Riflessioni sulla filosofia
ideologica unitaria italiana
di Enrico Pantalone
Ricorre quest’anno
il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia (data simbolica il 17
marzo 2011) e mai come in questi tempi occorre soffermarsi sul concetto della
parola “unità”: che cosa ha significato nell’Italia preunitaria, negli anni
convulsi degli eventi (1859-1870) e perché ancora oggi deve essere stigmatizzata spesso.
Per fare un
cappello iniziale prenderei in prestito un frammento dell’Encyclopaedia
Britannica del 1761 (Vol. II) relativo alla voce Italy che descrive bene la
situazione al tempo vista con occhi reali di chi non aveva nessun interesse
politico o militare nella questione concernente il nostro territorio:
“Italy, a country situated between seven and nineteen
degrees exit long, and between thirty eight and forty-seven degrees north
latitude, bounded by Switzerland, and the Alps, which separate it from Germany,
on the north; by the gulph of Venice, on the east; by the Mediterranean Sea, on
the south; and by the same sea and the Alps, which separate it from France, on
the west; and if we include Savoy, with lies indeed on the west side of the
Alps, between Italy and France, we must
extend it a degree farther west: this is usually describe. However, with
Risulta chiaro leggendo queste poche righe redatte
dagli enciclopedisti statunitensi dell’età illuministica, ancora piuttosto
ingenui benché onesti e realisti, che il territorio italiano appariva loro
piuttosto una propagazione meridionale di quello germanico rispetto ad
un’estensione omogenea legata alla lingua madre.
Così nel
diciottesimo secolo appariva del tutto naturale per le grandi potenze
occidentali che si combattevano diplomaticamente ancor prima che militarmente
identificare la Pianura Padana e gli stati che la componevano come la
principale entità considerando la realtà riguardante l’uso del nome “Italia”.
Il possesso della grande
Pianura significava la chiave per il dominio sull’Italia intera, lo capirono
gli Austriaci, i Savoia e il regno di Sardegna, la Francia, l’Inghilterra ma non
lo capirono il Papato (in realtà non tentò mai e ne fu anzi strenuo oppositore)
e i Borboni chiudendo, di fatto, ai popoli centro-meridionali qualunque
possibilità d’essere protagonisti attivi per la formazione nazionale.
In pratica non ci
si deve meravigliare se la base storica e filosofica dell’Unità Italiana,
nonostante alcune corbellerie populistiche da taverna di politici contemporanei,
fu essenzialmente un fatto settentrionale con l’aggiunta della Toscana, del
resto anch’essa sotto gli Absburgo all’epoca.
Detto ciò va
peraltro affermato che questa voglia di Unità da parte delle regioni settentrionali
nasceva probabilmente da quella di dominare politicamente ma ancor più
economicamente i territori meridionali considerati inferiori sotto tutti i
punti di vista.
Valga per esempio
l’atto con cui il Senato Milanese (ancora sotto dominio spagnolo) denunciò il
Piemonte dopo il trattato di Utrecht del 1713 perché aveva “scambiato” la
Lombardia con la Sicilia pur d’avere una corona che gli permettesse di
presentarsi con una dignità diversa in campo internazionale e diplomatico.
Il Senato Milanese
in maniera realistica e pragmatica decretò che tutto il territorio siciliano
non valeva un solo palmo di quello milanese, il che, di fatto, non cambiava una
virgola rispetto agli accordi diplomatici ma metteva una grossa pietra su cosa s’intendesse per italianità e come s’intendesse perseguirla,
tra piemontesi “senza scrupoli politici e militari ” e lombardi “senza scrupoli
finanziari ed economici”… così almeno credevano (o gli veniva fatto credere)
gli abitanti del centro-sud. .
L’Italia doveva
essere fatta dai settentrionali, non poteva essere altrimenti e almeno a
livello idealistico, ciò portò a modi di pensare e interpretare l’Unità
d’Italia molto differenti che ancora oggi aleggiano nella nostra vita
quotidiana come retaggio del passato mai morto.
