MAX WEBER
LA METODOLOGIA BORGHESE DELLE SCIENZE STORICO-SOCIALI
(1864-1920) di Enrico Galavotti
(tratto dal sito dell’autore Homolaicus
Iter
biografico
Weber nasce a Erfurt
in Turingia nel 1864. Suo padre, di idee liberal-nazionali di destra, era un amministratore
municipale e deputato della Dieta prussiana. Sua madre era una donna di grande
cultura, interessata ai problemi religiosi e sociali. Sino alla sua morte, nel
'19, restò in stretto rapporto intellettuale col figlio, nel
quale ravvivò sempre l'attenzione per i problemi religiosi. La loro casa
era frequentata da noti uomini della cultura tedesca, come ad
es. Dilthey e Mommsen.
Terminati gli studi liceali, Weber studiò giurisprudenza, economia, storia,
filosofia e teologia nelle Università di Heidelberg,
Strasburgo, Berlino e Gottinga. A Strasburgo, durante
il servizio militare, divenne ufficiale dell'esercito imperiale. In quegli anni
era su posizioni liberal-nazionali e aveva aderito
alla Lega Pangermanica, da cui più tardi si sarebbe
staccato per l'indifferenza ch'essa mostrava verso il
problema dell'immigrazione dei contadini polacchi. Ammiratore della politica
bismarckiana, che aveva fatto della Germania unificata una grande potenza, ne
criticava tuttavia l'opera di distruzione del liberalismo tedesco, che aveva
lasciato in Germania un vuoto politico privando così la nazione di un efficiente classe dirigente.
Nel 1887-'88 partecipa a diverse
manovre militari in Alsazia, contro i francesi, e nella Prussia orientale,
contro i polacchi. Negli anni 1886-89 seguì un'attività seminariale in diritto
commerciale e storia agraria conseguendo infine la laurea con una tesi di
storia economica sulla Storia delle società commerciali nel Medioevo. Subito
dopo, per influsso del Mommsen, si dedicò alla storia
agraria romana. Poi aderì al "Verein für Sozialpolitik", una
sorta di "Fondazione dei socialisti della cattedra". Il socialismo di
Stato o "della cattedra" sorse dalla "Scuola storica". Esso
voleva fondare una nuova teoria sociologica in cui si trovassero
uniti la teoria dello sviluppo sociale, la teoria della conoscenza scientifica
e la pratica politica: una sociologia che fosse una scienza dell'ethos, secondo
l'insegnamento del Romanticismo e di Fichte, per cui
il Volksgeist, ossia la volontà di una nazione,
rappresenta la legge fondamentale del suo sviluppo sociale. Lassalle,
Rodbertus, A. Wagner e altri cercarono, in pratica,
di conciliare i conflitti di classe attraverso la mediazione dello Stato
bismarckiano e l'abolizione del sistema della libera concorrenza. Si trattava
di un socialismo senza rivoluzione, per uno Stato senza società civile
autonoma. L'esperimento fallì con la sconfitta della Germania nella I guerra
mondiale.
Per incarico della
"Fondazione" Weber si occupò dei problemi socio-politici della
Germania orientale, pubblicando un'inchiesta, Le relazioni
dei lavoratori della terra nella Germania orientale (1892) in cui mise in luce
i danni per l'economia tedesca creati dall'immigrazione dei braccianti polacchi;
egli in sostanza criticava la politica dei grandi proprietari terrieri a est
dell'Elba, i quali, servendosi della manodopera immigrata (polacca e russa) a
basso costo, avevano costretto i lavoratori tedeschi a emigrare verso le città
industriali dell'ovest. A Weber però preoccupava soprattutto il fatto che in
tal modo gli junkers "sgermanizzavano"
l'est tedesco.
Nel 1891 conseguì l'abilitazione in
diritto commerciale germanico e romano, La storia agraria romana
nel suo significato per il diritto pubblico e privato, iniziando così la
carriera universitaria. Il suo particolare interesse per la storia antica
dipendeva dal fatto che le facoltà di diritto di quel tempo, in Germania come
in Francia, riservavano ampia attenzione allo studio del diritto romano.
Tuttavia il nucleo principale delle sue indagini scientifiche venne ben presto
precisandosi attorno al problema del processo evolutivo del capitalismo
moderno, anche se l'interesse per le società antiche non verrà mai meno in
Weber. Nel 1894 gli venne conferita la cattedra di
economia politica dall'Università di Friburgo, dove l'anno dopo tenne la
prolusione, Lo Stato nazionale e la politica economica, con cui manifestò
apertamente la sua fiducia nella Realpolitik
imperialistica, opponendosi agli interessi particolaristici delle classi
economiche e all'immatura classe politica uscita dalla politica bismarckiana.
Egli cioè dichiarò esplicitamente di appartenere alla "classe
borghese" e voleva che lo Stato tedesco avesse un volto di capitalismo moderno
e razionale, e che l'industrialismo trionfasse sui pesanti residui feudali.
Siccome credeva che per ottenere questo occorreva,
come già in Francia e in Inghilterra, una democratizzazione della politica
interna, ovvero un abbandono del regime personale degli Hohenzollern
e della burocrazia che ne era il sostegno, pensò che sostenere l'espansione
coloniale tedesca e la lotta per i mercati mondiali fosse il mezzo migliore.
Nel '94 pubblicò Le tendenze nell'evoluzione della
situazione dei lavoratori rurali della Germania orientale.
Nel '96 ottiene la cattedra di
economia politica all'Università di Heidelberg e
pubblica Le cause sociali della decadenza della civiltà antica, ma, colpito da
una grave malattia nervosa, è costretto a dare le dimissioni nel 1903, rinunciando
all'insegnamento. Per quattro anni non riesce a compiere nessun lavoro: viaggia
in Italia, Corsica e Svizzera per sedare il suo stato di ansietà. Nel 1899
cessa volontariamente di appartenere alla Lega pangermanica.
Nel 1902 riprende il suo insegnamento ad Heidelberg ma non riesce più a svolgere un'attività intensa
come nel passato. A partire dal 1903 iniziano le sue
riflessioni metodologiche in stretto contatto con le idee dei suoi colleghi, H.
Rickert e Weber Windelband.
