ALESSANDRO
I ROMANOV TRA SANTA ALLEANZA E
DECABRISTI di Enrico
Galavotti
(tratto dal sito dell’autore www.homolaicus.com)
DA
NAPOLEONE ALLA GRECIA
Dal 1801 al 1825 l'impero russo
ebbe come zar Alessandro I Romanov, il principale artefice della disfatta
dell'impero napoleonico, colui che dopo la caduta di Napoleone divenne il più
potente sovrano d'Europa.
Il suo nome rimane strettamente
legato a un'iniziativa presa subito dopo la fine dei lavori del Congresso di
Vienna (1814-15) e che segna una sorta di spartiacque tra due distinte fasi
della sua vita: la prima contrassegnata da un certo spirito liberale, in cui
dominavano promesse, mai mantenute, di mutamenti sociali favorevoli alla
borghesia; la seconda caratterizzata invece dal conservatorismo più bieco,
secondo appunto i principi della Restaurazione post-napoleonica.
L'iniziativa di cui egli si fece
promotore è notoriamente chiamata col nome di "Santa Alleanza".
Molti storici sono propensi ad
attribuire questo "voltafaccia" alla natura contraddittoria della sua
personalità, formatasi in ambienti che nello stesso tempo erano favorevoli e
contrari alla rivoluzione francese (dal tutore svizzero Federic Cesar de
Laharpe, seguace di Rousseau, al suo istruttore militare, Generale Soltikov,
che lo introdusse alle tradizioni dell'autocrazia russa). Questa ambiguità di
carattere portò Napoleone a considerarlo alla stregua di uno "scaltro
bizantino", mentre il Metternich lo riteneva addirittura un "pazzo da
assecondare".
In realtà lo zar rifletteva nella
sua personalità le contraddizioni di un intero paese, che mentre da un lato
(proprietari terrieri, militari di alto rango, funzionari statali, clero) era
convinto di poter continuare ancora per molto tempo sulla strada dell'autocrazia
feudale, dall'altro invece (intellettuali illuminati, borghesia, militari di
rango inferiore) non poteva fare a meno di constatare i grandi progressi
economici di molti Stati europei che da tempo avevano imboccato la strada del
capitalismo. Senza poi considerare che la stragrande maggioranza dei lavoratori
- i contadini - non riusciva più a sopporttare le angherie del servaggio.
Prima della guerra contro
Napoleone, Alessandro I aveva sostenuto due guerre vittoriose contro i turchi
(1806-12) e contro i persiani (1804-13).
Grazie all'aiuto militare russo, i
serbi furono i primi tra i popoli della penisola balcanica ad acquisire
l'indipendenza dal dominio turco (l'insurrezione era scoppiata nel 1804). I
turchi dichiararono guerra alla Russia nel 1806, sotto pressione della Francia
napoleonica, che voleva indebolire le posizioni dello zar nel Vicino Oriente.
In quel frangente cercò di
approfittarne l'Inghilterra, alleata della Russia, con l'obiettivo di
conquistare gli stretti del Bosforo, strategici per il commercio con l'Asia.
Gli inglesi tuttavia ne uscirono sconfitti, mentre la Russia riuscì invece a
conquistare la Bessarabia (1812), e probabilmente avrebbe liberato anche la
Moldavia e la Valacchia dal giogo turco, se Napoleone non avesse deciso di attaccarla.
Molto più semplice fu la guerra
contro la Persia, in quanto furono le stesse popolazioni della Transcaucasia
che, ridotte allo stremo dallo sfruttamento inumano dei feudatari turchi e
persiani, a chiedere l'intervento della Russia.
A dir il vero nella fase iniziale
della guerra, la situazione fu complicata dal fatto che la Persia era riuscita
ad ottenere l'appoggio di Francia e Inghilterra, ma fu proprio la rivalità che
opponeva queste due grandi potenze a permettere ai russi di avere la meglio sui
persiani, i quali dovettero loro riconoscere l'esclusivo diritto di tenere nel
Mar Caspio una flotta da guerra.
L'errore più grave di Alessandro I
fu quello di non aver aiutato la Grecia, nel momento decisivo, a liberarsi dei
turchi. Infatti lo sviluppo delle idee di liberazione nazionale in questo paese
era stato stimolato proprio da due avvenimenti in cui la Russia aveva giocato
un ruolo decisivo: la creazione di una Repubblica di sette isole nel Mar Ionio
(il primo Stato costituzionale con popolazione greca), e la lotta scatenatasi
in Serbia per l'indipendenza dal giogo turco.