Non è un caso che
il primo vagito dell’Unità Nazionale avvenga in Pianura Padana sotto l’azione
di un potente esercito come quello napoleonico che senza troppe storie e
discussioni particolaristiche (retaggio del vecchio sistema medievale degli
organismi comunali più che feudali) impone la creazione di un nuovo Stato che
secondo la sua logica dovrebbe fare da cuscinetto tra l’impero francese e
quello austriaco: l’Italia nasce quindi senza una sua forza propulsiva, senza
ideali e soprattutto senza collegamenti tra nord e sud, a quelli ci pensano
così le truppe d’oltralpe che sostanzialmente sono d’occupazione (ben
mascherata) non meno di quanto lo fossero gli Absburgo o i Borboni.
La “Rivoluzione
Italiana” con la creazione di repubbliche sostenute dalle armi francesi a
cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo non crea i presupposti
politici per uno Stato forte e unitario, ma sic simpliciter un territorio che
esclude gli austriaci o li limita pesantemente: la delusione e lo sconcerto di
molti intellettuali unionisti del tempo sono enormi al nord senza che ciò porti
atti pratici nell’azione, mentre nel centro-sud come sempre più portato
all’emotività e allo spirito dell’irrazionale movimentismo, essi vanno incontro
a grandi problemi e spesso pagano con la vita.
La dimostrazione della
politica francese è la Pace di Campoformio del 1797, dove Napoleone “vende”
Venezia e il suo territorio all’Austria in cambio di un confine sicuro sul
Reno, gettando nello sconforto i tanti abitanti della regione che vedono sparire
la loro Repubblica dopo secoli di gloriosa storia.
Nonostante tutto
questo dobbiamo guardare anche i pochi lati positivi
come la formazione di un primo nucleo di esercito italiano, la Legione
Italica, che combatte decorosamente con
le truppe francesi, essa è composta da rappresentanti soprattutto da lombardi
ed emiliani, cioè dal rappresentanti delle varie piccole repubbliche sorte in
quegli anno e fuse successivamente nella Cisalpina, poi divenuta vicereame
francese.
Anche se poi con il
tempo la Legione sarà incorporata direttamente nel corpo d’armata napoleonico,
un primo legame interessante e resistente nel tempo si crea tra gli unionisti
delle terre emiliano-lombarde che si riproporrà una
cinquantina d’anni dopo, come ad esempio quando si tratterà di combattere per
la liberazione di Milano.
Questo purtroppo
non succede nel centro-sud, la tendenza degli insorti è di creare piccoli
centri di potere piuttosto sfilacciati tra loro e poco propensi a trovare
accordi che uniscano le forze, non a caso sarà solamente
con l’esercito garibaldino, poco strutturato politicamente ed irrazionale dal
punto di vista della logica ma efficiente dal punto di vista militare, un esercito
di liberazione ma anche d’occupazione che i tanti patrioti meridionali
troveranno il modo d’esprimere le loro migliori potenzialità ed infatti molti
di loro li ritroveremo alla conduzione della nazione unita ed ai vertici
dell’esercito.
Resta
il fatto che la Francia
era e lo sarà fino al compimento dell’unità la “protettrice” , la “paladina”
dell’indipendenza italiana, ed effettivamente senza di essa ci sarebbero voluti
molti altri decenni prima di giungere al traguardo finale, l’Italia, possiamo
dire, fu figlia dell’Illuminismo d’oltralpe settecentesco, una sorta di
revanscismo rispetto alla romanità imperiale.
Teniamo conto che i
padri della Patria erano tutti “francesi” per preparazione e cultura, Cavour,
Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II parlavano e usavano la lingua
transalpina quanto quella italiana, trovavano più importante far conoscere le
proprie idee o la propria politica a Parigi piuttosto che a Napoli o Vienna,
appare logico che tutta l’impostazione filosofica e amministrativa fosse
mutuata da quella dei cugini, l’Italia nasceva già succube politicamente oltre
che militarmente della Francia.