Prende posizione nella polemica tra gli economisti
della Scuola storica di Berlino e la Scuola teoretica di Vienna in Roscher e Knies e il problema
logico dell'economia politica-storica (1903-6), ed entra nella direzione,
insieme a Weber Sombart, della prestigiosa rivista
"Archivio di scienza sociale e politica sociale", ove pubblica
L'"oggettività" conoscitiva della scienza sociale e della politica
sociale (1904). In questi anni appaiono anche L'etica protestante e lo spirito
del capitalismo (1904-5) e Le sètte protestanti e lo spirito del capitalismo
(1906), ove Weber chiarisce la netta differenza della sua sociologia dal
marxismo.
Nel 1904 si reca negli USA per
assistere a un Congresso di scienze sociali, dove riceve una vivida impressione
del capitalismo americano. La democrazia americana gli appare
soprattutto alla stregua di una misura tecnica per selezionare e favorire
l'ascesa di una classe politica efficiente e preparata. Tiene una
conferenza sul capitalismo e la società rurale in Germania.
La sua partecipazione alla vita
politica si va facendo sempre più intensa: si interessa direttamente della
rivoluzione russa del 1905 e continua a criticare in alcune lettere private
scritte al deputato F. Naumann, la politica del
kaiser e lo pseudo-costituzionalismo tedesco. Questi
sono anni di intense discussioni e dibattiti
nell'ambiente universitario di Heidelberg, in cui
spiccano i nomi, oltre che di Weber, di Windelband, Sombart, E. Troeltsch, G. Simmel, R. Michels, G. Lukács, K. Jaspers, F. Tönnies. Weber studia psicologia del lavoro industriale,
interessandosi al fatto che il capitalismo della grande industria ha cambiato
il "volto spirituale del genere umano fino a renderlo quasi
irriconoscibile", e pubblica Sulla psicofisica del lavoro industriale
(1908). L'anno dopo pubblica un lungo saggio sulla
struttura sociale delle società antiche, I rapporti agrari nell'antichità. Pubblica anche nel 1906 La situazione della democrazia borghese in
Russia e L'evoluzione della Russia verso un costituzionalismo apparente, ed
anche Studi critici intorno alla logica delle scienze della cultura.
Un'eredità nel 1907 gli consente di
ritirarsi dall'insegnamento e di dedicarsi completamente ai suoi studi. Nel suo
salotto di Heidelberg riceve la maggior parte degli
studiosi tedeschi dell'epoca: Windelband, Troeltsch, Sombart, Simmel, Michels, Tönnies, Naumann. Colllabora attivamente alla fondazione
dell'"Associazione tedesca di sociologia", in un congresso della quale, nel 1910, prende netta posizione contro
l'ideologia razzista. Ne uscirà nel 1912, a causa di divergenze sulla questione
della neutralità assiologica (avalutatività).
Assume però la direzione del "Grundriss der Sozialoekonomik"(1909), un'opera enciclopedica cui diede un decisivo
contributo con il trattato di sociologia generale, Economia e società (1922,
postumo). Intanto continua a occuparsi di sociologia della religione con il
saggio metodologico, Alcune categorie della sociologia comprendente (1913). Nel
1909 aveva pubblicato I rapporti di produzione nell'agricoltura del mondo
antico.
Coerente nelle sue convinzioni
imperialistiche, Weber si mostra favorevole all'entrata in guerra della
Germania. Allo scoppio della guerra chiede di essere richiamato come ufficiale
della riserva. Sino alla fine del 1915 dirige un gruppo di ospedali militari
impiantati nella regione di Heidelberg. Riprende gli
studi religiosi nell'ambito dei quali prosegue la critica alla concezione
materialistica della storia, Etica economica delle religioni universali (1916,
su Confucianesimo e Taoismo) e Sociologia della religione (1916-17 su Induismo,
Buddismo ed Ebraismo antico).
Dopo aver dato inizio alla
pubblicistica politica e aver fondato con Naumann, Troeltsch, Brentano e altri il
"Volksbund fur Freiheit und Vaterland", si
dichiarava, a causa delle difficoltà della guerra, contrario alla politica
annessionistica, al bellicismo tedesco, al piano della guerra sottomarina e
comincia a sostenere la pace. Auspica una riforma parlamentare nell'ambito del
regime monarchico, che consentisse un'effettiva autorità al parlamento e favorisse
la formazione di un'aristocrazia di capi politici volta a sostituire il regime
dei "parvenus e dei dilettanti burocratici"
della Germania di Guglielmo II (Wahlrecht und Demokratie in Deutschland, 1917;
Parlamento e governo nel nuovo ordinamento della Germania, 1918).
Weber escludeva la possibilità di
una rivoluzione repubblicana, che, secondo lui, avrebbe soltanto accresciuto le
divisioni interne; d'altro canto riconosce la funzione progressiva dei
conflitti sociali, quando fossero controllati dalle strutture burocratiche,
sindacali e partitiche. Di qui il suo giudizio
positivo sull'azione delle socialdemocrazie nel disciplinare le masse; ma nella
misura in cui la politica socialdemocratica non coincideva con i suoi ideali
imperialistici, la considerava inadatta alla guida della nazione.
Dal 1916 al 1917 svolge diverse
missioni ufficiose a Bruxelles, Vienna e Budapest. Moltiplica gli sforzi per
convincere i dirigenti tedeschi a evitare l'estensione del conflitto, ma nello
stesso tempo afferma la vocazione della Germania alla politica mondiale
(imperialismo) e vede nella Russia la minaccia principale. Nel 1918 tiene un
corso estivo all'Università di Vienna. In questa
occasione presenta la sua sociologia della politica e della religione come una
Critica positiva della concezione materialistica della storia. Dopo la
proclamazione della Repubblica di Weimar, aderisce al nuovo partito democratico
(di centro-sinistra borghese, aconfessionale), presentandosi candidato
all'Assemblea nazionale nella circoscrizione di Francoforte, ma non viene eletto.
Va precisato che Weber più che un
politico di professione (egli non ha mai partecipato, in posizione dirigente,
alla vita politica del suo paese), è sempre stato un intellettuale:
ricercatore, conferenziere, pubblicista, accademico, talvolta consigliere del
sovrano, ma con poco successo. Egli è sempre rimasto insofferente a una
rigorosa disciplina di partito. Si era impegnato nel partito perché riteneva
che la sconfitta della Germania fosse dipesa dalla
mancanze di serietà politica della classe dirigente. Soprattutto cercava un
dialogo con gli studenti universitari: quelli del gruppo
"Germania libera", politicamente non orientati con chiarezza,
risposero con entusiasmo. I conservatori nazionalisti rifiutavano le sue critiche
al regime guglielmino: in particolare Weber si era
rifiutato di credere alla leggenda per cui le sinistre, demoralizzando gli
eserciti combattenti, avevano fatto perdere la guerra alla Germania. Ciò
tuttavia non gli valse le simpatie degli studenti di sinistra.
