Giovanni Giolitti: il grande statista liberale

di Enrico Pantalone

 

Giovanni Giolitti probabilmente rappresenta il più grande professionista della politica dell’intera storia italiana dall’unità del paese ad oggi, riuscendo a portare a termine tutti i programmi che s’era prefissato durante i suoi mandati e rappresentando un punto fermo per la politica nazionale a cavallo tra la fine del diciannovesimo secolo ed il primo quarto del ventesimo.

Egli non faceva parte dei padri della patria, non aveva combattuto nelle file dei fusionisti nazionali o nei garibaldini vista la giovane età al momento del Risorgimento, ma fin dall’inizio della sua carriera politica manifestò uno spirito liberale più anglosassone che italico, il che lo portò a ritenere per esempio un Depretis quanto un Crispi dei deludenti venditori di fumo ed un Di Rudinì un baluardo della più intransigente ed ottusa conservazione, era quella la politica umbertina in voga nell’ultimo ventennio del diciannovesimo secolo ma soprattutto era la politica della corte che faceva a capo alla regina Margherita, donna certamente non di stampo liberale e invisa ai cambiamenti.

Giolitti sopportò sempre malvolentieri questa politica, secondo lui per crescere l’Italia aveva bisogno di ben altro sia dal punto di vista economico che sociale: i fatti ovviamente gli diedero ragione quando quasi tutta l’intera vecchia classe politica fu tenuta in disparte dopo l’assassinio del Re a Monza e si voltò pagina anche grazie al nuovo sovrano che mutò le abitudini di coloro che normalmente circondavano la Casa Reale.

Non dobbiamo però farci trarre in inganno dalla cortesia e dallo spirito degli incontri tra un Giolitti Primo Ministro ed il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III: i loro dialoghi bisettimanali erano improntati al più stretto pragmatismo, come si conveniva a due personaggi duri nel proprio lavoro e rispettosi delle loro cariche l’un l’altro: i due non si amarono mai, erano entrambi freddi, ma mentre il primo lo era perché evitava voli pindarici e riusciva sempre a rimanere sé stesso, il secondo portava dentro di sé un odio profondo verso tutto l’apparato istituzionale e verso tutti che non fossero la sua famiglia (Yela di Montenegro ed i figli) ed il Generale Osio, inflessibile istitutore durante la sua gioventù.

Il Re diffidava praticamente di tutti, eccetto di Giolitti che essendo un grande professionista gli proponeva solo leggi o ordinanze che credeva realmente necessarie alla nazione e con parole pratiche ne spiegava le ragioni, ottenendo sempre la firma sul documento sottoposto, e qui finiva il loro dialogo.

Giovanni Giolitti era un profondo conoscitore dell’amministrazione statale e delle sue ramificazioni, della burocrazia e delle istituzioni, fin dal suo esordio nella politica attiva e dalla sua prima elezione egli si dedicò nelle commissioni alla macchina che costituiva il cuore delle funzioni pubbliche, cosa che lo aiutò moltissimo quando egli prese decisamente mano nelle riforme sociali che segnarono un’epoca tuttora insuperata quanto a risultati in Italia.

Fedele alla politica del dialogo egli cercò sempre di coinvolgere nella sua missione riformatrice “cum grano salis” le forze più popolari, escluse dalle consultazioni in precedenza, che non estremizzavano in maniera rivoluzionaria e sanguinosa le lotte sociali, come i radicali, i socialisti ed i cattolici liberali, mai si lasciò trascinare in avventure personalistiche anche se ne avrebbe avuto i numeri parlamentari, egli era un devoto servitore dello Stato e della Corona intesa come istituzione, se ci fosse stata la Repubblica l’avrebbe servita in egual maniera.