Come noto, la rivolta scoppiò nel
1821, nei principati danubiani di Moldavia e Valacchia. Era guidata da una
società segreta, "Eteria", formatasi nel 1814 a Odessa: il suo leader
era un generale al servizio dell'esercito russo, Alexandros Ypsilanti.
Ebbene lo zar, temendo
ripercussioni a causa degli impegni presi in seguito al trattato della Santa
Alleanza, il quale prevedeva l'obbligo di soffocare, ovunque si manifestassero,
i tentativi insurrezionali (non a caso il Metternich aveva minacciato di porsi
dalla parte dei turchi), non diede alcun aiuto militare alla causa dei greci.
Così i turchi ne approfittarono reprimendo con grande crudeltà la rivolta.
Tuttavia dopo pochi mesi essa scoppiò
di nuovo, sia in Grecia che nella Morea, al punto che nel 1822 la Grecia volle
proclamarsi indipendente.
Ma il governo turco reagì in
maniera ancora più spietata: nell'isola di Chio, ove risiedevano 100.000
abitanti, ne rimasero solo duemila; a Costantinopoli fu impiccato il patriarca
ortodosso Gregorio V, e solo quando la flotta turca si apprestava ad attaccare
le coste greche si fece strada la protesta negli ambienti intellettuali europei
più illuminati.
In aiuto della Grecia accorsero
volontari da vari paesi: Germania, Francia, Inghilterra, Italia... Byron e
Santorre di Santarosa diedero la loro vita.
Nonostante che i turchi avessero
ottenuto l'appoggio bellico del potente vassallo egiziano, non avrebbero vinto
se all'interno della neonata repubblica greca non fossero scoppiati gravi
disordini tra i sostenitori di un governo borghese-aristocratico e quelli di un
governo popolare-contadino.
La guerra civile indebolì le forze
greche che si videro ben presto sconfitte in Morea e con la città di Missolungi
completamente distrutta.
Il governo russo cominciò a
intervenire solo nel 1825, dopo la morte dello zar Alessandro, e solo nel 1827
Russia, Inghilterra e Francia si decisero a firmare una convenzione con la
quale chiedere ai turchi di ritirarsi, riconoscendo alla Grecia, se non
l'indipendenza, almeno l'autonomia.
Il governo turco respinse la
proposta e prese ad attaccare le ultime isole rimaste in mano greca.
Significativamente, nonostante la flotta turco-egiziana venisse completamente
sconfitta da quella degli alleati, Francia e Inghilterra non volevano fare
pressione sui turchi, temendo di dover agevolare la Russia, la cui presenza nel
Mediterraneo veniva considerata particolarmente sgradita.
Poiché dunque le trattative per la
resa si protraevano per le lunghe, ruppe gli indugi lo zar Nicola I, che mal
sopportava le restrizioni turche al commercio del proprio paese, nonché il
rifiuto da parte del sultano di riconoscere l'autonomia a serbi, moldavi e
valacchi. La guerra fu dichiarata nel 1828 e nel 1830, nonostante l'appoggio
esplicito dell'Austria a favore dei turchi, la Grecia poté finalmente, pur
senza alcuni territori (parte dell'Epiro, Tessaglia, Creta, isole Ioniche...),
avere la propria indipendenza.
Dopo lunghe trattative tra
Inghilterra, Francia e Russia, si decise che la Grecia sarebbe stata governata
da un principe tedesco, mentre l'economia e la finanza sarebbe state gestite
dagli inglesi. Il peso maggiore delle operazioni belliche era stato sostenuto
dai russi, ma i veri vincitori furono gli inglesi. E pensare che gli affari
dell'impero ottomano, su richiesta dello zar Alessandro, erano stati esclusi
dalle deliberazioni del Congresso di Vienna, in quanto -diceva lo zar-
"affari interni alle questioni domestiche russe".
LA
RIVOLTA DECABRISTA
La guerra patriottica del 1812
aveva prodotto danni enormi alle forze produttive del paese. Dal 1812 al 1817
la popolazione russa era diminuita di circa il 10% (da 45 a 41 milioni di
abitanti). Centinaia di migliaia di famiglie contadine era state completamente
rovinate dalla campagna napoleonica.