Negli anni della repubblica di
Weimar, egli era passato da convinzioni parlamentaristiche a convinzioni repubblicano-presidenzialistiche e ad
una concezione cesarista della direzione politica, considerata come la miglior
forma di governo in una società di massa, l'unica in grado di salvare la
democrazia. In questo senso esercitò un peso determinante
nella commissione per la redazione della costituzione di Weimar (ad es. riuscì
a far accettare: 1) l'elezione plebiscitaria del presidente della repubblica,
sul modello americano, in modo da poterlo considerare investito direttamente
dalla sovranità popolare; 2) il diritto d'inchiesta, garantito alle minoranze,
in modo che l'opposizione avesse la possibilità non solo di controllare casi di
corruzione parlamentare ma anche di partecipare ad un'azione positiva di
governo, attenuando la tendenza all'assolutismo della maggioranza).
Ad Heidelberg
partecipò anche ad alcune riunioni del Consiglio degli operai e dei soldati,
restandone impressionato positivamente; però chiese anche al governo che si
reprimesse, pur senza violenza, il movimento di Liebknecht
e della Luxemburg. A Monaco disapprovò la grazia
concessa al conte Arco che aveva assassinato il capo della repubblica
socialista bavarese, K. Eisner,
ma manifestò simpatie per le idee politiche del giovane conte. Intervenne
energicamente per far punire dal rettore dell'Università gli studenti
nazionalisti che avevano malmenato una minoranza di studenti socialdemocratici,
ma si dichiarò sempre un acceso nazionalista. Intervenne
come testimone a favore nel processo contro O. Neurath
e E. Toller, due
rivoluzionari della repubblica comunista bavarese, ma a Monaco disse ai propri
studenti che non aveva alcuna intenzione d'impegnarsi attivamente, cioè
politicamente, per la trasformazione della società: al massimo era disposto a
fornire una consulenza scientifica in materia di economia politica.
Dopo la capitolazione della
Germania, viene nominato esperto presso la delegazione
tedesca a Versailles. Egli infatti si recò a Parigi
con la commissione per la riparazione dei danni di guerra, collaborando alla
redazione del Libro bianco tedesco, inteso a controbattere le accuse mosse alla
Germania come la sola responsabile della guerra. Nel 1918 tiene all'Università
di Monaco le conferenze La scienza come professione e La politica come
professione, nonché le lezioni sul Significato della
"avalutatività" nelle scienze sociologiche
ed economiche. Il problema ch'egli cercava di
risolvere era quello di definire un'equazione funzionale fra lo Stato come
protagonista di una politica di potenza da un lato, e l'opportunità dall'altro
di dare agli ordinamenti democratici un'ampiezza più o meno estesa. Intanto
continua i lavori di completamento di Economia e società (che però resterà incompiuto),
e prepara la raccolta degli Scritti di sociologia della
religione (1920-21, postumo). Nel 1919 accetta una cattedra all'Università di
Monaco, ove succede a Brentano. Il corso tenuto nel
'19-'20 riguarda la Storia economica generale e sarà
pubblicato nel '24.
Le sue ultime battaglie politiche
furono rivolte contro l'antisemitismo, sostenendo vivaci discussioni con gli
studenti pangermanisti. Nel 1920 abbandona il partito democratico, di cui
disapprovava le concessioni fatte al programma di socializzazione dei
socialdemocratici. Morì nel giugno dello stesso anno, a Monaco, di febbre
spagnola.
L'influsso della sua sociologia su
quella tedesca fu allora poco significativo, anche
dopo la sua morte, poiché quella ufficiale ha sempre preferito cercare dei nessi
con lo storicismo o con il positivismo metafisico. La ripresa dei temi weberiani avverrà nella Scuola di Francoforte, ma anche in Mannheim, per il quale i significati della realtà sociale
hanno solo una funzione psico-sociologica, e
soprattutto nel funzionalismo di T. Parsons (1902-79). In Italia il suo nome cominciò a
diventare noto con la traduzione di Parlamento e governo ad
opera di Croce.
ASPETTO
SISTEMATICO
Premessa
generale
Weber ha contribuito anzitutto alla
formulazione di metodi e compiti propri della sociologia borghese. Egli ha
preso le mosse criticando la "Scuola storica" tedesca dell'economia
che vedeva in ogni sistema economico la manifestazione dello "spirito di
un popolo" (la posizione di Savigny, che si
poneva sulla scia di Hegel, era stata ereditata da Roscher, Knies e Hildebrandt). Weber rivendica, in questo caso, l'autonomia
logica e teoretica della scienza. Lo "spirito del popolo" non è per
lui che un prodotto culturale.
In secondo luogo, egli critica il
materialismo storico-dialettico in quell'aspetto che pone la sovrastruttura
ideologica in stretta dipendenza dalla struttura economica. Per Weber questo
rapporto va determinato di volta in volta, perché può anche essere rovesciato
(ad es. la religione può influire sull'economia in maniera determinante,
come dirà nell'Etica protestante).
In terzo luogo, Weber critica il
neo-criticismo e lo storicismo tedesco contemporaneo, rifiutando la riduzione
della sociologia a scienza ausiliaria delle scienze storiche, ovvero negando che la psicologia sia la base della
sociologia (in particolare Weber rifiuta l'idea che con l'intuizione si possa
comprendere e rivivere l'esperienza altrui. L'ERLEBNIS di Dilthey
appartiene al sentimento non alla scienza controllata).
Dello storicismo Weber rifiuta anche l'idea che possa esistere un oggetto
storico "individuale" in sé e per sé: esso -dice Weber-
esiste solo nella scelta individualizzante fatta dal ricercatore all'inizio
dell'indagine, nel mentre considera certi oggetti più
importanti di altri. L'oggettività per Weber è un criterio molto relativo: non
è possibile parlare della conoscenza come di una riproduzione integrale o
definitiva della realtà, in quanto va affermata la
relatività dei criteri di scelta della conoscenza storica nonché
l'unilateralità dell'indagine storica che delimita di volta in volta,
orientandosi verso un valore o verso un altro, il proprio campo di ricerca. Il
destino dello scienziato è quello di venir superato
continuamente in un lavoro senza fine. Sotto questo
aspetto non esistono neppure per Weber delle scienze privilegiate.
