Un Mercante dell’Italia settentrionale al tempo di Giustiniano
di Enrico Pantalone
Facciamo una passeggiata nel passato,
all’epoca di Giustiniano ed all’incirca intorno al
560: immedesimiamoci nell’atmosfera del tempo a cavallo tra gli ultimi bagliori
dei secoli d’oro dell’Impero Romano ed il tetro futuro che avrebbe di lì a poco
preso il sopravvento annientando per qualche secolo commercio e vita sociale.
Giustiniano racchiudeva in sé l’orgoglio
d’essere ancora considerato un Imperatore Romano (l’ultimo forse..) e d’essere nel contempo già platealmente solo Orientale
in molte delle sue manifestazioni esteriori.
Sappiamo bene che tutta la sua politica
sociale ed economica (oltre che militare) ha risentito di questa
ambiguità di fondo.
Il Corpus Iuris Civilis e’ indiscutibilmente
un’opera Romana per come è scritta e come è concepita, gli stessi autori
arrivano per lo più dalla scuola di Beirut, valente colonia della città eterna
e la sua applicazione resterà un fondamento ad occidente, dimenticata ad
oriente, sarà ripresa e immortalata da dotti scienziati giuristi per ribadire
la superiorità degli Imperatori Germanici dall’anno mille in poi e per la
crescita dello Ius Commune
delle genti che abitavano le sue terre.
L’immensa pianura Padana imperiale che s’estendeva sull’asse delle sue due grandi città, sedi
imperiali in diversi tempi, Milano e Ravenna, fara’
da sfondo al simpatico viaggio attraverso usi e costumi delle tradizioni
settentrionali.
Il nostro baldo amico del tempo si chiama
Ippolito e di professione fa il commerciante, ha la sua brava famiglia e una
buona attività che riguarda la compravendita soprattutto di utensili da lavoro,
d’armi ma non
disdegna di far mercato anche di stoffe, pietre preziose o monili.
E’ a suo modo un innovatore, per quanto i
tempi lo permettano, ha una sua piccola officina e viaggia anche attraverso l’Impero od
oltr’Alpe.
Avendo una florida attività e alcune rendite
fondiarie il nostro buon Ippolito deve anche pagare le giuste tasse all’amministrazione
provinciale bizantina.
Egli sa che deve pagare annualmente un canone
regolare in base alla sua rendita catastale circoscritta ed
attestata da messi giudiziari, lo fa volentieri anche perché in qualche modo si
ritiene garantito e protetto dalle leggi.
Vero anche che in questo periodo storico molti
proprietari terrieri in barba alle leggi usano il sistema d’alienazione delle
stesse al fine di non pagare imposta, metodo ereditato dai possidenti romani
dei secoli precedenti ma normalmente gli ufficiali
imperiali preposti sono molto severi e gli amministratori colpiscono senza
peraltro quasi mai abusare del loro potere.
Il suffragium è
tuttavia cosa comune nel centro e nel sud dell’Italia mentre a nord è più
difficile, anche perché spesso nel primo caso la carica d’amministratore viene comprata per poter sfruttare meglio le leggi mentre
nel secondo la continua guerra con le popolazioni germaniche non consente di
lasciare tale incombenza in mani private ma in mano ai militari che o più difficilmente
si lasciano corrompere.
Si, e’ vero, sono appena finite le guerre distruttive tra Goti e
Bizantini e gli eserciti calpestano il suolo coltivabile e razziano le materie
prime prodotte ma tutto sommato pur con qualche difficoltà nella sua attività Ippolito
si barcamena rendendosi utile di volta in volta o agli invasori o ai difensori.
E qui sta l’abilità del nostro amico mercante,
cresciuto ad una scuola dura, egli sa leggere,
scrivere e far di conto quanto basta, la scuola pubblica bizantina lo ha istruito
regolarmente ed egli ha appreso tutto cio’ che gli e’
stato sufficiente per progredire nelle sue capacità d’adattamento.
La sua famiglia, una moglie, Enilde, di chiare origini germaniche, e i suoi due figli Edelgardo e Servio oramai in età più
che adolescenziale l’aiutano nel commercio e lo
seguono nei giri per le terre vicine, poi c’è anche Olimpia, la piccola di
casa, che si cura di tenere sempre in ordine la bottega insieme alla madre.
La popolazione rurale e quella delle città
imperiali non è certo del tutto felice perché giorno
dopo giorno deve vivere senza poter pensare a costruire un futuro decente per
sé: spesso il passaggio dalla vita alla morte è un fattore decisamente fortuito
e banale, onde per cui è meglio non farsi troppo illusioni, già la vita è
breve, figuriamoci se si può pensare ad altro che la sopravvivenza.
