Venezia 1700: ironia e
comicità d'un tramonto
di Mary Falco
(il testo dell’autrice è pubblicato su http://www.lafenice-mt.it/rivista-4-04/pagina6.html)
A fine nel maggio del 1797 i Francesi, che
avevano preso possesso della Serenissima con uno dei più discussi colpi di mano
napoleonici, decisero di conquistare il cuore della popolazione veneziana
riaprendo il teatro della Fenice, chiuso nella quaresima
di quell'anno e rimasto negletto a causa dell'incalzare degli eventi. Ottima
scelta, dato che le malelingue dell'epoca, ce n'erano
anche allora, avevano subito detto che per quanto i Veneziani avessero pianto
la caduta della Repubblica, non si erano disperati tanto quanto per l'incendio
del teatro di San Benedetto, il 25 febbraio del 1774: il fuoco s'era divorato
molti teatri anche nel sei e settecento, per quanto ai nostalgici secchi un po'
ammetterlo, dopo le polemiche accese appunto dall'ultimo rogo della Fenice!
Non solo, ma per sottolineare che i Francesi venivano
a proporre un mondo nuovo ed egualitario, invece dello spettacolo tradizionale
si offriva una bella festa danzante a cui tutti, ricchi e poveri, erano
caldamente invitati. E bisogna dire che l'iniziativa ebbe successo e se qualche
patrizio nostalgico restò a casa, ci fu un grosso
afflusso di gondolieri, arsenalotti, marinai disoccupati e soprattutto... cosa
che sotto sotto interessava ai più, tante donne gaie
e pronte a divertirsi. Le "barcaiuole"
dicono le cronache d'epoca, furono particolarmente apprezzate!
Bisogna dire che il bel sesso, istruito a dovere da "La donna galante ed
erudita", famoso rotocalco dell'epoca, nonché
dall'esposizione nelle Mercerie della famosissima "piavola
de Franza": una bambola in grandezza naturale che
veniva agghindata ogni anno in occasione dell'Ascensione con abiti nuovissimi
per suggerirne l'acquisto, aveva optato da un pezzo per la moda francese ed ora
era uno sfarfalleggiare di giallo canarino e cedro,
di verde mela e collo d'anitra, sapientemente abbinati a tutte le tonalità del
rosa. Le scollature erano sempre più vertiginose. I maligni dicono addirittura
che le veneziane si facevano fabbricare apposta dei busti troppo stretti dietro
ed aperti sul davanti, in modo che al minimo movimento
il seno balzasse fuori. Bisogna ricordare però ai moralisti che all'epoca le
donne allattavano i bambini fino ai due anni e che le popolane lo facevano
tranquillamente sedute sulla pubblica via, per cui il seno non era quell'oscuro
oggetto di desiderio che è diventato poi per la tradizione romantica! Comunque
in epoca napoleonica comparvero anche le "tette finte", per montare
ad arte quelle vere o per sostituirle in toto, a seconda
delle necessità e nonostante le proteste degli uomini così tratti in
inganno tale moda non è più tramontata. Curiosamente i moralisti protestarono
anche per la comparsa delle "culottes", cioè
delle mutande e molti medici s'affrettarono a dichiararle antigieniche. E, sì,
se le donne fossero state in casa, dov'era il loro posto, o fossero uscite coi gonnelloni pesanti in uso un
tempo, invece che con quelle mussoline delicate che venivano dalla Francia, non
ci sarebbe stato alcun bisogno di questa strana novità!
Le signore invece "più desiderose di baci che di calde parole"
commentavano i contemporanei, uscivano continuamente e frequentavano con gioia
teatri e feste. Unica differenza era il definitivo tramonto della "bauta", cioè della maschera, che i Francesi avevano
addirittura proibito perché la identificavano col potere dell'"ancien régime",
così come era passato di moda il gran tabarro nero e
tutti i delicati vestiti che il settecento riservava ai nobili: ora berretti
frigi, carmagnole attillate e scure, cravatte larghe erano gli argomenti più
indicati per attrarre le signore.
Queste dame almeno da due secoli facevano ben parlare di se':
basti per tutte l'aneddoto riguardante Cecilia Tron,
già amante di Cagliostro, che in occasione d'uno spettacolo cedette il proprio
palco al teatro di San Benedetto al duca di Curlandia
per 80 zecchini. Al suo ingresso la donna fu salutata
da una curiosa poesiola: "brava la Trona, la vende el palco più caro
de la mona!" per nulla imbarazzata dalla
presenza del marito la gentildonna sorrise e rispose: " gavè razon, perché questa, al
caso, la dono!"