Infine dello storicismo rifiuta la
critica al positivismo. Per Weber la visione del mondo positivista è fallita
perché la realtà socio-culturale in cui gli uomini vivono è sempre diversa, non
deducibile da leggi generali (il positivismo invece si era trasformato in una
metafisica). Però Weber resta fedele al concetto
positivistico di scienza, secondo cui la validità delle affermazioni
scientifiche si basa non su presupposti sovraempirici
ma su dati empiricamente dimostrabili (i fatti vanno separati dai desideri). La
"sociologia comprendente" di Weber è il tentativo di conciliare
storicismo e positivismo, cioè le connessioni storico-culturali con l'esigenza
di una validità empirica. In questo senso Weber tiene unito ciò che la
sociologia precedente teneva diviso: ricerca empirica-elaborazione
teorica-interpretazione generalizzante di formazioni sociali collettive. In
Germania nessun altro seppe farlo e in Francia vi riuscì solo E. Durkheim. Weber in sostanza cercherà
di opporsi sia a quel "realismo" che
attraverso organismi collettivi (come gruppi e istituzioni) voleva rendere
indipendente le leggi sociali dall'individuo, sia quell'"idealismo"
che voleva porre a fondamento della propria spiegazione i cd.
"valori".
Scopo
e oggetto delle scienze storico-sociali
Oggetto e scopo delle scienze
storico-sociali (in particolare della sociologia) è la comprensione oggettiva (in quanto "causale") dell'agire sociale (cioè
dotato di senso). Queste scienze hanno il compito di descrivere e spiegare
conformazioni storiche individuali e regolarità dell'agire sociale. La
comprensione delle scienze storico-sociali è diversa da quella delle scienze
naturali, poiché qui le regolarità osservate si possono cogliere ricorrendo a
quantificazioni e misure (alla matematica), in quanto
per comprendere i fenomeni vanno prima spiegati con proposizioni confermate
dall'esperienza (metodo deduttivo). Viceversa, nelle altre scienze, che
studiano il comportamento umano, la comprensione è più immediata/intrinseca,
non nel senso che il ricercatore comprende intuitivamente determinati
comportamenti (come nella psicologia diltheyana), ma
nel senso che sulla base dei testi e dei documenti il significato di un
comportamento soggettivo/individuale diventa immediatamente comprensibile senza
che si debbano cercare ulteriori conferme per poter
stabilire una regola generale. Questo perché tra soggetto e ricercatore c'è un
elemento comune: la coscienza (il che implica sempre
un certo margine d'insicurezza nell'interpretazione).
Per Weber esiste una sola scienza,
perché unico è il criterio di scientificità delle diverse scienze: quello delle
spiegazioni causali. Naturalmente è possibile la scientificità anche in presenza di una scelta/selezione operata dal ricercatore,
relativamente ai settori d'indagine, ai fenomeni, ecc. La scientificità non sta
necessariamente nell'universalità del sapere.
La selezione si opera in riferimento ai valori. I quali non sono etici, né
assoluti o incondizionati, né obiettivi o universali. Riferirsi ai valori per
Weber significa semplicemente operare una scelta
tecnica fra diversi campi d'indagine, fenomeni, problemi... Si tratta, infatti,
di determinare, tra gli elementi di una serie causale individuata, uno schema
di rapporti che sia suscettibile di verifica/controllo. Di qui l'uso della
nozione di possibilità oggettiva. Il ricercatore non
emette giudizi di valore, semplicemente delimita la propria ricerca per
garantirsi meglio un esito scientifico. Si potrebbe in un certo senso dire che
Weber ai "giudizi di valore" (che sono personali e soggettivi)
preferisce l'espressione "rapporto ai valori", che implica un
processo di selezione/organizzazione della realtà per ottenere una scienza
oggettiva. Ad es. due soggetti storici possono esprimere giudizi di valore
assai diversi sulla libertà politica: ebbene, compito del ricercatore è appunto
quello di tener conto che tale libertà costituiva per quei soggetti un
"valore", che le loro interpretazioni erano diverse e che
l'affermazione di una invece che dell'altra ha determinato
precise conseguenze. Compito del ricercatore non è dunque quello di esprimere
un giudizio su questo valore o sull'interpretazione che ne davano quei
soggetti. Lo storico deve evidenziare gli aspetti salienti, dominanti di un'epoca/civiltà/formazione
sociale... e delinearne lo svolgimento logico.
La spiegazione causale non consiste
nel riconoscere un evento come necessariamente determinato dalla serie causale (altrettanto necessaria) degli eventi precedenti, ma
nell'isolare, in una situazione storica determinata, un campo di possibilità,
mostrando le condizioni che hanno reso possibile la decisione in favore di
un'alternativa invece che di un'altra. Il significato di questa decisione può
essere colto mediante il confronto con le altre possibilità/alternative
(Weber cita l'esempio della battaglia di Maratona, in cui si confrontavano due
possibilità: la prevalenza di una cultura religiosa/teocratica e il mondo
spirituale ellenico. Prevalse la seconda alternativa
che, a sua volta, fu condizione di un corso di eventi di carattere universale).
La sociologia deve costatare i fatti non deve esprimere giudizi di valore su
queste alternative. Ovviamente accettando il fatto
compie indirettamente un giudizio di valore, ma la sociologia non ha lo scopo
di ritenere l'affermazione di un'alternativa come un
fatto necessario, che doveva per forza accadere, essendo un'alternativa
migliore dell'altra.
[Rilievi critici]
Weber aveva preso da Rickert l'esigenza di selezionare, in quello che per entrambi
era il caos della storia, determinati valori, ma se ne distacca quando vuole
affermare una metodologia avalutativa. Paradossalmente, proprio mentre Weber
cercava di distinguere le scienze storico-sociali da quelle naturali, applicava
il metodo di queste a quelle, limitandosi a un'analisi meramente descrittiva e
lasciando alla coscienza dell'interlocutore la facoltà di esprimere giudizi di
valore, che proprio per questa ragione diventano del tutto irrilevanti.
