Nemesi. Soluzioni alla Crisi
Economica Italiana secondo l’Insegnamento della Storia. Un
opinione.
di Ignazio Burgio.
(tratto
dal sito dell’Autore CATANIACULTURA)
Qualsiasi
ricerca storica, in omaggio al modo di vedere di Catone il Censore, non
dovrebbe essere in ultima analisi fine a se stessa, pura curiosità accademica.
Bensì, direttamente o indirettamente, rivelarsi utile alla comprensione del
presente e suggerire in qualche maniera delle soluzioni ai problemi attuali.
Dunque anche la storia sociale ed economica del passato può fornire utili
consigli per l'attuale ed annosa crisi economica dell'Italia e di altri paesi
europei. In età medievale le parole chiavi dello sviluppo industriale
dell'Italia e di altri paesi europei furono la sofisticata organizzazione
commerciale e la costante ricerca nell'innovazione e meccanizzazione delle
attività produttive.
A partire più o meno dall'XI secolo l'Italia
centro-settentrionale cominciò a diventare una vera e propria potenza
economica, prima commerciale e poi anche industriale, fondandosi su di una
florida attività di scambi tra i paesi del Levante mediterraneo e le aree del Nord-Europa, in particolare Fiandre e Inghilterra. Viaggiando
sulle navi delle repubbliche marinare, i tessuti di seta e le spezie orientali
giungevano ai porti di Venezia o Genova dove
proseguivano per via di terra fino alle importanti fiere della Contea francese
della Champagne (proprio la regione poi diventata famosa per il suo vino bianco
“spumeggiante”). Lì venivano poi scambiati coi
pregiati panni di lana fiamminghi (di notevole qualità perché tessuti con la
finissima lana inglese) che trasportati a loro volta ai porti italiani
prendevano poi la via del Levante.
Fino a tutto il '500 l'organizzazione commerciale
specialmente a Genova e Venezia rimase la più sofisticata d'Europa.
All'apertura della stagione marittima e commerciale, ogni primavera, molti
cittadini, anche i piccoli risparmiatori, investivano i propri risparmi per
finanziare le navi che partivano per il Levante, secondo precise forme
giuridiche, di cui le più importanti erano la “commenda” e la “societas maris”. Era possibile
anche finanziare una parte del carico di una singola nave (“loca navis” a Genova, “sortes” a
Venezia), prime forme embrionali delle rinascimentali partecipazioni azionarie.
"Database" e nuove strategie.
La chiave vincente del successo commerciale delle due principali repubbliche
marinare erano i documenti (molti dei quali giunti fino a noi e conservati
ancor oggi negli archivi di stato). Tutto era perfettamente registrato: i
contratti commerciali nelle sedi dei notai, le entrate e le uscite, i profitti
e le perdite nei registri contabili di finanziatori e mercanti; e persino a
bordo delle navi vi era almeno uno scrivano (due sulle navi veneziane) che con
funzioni notarili registrava diligentemente tutto ciò che accadeva alla merce,
dal suo imbarco fino al suo scarico nei porti di destinazione.
Proprio come gli attuali database relativi a clienti,
fornitori, magazzino, ecc. della nostra era informatica, i conti registrati sui
documenti di carta medievali costituivano anche preziose fonti d'informazione
per mercanti e imprenditori, allo scopo di riflettere sulle strategie commerciali
più convenienti e prendere nuove decisioni su merci, rotte, scali, operazioni
finanziarie, ecc. Fu così, ad esempio, che a metà del Duecento a Genova ci si
accorse che trasportare le merci per via di terra fino alle fiere francesi ed ai ricchi mercati nordici non era più tanto conveniente,
dal momento che la Monarchia francese aveva alzato dazi e gabelle.