Eppure i valenti artigiani della nostra
famiglia a loro modo sviluppano nuove tecniche d’approccio nella costruzione e
nella creazione di strumenti utili alla gente, siano esse armi o utensili per
il lavoro.
Si perché, per tutti Ippolito ha pronto una lancia, una mazza, una
scure a doppia lama, se si hanno più denari una bella spada.
Queste armi vengono
tenute poi nascoste e tirate fuori nel caso si debba difendere i propri cari ed
i propri averi..
Ippolito non sfrutta mai la gente, sa che un
nobile può pagarlo di più se il lavoro viene fatto
bene, ma sa anche che il contadino deve difendersi, gli compra utensili e lo fa
vivere dignitosamente per cui sfruttarlo sarebbe contro i suoi interessi
economici.
Poi, ci sono le fiere dove
portare il surplus della sua produzione, ci sono le grandi città come Milano o
Ravenna, dove ovviamente egli presenta la sua mercanzia ritoccata di quel tanto
nel prezzo che gli permette buoni guadagni e di pagare le imposte dovute
all’erario imperiale.
Entrambe la città fagocitano quasi tutto ciò che viene prodotto dalle terre
circostanti, e nonostante tutto questo spesso non basta, per cui si vende di
tutto ed in abbondanza una volta varcate le mura del borgo.
Per esempio l’Istria e parte delle terre
venete dell’est “nutrono” la capitale occidentale, specialmente se si tratta
d’olio, di vino e di garum, tre prodotti
indispensabili per ogni buon bizantino o abitante dell’impero.
In special modo il garum istriano è conosciuto come d’ottima qualità e molto
ricercato.
Nella capitale Ravenna, il potere, ed Ippolito lo sa bene, è fermamente nelle mani del
patriziato laico, un po’ furbo, un po’ istrione ma fondamentalmente ligio alle
direttive di Bisanzio anche se in qualche modo cerca d’attuare una sua politica
locale sempre in ottemperanza alla Pragmatica Sanctionae.
Ma Ippolito, girando per il lungo ed il largo nel settentrione si dirige anche verso ovest e
conosce Milano, dove vende bene e guadagna altrettanto bene, spesso risale il
grande fiume che attraverso i canali secondari lo porta nel centro cittadino,
non gli costa neanche tanta fatica, qualche giorno di provviste e via, è
abbastanza sicuro, perchè sulla chiatta i banditi non
possono rapinarlo e spesso ci sono anche dei soldati che si spostano, sa che
deve pagare ogni tanto qualche moneta per avere “favori” particolari come il
posto a sedere o un riparo se piove ma in fondo non se ne cura molto.
E poi è un utile esperienza
anche per un dei due figli che l’accompagna, uno, perché l’altro deve comunque
rimanere a case nel caso succedesse qualcosa…
Ippolito insieme a Edelgardo
sta appunto tornando da una fiera sul Po quando entra in contatto con una
pattuglia di militari imperiali, che vedono le buone armi invendute e chiedono
il prezzo.
Consuetudine comune al tempo, infatti le province devono poter far fronte al nemico senza
contare sull’aiuto dell’amministrazione centrale, dispongono di danaro da
spendere e possono comprare senza bisogno di nulla-osta particolari: l’accordo
tra le due parti è semplice ed il pagamento immediato, cosi entrambe le parti
sono soddisfatte, una per la vendita l’altra per l’acquisto.
Di solito i militari pagano il nostro mercante
con il semissis ed il tremissis, cioè mezzo soldo od un terzo del soldo (solidus) o bisante imperiale, ma normalmente egli ha una
buona sacca di monete d’argento e bronzee per le transazioni locali e
provinciali.
Il semissis ed il tremissis vengono tenute in
grande considerazione perché sono le monete della riforma economica di
Giustiniano importante tappa per una buona ripresa amministrativo-commerciale.
Per quanto riguarda il soldo, Ippolito non lo
usa, vuoi perché la sua merce non ne richiede l’utilizzo per transazioni
minime, vuoi perché l’amministrazione imperiale tende ad acquisire tutti quelli
in circolazione per farli convogliare a Bisanzio e da qui verso i mercati
orientali che privilegiano l’oro anzichè
altri metalli meno nobili e per accaparrarsi le derrate ne occorrono molti su
quei mercati.
Che poi queste monete prendano il volo durante
i viaggi sulle carovaniere caspiche o iraniche non deve trarre in imbarazzo,
esse vengono sostituite da quelle d’argento senza
alcun problema.