Giolitti fu anche un primo ministro molto giovane per l’epoca, infatti il suo primo incarico in tal senso lo ebbe a meno di cinquant’anni nel 1892, in un momento molto difficile per la politica italiana stretta tra diverse problematiche ed appena uscita dalla “minore età”, fu invero una sorpresa la sua nomina e molti dei notabili risorgimentali che monopolizzavano la scena ebbero problemi ad accettarlo, Crispi primo fra tutti: inaudito…..la massima carica data ad uno che non aveva fatto le lotte sacre per la Patria…..in realtà questi vecchi notabili avevano esaurito la loro propulsione risorgimentale, occorrevano forze fresche che ragionassero in maniera differente, liberali che lasciassero da parte le vecchie ideologie e tenessero conto delle nuove realtà costruite in una società che stava vorticosamente entrando in una fase di dinamismo economico e tecnologico, la disfatta di Adua, le cannonate a Milano del Generale Bava-Beccaris ed il successivo assassinio di Re Umberto I ne segneranno per sempre il punto di non ritorno.

Il suo primo governo era decisamente liberale, il primo che prevedesse una vasta riforma delle finanze statali (un vecchio pallino di Giolitti sin dalle sue prime interpellanze parlamentari) al tempo fragili ed allegre per dirla tutta, la reintroduzione del Bilancio che appariva oramai dimenticato, la presa in considerazione delle istanze sociali che provenivano dalle risoluzioni delle prime masse popolari organizzate: insomma dobbiamo pensare che alla corte reazionaria della Regina Margherita lo statista piemontese doveva apparire come un pericoloso sovversivo……

Tant’è comunque che i vecchi notabili riuscirono a costruire intorno al suo governo uno scandalo, quello della Banca Romana che lo costrinse alle dimissioni, ma nel giro di un paio d’anni egli caparbiamente tornò in parlamento con le prove che erano i suoi accusatori ad aver agito allegramente nei governi precedenti provocando il dissesto finanziario, in primis il Crispi, ed egli uscì così riabilitato completamente perché estraneo alla faccenda e non poteva essere altrimenti visto che conosceva perfettamente la macchina amministrativa ed istituzionale, questo gli venne utile in seguito quando egli ritornò nella stanza dei bottoni come Ministro degli Interni nel governo liberale di Giuseppe Zanardelli che aprì sostanzialmente la strada alla serie dei suoi successivi governi ed al più proficuo decennio che la politica italiana abbia mai conosciuto nella sua storia.

Egli anche dal punto di vista militare era decisamente revisionista sulla Triplice Alleanza con Austria e Germania, la vedeva solamente come interpretazione difensiva, per lui non v’era alcuna possibilità che l’Italia entrasse al fianco degli altri alleati in caso di loro dichiarazione di guerra, avrebbe portato aiuto solo nel caso fossero state attaccate da altre nazioni, ma anche questo gli stava stretto, egli aspirava certamente ad alleanze con stati più liberali come Regno Unito e Francia e la sua politica in tal senso non la nascondeva minimamente.

Dunque egli tornò alla politica governativa nel 1901 come Ministro degli Interni nel gabinetto Zanardelli, non sappiamo quanta volontà riformatrice ci fosse nel nuovo re Vittorio Emanuele III (anzi dubitiamo fortemente che esistesse) o quanta volontà invece v’era d’allontanare per sempre coloro che gli riteneva responsabili della morte del padre (ipotesi assai più veritiera), fatto sta che egli fu l’inconsapevole grimaldello per aprire una fase nuova nella politica italiana di cui Giolitti fu l’artefice principale da solo o successivamente attraverso i suoi luogotenenti (Fortis e Luzzati) meglio definiti come “ascari” per la devozione e l’abnegazione che ebbero nel mantenere salde le vie riformatrici alla base dell’ideologia liberale giolittiana durante il loro mandato come primi ministri.