Approfittando del fatto che nella Penisola Iberica gli eserciti cristiani
avevano strappato ai Mori gran parte della penisola, nel 1277 una flotta di
galee liguri oltrepassarono lo Stretto di Gibilterra,
sufficientemente sicuro, per raggiungere per la prima volta il Nord-Europa attraverso la via atlantica. L'intraprendenza
dei genovesi a cercare nuove vie commerciali affrontando anche l'Oceano Atlantico (su cui per la verità si erano già
affacciati nel secolo precedente, costeggiando il Marocco) assicurò loro una
posizione di predominio nei traffici fra il Sud ed il Nord dell'Europa,
insidiata soltanto dai Veneziani e dalle navi mercantili tedesche dell'Hansa al Nord. I medesimi genovesi, non molti anni dopo,
nel 1291 organizzarono una spedizione composta da due
navi (armata dalle compagnie Vivaldi e Doria) per circumnavigare l'Africa e
raggiungere direttamente l'India, come poi avrebbero fatto i Portoghesi due
secoli dopo. La spedizione fallì perchè le navi non
fecero più ritorno, ma viceversa il successo delle
flotte che prendevano la via del Nord-Europa assicurò
per i secoli successivi l'incremento dei profitti ed anche lo sviluppo delle
attività industriali italiane come quella dei panni di lana.
Qualità e meccanizzazione: un binomio vincente.
Sulle navi delle repubbliche marinare giungevano in Italia sia le materie
coloranti dal Levante, sia la pregiata lana inglese dal Nord che altre
compagnie italiane, senesi e piacentine, insediate in pianta stabile in
Inghilterra, acquistavano come investimento: erano
infatti banchieri incaricati dalla Santa Sede di riscuotere le decime nel regno
britannico, ma dal momento che era loro vietato esportare oltremanica le monete
inglesi, investivano appunto tutto il ricavato in lana grezza. In particolare a
Firenze accanto alla più antica corporazione di produttori di panno, denominata
“Calimala” che pur essendo molto ben organizzata dal
punto di vista commerciale trattava panni nordici semilavorati, sorse ben
presto anche un' “Arte della Lana” che sviluppò la
produzione tessile di panni ad un livello industriale. Quest'ultima seguì il
modello fiammingo affermatosi già dall'XI secolo, ovvero quello della suddivisione del processo di produzione
in numerose fasi (dal lavaggio, alla cardatura, filatura, tessitura,
colorazione, follatura, garzatura fino alla tosatura) ciascuna affidate da veri
e propri imprenditori capitalisti ad operai specializzati, a domicilio, ma anche
non di rado concentrati in opifici. Nel 1338 a Firenze, secondo lo storico
dell'epoca Villani, erano attive 200 imprese tessili con in
media 150 operai ciascuna, per una produzione complessiva di 80.000 panni di
lana all'anno. Utilizzando i corsi d'acqua nei dintorni di Firenze venne anche
meccanizzata la fase della follatura (o “pestaggio”) effettuata
da appositi mulini simili a quelli che venivano impiegati sempre nei corsi
d'acqua alpini e appenninici per battere il metallo e macerare i tessuti di
lino per produrre carta. Come afferma la storica dell'industria medievale della
lana, Eleanora Carus-Wilson
“la leggenda di un mondo medievale di artigiani indipendenti, che possedevano
sia le materie prime sia gli strumenti di lavoro, e che vendevano direttamente
ai consumatori, è dura a morire” (Carus-Wilson, p.
429).
Finché le città marinare con le loro potenti flotte mantennero il predominio
sulle rotte all'interno del Mediterraneo e da questo mare alle regioni del Nord-Europa (cioè fino a tutto il '500), i prodotti
industriali e artigianali delle città italiane (come i tessuti fiorentini, ma
non soltanto) vennero sempre agevolmente spediti ai mercati Orientali e
Settentrionali. Anche quando nel XIV secolo la lana inglese divenne sempre meno
disponibile, a motivo dello sviluppo della propria
industria del panno – cosa che portò al declino dell'analoga industria
fiamminga – i produttori di panno italiani la sostituirono prontamente con la
lana spagnola, di qualità meno pregiata, ma ugualmente utile per la produzione
di tessuti di un certo valore, specie se egregiamente lavorati.