L'industria era quasi inesistente o
comunque con un basso livello di sviluppo. Nella seconda metà degli anni Venti
si contavano circa 1.800 manifatture, che davano lavoro a circa 340.000 operai.
I prodotti industriali erano troppo cari per poter competere con quelli
stranieri e la domanda interna restava molto limitata.
Il servaggio si era addirittura
intensificato, in quanto erano aumentati i prezzi del frumento e delle materie
prime agricole nell'Europa post-napoleonica. E ai grandi proprietari terrieri
tornava comodo approfittare dell'occasione sfruttando al massimo i contadini.
La miopia del governo zarista fu
assoluta in questo periodo. Nel 1816-20 si registrarono, soprattutto nel bacino
del Don, ben 87 rivolte contadine: tutte furono spietatamente represse dal
generale Arakčeev, un premier feudatario con poteri praticamente
illimitati.
Alessandro I non solo aveva
ripristinato il diritto feudale di esiliare i servi della gleba in Siberia,
senza processo, ma aveva anche insediato nel paese le cosiddette "colonie
militari", un corpo armato speciale di 375.000 uomini, dislocati dalle
rive del Baltico al mar Nero, uomini che altri non erano che contadini
obbligati a lavorare e contemporaneamente a prestare servizio militare,
fornendo alle colonie cibo e foraggi. Se si considera che la vita di questi
coloni era completamente militarizzata, il governo era in grado di disporre di
un enorme esercito regolare senza dover aumentare le spese per il suo
mantenimento.
Le rivolte naturalmente
aumentarono, ma avevano carattere spontaneistico e venivano tutte brutalmente
represse. La borghesia era troppo debole per appoggiarle.
Sul piano culturale la monumentale Storia
dello Stato russo di N. M. Karamzin negava completamente il ruolo delle
masse nei processi storici; si usava la religione come strumento ideologico di
oppressione, al punto che nel 1817 il Ministero dell'Istruzione fu trasformato
in Ministero degli Affari Spirituali e dell'Istruzione popolare; il grande
scrittore A. Puskin fu minacciato di esilio in Siberia (nel 1820 gli
fu sostituita la pena con l'esilio in Bessarabia).
La prima associazione
rivoluzionaria fu chiamata "Lega della salvezza" (1816), poiché la
gioventù aristocratica d'avanguardia, che aveva combattuto all'estero, al tempo
delle campagne antinapoleoniche (1813-14), era convinta fosse giunta l'ora di
"salvare" la Russia, liquidandone il servaggio feudale e l'assoluta
autocrazia.
Questi giovani, che pur dicevano
d'ispirarsi ai club francesi rivoluzionari, non volevano abbattere lo zarismo
con la forza, ma semplicemente chiedere la promulgazione della Costituzione, e
avevano pensato di farlo subito dopo la morte naturale dello zar. Nel frattempo
lo scopo principale era di trovare ampi consensi nell'ambito dell'apparato
statale.
Tuttavia dopo due anni gli iscritti
erano solo una trentina. Dalle ceneri di questa associazione nacque nel 1818
"L'unione della prosperità", questa volta aperta a tutti e con lo
scopo di compiere un colpo di stato. Ora si puntava sulla propaganda delle idee
rivoluzionarie presso i circoli letterari e sociali. In tre anni gli iscritti
salirono a 200 e nel 1820 si arrivò a ipotizzare il passaggio dalla monarchia
alla repubblica.
La tensione intanto stava salendo
negli ambienti militari: dal 1816 al 1825 si verificarono 15 ribellioni o
ammutinamenti contro il regime di Arakčeev. Le dure repressioni e le prime
defezioni portarono nel 1821 a sospendere l'attività pubblica dell'Unione, e a
rifondarla in maniera del tutto clandestina, con un'accurata selezione dei soci.
La nuova organizzazione si sdoppiò
in due tronconi: quella con sede a Pietroburgo si chiamava "Associazione
del nord", quella con sede a Kiev, in Ucraina, si chiamava
"Associazione del sud", capeggiata da Pavel Pestel. Il programma era
repubblicano, da realizzare mediante insurrezione militare. All'inizio del 1823
si presero contatti con un'associazione polacca patriottica.
Gli obiettivi col tempo si erano
radicalizzati, ma più nell'Associazione di Kiev che non in quella di
Pietroburgo, la quale infatti si limitava a voler la fine del servaggio senza
assicurare le terre ai contadini e non disdegnava l'idea di accontentarsi di
una monarchia costituzionale; solo successivamente si convinse ad assicurare ai
contadini il diritto alla casa, garantendo loro un minimo di terra per
sopravvivere.