Da Napoleone a
Napoleone per il compimento dell’operazione, questo è il succo dell’analisi
politica: tutti i pensatori, gli ideologi e i patrioti che si susseguirono nel
corso del sessantennio precedente l’unità ragionavano per rapporto (ohilà, uso
un francesismo anch’io come vedete…) ombelicale con i loro coetanei francesi,
nessuno, a parte Carlo Cattaneo a Milano, cercava d’impostare il proprio
ragionamento in ragione di altre vie come quella inglese, quella svizzera o
quella austriaca.
In effetti, uno dei
difetti maggiori dei nostri ideologi unitari fu quello di pensare che ipso
facto si potesse “mutuare” le strutture politico-amministrative transalpine in
Italia, senza tenere conto che la Francia era da secoli una nazione unita mentre
da noi i particolarismi locali la facevano da padroni. Troppe storie di civiltà
diverse per funzionare tutto e subito, solo Cattaneo aveva visto giusto,
inascoltato, quando parlava di una confederazione mutuata da quella elvetica
che tanto bene aveva funzionato con realtà e lingue diverse tra loro.
Certamente se guardiamo
ai tre regni napoleonici sulla penisola, quello Italico, quello di Napoli e
quello delle Province Unite non si può non pensare che essi abbiamo seriamente
contribuito sulla determinazione nel raggiungere un’unità globale aiutando le
varie popolazioni a pensare in maniera diversa rispetto ai secoli precedenti,
quindi progresso intellettuale deciso e concreto, ma è anche vero che però lo
stesso potere transalpino limitava quello politico che doveva essere sempre
funzionale alle esigenze della propria nazione.
In generale
possiamo quindi affermare che Napoleone diede un impulso socio-culturale non
voluto all’idea dell’unità italiana, egli non ne fu certamente l’artefice né si
proponeva di farlo, semplicemente lo stimolo emotivo delle sue imprese permise
di trovare un primo importante punto d’incontro tra le varie popolazioni della
penisola.
Infatti, in esse si
diffusero sentimenti e aspirazioni prima parzialmente identificabili e
soprattutto iniziarono a sgretolarsi i pregiudizi a carattere territoriale di
cui abbiamo parlato in precedenza, s’iniziò quindi a valorizzare l’idea
“Italia” in modo concreto, del resto anche militarmente la nostra gente riprese
a “combattere” come non faceva da qualche tempo, le truppe imperiali formate da
“italiani” si comportavano bene in guerra ed erano
decise, disciplinate e spesso pronte ad ogni evenienza, fattori indubbiamente
molto importanti..
Ritengo
personalmente che si debba concepire il Risorgimento Italiano come moto
idealistico moderno, liberale e non ancorabile a retaggi di un passato che a
mio giudizio non ha molta attinenza con i presupposti di uno stato unitario
(sia che si parli di Roma imperiale o di reami e imperi medievali) cioè l’idea
dell’unità è cresciuta di pari passo con i nuovi modi pensare la vita sociale,
politica ed economica del diciassettesimo secolo, certamente nel nostro paese
meno presenti rispetto ad altri e che hanno avuto
bisogno di una gestazione più lunga e complicata ma legati indissolubilmente ad
una costruzione della quotidianità completamente differente dai secoli
precedenti.
Passiamo ora a
esaminare brevemente il quarantennio che portò poi all’effettiva unità della
nazione, un quarantennio che trascorse nella lotta tra imperialismi europei del
dopo Congresso di Vienna di cui l’Italia fu forse la
pedina più importante da muovere nello scacchiere politico e diplomatico.
L’Impero absburgico
ritornò pienamente in possesso di quasi tutta l’Italia settentrionale con
l’esclusione del Piemonte, rimasto l’unico stato autonomo politicamente e
militarmente, e di quella centrale fino alla Toscana, distribuendo il potere a
casate dinastiche a esso fedeli, il sud ripiombò nella disastrosa gestione “casareccia”
borbonica e lo Stato Pontificio con le legazioni romagnole tornò nell’abulico
oscurantismo papalino.
