Perché la Romagna è
terra “de mutor” (1981)
di Siegfried Stohr
Questo articolo è stato pubblicato
sul “Corriere della Sera “ di domenica 30 maggio 1981.
Quel giorno io lasciavo l’autodromo di Imola
per andare a vedermi il Gran Premio in televisione. Avevo perso l’alettone
anteriore durante l’unico giro che mi era stato possibile effettuare
in un’ora di prove: e non mi ero qualificato.
E pensare che per scriverlo, ero persino stato a fare ricerche alla biblioteca di Rimini
e mi ero consultato con l’amico Giovanni Rimondini
che aveva indirizzato le mie ricerche.
Quel fondo sulla pagina
motori del Corriere portava la mia firma, ma avrei preferito
poter firmare anche solo un giro di
pista la domenica.
Invece me ne tornavo a casa con gli occhi
rossi e il cuore gonfio di rabbia.
I miei meccanici avevano persino smesso di
lavorare durante le prove ufficiali
mentre cercavano di ripararmi la
macchina danneggiata nelle prove libere:
era arrivata la pausa del the.
La
Romagna ospita oggi i bolidi della formula uno quasi a celebrazione dell’antica
passione che questa terra ha sempre nutrito per i motori.
E
viene spontaneo chiedersi perché la Romagna è da sempre “terra de mutor”, perché questa passione infiamma ed entusiasma i
romagnoli.
Per
trovare una risposta a questa domanda cerchiamo di tratteggiare lo stereotipo
del romagnolo così come veniva descritto nel
passato…..
“Romagna tua non è, e non fu
mai, sanza guerra ne’ cuor
de’ suoi tiranni”.
Così
Dante nel ventisettesimo canto dell’Inferno risponde a Guido da Montefeltro che
gli chiede notizie della sua terra. In quegli anni infatti
la Romagna e i romagnoli non avevano certo una buona reputazione.
Colà,
secondo il Guicciardini “gli uomini sono
comunemente disonesti, maligni, et che non conoscono l’onore”.
“Bestemmiatori, ladri,
assassini ed i maggiori ribaldi del mondo” (Bandello).
“Provincia
sconquassata…. Piena d’arme, di
omicidi, di rapine, di sforzamenti” (Annibal Caro).
Uniche
doti riconosciute al romagnolo erano l’amorevolezza e l’ospitalità “massime con forastieri”.
Fatta
una breve parentesi di riscatto morale e politico durante il Risorgimento
le cose non migliorarono dopo l’unità d’Italia quando la Romagna repubblicana,
anarchica e socialista era considerata terra di teste calde, di rivoluzionari.
La
riabilitazione, giunta poi fino alla sua esaltazione, arrivò durante il periodo fascista quando la
Romagna, che aveva dato i natali a Mussolini, divenne “la terra del capo”.
Cosa resta oggi di queste immagini stereotipe del
romagnolo?
Apparentemente
non molto ma gli stereotipi moderni sono spesso ricollegabili a quelli del
passato. La piadina e il Sangiovese di oggi simbolizzano l’attaccamento del romagnolo al
focolare e alla sua terra; il “liscio” ne simbolizza l’esuberanza e la gaiezza;
il “Passator cortese” ricorda il banditismo e la
violenza ma anche la cavalleresca generosità e l’insofferenza verso il dominio;
l’industria alberghiera la sua proverbiale ospitalità.
Ma quale di queste caratteristiche attribuite al romagnolo
possiamo collegare alla sua passione per i motori?
A
questa domanda Luigi Rivola nel suo libro “La terra de mutor”
risponde facendo risalire la passione per i motori a due hobby che erano un tempo molto diffusi in Romagna: lo “scazignè”,
che significa darsi da fare intorno a qualcosa, sperimentando, arrangiando,
modificando, e il gioco d’azzardo che rappresenta a modo suo una passione per
il rischio. Questi due hobby avrebbero trovato un punto d’incontro ideale nella
motocicletta.
Se
a questo aggiungiamo una definizione di Federico Fellini “gente senza umorismo e perciò
indifesa: ma col senso della beffa e col gusto della bravata” e tentiamo un
collegamento con lo stereotipo del romagnolo quale è
stato tramandato nei secoli, possiamo forse tentare una prima ipotesi.
Nella
passione per i motori del romagnolo troverebbero espressione il suo gusto per
il rischio e l’avventura, per le bravate e le scommesse, il desiderio di
mettere alla prova il proprio coraggio e di dar prova
di coraggio con la possibilità poi di ritrovarsi in un bar o nel circolo a
raccontare, enfatizzandole, le imprese compiute (la balla, la patacca), a
prometterne delle nuove, a sfidarsi e a scommettere.
Inoltre
la meccanica sarebbe l’ideale per soddisfare la sua passione per tutto ciò che
va smontato, modificato, elaborato, arrangiato, quasi un voler risistemare
secondo i propri gusti e le proprie idee le cose
costruite dagli altri.
Ma
penso che tutto questo appartenga oggi al passato, un passato del quale io ho
vissuto gli ultimi anni quando assistevo alle competizioni motociclistiche che
si svolgevano lungo
Così
come appartiene al passato il motociclista descritto da Fellini nel suo “Amarcord”:
“E’ Scureza
di Corpolò, piegato in avanti, tutt’uno con la sua
motocicletta che percorre
a
grande velocità il molo deserto. Con una
frenata stridente va a bloccarsi a mezzo metro dal limite...
anche se non c’è nessuno ad applaudirlo, Scureza
è contento”.
Oggi
per le piazze romagnole non sfreccia più “Scureza”
sulla sua monocilindrica di fabbricazione italiana, ma dei giovani su
pluricilindriche giapponesi
per molti dei quali la moto è soprattutto un mezzo per mettersi in mostra e
abbordare le ragazze.
Credo
che la stessa passione per i motori venga vissuta oggi
in modo diverso e a simboleggiare questo cambiamento sta proprio l’approdo in
Romagna della formula uno, che ha rubato un po’ di posto alle motociclette nel
cuore dei romagnoli, ha costretto il circuito di Imola a modificare alcune
delle sue più belle caratteristiche di stradale riempiendolo di gimcane, ma ha
finalmente portato in Romagna il più grande spettacolo motoristico del mondo.
P.S.
Nota del 2003.
Oggi
aggiungerei che basta guardare il motomondiale per sentire spesso parlare
romagnolo: e poi anche Tavullia, la patria di
Valentino Rossi, è a uno sputo da casa mia. La Romagna, con le sue appendici
motoristiche a due passi nelle marche, è ancora “terra de mutor”!
Eppure
nel 1502 Leonardo Da Vinci era stato in Romagna al seguito delle truppe del ‘Valentino’, ma a sentire lui, i romagnoli non sembravano
così bravi con la meccanica: infatti per lui la Romagna era... “capo d’ogni grossezza d’ingegno”... e
riferendosi ai carri romagnoli, che avevano le ruote anteriori molto più
piccole di quelle posteriori diceva:
“la qual cosa è in gran
disfavore del moto perché sulle ruote dinnanzi
si
scarica più peso che in su quelle dirieto”.
Sarà
forse quella la ragione della maggiore fortuna, in terra di Romagna, delle due
ruote rispetto alle quattro?
Siegfried Stohr