Le opportunità della globalizzazione informatica.
Iniziando ad esporre le prime considerazioni, tutto
quanto riportato sin qui evidenzia la fondamentale importanza di una efficiente
organizzazione commerciale non soltanto per il settore in sé stesso ma anche
per le commesse che procura all'artigianato e all'industria, specie per un
paese come l'Italia che sin dal medioevo – come si è visto – ha sempre fondato
gran parte della sua economia sulla trasformazione di materie prime straniere.
Se il sistema dei trasporti delle merci (eccessivamente costoso in Italia,
anche per via del carburante) potrebbe anche venir reso più competitivo, è
anche vero che non tutte le potenzialità delle nuove tecnologie vengono sfruttate al fine di sviluppare ulteriormente la
domanda dall'estero. Un sito web ufficiale italiano (al di là
di quello attualmente esistente di carattere esclusivamente turistico)
strutturato come una “fiera virtuale” sarebbe molto utile a tutti i produttori
e gli intermediari commerciali, italiani e non. Anche gli artigiani, e le
piccole e medie imprese, il cui nome non è mai sufficientemente conosciuto
all'estero, potrebbero inserire un campionario di immagini
dei loro articoli, con tanto di descrizione in almeno sei lingue. Se ben fatto
questo database commerciale potrebbe facilitare di molto la ricerca di nuovi
prodotti e marchi italiani da parte degli operatori economici esteri. E dal
versante opposto, procacciatori d'affari e intermediari informatici
utilizzatori del sito italiano potrebbero poi continuamente cercare nuovi
clienti nel mondo della rete, oltre che tenere sempre aggiornati i clienti già
acquisiti. Anche se un sistema del genere incrementasse solo del dieci per
cento l'esportazione di prodotti italiani, non sarebbe certamente un risultato
da buttare via.
I nuovi concorrenti dell'Italia Rinascimentale.
In età medievale, gli imprenditori europei dovevano risolvere il grosso
problema di rendere sempre più competitivi i loro prodotti al fine di riuscire
a venderli anche in mercati lontani nonostante gli alti costi dei trasporti. I
Fiamminghi puntarono sulla qualità utilizzando materie prime pregiate e la
suddivisione delle varie fasi produttive presso operai specializzati. Le città
tessili italiane invece riuscirono ad abbattere i costi di trasporto spedendo i
loro tessuti via mare anziché via terra, servendosi delle galee genovesi e
veneziane. Gli imprenditori toscani, poi – come si è già detto – sfruttarono
anche la forza idraulica dei mulini per meccanizzare almeno una delle fasi di
lavorazione dei panni, cioè la follatura. I loro
colleghi inglesi fra Tre e Quattrocento svilupparono la propria industria
tessile nazionale, creando innumerevoli distretti rurali pieni di operai
specializzati e riempiendo i corsi d'acqua montani di mulini per follare.
All'inizio del XV secolo riuscirono a meccanizzare un'ulteriore
fase della lavorazione del panno, la garzatura (il sollevamento del pelo del
panno finalizzato alla fase successiva, il taglio con le cesoie, o tosatura),
inventando la garzatrice meccanica azionata sempre dalla forza idraulica.
L'alta qualità della materia prima – la pregiata lana inglese -, il costo
relativamente più basso della manodopera rurale rispetto a quella delle città,
e la meccanizzazione di due fasi di produzione resero
ben competitivi i tessuti inglesi, che imbarcati sulle galee italiane nel porto
di Southampton, o anche trasportati dalle navi dei connazionali “Mercanti
Avventurieri” venivano agevolmente piazzati sia al Nord che al Sud dell'Europa.