Comunque anche Ippolito tramuta alcune
sostanziose rendite in monete d’oro e gelosamente li nasconde in qualche luogo
buio e solitario della casa: ha tre figli e vuole che siano tutti felici, è un
bravo padre ed oltre alla buona bottega cerca di
lasciare loro anche qualche miglioria.
Poi è solito regalare ai figli monete d’oro
per qualche importante avvenimento, è caparbio e lo fa sempre con estrema
naturalezza.
Per la moglie ha in serbo una sorpresa: da un
amico mercante che traffica oltre le Alpi ha
acquistato una collana d’ambra di notevole fattura fatta nel lontano nord,
nelle terre fredde: nelle terre baltiche quest’arte è la regola.
Gli è costata molto, ma quando sua moglie Enilde l’indosserà per lui sarà
come se lei fosse una Regina o un’antica principessa Romana, beh, in fondo si
rifarà sulla vendita della prossima spada….magari gabolando
un po’ sul peso dei preziosi incastonati nell’elsa della stessa.
Egli pero’ non vuole
fare mancare l’istruzione ai figli, anche loro hanno imparato l’indispensabile
nelle scuole pubbliche,
e nei momenti liberi dal lavoro li manda ad apprendere qualcosa
in più da uno maestro ateniese. Pherseo, che cacciato
dalla legge di Giustiniano contro i filosofi della capitale greca ha trovato
rifugio da queste parti.
Viene dalla Licia, una zona dell’Anatolia di
fronte a Cipro, una zona mediterranea ed e’ un
brav’uomo, magari un po’ suonato o eccentrico per il modo di vivere usuale di
queste zone ma non fa male a nessuno ed oltretutto è molto simpatico.
Tiene le sue lezioni sotto una pianta o vicino
a qualche pergolato d’estate e in qualche masseria nei mesi freddi.
In realtà lui dovrebbe insegnare solo la
filosofia ma capendo anche le esigenze della gente della Padania, fa si che le
sue lezioni siano intrise anche di sano buon senso rurale.
I figli di Ippolito ed
altri giovani lo seguono attentamente anche perché pagano la loro quota e da
bravi commercianti cercano d’apprendere il più possibile.
Certo non è possibile per loro avere una
cultura raffinata anche se qualche libro riescono ad
acquistarlo, ma possiamo dire che essi si ritengono fortunati di poter avere
almeno quelle poche ma sostanziali informazioni.
Per tutta la nostra famiglia viceversa è molto
importante conoscere il diritto e tutto ciò che compete ai vari amministratori
e messi giudiziari.
Spesso da una piccola dimenticanza può nascere
una disputa dagli esiti anche fatali ed è giocoforza
per loro imparare bene l’uso delle consuetudini e delle leggi.
Essi sanno che è stata varata una nuova
riforma che ha sconvolto il mondo conosciuto, non si peccano certo
d’interpretare quelle leggi o di studiarle, a parte gli incaricati statali
solamente i rappresentanti della Chiesa possono esserne a conoscenza anche
perché scritti in latino, lingua che oramai il popolo non usa quasi più.
Si parlava molto nei borghi dei codici emessi
da Giustiniano e delle sue novelle.
Grazie al Cielo, Ippolito non ha mai avuto problemi
con la giustizia, anche perché molti dei suoi clienti sono ricchi signori della
zona che l’hanno preso a ben volere e spesso egli si ferma da loro a mangiare
dopo una fornitura di utensili o di preziosi.
Proprio in una di questi pranzi, ed è insieme
ai due figli, presso il duca delle terre circostanti ci si è intrattenuti a
parlare sul caso giudiziario del momento.
Un ricco mercante e buon amministratore di
rendite, Malvezzo, conosciuto e stimato da tutti nobili e popolo, è stato
citato in giudizio da un funzionario imperiale, considerato inetto e vessatorio.
Malvezzo, a suo giudizio non avrebbe ricavato
una somma cospicua ed idonea da una vendita di
terreni.
Si sa che in giudicato egli pur innocente perderebbe,
troppo il potere in mano al funzionario provinciale e cosi’
egli s’è rivolto allo stesso duca al desco con
Ippolito ed ad altri nobili e maggiorenti cittadini per avere aiuti nella
disputa.
Lo stesso comandante militare bizantino della
guarnigione stanziata presso il borgo si dice pronto ad assumere la difesa di
Malvezzo perché oltre a credergli, ritiene il funzionario una
persona capace solo di far male alla politica imperiale e questo, si sa, dopo
la riforma, è ritenuta cosa inammissibile da Giustiniano.