Giolitti come Ministro degli Interni del governo Zanardelli mise a punto la sua perfetta macchina organizzatrice di controllo del territorio attraverso l’intera rete prefettizia e delle forze dell’ordine, fedele al suo ideale “meglio prevenire che reprimere” era in grado quasi sempre di anticipare eventuali problematiche soprattutto perché i prefetti, spesso promossi senza merito nel passato al solo scopo di far occupare poltrone, dovettero darsi da fare molto duramente per eseguire le aspettative del ministro, durante gli anni, perché Giolitti mantenne per sé l’interim degli Interni anche quando fu nominato Primo Ministro: durissime erano le reprimende per chi non soddisfaceva le sue aspettative, questo le fece passare in alcuni casi come un manipolatore di voti durante le tornate elettorali, in realtà egli non fece mai nessuna pressione particolare né passò mai “veline” via telegrafo in tal senso, furono i prefetti che per paura della rimozione cercarono di compiacerlo, intendiamoci non è che Giolitti fosse uno stinco di santo, egli sapeva benissimo che quando “dettava” le ordinanze s’aspettava delle precise risposte, ma lo faceva con lo spirito dello statista, sapeva che per attuare il suo piano di riforme serviva il controllo completo del territorio insieme a quello parlamentare.

L’intera macchina burocratica, amministrativa ed istituzionale era così oliata perfettamente, occorreva ora trovare delle sponde nell’opposizione per creare fronti comuni sulle votazioni ed egli si rivolse ai socialisti ed al sindacato della CGL invitandoli di fatto ad entrare con loro rappresentanti nei suoi diversi governi, ovviamente nessuno accettò, non erano ancora maturi i tempi ma per l’Italietta che cresceva fu un momento davvero importante dal punto di vista sociale.

Strano a pensarlo ora, egli ebbe molti più consensi nel sindacato, allora su posizioni nettamente moderate, il quale vedeva in lui un mezzo per migliorare le condizioni dei lavoratori piuttosto che nel partito socialista in cui come sempre (costantemente nel tempo) convivevano le due anime, quella riformista e quella massimalista, la prima favorevole al dialogo, la seconda completamente contraria in prospettiva “rivoluzionaria”.  

Con la CGL ed i suoi rappresentanti ci fu immediatamente sintonia e le leggi approvate sulla condizione del lavoro minorile, sull’assicurazione obbligatoria e sui trattamenti pensionistici ne furono esempi lampanti, Giolitti agiva da un buon padre di famiglia, conosceva perfettamente le condizioni dei lavoratori, sapeva che non poteva rivoluzionare il sistema in pochi anni (né l’avrebbe mai fatto) ma migliorarlo sensibilmente era un dovere, un must della sua politica, per cui i sindacalisti l’aiutarono limitando, quando possibile, l’arma dello sciopero durante i suoi governi, arma invece che fu usata molto a livello generale dal Partito Socialista quando a governare le segreterie e l’Avanti v’erano massimalisti come Ferri o rivoluzionari successivi come Mussolini, viceversa il dialogo parve dare risultati interessanti quando Giolitti poteva confrontarsi con Turati e Treves che la vedevano come il sindacato ma non sempre potevano prendere le stesse iniziative.

Nel 1904 le forze massimaliste, in odio a Giolitti, organizzarono il primo sciopero generale, annunciato in maniera roboante da Ferri, con il voto contrario di Turati, si moltiplicarono gli appelli dei benpensanti per una prova di forza autoritaria da parte del governo così da soffocare i manifestanti, scorreva realmente una paura palpabile tra la gente, si chiedeva lo Stato d’Assedio ma Giolitti rimase freddo, diede ordini tassativi ai prefetti ed alle forze dell’ordine: la protesta era perfettamente legale finché rimaneva nei termini consentiti dalla legge, quindi ogni intervento diretto contro i manifestanti era da lui sconsigliato (che tradotto nella sottile terminologia giolittiana significava proibito), questo diede modo di incanalare quella giornata nel verso giusto e con grande sollievo di tutti fu superata l’incombenza senza particolari problemi e senza bisogno d’interventi repressivi, i massimalisti pagarono caro alle successive elezioni il grande errore (il primo di una lunga serie) politico e Giolitti ebbe un personale trionfo per la gestione dei rapporti sociali e crediamo anche il personale plauso ideale di Turati, un grande uomo che si poteva configurare come l’alter ego del Primo Ministro nella sinistra d’allora, grandi politici per capacità ed intelligenza, molti pensano che se essi fossero stati liberi dai rispettivi picchetti di unire le loro forze, la nostra nazione ne avrebbe tratto un beneficio enorme sia politicamente, sia socialmente che economicamente, beh, io sono uno di quelli, essi si stimavano a vicenda, ma non riuscirono mai a governare insieme nemmeno null’ultimo disperato tentativo dello statista piemontese per evitare il peggio rappresentato dal fascismo, ma questo lo analizzeremo più avanti.