Nonostante tuttavia il forte dinamismo della nuova industria tessile inglese,
ancora alla fine del medioevo, e per tutto il Cinquecento fino all'inizio del
Seicento le regioni italiane del centro-nord mantennero
il primato della produzione ed esportazione di tessuti, non solo di lana ma
anche ad es. di seta o di lino. Temporanei periodi di rallentamento come
all'inizio del XVI sec. a causa della guerra franco-asburgica e di concomitanti
gravi carestie ed epidemie non intaccarono la forte vitalità delle industrie
della Penisola fino alla crisi del XVII secolo.
Parafrasando l'affermazione della Carus-Wilson
riportata in precedenza, si potrebbe dire che la leggenda della decadenza
dell'Italia per colpa della scoperta dell'America è dura a morire, nonostante dagli storici sia stata sfatata da almeno
cinquant'anni.
Energie alternative.
Anche in altri settori, come per esempio nella produzione di carta e nella
neonata industria libraria, le città italiane non avevano pari, nonostante lo
sviluppo industriale, tra Quattro e Cinquecento, di altre regioni europee come
la Germania e soprattutto l'Olanda. Gli imprenditori di quest'ultima nazione
stavano già risolvendo in maniera brillante i problemi relativi
all'energia ed alla meccanizzazione. Per tutto il corso del medioevo l'Europa era stata depauperata di foreste, sia per
liberare aree da adibire alla colture, sia soprattutto perché il legno era il
materiale principale per la fabbricazione di carri, navi, ponti, case ed edifici
costruiti con materiali poveri. Esso però serviva anche da combustibile, per il
riscaldamento domestico, e per la produzione industriale: metallurgia,
vetrerie, birrerie, cartiere, ecc. Con l'incremento della popolazione e lo
sviluppo economico già nel Quattrocento si cominciò ad avere penuria di legname
che salì costantemente di prezzo. In Inghilterra com'è noto
all'inizio del XVII secolo ci si rassegnò ad usare il carbon
fossile anche nei camini delle case più ricche nonostante non fosse per nulla
apprezzato, e stentatamente anche per la produzione di alcune merci come i
manufatti in vetro. Poi, come descritto dallo storico Nef,
a metà del secolo durante la Guerra Civile Inglese, i birrai scoprirono che la
birra prodotta col carbon coke non
era affatto male, anzi era migliore, ed allora il suo uso rapidamente si
estese anche al settore minerario e metallurgico, cosa che contribuì a portare
in meno di un secolo l'Inghilterra all'utilizzo delle prime pompe a vapore (Kellenbenz, p. 548).
Gli Olandesi al contrario come combustibile utilizzavano
la torba, materiale di cui era molto ricco il loro territorio: “Il dr. de Zeeuw ha calcolato che alla metà del secolo XVII nei Paesi
Bassi si bruciava torba per un equivalente di 6.000 miliardi di kilocalorie
all'anno. Questa enorme massa di energia veniva usata
non solo per il riscaldamento domestico ma anche per scopi industriali nelle
tintorie come nelle panetterie, nella produzione dei mattoni, delle ceramiche,
del vetro, della birra, come nella raffinazione del sale e nella produzione di
metalli” (Cipolla, p. 272). Tuttavia l'immagine migliore della propria
efficienza energetica, gli Olandesi la diedero con la meccanizzazione di molti
settori produttivi, utilizzando come forze motrice – com'è noto – i mulini a
vento: “De Zeeuw ha calcolato che alla metà del
Seicento operavano nei Paesi Bassi settentrionali circa 3.000 mulini a vento
con una produzione potenziale di energia pari a circa 45
miliardi di kilowattore all'anno equivalente
all'impiego di circa 50.000 cavalli. L'energia meccanica da
essi prodotta serviva a tutto: a lavorare il ferro, a macinare il grano, a
preparare la pasta nella lavorazione della carta e il malto nella lavorazione
della birra, a lavorare il cuoio e il tabacco” (Cipolla, p. 272).