Egli proprio per questi motivi ha creato la
figura del praetor plebis o
praetor populi, cioè d’un
giudice garante dell’autonomia del potere giudiziario sopprimendo la carica di praefectus vigilum oramai desueta
ed incomprensibile alla gente comune e rurale.
La vecchia carica aveva ben pochi aspiranti,
sia per la pericolosità (le minacce erano all’ordine del giorno e dalle minacce
alla morte correva davvero ben poco spazio temporale) sia perché scarsamente retribuite, il che portava inevitabilmente l’incaricato a
cercare guadagni in maniera diversa.
La nuova invece, varata dopo la rivolta di Nika, dava maggiore spazio d’azione al nuovo giudice e lo
rendeva scevro dalle possibili collusioni con la malavita, poi poteva sempre
rivolgersi al comandante militare di zona.
Insomma, ogni cosa è pronta per un processo
che tutti gli amici del borgo aspettavano con ansia e poter constatare
se le nuove leggi funzionavano veramente.
Il funzionario inetto capisce che l’aria è decisamente cambiata tanto da cercare la fuga nottetempo ma
individuato e fermato da una solerte pattuglia che sorvegliava la mura
cittadine si trova ora in una posizione alquanto sospetta.
E viene il giorno atteso anche perché s’è
fatto un gran parlare del caso e tanta gente viene anche dalle terre vicine.
Sono arrivati anche dei dignitari direttamente
da Ravenna con ordini severissimi per il praetor plebis: egli e’ diventato agli
occhi di tutti e per Giustiniano soprattutto la reincarnazione del vecchio
giudice romano e soprattutto del suo prestigio passato (tant’è che egli evidenzia
apertamente le differenze tra il nome in latino e quello greco che
inevitabilmente finisce in second’ordine, dietro le
quinte e probabilmente usato solo ad oriente).
In effetti il processo sta seguendo una strada ampiamente prevista, Malvezzo
espone i fatti con lucidità e testimonianze importanti, quali quelle del Duca e
del Comandante militare, quello d’altri onesti cittadini ed il funzionario al
contrario non risponde in maniera coerente e spesso non riesce nemmeno a
comprendere qual è il suo discorso e come deve giustificarsi.
Il praetor plebis non ha difficoltà ad
emettere la sentenza, Malvezzo viene riconosciuto pienamente innocente ed il
funzionario destituito d’autorità ed imprigionato in attesa del giudizio sul
suo operato.
Ippolito ora è contento, va dall’amico e si
congratula con lui, poi con i figli decide che è tempo di festeggiare con una
buona bevuta, ma sa anche che non sarà sempre così, e non sempre prevarrà la
giustizia, lui è un uomo con i piedi per terra, sa che questa volta è stato lo
stesso imperatore tramite i suoi emissari a volere un processo giusto, ma se
lui morirà cosa accadrà ?
E cosa accadrà se i Goti ritorneranno in
queste terre ?
Tutte domande difficili per gente come
Ippolito,lui deve vivere alla giornata e non può
permettersi il lusso di divagare: oggi ha vinto la giustizia domani si vedrà.
Il comandante militare vede la famiglia e si
ferma a chiacchierare con i componenti in taverna
davanti ad un bicchiere di vino.
La sua guarnigione avrebbe bisogno di nuove
reclute, magari anche di buoni ufficiali, ed i due
figli sembrano promettere bene, oltre tutto hanno anche una buona istruzione e
questo faciliterebbe il lavoro da svolgere, di natura poliziesca, secondo i
nuovi canoni della riforma dell’imperatore che da importanza strategica alla
milizia (leggi polizia) locale.
La paga e’
interessante e le prospettive buone, certo Ippolito preferirebbe vedere i suoi
due figli proseguire il commercio famigliare ma come dire no allo spirito d’avventura
che è insito in ogni giovane.
Edelgardo e Servio sono estasiati dalle parole
del comandante, ma guardano negli occhi il padre e chiedono di pensarci, dei
due Edelgardo si lascerà convincere e Servio rimarrà in famiglia.
Ippolito è comunque felice, un figlio nella
milizia provinciale è una sicurezza in più anche se
ora il suo posto sul lavoro dovrà esser preso da un altro che per di più dovrà
essere pagato.
Eccolo finalmente, il figlio arriva nella sua
nuova divisa dalla famiglia e la madre lo guarda ammirato, lei era una schiava
di razza germanica, abituata ai lavori duri sin da piccina e vuole un gran bene
al marito, vedere il figlio con l’uniforme imperiale la mette di buon umore.
Ippolito deve trovare un nuovo aiuto per
sostituire il figlio ed anche qui gli viene in
soccorso una raccolta di leggi edite dall’imperatore, lo ius
nuvum codificante tutte le consuetudini, gli usi ed
gli atti giuridici dei territori italiani passate sotto il nome di manumissio, cioè l’atto con cui si libera lo schiavo.