Viceversa l'Associazione del sud
sosteneva che tutto il potere legislativo, giudiziario e amministrativo doveva
passare ai rappresentanti eletti dal popolo; i diritti politici dovevano essere
concessi a tutti gli uomini che avevano compiuto il ventesimo anno di età; i
grandi latifondi andavano confiscati: metà di tutte le terre doveva essere
statalizzata e ridistribuita gratuitamente ai contadini, l'altra metà invece
poteva essere venduta o affittata.
Tuttavia entrambe le Associazioni
confidavano soprattutto nella tattica dell'insurrezione militare e non avevano
fiducia nella partecipazione delle masse. Erano anzi convinte che la
rivoluzione si sarebbe compiuta senza spargimento di sangue, in maniera analoga
a quella spagnola. (1)
L'Associazione del sud aveva anche in mente di creare una sorta di repubblica
federata panslavista e chiedeva l'indipendenza della Polonia.
L'improvvisa morte dello zar (su
cui s'è favoleggiato non poco, in quanto il suo corpo non è mai stato trovato)
fece precipitare gli eventi: si decise immediatamente di approfittare della
situazione di interregno, occupando il potere a Pietroburgo.
Alessandro infatti aveva lasciato
il trono senza eredi diretti, non avendo avuto figli. Ufficialmente avrebbe
dovuto succedergli il fratello più anziano, Costantino, che però aveva
rinunciato ai suoi diritti, sapendo che Alessandro, segretamente, aveva
designato alla successione Nicola, altro suo fratello.
L'incertezza iniziale della
successione venne sfruttata per compiere il colpo di stato e proclamare la
convocazione di un'assemblea costituente.
La rivolta tuttavia fallì
miseramente, in quanto il colonnello S. P. Trubeckoj, cui era stato affidato il
comando delle truppe ribelli, che erano oltre 3.000, non si presentò neppure
sulla piazza antistante il palazzo d'Inverno, sicché lasciò tutti senza
direzione.
Le truppe dello zar (oltre 10.000
uomini) colsero la palla al balzo e con l'artiglieria pesante uccisero e
ferirono migliaia di uomini. Ristabilito l'ordine fu poi facile eliminare anche
l'Associazione del sud, insorta nel 1826. La repressione di Nicola I fu
durissima.
IL
RUOLO DELLA RUSSIA IN EUROPA
La rivolta decabrista (da dekabŕ,
dicembre) fu sventata dallo zar Nicola I, ma Alessandro avrebbe fatto la stessa
cosa. Sul piano politico le differenze tra i due erano minime e sul piano
personale stavano unicamente nella maggiore importanza che Alessandro
attribuiva alla religione.
Sotto di lui infatti, soprattutto
nella prima fase del suo regno, fiorì a corte il misticismo pietistico che, in
nome del liberalismo illuminato, ambiva a favorire, in politica interna,
la coscienza nazionale-ortodossa, nella speranza che ciò servisse da collante
tra le esigenze della società civile e quelle dello Stato autocrate, mentre in politica
estera si favoriva il sincretismo tra le tre confessioni cristiane:
ortodossa, cattolica e protestante. In tal senso Napoleone veniva considerato,
dall'establishment, come una sorta di "anticristo", anche se i
giovani ufficiali la pensavano diversamente.
La testimonianza più eloquente
della volontà di Alessandro I di convogliare gli interessi e gli ideali dei
governi legittimisti, restaurati dal Congresso di Vienna, verso l'obiettivo
comune di realizzare un'Europa migliore di quella voluta da Napoleone, fu
appunto il patto della Santa Alleanza, in cui il ruolo pacificatore delle
diverse confessioni cristiane non avrebbe dovuto essere inferiore a quello
degli eserciti nazionali per garantire la sicurezza delle monarchie e l'ordine
pubblico.
In realtà la rivoluzione francese
aveva trovato in Russia molti sostenitori. Sin dal 1790 avevano cominciato ad
essere pubblicate numerose opere dei protagonisti di quella rivoluzione e
dell'Enciclopedia, tradotte e vendute illegalmente sotto forma di manoscritti.
Il primo pensatore rivoluzionario
russo era stato A. N. Radisčev, ma era famoso anche l'illuminista N. I.