Teoria
del tipo-ideale
Per essere riconosciuta oggettiva
la possibilità/alternativa dev'essere fondata su
fatti accertabili in base alle fonti del periodo storico in cui la possibilità
s'è espressa. In secondo luogo la possibilità deve essersi espressa in modo
conforme alle regole generali dell'esperienza (quelle
che reggono la motivazione della condotta umana): è il cd. "sapere nomologico", che vale come criterio per
l'autenticazione delle possibilità oggettive. Una semplice somma di fatti non
porta con sé -dice Weber- la conoscenza scientifica
("ingenuo empirismo"). Occorrono delle uniformità statistiche che
corrispondano al senso intelligibile di un agire sociale. E comunque solo una
parte limitata dell'illimitata quantità di fenomeni è per Weber fornita di
significato.
Weber in sostanza fa questo ragionamento:
siccome l'atteggiamento altrui è definito secondo il carattere della
problematicità e non della necessità (in quanto
esistono sempre opzioni equivalenti che si possono scegliere), è impossibile
delineare compiutamente, di questo atteggiamento, le caratteristiche, la
natura, le modalità, per cui è preferibile individuare una gamma fluida di
forme di atteggiamento, all'interno della quale sarà poi possibile definire una
tipologia. In pratica Weber enuclea, per astrazione, dei "tipi-ideali"
di atteggiamento, costruiti accentuando unilateralmente uno o più punti di
vista, in modo tale che ciascuno di essi presenti in forma
"pura" determinate caratteristiche (di qui i concetti
convenzionali di "economia cittadina" o "economia rurale",
ecc., in cui non è dato riconoscere i regimi storici di produzione cui essi si
riferiscono). I "tipi-ideali" non sono ipotesi sulla realtà ma devono
guidare le formazioni ipotetiche in una direzione positiva. Sono punti di
partenza non di arrivo, poiché il maturarsi di una scienza suppone il loro
superamento.
Questo quadro concettuale, pur non
avendo riscontri nella realtà, può permettere al ricercatore -secondo Weber- di avere un metro di paragone. E' un espediente
euristico, uno strumento metodologico (i concetti "ideal-tipici"
sono uniformità-limite) che si usa per misurare e comparare la realtà
effettiva, controllando l'avvicinamento o la deviazione di questa al modello.
Weber in sostanza ha elaborato una vasta e complessa tavola sinottica
comprensiva di tutte le fondamentali formazioni sociali, di ogni
tempo ed epoca, disposte secondo criteri ordinatori rigorosamente
definiti che le accomunano e le distinguono (le formazioni sociali per Weber
sono il frutto di determinati atteggiamenti: il capitalismo ad es. è frutto della
razionalità connessa al profitto).
In tal modo egli è convinto di
poter trasformare una ricerca storica individualizzante (su un argomento
specifico) in una di carattere generalizzante. Per spiegare i fatti storici
-dice Weber- c'è bisogno di leggi e queste vengono offerte dalla sociologia. Naturalmente il carattere
sinottico del suo procedimento non vuole escludere la dimensione
evoluzionistica. Weber pone in ordine gerarchico i tipi-ideali di
atteggiamento, disponendoli secondo un criterio di crescente razionalità: 1) il
minimo di razionalità si trova nell'azione dettata dalla fedeltà a tradizioni-abitudini-costumi-credenze, 2) poi si passa
all'azione determinata da un sentimento/istinto/stato d'animo; 3) poi ancora
all'azione razionale rispetto a un valore (p.es. il
capitano di una nave che decide di affondare con essa); 4) infine vi è l'azione
razionale in rapporto a un fine (p.es. l'ingegnere che costruisce un ponte).
L'azione razionale in rapporto a un
fine è definita in funzione delle conoscenze dell'agente piuttosto che
dell'osservatore o ricercatore. Weber non dice che è oggettivamente irrazionale
l'azione nella quale l'agente sceglie mezzi inadatti a causa dell'inesattezza
delle sue conoscenze. La razionalità dipende dal fatto che l'agente ha concepito
come adeguati i mezzi per raggiungere determinati scopi. In un certo senso per
Weber il fine giustifica sempre i mezzi, se chi li usa
li ritiene adeguati al fine (di qui i paralleli con la politologia del
Machiavelli, di cui condivideva l'idea che la politica non poteva preoccuparsi
della moralità delle proprie azioni)). Viceversa, l'azione rispetto a un valore
è razionale non perché l'agente consegue un fine, ma per restare fedele
all'idea ch'egli si è fatto di un determinato valore
(ad es. abbandonare la nave che affonda sarebbe per il capitano un'azione
disonorevole, anche se di fatto è "poco pratica"). Nell'azione di
valore Weber ha in mente gli ideali dell'aristocrazia, nell'azione finalizzata
a uno scopo ha in mente gli ideali della borghesia. Per Weber
infatti la società che si fonda sul tipo di atteggiamento più razionale
è quella del moderno capitalismo, che è culmine e chiave di volta dell'intero
complesso delle formazioni sociali. Tale razionalità è possibile solo quando si
postula una realtà priva di ogni senso magico e che presupponga, sotto il
profilo religioso, l'assoluta trascendenza della divinità.
[Rilievi critici]
Weber è partito dall'idea che nella
lotta tra opposti valori che si verifica nel mondo sia
impossibile esprimere un giudizio di merito, cioè trovare un criterio
dirimente, per cui ha preferito costruire artificialmente uno schema di
comportamenti in cui questo o quel valore possa trovare una certa
corrispondenza.
Weber non tiene conto del fatto che
eventi singoli, individuali (come ad es. la battaglia di Maratona) non possono
modificare interi processi storici: possono al massimo
rallentarne la marcia, deviarli momentaneamente ma non invertirli o
distruggerli completamente. Se ciò accade è perché
quei processi erano già in via di dissoluzione, per cui taluni fatti singoli
possono come rappresentare il "colpo di grazia". In ogni caso la
comprensione della dissoluzione non può essere dedotta dalle fonti dell'epoca,
poiché non è possibile comprendere un'epoca dal giudizio che quell'epoca aveva di se stessa. Risulta
altresì alquanto astratto il "sapere nomologico",
poiché le regole di cui Weber si serve sono quelle dedotte dalla sua stessa
epoca, che è quella capitalistica, ch'egli non mette mai in discussione e che
anzi cerca di considerare come modello per tutte le epoche passate.