La situazione per
filosofi e idealisti unitari non era certamente allegra, l’unico Stato cui essi
potevano appoggiarsi per far continuare il loro lavoro non poteva che essere il
Piemonte, il quale, in effetti, prese per così dire la guida delle “accorate
richieste” solo dopo che Carlo Alberto fu innalzato al trono morto Carlo
Felice, restauratore del vecchio regime e acerrimo nemico di ogni novità, ma
c’era poca fiducia nel nuovo re, egli già una volta aveva tradito gli ideali e
non ci si aspettava molto da lui, tuttavia era il meglio che in quel momento il
“mercato” offrisse.
La vecchia
generazione di patrioti, spesso giacobini (specialmente al centro-sud) stava
via via sparendo per lasciare il posto ai primi
professionisti della politica unitaria che riuscivano a farsi ascoltare o ad
agire anche convivendo in stati che essi pur combattevano, il realismo e il
pragmatismo iniziava a far breccia nel modo di porre la questione, bisognava
riuscire a far combaciare e a pesare ogni piccola possibilità si presentasse
evitando l’intervento delle autorità.
Il grande “Nemico”
era ora ovviamente l’Austria e il suo Impero, impersonato dal quel grande
politico che era il Principe di Metternich, sostanzialmente tutti i nuovi
pensatori e ideologi traevano nella lotta ad oltranza
contro di essa il motivo per sostenere le loro tesi, combattendo l’Austria non
si combatteva solamente Vienna e le sue estensioni dirette nell’Italia
centro-settentrionale, ma si combatteva anche il Regno borbonico che viveva
grazie alla sua protezione e lo Stato Pontificio..
Questo passaggio
ancora una volta fu più facile per chi viveva nel settentrione rispetto a chi viveva nel centro-sud, l’unico problema era sostanzialmente
d’accettare l’unità non come moto rivoluzionario ma come progressivo
assorbimento delle varie entità locali da parte dell’unico Stato sulla penisola
in grado di farlo: il Piemonte con l’apporto evidentemente delle nazioni
europee che vedevano di buon occhio un territorio italiano abbastanza grande
che potesse mettere in difficoltà Vienna.
Ovvio pensare
quindi a un grande Stato centro-settentrionale che fosse delimitato dall’arco
alpino a nord fino al confine pontificio, includendo quindi tutta la Romagna e
la Toscana al massimo, questo era ciò che ci si aspettava di realizzare da
parte della diplomazia europea contraria a Vienna, nessuno dei pensatori e
degli ideologi poteva onestamente sperare di più, anche se poi ovviamente si
cercò di cavalcare l’onda emotiva, del resto sia D’Azeglio prima sia Cavour poi
agirono per ampliare i confini del Piemonte, ed era sempre la Francia ad agire
da grande “protettrice” rispetto alle richieste sabaude insieme al Regno Unito
e l’Olanda.
I collegamenti tra
patrioti cominciarono a funzionare bene e una discreta “organizzazione” copriva
quasi tutto il territorio italiano, i migliori pensatori e ideologi giravano
tra i vari Stati per conoscersi e fare propugnare le basi per un futuro
intervento laddove vi fosse stata la possibilità e la
necessità.
Con alterne fortune
“l’organizzazione” fu messa alla prova a seguito dei moti del 1848, Milano e la
Lombardia furono i primi banchi di prova e, in effetti, tra una grande
eccitazione nella città meneghina durante le Cinque Giornate patrioti
provenienti dalle regioni centro-settentrionali accorsero con le armi per
lottare e fu un grande momento, tutto pareva andare benissimo tant’è che
perfino il perenne indeciso Carlo Alberto si proiettò con l’esercito in
Lombardia “per aiutare” i fratelli milanesi, del resto perfino Leopoldo di
Toscana e Ferdinando II di Borbone inviarono truppe poi per fronteggiare Vienna
nella Pianura Padana, in effetti, gli austriaci si ritirarono sapientemente nel
famoso Quadrilatero, dove prepararono il ritorno in tutta tranquillità, ma
questo non interessa l’ambito che stiamo trattando.