Una gran quantità di mulini atti alla produzione industriale erano impiegati
per segare il legname importato dalle zone del Mar Baltico. Nella regione dello
Zaan ve ne erano più di novecento in funzione, che
dotati ciascuno anche di cinque o più lame, fornivano il legno ai numerosi
cantieri navali olandesi (Kellenbenz, p. 549). Nel
Cinquecento gli olandesi divennero dei veri maestri nella costruzione di
svariati tipi di navi (per lo più di piccola stazza) molte delle quali venivano acquistate anche da altre nazioni come
l'Inghilterra e la Francia. All'inizio del Seicento alcuni osservatori come
Walter Raleigh stimavano che l'Olanda avesse al suo
attivo qualcosa come 20.000 vascelli, sia commerciali che militari, una cifra
di gran lunga superiore alle navi di tutte le altre nazioni europee messe
insieme. La cosa più sorprendente tuttavia era il basso costo di esercizio
rappresentato da ognuna di queste navi rispetto a quelle degli altri paesi, con
positive ricadute sui costi di trasporto decisamente
più bassi anche per le merci di altre nazioni. Una sofisticata
dotazione di argani, verricelli, velature di nuovo tipo consentiva ad ogni
vascello di essere manovrato da un numero minore di marinai, così come la
stazza più piccola (da 200 a 500 tonnellate), la linea più allungata, e
naturalmente la migliore velatura consentivano una velocità maggiore. Anche i
vascelli inglesi, essendo stati in gran parte costruiti in Olanda godevano di simili vantaggi.
Concorrenza vincente.
Fu con questi mezzi all'avanguardia che Olandesi e Inglesi nell'arco di mezzo
secolo – la prima metà del Seicento – provocarono il crollo economico
dell'industria italiana. Come già ampiamente descritto in altri articoli,
approfittarono di una grave carestia occorsa alla fine del Cinquecento non solo
in Italia ma un po' in tutta Europa, per rifornire di grano del Baltico le
affamate città industriali del nostro paese. Ma una volta cessata l'emergenza rimasero nel Mediterraneo a competere con successo con le
navi genovesi e veneziane, offrendo servizi di trasporto più veloci e a costi
inferiori, fino ad impossessarsi di tutte le rotte di cui in precedenza le
città marinare avevano quasi il monopolio. E naturalmente finirono in breve
tempo per caricare sulle proprie navi le merci delle rispettive madrepatrie, anche
tessuti e panni di lana, che piazzavano agevolmente in tutto il Mediterraneo a
scapito di quelle “made in Italy”. Le industrie delle
città italiane centro-settentrionali ne furono talmente danneggiate che
andarono in declino.
La continua innovazione in mezzi di trasporto, meccanizzazione della produzione
e nuove fonti di energia – chiave di volta dell'economia europea sin dal
Medioevo – consentì insomma all'Olanda del Cinque e
Seicento di battere in competitività qualunque altra nazione, senza peraltro
scaricare il costo del suo successo economico sui propri lavoratori: operai e
marinai olandesi erano infatti i più pagati d'Europa.
Fuga di cervelli.