Weber è partito da esigenze
importanti, quale ad es. quella di analizzare la formazione sociale
capitalistica, ma poi è deviato nelle astrazioni della
sociologia formale. Criticando Comte, nonché le idee giusnaturalistiche
e contrattualistiche, Weber non è risalito a Saint-Simon
né a Marx, ma al kantismo. La distinzione tra scienza
avalutativa e morale/politica valutativa ha infatti le
sue radici nel kantismo. Alla sociologia delle "leggi", nata direttamente
dall'impianto positivista da Comte a Spencer, Weber
sostituisce la concezione del "tipo-ideale": questo probabilmente era
il massimo di scientificità possibile, nell'ambito borghese, dopo la crisi
metodologica delle generalizzazioni positiviste. Significativo
inoltre è il fatto che in Germania la scienza veniva fatta nelle Università,
ove vigeva il principio che la politica andava lasciata ai politici. Weber ha
cercato di superare questo dualismo, trasformandosi in ricercatore che
s'interessa di fatti politici, ma la sua posizione, in politica, è sempre
rimasta intellettualistica o comunque moderata.
L'etica
protestante e lo spirito del capitalismo
Secondo Weber alla razionalità del
mondo moderno ha contribuito in misura determinante la
religione protestante, che rappresenta il disincantamento
dal mondo, cioè la fine delle illusioni (i grandi fini e valori del passato per
Weber vengono tenuti in vita solo dalla volontà degli uomini). Lo stesso
capitalismo non è che l'effetto più rilevante del
protestantesimo (da notare che il marxismo sosteneva il contrario). Si badi
però: il capitalismo -per Weber- non è nato dal
protestantesimo tout-court ma dal razionalismo, di cui il protestantesimo è
stato il veicolo più potente. Il protestantesimo (soprattutto nella sua
variante calvinistico-puritana) è tanto ascetico sul
piano religioso (in quanto rifiuta di darsi immagini
della divinità, inoltre è essenziale nei riti, ha abolito molti sacramenti
considerandoli magici, ha affermato il concetto di predestinazione e di sola
fide/sola gratia...), quanto pratico e attivo sul
piano economico. Il protestantesimo cioè avrebbe capito che all'uomo tutto è
possibile se riconosce l'assoluta trascendenza della divinità (il che, in
sostanza, è una forma di ateismo). Queste caratteristiche di praticità,
razionalità hanno raggiunto il massimo di espressione
nel capitalismo, che si è liberato di ogni riferimento alla religione.
L'origine della volontà razionale,
nell'ambito della religione, Weber la fa risalire alla profezia israelitica,
che predicando un dio temibile e inavvicinabile rendeva vani ogni magia e ogni
misticismo. I profeti chiedevano un agire razionale in nome di Jahvè. La razionalità sarebbe dunque nata dall'alienazione,
dall'acuta coscienza di un netto dualismo tra uomo e dio. La razionalità è la
consapevolezza che non esiste un valore nel mondo, una legge o una
"totalità simpatetica" che lo regoli per il bene dell'uomo. La
razionalità è il tentativo di sopravvivere dandosi degli scopi, sulla base di interessi, il più delle volte contro gli
interessi degli altri, poiché nella razionalità si afferma "la lotta
dell'uomo contro l'uomo".
Weber definisce il capitalismo come
l'esistenza di imprese che hanno come scopo il massimo
profitto da raggiungere attraverso l'organizzazione razionale del lavoro,
profitto che, a differenza delle epoche precedenti, non viene semplicemente
goduto ma reinvestito. La razionalità del capitalismo si esprime secondo Weber:
1) nello sviluppo di una rigorosa scienza della natura, 2) nello sviluppo di un
forte apparato statale, amministrativo e burocratico, 3)
nello sviluppo di un diritto razionale-formale. In particolare per Weber la
crescita della burocrazia costituisce il fenomeno principale della società
moderna. Né il capitalismo né il socialismo possono sfuggire alla pressione
burocratica, che secondo Weber può essere attenuata democratizzando la società.
Tuttavia, siccome nella società burocratica l'uomo rischia di annullarsi, Weber
non era contrario all'idea di un "capo carismatico" che sapesse
stabilire tra sé e le folle una comunicazione
immediata.
Per quanto riguarda il marxismo,
Weber non esprime un giudizio del tutto negativo: lo considera uno dei punti di
vista mediante cui può essere condotta un'analisi teorica (quella che appunto
evidenzia i fattori economici). Egli però considera illegittima la pretesa di
fare di un unico fattore degli eventi storici
(l'economia) il principio di spiegazione causale di ogni altro fattore. Le
forze economiche sono troppo "cieche" per potersi porre come causa di fondo dei processi storici: le cause di fondo sono di
origine culturale. La storia per Weber è tutta un fenomeno culturale (come in Rickert); l'uomo è un essere solo culturale; la struttura
economica capitalistica è lo "spirito" del capitalismo e lo spirito è anzitutto razionalistico.
Weber ha riconosciuto vero il
marxismo laddove afferma che la fonte principale della moderna alienazione sta
nella "lotta dell'uomo contro l'uomo",
condotta principalmente per motivi economici. Tuttavia, paragonando la libera
concorrenza economica al processo darwiniano di selezione naturale, egli del
marxismo non ha colto il momento "positivo", che è appunto quello di
non considerare tale concorrenza come un fenomeno "naturale", cioè
inevitabile. Weber era spaventato dalla enorme avidità
della borghesia tedesca, costretta a ciò a motivo della lentezza con cui si era
incamminata sulla strada del capitalismo in Europa occidentale. Tuttavia Weber
era anche convinto che lo Stato tedesco avesse in sé forze sufficienti per tenere
sotto controllo questo nuovo fenomeno. Secondo lui anzi doveva essere proprio
l'imperialismo a far sì che l'idea di "nazione" sopravvivesse agli
sconvolgimenti causati dalla libera concorrenza.
La storia, la realtà sociale ha
senso solo in quanto è l'uomo a dargliene uno
consapevolmente. Ciò che conta non è ciò che l'uomo fa ma il modo in cui l'uomo
considera ciò che fa. Oggetto della storia sono i
comportamenti intenzionali degli uomini. L'oggettività sta nella volontà con
cui si persegue uno scopo. La scienza può diventare scelta o atto di vita se si immedesima negli stessi fini, altrimenti è pura
riflessione (astratta) su questi medesimi fini.
[Rilievi critici]
Manca completamente nella
definizione di capitalismo il lato negativo e irrazionale di questo sistema, e
cioè lo sfruttamento dell'uomo-proprietario dei mezzi produttivi
sull'uomo-proprietario solo della propria forza-lavoro. Inoltre il marxismo non
esclude l'influenza della sovrastruttura sulla struttura: afferma soltanto che
in ultima istanza è la struttura che determina la
sovrastruttura e che in ogni caso è nell'ambito della sovrastruttura che si
prende consapevolezza delle contraddizioni della struttura e si organizza
politicamente un modo (la rivoluzione) per superarle.