Questo è un altro
punto interessante, tutti i monarchi italici cavalcarono l’onda emotiva di
assurgere a liberatori, ma nessuno ne aveva la voglia e la forza soprattutto
perché si chiedeva di combattere in maniera duratura contro l’Austria che in
modo o nell’altro forniva loro sostentamento politico e militare, ad esclusione
ovviamente del Regno Sabaudo che, infatti, rimase ben presto l’unico candidato
a unire effettivamente l’Italia e l’unico in grado di sostenere l’urto di una
guerra prolungata nel tempo grazie anche all’alleanza con la Francia di
Napoleone III che pure aveva represso duramente la Repubblica Romana, va detto
onestamente per esigenze internazionali e diplomatiche e non per conquista.
Così il Piemonte si
trovò a essere sostenuto dal patriottismo italiano sia filosofico, letterario
che artistico e lo stesso Mazzini cambiò molte delle sue idee su di esso dopo
la sfortunata parentesi romana che indusse appunto tutti i pensatori e ideologi
ad appoggiare senza indugi (e magari a ingoiare i rospi monarchici) il Regno
Sabaudo per avere ancora delle speranze e a esso ci si aggrappò quando tutto
sembrava perduto.
Così la reale
indipendenza era limitata al settentrione perché in quegli anni il Piemonte e
Cavour non pensavano d’avere risorse finanziarie e umane necessarie per gestire
l’intera operazione italica e questo progetto era presentato tra le diplomazie
europee ottenendo ampi consensi e incoraggiamenti, Regno Unito, Olanda, Francia
lo appoggiavano apertamente, i filosofi del centro-nord unionisti subirono un
altro brutto colpo ma non si diedero per vinti, accettarono il programma minimo
(un regno italico settentrionale) come base per le richieste future, comunque
molti si rendevano conto che occorreva una variabile non prevedibile per
accendere meccanismi diversi, specialmente al centro-sud, una variabile che
portasse imprevedibilità e quel pizzico di pazzia tanto da rompere il
pragmatismo e il realismo imperante: la risposta fu Giuseppe Garibaldi, l’eroe
dei due mondi.
Garibaldi era
perfetto per rompere gli schematismi diplomatici europei e sabaudi, era
perfetto perché non filosofeggiava, ma agiva, era perfetto perché non essendo
un politico, mai avrebbe avuto la possibilità di amministrare le istituzioni,
era perfetto perché nel caso del meridione bisognava combattere di guerriglia e
non di fino, usare metodi che nessun esercito continentale avrebbe mai usato:
era l’uomo giusto al posto giusto, si era convertito alla monarchia da fervente
repubblicano quale fu sempre, Cavour e Mazzini lo sapevano, lo ritenevano
adatto a quel tipo di compito non ad altro.
Così dopo la guerra
franco-austriaca del 1859, da noi pomposamente definita Seconda Guerra
d’Indipendenza, l’annessione della Lombardia, i successivi plebisciti delle
entità emiliane, romagnole e toscane, il Piemonte con esclusione del triveneto
aveva in sostanza formato un nuovo regno come da “programma” di Cavour e non si
vedeva quale altro sacrificio si potesse chiedere a esso.
In realtà Cavour
vedeva lontano e dai suoi emissari lungo tutta la penisola sapeva che il livore
tra la nobiltà e i notabili della Sicilia e della Calabria cresceva contro il
governo borbonico di Napoli.
Così egli manteneva
sempre pronto un corpo di spedizione per la conquista di quel territorio ma non
aveva un casus belli per intervenire così quando i pensatori e gli ideologi
fuoriusciti meridionali che vivevano nell’Italia sabauda riuscirono a
convincere i “fratelli” settentrionali a mettere in piedi una spedizione per
liberare il sud nessuno si oppose anzi l’esaltazione fu massima, naturalmente a
condurre la guerra non poteva che essere Garibaldi…..
La facilità con cui
si trovarono le risorse finanziarie e quelle militari (armi, vestiario,
vettovagliamento) fa intendere come di là dalle posizioni ufficiali contrarie
di fronte all’opinione pubblica il governo di Cavour partecipasse con
discrezione alla spedizione senza mai apparire, Mazzini gongolava, i notabili
meridionali pure, non pareva vero poter pensare di governare presto non solo su
territori aridi e con latifondi intoccabili ma su territori ben più prosperosi
ed economicamente validi: si stava facendo l’Italia……..