In realtà la paura principale era per il meridione, al nord le organizzazioni sindacali e politiche socialiste e radicali mantennero sempre una controparte nettamente legalitaria ed attenta all’impatto sociale, per cui problemi non ve ne furono praticamente mai, viceversa lo spirito insurrezionale tipico del sud favoriva gli estremismi esasperati e questi Giolitti puntò ad isolare per evitare problemi attraverso la rete prefettizia.

Un altro problema grave che Giolitti dovette affrontare fu quello del drammatico terremoto e maremoto calabro-siciliano del 1908, dove Reggio e Messina furono rase al suolo con oltre centomila morti, tuttavia anche in  questa occasione egli non perse minimamente il sangue freddo appena ricevuto notizie esaurienti il che significò almeno due giorni dopo il disastro, perché purtroppo la prima nave militare che riuscì a trasmettere dati certi trovò un ufficio telegrafico funzionante solo in quella data, l’unico appunto che al suo modo d’agire si può eventualmente individuare nel non aver intuito subito il disastro essendo rimasto senza i consueti dispacci giornalieri dalle due rispettive prefetture.

Mentre tutte le autorità correvano nelle città colpite dimenticandosi dei propri doveri in quell’impeto di emotività caratteristico dell’italiano medio, solo Giolitti restò intelligentemente al suo posto dirigendo tutti gli aiuti ed i supporti possibili, nel caos totale che coinvolse le istituzioni egli fu l’unico punto fermo ma ovviamente non poteva da solo bastare a coprire i danni dell’immensa sciagura. 

Nell’ultima parte del suo “decennio” alla guida del paese, Giolitti fece due importanti operazioni, una politica ed una militare quasi contemporaneamente; quella politica fu il suffragio universale maschile, votato in  accordo con la nuova linea politica riformista dei socialisti e la conquista della Libia, la migliore operazione di guerra dell’intera storia italiana.

Giolitti, come detto in precedenza non nascondeva d’essere contro la Triplice Alleanza ed attraverso i Ministri degli Esteri dei suoi governi Tittoni e San Giuliano (soprattutto con quest’ultimo) fece sempre in modo evolvere la politica diplomatica in modo da peggiorare i rapporti con l’Austria-Ungheria (soprattutto) e la Germania (molto meno), le sue intenzioni erano quelle di avere Trento e Trieste come compensi territoriali in cambio dell’espansionismo austro-ungarico nei Balcani, così fece operare in tal senso i suoi “uomini”, anche se al momento del Terremoto tremò, perché l’Austria era pronta ad una spedizione punitiva preventiva ma il suo Stato Maggiore venne fermato dall’Imperatore Francesco Giuseppe che eticamente lo impedì non concependo una simile azione che militarmente non avrebbe dato scampo alcuno all’Italia.

Così il San Giuliano strinse rapporti privilegiati con Francia e Regno Unito ottenendo il benestare per un’azione militare in Libia e riconoscendo ai francesi la stessa azione in Marocco.

La guerra con la Turchia fu studiata nei minimi particolari con un budget di spese ben superiore alle richieste dello Stato Maggiore Italiano, Giolitti non voleva vittime inutili, voleva la terra e tutto fu preparato alla perfezione, i turchi nulla poterono e la guerra fu davvero breve tanto da lasciare senza parole i governi degli altri paesi europei che si congratularono vivamente: si usarono gli aeroplani, il radiotelegrafo, le automobili ed i camion, tutto materiale nuovo per un conflitto e la Marina dispiegò tutta la sua potenza impedendo i rifornimenti alle truppe turche.