Novikov, entrambi esiliati e incarcerati da Caterina II (1762-1796). E fecero
la loro parte anche Puškin e Lermontov, successivamente Belinskij e Herzen.
La Francia rivoluzionaria
(anticlericale sul piano religioso) faceva così paura che il primo zar a unirsi
alla coalizione antinapoleonica fu Paolo I (1796-1801), che si considerava
"il gendarme d'Europa". Siccome però gli inglesi temevano la supremazia
russa sui turchi e non volevano assolutamente che la flotta russa entrasse nel
Mediterraneo, lo zar aveva deciso di rompere con gli inglesi, preferendo
intavolare trattative con gli stessi francesi.
Ciò gli fu fatale, poiché
l'Inghilterra era il più importante mercato per l'export dei prodotti agricoli
dei grandi latifondisti russi (pomescik). Sicché lo zar fu ucciso da
alcuni congiurati aristocratici nel 1801, col pieno appoggio dell'ambasciata
inglese di Pietroburgo, e forse anche con quello del figlio maggiore
Alessandro, che venne incoronato zar subito dopo.
La Russia aveva mostrato
visibilmente tutti i suoi ritardi nello sviluppo industriale soprattutto nel
primo trentennio del XIX secolo (nel 1804 le imprese industriali con più di 16
dipendenti erano soltanto 1.200). E nello stesso tempo era lontanissima dal
compiere un'autentica riforma agraria a favore dei contadini. Per ottenere la
fine del servaggio le masse rurali dal 1801 al 1861 dovranno fare più di
duemila manifestazioni. L'inizio della vera rivoluzione industriale avverrà
solo alla fine degli anni Trenta.
Tutti i paesi europei guardavano
questo immenso paese con un atteggiamento contraddittorio: da un lato infatti
se ne servivano quando si dovevano reprimere i moti liberali, dall'altro lo
temevano quando lo vedevano battere con relativa facilità le forze turche e
persiane (p.es. in Transcaucasia e Asia centrale, tra il 1801 e il 1822),
dall'altro ancora ambivano a conquistarne le terre per sfruttarne le immense
risorse naturali.
Le truppe napoleoniche non
sarebbero potute entrare così facilmente in Russia se non ci fossero state le
sanguinose repressioni del governo zarista contro i contadini. Peraltro non era
solo la Francia a volere la fine della Russia zarista.
Nel 1788, proprio mentre Caterina
II combatteva contro i turchi, si era costituita la triplice alleanza tra
Inghilterra, Prussia e Olanda, volta a scalzare le posizioni russe sul Baltico.
Contemporaneamente era scoppiata la guerra russo-svedese, con cui la Russia era
riuscita ad annettersi la Finlandia (1809). E l'Austria, pur alleata dei russi,
venne allora convinta da inglesi e prussiani a non intervenire.
Questi conflitti di fine
Settecento, in cui peraltro i generali russi mostrarono di non essere inferiori
ai loro rivali europei, si erano improvvisamente attenuati quando le monarchie
conservatrici s'erano accorte che il vero nemico da combattere non era la
Russia feudale ma la Francia rivoluzionaria.
In nome della coalizione
antifrancese la Russia era persino riuscita, insieme alla Prussia e
all'Austria, a spartirsi la Polonia, che cessò di esistere come Stato
indipendente (1815).
La guerra del 1789-99 contro la
Francia, a fianco di Austria, Inghilterra e Turchia, fu condotta dai russi in
maniera così efficace che i loro marinai, comandati dall'ammiraglio Ushakov, e
le truppe del feldmaresciallo Suvorov erano persino riuscite a liberare Napoli,
Roma e l'Italia settentrionale. Erano addirittura pronte a marciare su Parigi
se l'Austria, che non voleva un'Italia indipendente, non l'avesse impedito. La
coalizione antifrancese di disgregò quando Napoleone accettò di patteggiare coi
russi, ai quali fu dato ordine da parte dello zar di fermarsi in Svizzera.
Le potenze europee temevano
Napoleone, ma non fecero nulla per impedirgli di attaccare la Russia. Anzi, nel
1801 iniziarono le ostilità tra Russia e Inghilterra per la conquista
dell'India.
Alessandro aveva ristabilito
relazioni diplomatiche con gli inglesi e sbagliò completamente la sua politica
diplomatica e militare coi francesi.