L'avalutatività delle scienze storico-sociali
Weber ha cercato di fondare
l'autonomia delle scienze culturali sulla base del concetto di
"avalutatività". Egli afferma che queste
scienze, come quelle naturali, si basano sulla spiegazione causale per
descrivere i fenomeni. Ora egli specifica che il riferimento al valore (da non
confondersi col "giudizio di valore", mai ammesso da Weber), una
volta costituito l'oggetto dell'indagine scientifica, deve sparire nella
costruzione dell'edificio logico-concettuale, in modo che tutte le operazioni
necessarie alla costruzione scientifica possano essere controllate da chiunque.
"Descrizione" si oppone a "valutazione". La considerazione
scientifica concerne la tecnica dei mezzi non la valutazione degli scopi. Weber
non nega l'importanza della valutazione, dice soltanto ch'essa,
essendo una presa di posizione pratica, esce fuori dal compito descrittivo
della scienza: "quando ciò che vale normativamente
diventa oggetto di un'indagine empirica, perde, come oggetto, il carattere
normativo: viene considerato come esistente non come valido". Weber in
sostanza rinuncia a una fondazione scientifica dell'atteggiamento etico o
politico. Egli non ha mai cercato di trovare una legittimazione alle azioni etico-politiche, ma si è limitato a chiarire in che misura
è possibile verificare se certe asserzioni scientifiche sono vere o false, se
cioè esistono dei presupposti verificabili.
Weber afferma la relatività dei
valori, che sono assoluti sono nell'epoca in cui sono
stati vissuti. Non esiste tribunale -egli afferma- che possa decidere del
valore relativo della cultura tedesca e della cultura
francese. Ogni universo di valori comporta un senso proprio e obbedisce a
proprie leggi. E' impossibile presentare in termini scientifici un
atteggiamento pratico, "tranne il caso della discussione sui mezzi per uno
scopo che si presuppone già dato". Relativamente alla
scelta di un valore/fine/scopo il destino è superiore alla scienza.
Le ipotesi sovraempiriche
(vedi ad es. Rickert) in
Weber non sono mai valori validi assolutamente (o idee), ma prospettive della
ricerca, in base alle quali si possono porre determinate questioni e costruire
metodi, che devono trovare la loro giustificazione nelle loro stesse
conseguenze pratiche non in altro. Il valore per Weber sussiste solo nel
momento in cui il ricercatore prova un interesse per un oggetto/problema
specifico. Scienza e oggetti conoscitivi infatti non
sono costituiti da connessioni obiettive di cose, valori o idee, ma da
connessioni di interessi e problemi di ricerca.
[Rilievi critici]
Nessuna ricerca scientifica è
avalutativa. La scelta stessa di un determinato oggetto su cui indagare o di
porre un determinato problema esige una valutazione. Non si garantisce la
scientificità della scienza separandola dall'etica o dalla politica: la scienza
che insegna come agire -dice Weber- è una
"fede": sì, ma esattamente come quella che pretende di non insegnare alcunché. La differenza sta nel fatto che sulla
ragionevolezza dei criteri della prima scienza è sempre importante discutere,
poiché essi riguardano la prassi. Weber ha detto che "la verità
scientifica vuole essere valida solo per coloro che vogliono
la verità". Ma coloro che dicono di volere la
verità potrebbero anche arrivare a credere in una verità non scientifica. Weber
dà per scontato che la conoscenza della verità sia possibile solo attraverso un
atteggiamento onesto. E' vero che l'oggettività della verità non implica di per
sé la sua accettabilità, ma tale accettabilità non
aumenta facendo dipendere l'oggettività dalla soggettività del ricercatore e
dell'interlocutore cui quello si rivolge. Una scienza di tal genere non è molto
diversa dalla religione: nel migliore dei casi si tratta di una mera tecnica
che chiunque può utilizzare per scopi diversissimi. Da questo punto di vista
(che è squisitamente kantiano, in quanto si afferma il
conoscere per il conoscere) sarebbe interessante esaminare il nesso esistente
tra la razionalità avalutativa affermata in campo scientifico e la conseguenza
irrazionale sul piano politico che tale affermazione più o meno direttamente
può comportare. Weber ha sempre sottovalutato il fatto che
nella moderna alienazione della società capitalistica la razionalità può
facilmente trasformarsi in irrazionalità. Al massimo si può accettare, di
Weber, l'esigenza di tenere distinti il riconoscibile (da tutti) dal
desiderabile (per il ricercatore), onde permettere un sapere verificabile
intersoggettivamente.
Weber riflette l'esigenza di una
borghesia emergente che non vuole confrontarsi politicamente sul problema dei
valori, essendo convinta di non avere le forze sufficienti per farlo. Egli
rappresenta una borghesia che vuole convivere con i valori tradizionali
(aristocratico-feudali) in cui però non crede più e dai quali si difende
mostrando il non-senso dell'esistenza umana. Per Weber non ci sono leggi
storiche: l'autore dell'azione è sempre e solo l'individuo, mentre il mondo non
è che un immenso e caotico flusso di eventi, un'incessante lotta per la vita in
cui l'uomo accetta la socializzazione solo per meglio
sopravvivere. Weber è ostile ai valori tradizionali (vuoti di contenuto in quanto non rispondenti alla realtà) in nome della libertà
d'iniziativa del singolo borghese. Ciò che "deve essere" non è più un
valore che può essere riconosciuto da tutti con ovvietà; esso anzi è divenuto
problema della scelta/decisione individuale, del cui peso non si può essere
alleggeriti dalla scienza, il cui compito non è l'apologia di valori/azioni ma la conoscenza di situazioni. Il carattere
scientifico dev'essere motivato in modo strettamente
soggettivo, in base alle scelte compiute, senza riferimenti a idee
sovratemporali. La borghesia tedesca non era rivoluzionaria come quella
francese: essa voleva soltanto affermare che nella società civile vi possono
essere diverse alternative per l'uomo che deve
scegliere. Questa borghesia vuole vincere sul terreno speculativo (filosofico-scientifico non filosofico-metafisico)
la propria battaglia contro l'aristocrazia.
Osservazioni
sulle concezioni politiche di Weber
Weber scrisse poco sulla lotta tra
gli Stati, sulle nazioni e sugli imperi, sulle relazioni tra cultura e potenza.