Possiamo affermare ora che la guerra contro i turchi per il possesso della Libia fu l’unica che vincemmo quasi passeggiando nella nostra storia, furono scelti i reparti migliori, quelli specializzati, per la prima volta furono usati i marines, ancora con le divise bianche dei marinai ma già truppa da sbarco, i comandi erano chiari e una volta di più i telegrammi di Giolitti non lasciavano spazio ad interpretazioni personali da parte dei Comandanti della spedizione, così insieme alla Libia entrammo in possesso anche di diverse isole dell’Egeo passate dopo la sconfitta turca sotto bandiera italiana come il Dodecaneso e la mitica Rodi.

Per quanto riguarda il suffragio universale maschile, esso era assolutamente inevitabile e Giolitti lo sapeva benissimo, comprendeva anche che questo configurava il disfacimento probabile delle vecchie modalità d’elezione basate sul proprio elettorato personale, ora ci si doveva rivolgere ad un pubblico più vasto, ma ciò a suo giudizio era il minore dei mali, almeno la legge elettorale rimaneva maggioritaria, cambiò e molto invece nelle prime elezioni del dopoguerra quando fu scelto il sistema proporzionale che diede il colpo finale alla politica post-risorgimentale.

Giolitti era stato spesso oggetto di tentativi di corruzione da parte di gruppi politici e maggiormente di quelli finanziari a carattere speculativo durante i suoi mandati, ma egli manteneva sempre la sua integerrima etica tanto che ad un malcapitato “affarista” venuto a proporgli una congrua “bustarella” se il governo avesse messo la sua mano per l’approvazione di una legge che avesse permesso “l’affare”, il nostro Primo Ministro rispose che per lui, comunque Ministro degli Interni, il governo poteva mettere le mani solamente dando disposizioni ai Reali Carabinieri…….

I suoi rapporti con la Chiesa erano possiamo dire così di routine,  egli personalmente da liberale cercava di limitare al minimo le sue esigenze religiose, celebrazioni ufficiali, matrimoni e messe di suffragio, era cattolico ma lo stato era davanti a tutto, non ammetteva interferenze e questo pesò negli anni venti contro di lui, era un laico credente nei limiti e nei modi che gli parevano i più corretti considerando gli anatemi papali contro la nazione italiana.

Era questo il personaggio, tutti i suoi figli si fecero da soli e lui non raccomandò nessuno, il suo palamidone, la curiosa giacca allungata che egli indossava sempre, spesso era rivoltata per non sprecare della buona stoffa, egli voleva un’equità di base per tutti, per cui si sentiva nel bisogno d’essere il primo a dare degli esempi, nessuno mai osò attaccarlo sul piano personale, nemmeno i suoi nemici politici, nemmeno Mussolini socialista (e poi fascista) che esternava peste e corna di tutti di fronte a lui s’arrendeva per la sua statura (non solo fisica) oltre la media, di lui aveva (ed avrà) sempre paura e non lo nascondeva.

Giolitti era contrario all’intervento nella Prima Guerra Mondiale, sapeva che l’Italia avrebbe avuto problemi pesanti perché le industrie riconvertite al fabbisogno militare non erano in grado di fare quel lavoro senza risentirne, occorreva preparare abbondanti scorte a carattere militare che non s’avevano (ed infatti i fanti italiani inizialmente combattevano con elmetti francesi che portavano la scritta RF), occorreva preparare la gente ai razionamenti alimentari a cui nessuno in realtà pensò mai e soprattutto occorrevano piani intelligenti per affrontare un fronte così vasto come quello orientale, nella sua logica pragmatica Trento e Trieste non valevano il probabile dispendio di morti, e poi non partecipando alla guerra Trento con ogni probabilità sarebbe stata restituita all’Italia e forse anche Trieste una volta che il conflitto fosse diventato più duro, insomma egli voleva che si mercanteggiasse di più per ottenere le due città, ma così non fu, così egli s’astenne anche da criticare i governi di guerra, era italiano e pur contrario preferiva un dignitoso dissenso silenzioso perché comunque i nostri soldati morivano nelle trincee.