Molti di questi schiavi sono diventati liberti
sfruttando questa legge ed ora cercano lavoro, Bruso è uno di questi.
Egli è diventato libero in virtù del fatto che
davanti a cinque testimoni di provata fede il suo padrone lo aveva dichiarato
non più servo, tanto basta con l’introduzione della
nuova legge voluta da Giustiniano per renderlo sciolto legalmente dall’impegno
servile.
In realtà il suo padrone non avrebbe voluto
liberarlo ma solo alienarlo per il solito giochetto di evitare il pagamento
delle imposte sui suoi beni tra cui ovviamente v’era
anche Bruso.
Figuratevi la sua faccia quando il nostro
liberto ha preso la sua roba e se n’è andato con la sua carta legale di
emancipazione e la sua brava cittadinanza romana ed
imperiale, già perché la nuova legge ne prevedeva l’automatica estensione a
tutti coloro che si riscattano dalla schiavitù per evitare dispute con chi
l’ottiene viceversa tramite il praetor.
Le due pratiche legali vengono
quindi equiparate ma l’importante è che la forza della legge permette a questi
uomini di diventare cittadini a pieni diritti, insomma il nostro buon Bruso ora sa che dovrà lavorare duramente ma lo farà per
lui e non per altri.
Egli e’ stato prima
della schiavitù un buon maestro di stoffe e legname e chiede di poterlo continuare a fare:
Ippolito lo scruta per bene ed insieme al figlio Servio
decide di metterlo alla prova portandolo in prossimità delle merci stoccate nel
magazzino adiacente alla parte aperta al pubblico.
Qui ci sono delle stoffe e degli arnesi da
contadino.
Ippolito gli chiede di valutare le merci
perché non si fida di chi le ha vendute…
Bruso prende dapprima gli utensili a manico, ne odora il legno, ne
tasta la stagionatura con piccoli colpetti, poi passa alle parti metalliche e
approva con lo sguardo serio l’acquisto, ma da schiavo ha imparato anche a
controllare le stoffe, con il palmo della mano ne soppesa la consistenza,
alcune le mette da un lato ed alcune da un altro poi
indica quali sono scadenti e quali invece sono d’ottima fattura.
Ippolito e Servio sono
sorpresi ma compiaciuti, sanno d’aver trovato un buon lavoratore e che conosce
il mestiere, il prezzo della sua opera come di consueto a quel tempo, sarà il
vitto, l’alloggio, una parte di derrate che potrà
rivendere a suo piacimento e qualche moneta d’argento, se poi gli affari
andranno bene in qualche fiera un arrotondamento senz’altro lo percepirà
Non è molto, ma di questi tempi, un tetto
sicuro, un buon pasto è già qualcosa, Bruso non è
giovanissimo, avrà almeno 35 anni ed in fondo gli
piace questa gente simpatica e per niente arrogante.
La bottega, come tutte quelle di questo tempo
non è precisamente un luogo profumato come la corte
regale e gli splendidi palazzi imperiali.
La stagnazione dei vari odori si sente da
molto lontano anche se non vi sono alimentari che rischiano
la putrefazione, del resto non è che le abitazioni fossero più salubri, la
mancanza di finestre a vetri per ovviare al freddo dell’inverno padano
purtroppo regalano effluvi certo non edificanti.
Bruso, che se ne intende, ha ovviato a questo problema raccogliendo sui
greti del fiume ai bordi della città molte erbe che servono, anche seccate, a
rendere più sopportabile l’ambiente.
E’ anche tempo di ringraziare Iddio per la
benevolenza del periodo e per questo si va in Chiesa ma anche per un altro
motivo, d’ordine giuridico se vogliamo.
L’Auctoritas Ecclesiae sovrintende al buon funzionamento della comunità
e di fatto s’appaia al Diritto Romano del Corpus Iuris sempre con maggior insistenza e precisione,
Giustiniano è ancora l’imperatore ma il potere del Papa in Roma guadagna sempre
più terreno.
Quindi bisogna mostrarsi anche buoni cristiani
ed Ippolito lo è senz’altro, come tutta la sua
famiglia, e poi la Chiesa è pronta ad ogni evenienza, le sue porte s’aprono nel
caso di scorribande dei Goti o di banditi, spesso è l’unica autorità che
s’oppone alle barbarie e Bisanzio e così lontana che anche mettendoci tutta la
buona volontà non può intervenire sempre.