Non vi sarebbe bisogno di molti commenti per sottolineare
il grande valore della ricerca e dell'innovazione che per tutto il Medioevo e
l'età moderna, fino ai giorni nostri hanno costituito la chiave di volta dello
sviluppo economico dell'Europa e dell'Occidente, incrementandone
meccanizzazione e produttività, penalizzando spesso, è vero, la manodopera, ma
talvolta – come nel caso dell'Olanda – rispettando al contrario i salari dei
lavoratori. Attualmente l'Italia è uno di quei Paesi
dove ricerca e innovazione vengono tenuti in poca considerazione. Le conseguenza non è soltanto un deficit di competitività delle
merci prodotte in Italia rispetto a quelle straniere, ma anche il penoso
fenomeno dei “cervelli in fuga”, che vanno ad arricchire le economie di Paesi
esteri. I geniali ragazzi neolaureati a pieni voti che, non trovando impiego in
Italia, si inseriscono nelle università e centri di
ricerca stranieri, assomigliano molto a quegli artigiani specializzati che nel
Medioevo e nell'età moderna erano costretti ad emigrare, spesso per motivi di
persecuzione religiosa, ma non raramente proprio per il declino economico della
propria regione, come i tessitori fiamminghi verso l'Inghilterra
tardo-medievale, promuovendo così con la propria esperienza lo sviluppo
industriale in nuove nazioni (e si potrebbero fare anche altri esempi come i
francesi fuggiti dal proprio paese nel XVI sec. che svilupparono sempre in
Inghilterra le industrie della seta, degli orologi e del vetro, o di Jacopo Venalini, artigiano veneziano, che promosse nel Regno di
Elisabetta I la manifattura del vetro alla veneziana, e via dicendo).
"Questione di fondi".
Ma perchè Venezia e Genova non risposero alla sfida
anglo-olandese rinnovando le proprie antiquate navi, in maniera da riuscire a
competere efficacemente sulle rotte mediterranee ? E'
una bella domanda la cui risposta può insegnare molto a noi che viviamo in un
sistema economico globale dominato più dall'economia “di carta”, che da quella
reale, delle industrie e delle merci.
Certamente ebbero il loro peso diversi fattori come ad esempio l'alto costo del
legno nei paesi del Mediterraneo, a causa della penuria di legname di cui si diceva più sopra. A Genova il prezzo del legno di
rovere per le costruzioni navali aumentò di quattro volte in meno di
trent'anni, tra il 1555 ed il 1581. Venezia si dovette
accollare uno sforzo economico non indifferente per approntare la flotta di 50 galee e 6 galeazze che insieme ai vascelli spagnoli e di
altri stati italiani (tra cui anche Genova con 28 galee) si scontrò contro le
navi ottomane nelle acque di Lepanto (1571), senza che la vittoria riportata
riuscisse a ridurre più di tanto la minaccia turca nel Mediterraneo Orientale.
Ciò che comunque danneggiò maggiormente e irrimediabilmente la potenza della
Serenissima fu la fine del monopolio che aveva detenuto fino alla fine del
Cinquecento sul commercio delle spezie orientali, dai porti levantini di
Aleppo, Suez e Alessandria, dove giungevano dal Mar Rosso, e dal Golfo Persico
fino in Italia e nel resto d'Europa. A partire dal
1598 gli Olandesi riuscirono a compiere infatti quello che non era riuscito
agli stessi Portoghesi, ovvero il controllo delle stesse fonti di produzione in
Indonesia ed il dirottamento di tutto il traffico lungo la rotta del Capo di
Buona Speranza e l'Atlantico, fino al porto di Amsterdam. Economicamente
Venezia si ritrovò ben presto sott'acqua.
Se i grossi guai commerciali avevano tagliato i capitali ai veneziani, tuttavia
perlomeno Genova avrebbe potuto investire anche somme rilevanti, per esempio,
nell'acquisto di qualche nave olandese, e magari rubarne anche i segreti. Ma
specialmente dalla metà del Cinquecento, i rilevanti capitali delle maggiori
compagnie genovesi venivano investiti altrove, ovvero a finanziare le guerre
europee degli Asburgo.
Sullo stesso argomento: Il declino dell'Italia nel Seicento: dalle grandi piogge al
trionfo Nord-Europeo.
Bibliografia.
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Hermann Kellenbenz,
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Hermann van der
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Lucio Rovati, Bruna Mogni, Ascesa e caduta dei Fugger,
banchieri degli Asburgo, in: L'uomo e il tempo, Mondadori, 1973.
Luigi Bignami, Fabrizio Dottori, La nuova fusione fredda, in:
Focus n. 226, agosto 2011, p. 33.
Nota. L'immagine proviene dalla libera enciclopedia in rete www.wikipedia.org.