Uno scherzo? Può darsi, ma le cronache del tempo non sono tutte così convinte.
Il sesso a Venezia è un grande argomento: la gente parla di 40.000 donnine di
piacere sparse per tutta la città, mentre duecento cortigiane di rango avevano
fatto redigere un prestigioso catalogo, con tariffe,
dati ed indirizzi.
Va tuttavia raccomandata una certa cautela nell'interpretazione di questi dati:
non possiamo paragonare le usanze d'un'epoca dove la
prostituzione era legale, con la situazione odierna! Senza nessun pregiudizio contro
la legge Merlin è chiaro che i giri legati alla mafia ed
all'importazione clandestina di minorenni non potevano esistere in una città di
porto, certo, ma piccolina, dove, per quanto oggi possa sembrare assurdo, si
poteva ancora pensare alla "cortigiana onesta" che esercitava il suo
mestiere con dignità. Non dimentichiamo poi che accanto agli atteggiamenti
liberi delle patrizie, da secoli ormai avvezze a mandare avanti da sole gli
affari di famiglia, perché i mariti erano in mare, c'era anche un "ménage"
borghese molto più tranquillo documentato a dovere dalle commedie di Gozzi e di
Goldoni.
Paradossalmente il fatto che oggi la classe media sia fuggita tutta a Mestre ripropone la stessa stratificazione sociale: accanto alle
donne più ricche, che hanno anticipato e portano avanti il discorso femminista,
ci sono ancora a Venezia tantissime famiglie povere, dove persino il diritto
all'istruzione delle figlie femmine è di nuovo messo in discussione!
Ma a parte le belle donne, com'era questa Venezia di
fine settecento?
Dal punto di vista monumentale più o meno quella di
oggi.
Sì, certo, quest'affermazione attirerà le ire dei laureandi in storia di Ca' Foscari, nonché dei più agguerriti
architetti dello IUAV, con le loro tesi attente che han contato tutti i mattoni
dei palazzi veneziani e sono perfettamente in grado di isolare quelli autentici
dalle deprecate ricostruzioni ottocentesche... ma per i turisti di tutti i
giorni, quelli alla buona, che fanno un giro a San Marco e se c'è bel tempo
arrivano fino alle isole, Venezia è data dal Canal Grande, piazza, Basilica,
Campanile (non autentico, questo si sa, ma pur sempre ricostruito "com'era
e dov'era" dopo il crollo del 1902) Salute e San Giorgio. Tutte cose
appunto già perfettamente godibili anche nel settecento.
La grossa differenza è rappresentata dalla rete di ponti e fondamenta, quasi
tutte di costruzione austriaca, se non addirittura più tarda: il Veneziano del
settecento si muoveva in barca; non solo la famosissima gondola con felze,
esclusivo privilegio patrizio, ma sandali, copani, margarote, rascone s'affollavano sulla laguna fin dalle prime luci dell'alba e
non si fermavano completamente neppure di notte. Casanova (e sulle sue mai
dimenticate avventure si sta appunto girando un film
in questi giorni) racconta l'abitudine di passeggiare all'alba al mercato di
Rialto, coi segni dei bagordi notturni ancora sul viso.
Per una città che viveva esclusivamente d'importazione
il mercato aveva per forza un fascino speciale, si comprava, non
dimentichiamolo, persino l'acqua, perché quella dei pozzi da tempo non bastava
più e poi non era mai stata completamente potabile: le barche adibite a questo
trasporto si chiamavano "burchi" e venivano dal Brenta, per questo
ancora oggi si chiama Burchiello il mezzo che lo risale. Ma
c'erano anche donne, dette "bigolanti" che
trasportavano i secchi per la città, di casa in casa, con acqua calda e fredda.
Chi non voleva andare in barca se ne stava a casa, o
meglio, davanti a casa, perché i primi piani erano umidi e bui, tanto che nella
bella stagione campi e calli erano affollate di bambini che giocavano ed
artigiani, uomini e donne, al lavoro: prime fra tutte le merlettaie e le "impiraperle" (donne che con speciali pettini
infilavano perle di vetro per le famosissime conterie veneziane) e poi via via: calzolai, fabbri e tutti i rivenditori di
commestibili, con botteghe stabili all'aperto o organizzati addirittura per una
distribuzione a domicilio.
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