Edelgardo, il figlio d’Ippolito, con una sua pattuglia ha avvistato dei
predoni goti che probabilmente si sono staccati dalle forze regolari e vagano
per le terre in cerca di vittime e guadagni facili, sono in molti e le esigue
forze di stazza nel borgo del nostro amico mercante non bastano di certo a
fronteggiarli, per cui la popolazione viene avvertita
per avere il tempo di rifugiarsi in qualche posto sicuro.
Ippolito porta la moglie e la figlia in Chiesa dove già ci sono altre persone timorose, mentre lui
stesso e Servio si metteranno al servizio del primo
figlio insieme ad altri coraggiosi che preparano la difesa, non sono eroi,
semplicemente preferiscono aiutare la milizia come possono, pure senza usare le
armi, anche Bruso si mette a disposizione, ora che è
un cittadino libero vuole guadagnarsi la stima di tutti.
Fortunatamente in questo frangente non v’è
bisogno di combattere, la soldataglia ha preferito dirigersi verso altre terre
confinanti e poi dopo aver saccheggiato e distrutto ha virato verso la parte
opposta rispetto al borgo del nostro mercante.
Le notizie che rari fuggiaschi portano da
quelle terre sgomentano la gente,
non v’è nessuna pietà per i malcapitati e le poche truppe cittadine
ed imperiali sono state massacrate: Bisanzio è lontana, sempre di più e Ravenna
non riesce ad esercitare il suo potere in maniera ferma e decisa nella valle
Padana.
Passata quest’ultima triste avventura senza
troppi danni, Ippolito decide che deve andare ai confini con l’Illiria per comprare delle pelli e rivenderle con un buon
guadagno, laggiù ci sono molte merci che arrivano dal lontano oriente europeo,
troppo per conoscerle bene ma che vendono i loro manufatti a prezzi irrisori.
La sostanza è nel pericolo del viaggio, ma Ippolito lo sa, porta con se’
il figlio Servio, ci vorrà parecchio tempo tra andata
e ritorno con il carro: quindi prima di partire chiama il figlio Edelgardo e gli consegna gli averi, poi paga Bruso per un anno e gli affida la custodia della moglie e
della figlia, sarà lui l’uomo di casa ora.
Si fa dare l’indulgenza per la sua anima e
quella del figlio, e fa una buona elemosina, insomma, lui sa che parte ma non sa se tornerà mai indietro.
Viaggerà insieme ad
altri mercanti conoscenti ed amici, così si sentirà meno solo.
Le strade che affronta
durante il viaggio sono per lo più quelle romane, ancora in buono stato
nonostante le guerre e le distruzioni, certo la pavimentazione non ha più
subito manutenzione da secoli, le pietre levigate d’un tempo sono solo un sogno
ed Ippolito nel migliore dei casi riesce a fare una trentina di chilometri al
giorno, sempre che non piova a dirotto….
Spesso il tracciato è solo un sentiero battuto
e passa in mezzo a boschi e sterpaglie, fortunatamente man mano che si percorre
la strada verso l’est
ritrova un selciato, e si trovano anche delle stazioni e locande
posizionate più o meno alla stessa stregua di quelle romane dei secoli d’oro,
vi si trovano anche delle pattuglie bizantine che cercano di dare un qualche
sicurezza ai viaggiatori.
La vista di torrette miliari leniva la
solitudine e la paura, Giustiniano ci tiene a che la gente sia rassicurata, e
questo significa dover tenere sempre attive le minime funzionalità logistiche
militari.
Ippolito per i suoi acquisti ha potato monete
d’oro, che sono le più controvertibili, ma anche monete d’argento o di bronzo
per i pagamenti veloci e soprattutto per acquistare vettovagliamenti e pagare
le locande ed i pernottamenti.
Il mercato per l’acquisto delle pelli si tiene
ad Apollonia, città da cui parte la Via Egnazia, la famosa via consolare romana che arriva a Tessalonica e che quindi fornisce la possibilità ai
mercanti orientali d’arrivare al confine con la parte occidentale dell’Impero.
Ippolito ed il figlio
si danno un grande daffare durante i giorni di fiera, vendono parte della loro
mercanzia ed acquistano molte pelli pregiate cacciate nelle pianure che
s’estendono oltre le terre dei Daci.
Insomma il loro viaggio è stato proficuo e vantaggiosa sarà ancor più la successiva vendita
di questa mercanzia, in Padania nei mesi freddi s’ha sempre un gran bisogno di
abiti caldi e le pelli offrono indubbiamente questo particolare vantaggio.
Ed ora si riprende la via del ritorno.
Nel frattempo Bruso
ha mandato avanti la bottega in maniera eccellente e ha sempre avuto un occhio
particolare per le due donne della famiglia, Olimpia lo chiama zio e lui ne è
contento.
