fosse un soggetto
non perfetto ma in continua evoluzione biologica, molti scienziati oggi non
sarebbero arrivati alla conclusione che il genere umano è un unicum
nell'universo, è un prodotto finale, non soggetto a ulteriore
evoluzione. Ciò che muta nell'essere umano è solo la capacità di usare le sue
qualità intrinseche (morali e intellettuali).
L'idea di creare una
"razza superiore" dal punto di vista biologico è un'assurdità.
La superiorità può essere manifestata solo sul piano culturale
(intendendo per "cultura" la capacità di vivere profondamente
l'umanità implicita in ognuno di noi).