In seguito alla
conquista del meridione, il gioco della concreta diplomazia sabauda consentì
l’annessione del Veneto e poi di Roma rimasta senza protettori, in entrambi i
casi dobbiamo ringraziare i prussiani che sconfissero l’Austria prima e
Napoleone III poi, insomma l’Italia fu una nazione nata certamente da fattori
di politica europea piuttosto che di politica interna: un’unità di facciata più
che reale e costruita nel tempo socialmente, questa
ancora oggi è un grande handicap.
Nei decenni
post-unitari scomparvero quasi tutti i pensatori e ideologi settentrionali e
vennero alla ribalta quelli meridionali che sostanzialmente posero l’accento su
problematiche, peraltro corrette, che non potevano riguardare tutta la nazione
ma solo alcune parti di essa.
Questo non era un
buon viatico per il futuro, consideriamo anche la politica di molti notabili
meridionali assunti alle massime cariche governative che inanellarono una serie
di decisioni disastrose per l’Italia umbertina distruggendo quel poco
d’idealismo patriottico che ancora esisteva.
Il primo momento
d’unità vera e propria dal punto di vista sociale prima che morale ed etico
probabilmente si potrà intravvedere bene solamente nel corso della Prima Guerra
Mondiale, più di cinquant’anni dopo l’atto costitutivo, quando sul Piave
l’intera nazione gettò il Cuore per evitare il tracollo, non fu
un atto richiesto, fu un atto spontaneo, nessuno nel nostro paese si tirò
indietro e tutti quanti fecero la loro parte; ritengo quest’avvenimento il più
bello ed il più intenso nella storia del nostro paese: in quel momento l’Italia
esisteva senza confini tra Nord e Sud, ma tutto poi finì lì.
La storia
contemporanea la conosciamo bene e ritengo inutile soffermarsi nuovamente su
concetti e avvenimenti discussi ampiamente e trattati un
po’ ovunque in questo periodo, ognuno di noi attraverso i mezzi d’informazione
può farsi una sua idea sul concetto d’Unità per il futuro italiano, non ultimo
l’abbondante utilizzo della rete che stabilisce rapporti più veloci e permette
l’interscambio continuo di valori spesso sconosciuti.
Oggi sono tante le
filosofie che ispirano in senso unionista o separatista il concetto idealistico
relativo all’Italia, nessuna però è riuscita a
spiegare in maniera chiara e diretta quale proponimento reale e costruttivo
faccia proprio: l’Italia fa parte di un contesto di relazioni internazionali e quindi
non sarà mai accettata l’idea che essa possa disgregarsi, troppo importante e
strategica militarmente (specialmente ora con il medio-oriente in ebollizione)
per concedere qualsiasi cambiamento, sic simpliciter l’Italia c’è e dobbiamo
farla funzionare al meglio, nessuno mette in dubbio che possa anche intervenire
un cambiamento di tipo federalista, anzi è certamente auspicabile, ma questo
non potrà mai intaccare l’Unità Istituzionale e la Sovranità, così come chi
difende ciecamente con bieco conservatorismo un sistema amministrativo oramai
obsoleto e fallimentare non è di nessun aiuto al paese.
Sarebbe quindi
auspicabile che la questione fosse affrontata senza barricate ideologie
obsolete dei decenni passati (spesso da curva nord o sud di tipo calcistico,
quindi pregne d’ignoranza e sottocultura) attraverso dibattiti pubblici o
attraverso i media (specialmente la televisione) in maniera franca e aperta.
Questo permetterebbe
a tutti di entrare in una nuova fase che consenta alla nostra nazione di
mantenere le promesse unitarie e i Valori Istituzionali del Risorgimento senza
per questo rinunciare all’Identità Locale amministrativa cara crediamo a tutti quelli
che partecipano attivamente ed economicamente alla crescita nazionale.