Praticamente egli accettò il nazionalismo della
Germania guglielmina per pura tradizione, cioè senza
mai metterlo in discussione. L'altro aspetto che gli sembrava del tutto
naturale, cioè assolutamente immodificabile (e in questo egli si era lasciato
influenzare dalla visione darwiniana della realtà sociale) era la lotta tra le
classi (e gli individui) per il potere. Weber aveva saputo cogliere l'asprezza
delle contraddizioni dell'epoca borghese nel suo stadio di
capitalismo-monopolistico e imperialistico, ma si era fermano semplicemente a
contemplarla. Ai suoi occhi un popolo o un individuo privi
di "volontà di potenza" (e in ciò egli si avvicinava a Nietzsche) si
trovano automaticamente fuori della politica. Egli infatti
disse che "soltanto i popoli superiori [il primo dei quali ovviamente era
quello tedesco] hanno la vocazione di dare una spinta allo sviluppo del
mondo". La superiorità dei tedeschi, in questo senso, si manifestava
-secondo Weber- nella "cultura":
"Prestigio culturale e prestigio di potenza sono strettamente congiunti,
ogni guerra vittoriosa promuove il prestigio culturale...".
Weber avvertiva questa
caratteristica dell'epoca moderna con un senso di attrazione/repulsione: era
convinto che sulla base di essa la persona umana o la
nazione potesse esprimere il meglio di sé, ma nel contempo si rendeva conto del
pericolo opposto, quello di affermare i lati peggiori delle cose. Tant'è che ad un certo punto arrivò a sostenere che i veri valori
possono realizzarsi in nazioni prive di "potenza politica", cioè in
comunità che rinunciano a fare politica tout-court. In questo senso Weber non è
mai giunto a sostenere delle posizioni nichiliste o irrazionali, ma non poche sue tesi vi conducono. Di qui i lati contraddittori di
certe sue prese di posizione: si oppose all'idea di un accordo di compromesso
con la Francia a proposito della Lorena e considerò ridicola l'idea di un
plebiscito in Alsazia, eppure fece di tutto per convincere la Francia a coalizzarsi con la Germania contro la Russia; non voleva
assolutamente l'assorbimento nel Reich delle popolazioni non-tedesche o di
quelle ostili, ma ha sempre rifiutato l'idea di suddividere l'Europa centrale
in Stati nazionali che comprendessero minoranze nazionali; avendo stabilito che
la Russia era il nemico principale del Reich, raccomandò a più riprese, nel
1914-18, una politica tedesca favorevole alla Polonia, la quale avrebbe potuto
fare da cuscinetto all'imperialismo panslavo, eppure non ha mai voluto
ammettere l'idea di riconoscere piena indipendenza allo Stato polacco (il
massimo che fece fu di smettere di protestare contro l'immigrazione in Germania
dei lavoratori polacchi e abbandonò completamente le antiche idee di
colonizzazione tedesca verso est).
Alla lotta interna fra le classi e
gli individui, Weber ha sempre preferito la lotta esterna fra le nazioni, in quanto ha sempre sostenuto il primato della politica
estera e l'obiettivo di fare di una Germania unita e forte una nazione capace
di "politica mondiale". In tal senso Weber ha sempre cercato di
combinare il parlamentarismo con il nazionalismo imperialistico, anche in
funzione anti-nobiliare e anti-monarchica: egli non ha mai risparmiato le critiche
alla Germania guglielmina e all'autorità patriarcale
degli junkers. Non a caso considerava i funzionari dei di governo dell'imperatore dei burocrati privi di senso
della lotta politica. Weber ha sempre contestato la politica di potenza che si
presentava in maniera superficiale, senza professionalità e competenza, il che
implica rischio, morale della convinzione (quella di chi obbedisce agli
imperativi della propria fede, quali ne siano le conseguenze) e soprattutto
etica della responsabilità (quella con cui si accetta la realtà con le sue
regole dure e spietate, che spesso portano a drammi e tragedie). Weber non è
mai stato un politico "puro" della borghesia, ma solo un suo
intellettuale, che il più delle volte è insofferente ai compromessi del potere,
alla logica delle "correnti".
Fonti
Weber Max, La
scienza come professione. Testo tedesco a fronte, 2008, Bompiani; Sociologia
delle religioni, 2008, UTET; Storia
economica. Linee di una storia universale dell'economia e della società,
2007, Donzelli; Considerazioni
intermedie. Il destino dell'Occidente, 2006, Armando Editore; Economia
e società. Comunità religiose, 2006, Donzelli; La
scienza come professione-La politica come professione, 2006, Mondadori; Dalla
terra alla fabbrica. Scritti sui lavoratori agricoli e lo stato nazionale
(1892-1897), 2005, Laterza; Economia
e società. Comunità, 2005, Donzelli; La
scienza come professione. La politica come professione, 2004, Einaudi; Economia
e società. La città, 2003, Donzelli; Il
metodo delle scienze storico-sociali, 2003, Einaudi; Storia
economica. Sommario di storia economica e sociale universale, 2003,
Einaudi; Parlamento
e governo. Per la critica politica della burocrazia e del sistema dei partiti,
2002, Laterza; Sociologia
della religione. Vol. 1: Protestantesimo e spirito del capitalismo, 2002,
Einaudi; Sociologia
della religione. Vol. 2: L'etica economica delle religioni
universali. Confucianesimo e taoismo, 2002, Einaudi; Sociologia
della religione. Vol. 3: L'etica economica delle religioni
universali. Induismo e Buddhismo, 2002, Einaudi; Sociologia
della religione. Vol. 4: L'etica economica delle religioni
universali. Il Giudaismo antico, 2002, Einaudi; Saggi
sul metodo delle scienze storico-sociali, 2001, Einaudi; La
fabbrica dei corpi. Studi sull'industria tedesca, 2000, Palomar
di Alternative; Scritti
politici, 1998, Donzelli; La
storia agraria romana, Forni; I
fondamenti razionali e sociologici della musica, Einaudi; Parlamento
e governo nel nuovo ordinamento della Germania e altri scritti politici,
1983, Einaudi; L'etica
protestante e lo spirito del capitalismo, 1991, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli; Parlamento
e governo, 1993, Laterza; Scienza
come vocazione. E altri testi di etica e scienza sociale, 1996, Franco
Angeli; Storia
economica. Linee di una storia universale dell'economia e della società,
1997, Donzelli; La
politica come professione, 1997, Armando Editore