Va anche molto d’accordo con Edelgardo, che spesso visita la madre e la sorella quando
non è di pattuglia.
Ora ha trovato un fondo che gli pareva
interessante e con i soldi risparmiati dalle transazioni personali, quello che
gli aveva anticipato Ippolito sui suoi futuri lavori e qualche regalo per lavori eseguiti presso altre persone poteva permetterselo.
Così si trova con cinque testimoni di provata
fede tra cui Edelgardo ovviamente per la transazione
consuetudinaria che nel nuovo codice amministrativo di Giustiniano passa come Traditio e si rifa alla Mancipatio teodosiana.
L’alienante e Bruso
si trovano davanti ad una bilancia retta da una sesta persona per l’atto
chiamato libripens: è un atto simbolico, la vecchia
immaginaria venditio, e tutti lo sanno bene, ma
appunto perché è una consuetudine perpetuatasi nel tempo
piace e viene seguita alla lettera.
Bruso con un lancio deciso ferma il penzolamento della bilancia mediante
un pezzetto di bronzo non coniato.
L’atto è validato dalla presenza dei
testimoni.
Ora Bruso è
diventato padrone d’un fondo, certo non grande, ma per lui è più che
sufficiente, continuerà certo a lavorare in bottega ma nel
contempo guadagnerà qualcosa dallo sfruttamento della terra mettendosi
d’accordo con qualche contadino e dividendo a metà il frutto delle
coltivazioni.
E’ un sistema semplice il suo, non ha
famiglia, e quindi può rischiare.
Il diritto amministrativo giustinianeo ha fornito
i mezzi giuridici necessari e lui ha agito legalmente come cittadino
dell’Impero:: motivo di grande soddisfazione dunque.
Ippolito ed il figlio
sono ritornati a casa con il loro carico prezioso.
Insieme al buon Bruso
si dividono le pelli a seconda della qualità e per che
capo serviranno, infatti alcune andranno vendute a le intendenze militari per
l’abbigliamento invernale, alcune serviranno ad altri lavoratori manuali e le
più prestigiose alla nobiltà.
Il nostro mercante si congratula con il suo
aiutante per l’ottimo affare del fondo, ora ha in un
mente un progetto più ambizioso, vuole ampliare la portata del suo commercio,
in fondo ha superato i 45 anni e l’età è avanzata, sa che a parte la morte violenta
può ghermirlo anche quella tradizionale, di vecchiaia, e contando i suoi anni
s’accorge che avrà ad andar bene ancora dieci anni di vita come aspettativa e
sarebbe già molto per questi anni.
Il primo figlio Edelgardo
è stato nominato stratega ed oramai la sua strada è
quella di servire lealmente nell’esercito imperiale e d’avanzare nella
gerarchia delle sue cariche, in fondo è valente, ben istruito e anche
coraggioso, quindi nulla gli è proibito, si sa che Giustiniano ha una
predilezione per gli uomini d’azione e lui lo è.
Ippolito decide così d’aprire con i guadagni
della vendita delle pelli una nuova bottega di sete e stoffe per il figlio Servio che ha ereditato la sua passione per l’arte del
vendere e comprare.
La bottega attuale sarà data in gestione a
Brusio, oramai diventato di famiglia, che grazie alla sua esperienza garantirà buoni guadagni ed un’oculata gestione.
Ora ha solo da sistemare la figlia minore
Olimpia, già 15enne ed in età da marito, lei è un
bella giovinetta, c’è solo da scegliere tra tanti validi giovani, ma in fondo
lui non ha troppa fretta che ciò accada, ha provveduto a crearle una solida
dote ed è sicuro che quando accadrà l’inevitabile lui sarà senz’altro pronto.
Ma purtroppo lui non ha fatto i conti con uno dei peggiori nemici di
quest’epoca, un nemico subdolo, quasi imbattibile e che lascia solo morte
dietro di sé: la peste.
Certo non è la grande peste di qualche quinquennio prima ma per la gente comune è pur
sempre un momento tragico.
Già la guerra ha impoverito e depauperato di
popolazione la penisola, ora che si stava avendo sentore di qualche
miglioramento e crescita nella vita sociale, arriva quella che viene considerata una punizione divina.
E colpisce senza pietà, ovunque, senza
distinzione di razza, cultura e ricchezza…..
Anche il borgo di Ippolito viene
colpito, ed è una strage, muoiono a centinaia, complice anche le pessime
condizioni igieniche delle strade e delle abitazioni.