Finita la guerra puntualmente si verificò ciò che Giolitti aveva predetto, la riconversione industriale iniziò a mietere vittime tra i lavoratori perché era difficile riprendere le precedenti produzioni senza diminuire il personale o chiudere le fabbriche, questo portò ad estremizzare la lotta politica verso l’estrema sinistra e l’estrema destra (con un salto della quaglia da parte di Mussolini passato dalla prima alla seconda come nulla fosse…..), si promulgò la nuova legge elettorale proporzionale che negli intenti doveva servire a fare entrare forze fresche in Parlamento, ma Giolitti in questo caso s’oppose perché comprendeva come in quel momento si necessitava invece di una certa stabilità, tornò comunque al governo come Primo Ministro un paio d’anni prima che Mussolini mettesse piede nello stesso palazzo, chiese uno sforzo all’amico Turati, di lasciarsi alle spalle i massimalisti e di creare un nuovo partito socialdemocratico con cui sbarrare la strada insieme ad interventi inevitabilmente reazionari (leggete le lettere accorate di Anna Kuliscioff affinché egli si decidesse al passo), ma il lombardo perse l’attimo fuggente, l’occasione giusta e Giolitti dovette abbandonare il suo posto comprendendo che non aveva altre sponde a cui appoggiarsi, poi c’era l’opposizione personale di Don Luigi Sturzo (e di conseguenza del Vaticano) che gli precludeva anche i voti dei popolari: il Papato presentò il conto al vecchio liberale, la sua parabola politica sembrava finita anche vista l’età.

Ma c’era una persona che lo temeva e fortemente: Benito Mussolini, il quale era terrorizzato dall’idea che il Re lo richiamasse in servizio in caso di necessità, così l’ex rivoluzionario socialista ed ora Presidente del Consiglio cercò in tutte le maniere d’averlo con lui ottenendo sempre duri rifiuti.

Giolitti fu uno dei pochi liberali a rimanere sempre antifascista fino alla morte, egli rifiutò tutto del Fascismo fin dall’inizio ed anche con il suo ultimo discorso nel 1928 egli precisò in Parlamento che ciò che stava facendo quel governo era illegittimo dal punto di vista giuridica, fu uno dei pochi (insieme ai rappresentanti del giovane Partito Comunista Italiano) a comprendere che l’Aventino era il miglior servizio fatto al Fascismo e rimase sempre al suo posto per protestare in maniera inequivocabile la contrarietà al continuo sopruso ed abbattimento che si stava facendo delle istituzioni democratiche e parlamentari.

Giolitti nel 1924 era stato eletto alla Camera non nel famoso Listone dove confluirono un po’ tutti i moderati del tempo speranzosi di poter contenere Mussolini ed il fascismo bensì in una sua lista locale insieme ad altri due amici liberali della zona, ininfluenti numericamente certamente ma orgogliosi di rappresentare la resistenza dello Stato Italiano Parlamentare fino alla sua fine, fu così un liberale a parlare per ultimo di libertà, di democrazia e di pluralismo politico nel 1928 in un’Assemblea senza più opposizione e votata per un ventennio alla malinconica apatia del Partito Unico.

Giovanni Giolitti morì lo stesso anno, Mussolini trasse un sospiro di sollievo, terminava la sua atavica paura verso quell’uomo che ai suoi occhi sembrava fatto d’acciaio, il capo del Fascismo aveva tanti difetti ma capiva molto bene cosa rappresentasse il vecchio statista liberale piemontese nella politica di quel tempo, ora problemi non ne avrebbe più avuti, con gli uomini di paglia la strada era tutta in discesa

 

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