Non v’è nulla da fare contro d’essa e tutti lo
sanno, la Chiesa s’erge con il suo potere morale per
alleviare almeno dal punto di vista spirituale la popolazione, le autorità bizantine
mettono a disposizione tutto l’apparato burocratico e militare disponibile e lo
stesso figlio d’Ippolito, Edelgardo, assume tutti i
poteri nel borgo come prassi consolidata vuole per arginare la situazione
giorno dopo giorno drammatica.
Ogni famiglia viene
decapitata di qualche elemento e nemmeno quella del nostro amico risulta
indenne.
Così anche il nostro nucleo dovrà pagarne le
conseguenze ed
Ippolito viene
colpito dal male inesorabilmente, la febbre violenta, le convulsioni, le
pustole ed i bubboni che appaiono sul suo corpo non lasciano dubbi: nonostante
le cura amorevoli di Enilde s’appresta a passare a
miglior vita nel giro di qualche giorno, cerca di resistere, sa che non ha
scampo, e pian piano non s’alza più dal letto.
Ora al suo capezzale ci sono la moglie, i due
figli e Bruso.
Non ha grandi proclami da fare nell’imminenza
della sua morte, ha vissuto bene, ha cresciuto dei figli di cui essere
orgoglioso, un militare ed un buon mercante che
continuerà la sua tradizione, ha sposato una donna umile ma forte al tempo
stesso, ha aiutato un liberto a diventare un vero cittadino bizantino, ha avuto
modo d’apprezzare le buone leggi dell’Imperatore Giustiniano con cui ha
costruito diversi passi della sua vita.
L’unico cruccio sarà di non vedere sposata
felicemente l’amata figlia, ma non si può andare contro il volere di Dio.
Riceve i sacramenti e spera d’essere degno del
Paradiso promesso ai Cristiani, in fondo lui è stato un buon uomo e se lo
merita.
Ippolito chiude gli occhi serenamente ed in pace con Dio circondato da tutti coloro che gli
vogliono bene.
Così passa anche la peste, e tornerà ad intervalli quasi regolari a mietere altre vite umane in
questi luoghi.
Il nostro viaggio immaginario attraverso
quest’epoca storica finisce qui.
Forse un po’ triste nel finale ma non si
dimentichi la durezza dei tempi che imponevano sacrifici anche fisici oltre che
morali.
Chiedo venia ai molti saggisti storici e
giuridici (presenti e passati) da cui ho preso in prestito l’ottima
documentazione che m’ha permesso di descrivere la vita
di un mercante al tempo di Giustiniano: d’accordo, Ippolito nella realtà non è
mai esistito, o meglio, potrebbero esserne esistiti tanti che hanno agito sotto
l’impulso delle riforme giuridiche ed economiche che l’Imperatore fece durante
il suo mandato e questo diede modo di mantenere un minimo di attività nella
vita sociale e commerciale che altrimenti nell’Italia Settentrionale del tempo,
allora territorio di frontiera, sarebbe stato difficile trovare viste la durate
delle guerre, le distruzioni e le pestilenze.
In calce a questo scritto potrete trovare
autori e saggi che ho utilizzato nel lavoro a cui rimando per una
migliore conoscenza amministrativa, giuridica e sociale del periodo .
Bibliografia:
Per le fonti Giuridiche:
E. Franciosi “Riforme Istituzionali e
Funzioni Giurisdizionali nelle Novelle di Giustiniano (Studi su Nov. 13 e Nov.
80)”
Ed. Dott. A. Giuffrè
P.S. Leicht “Storia
del Diritto Italiano – Il Diritto Pubblico”
Ed. Dott. Aldo Giuffrè
G. Ermini “Corso di
Diritto Comune – I – Genesi ed Evoluzione Storica, Elementi Costitutivi, Fonti”
Ed. Dott. Aldo Giuffrè
M. Bellomo “Storia e
Istituzioni in Italia dal Medioevo agli inizi dell’Era Moderna – parte I “
Ed. Giannotta
A.
Cavanna “Storia del Diritto Moderno – Le Fonti”
Ed. CLEUP
Per la parte generale:
B. Lançon “A Roma
nel tardo Impero”
Ed. Hachette/BUR
H. Pirenne “Storia d’Europa – dalle Invasioni
al XVI secolo”
Ed. Newton
H. Pirenne “Storia economica e sociale del
Medioevo”
Ed. Newton
J.P.
Leguay “La Rue au Moyen
Age”
Ed.
Edilarge-Editions Ouest-France
E. Perroy “Il Medioevo”
Ed. Sansoni
H. Rahner “Chiesa e Struttura Politica nel
Cristianesimo Primitivo”
Ed. Jaca Book