Lo zar non aveva capito che
Napoleone, dopo aver conquistato quasi tutta l'Europa occidentale, avrebbe
voluto conquistare anche la Russia. E nel giugno 1812, quando le truppe
francesi, senza alcuna dichiarazione di guerra, attraversarono lo Niemen,
quelle russe erano del tutte impreparate ad affrontarle. Un tragico errore che
la Russia ripeterà nel 1941 nel confronto con la Germania nazista.
Non solo, ma se Alessandro non si
fosse deciso a nominare il generale Kutuzov comandante in capo, l'esercito
russo, che si trovava in una situazione difficilissima, ne sarebbe uscito
sicuramente sconfitto. Erano già state perse battaglie decisive come quella di
Austerlitz, Eylau e Friedland, che avevano portato alla pace di Tilsitt (1807).
Invece non solo la Russia fu salva
ma anche l'Europa. Infatti l'annientamento della Grande Armata francese
(640.000 uomini), nel 1812, fu il segnale per il risveglio dei movimenti di
liberazione nazionale contro il dominio napoleonico (Napoleone fu esiliato
nell'isola d'Elba nel 1814). Esattamente come la vittoria della Russia
bolscevica determinerà la sconfitta del nazismo in tutta Europa.
Alessandro I tuttavia di nuovo non
riuscì a comprendere che i movimenti popolari non si sarebbero liberati di
Napoleone per tornare all'assolutismo monarchico tardo-feudale dei secoli
precedenti. Le idee democratico-repubblicane della rivoluzione francese avevano
fatto breccia tra la gente comune e difficilmente avrebbe potuto esserci una
"Santa Alleanza" in grado di fermarle.
Patetico, in questo senso, fu il suo
tentativo di epurare dall'esercito tutti gli ufficiali cresciuti alla scuola di
Suvorov e di Kutuzov, col pretesto che nelle campagne degli anni 1813-15,
condotte all'estero, ci si era contaminati da idee francesi.
Ancor più illusorio fu il tentativo
di servirsi della religione per ostacolare la diffusione delle idee sovversive,
cacciando dalle università i docenti progressisti e imponendo in tutto il paese
una soffocante censura sul libero pensiero.
LA
SANTA ALLEANZA
Nell'imminenza del Congresso di Vienna
la Russia si era presentata come un paese particolarmente conservatore,
nettamente agricolo-feudale, fortemente protezionista nel commercio estero,
fornitore di derrate alimentari a tutta Europa.
La Santa Alleanza fu voluta dallo
zar Alessandro I e immediatamente sottoscritta dall'imperatore austriaco
Francesco II e dal re di Prussia Federico Guglielmo III. Il trattato verrà poi
firmato da quasi tutti i sovrani europei. L'Inghilterra, rivale della Russia,
non aderì ufficialmente ma lo sostenne praticamente.
Si trattava di un'alleanza di
sovrani contro i loro stessi popoli. L'obiettivo infatti era quello di
prevenire lo sviluppo dei movimenti rivoluzionari e in ogni caso di
distruggerne l'esistenza, ovunque si manifestassero. Nel 1818 vi fu addirittura
una sorta di "Quadruplice Alleanza", tra Russia, Prussia, Austria e
Inghilterra, per impedire che in Francia avvenisse qualunque forma di
cambiamento.
Tuttavia, poiché l'ondata
rivoluzionaria iniziò subito dopo il Congresso di Vienna, in Spagna,
Portogallo, a Napoli, in Piemonte nel 1820 e nel 1821 in Grecia, la Santa
Alleanza fu costretta a riunire i propri congressi a più riprese: nel 1820 a
Troppau (Opava), nel 1821 a Laibach (Lubiana), nel 1822 a Verona. Metternich
faticava per convincere Russia e Prussia a intervenire congiuntamente contro
gli insorti nei territori dell'impero austriaco (troppe erano le spese
militari), ma poi alla fine otteneva sempre quello che voleva.
Una delle armi più potenti della
reazione europea fu quella del clero cattolico, che pur ufficialmente non aveva
visto di buon occhio un'alleanza con lo zar ortodosso e un sovrano protestante.
La chiesa s'impadronì dell'istruzione pubblica in molti Stati e diffuse la
propria ideologia contro quella laico-scientifica del XVIII secolo.
Feroci nemici della rivoluzione
furono gli intellettuali Joseph de Maistre, Louis-Gabriel de Bonald e L.
Haller.
Sia il testo uscito dal Congresso
di Vienna che il patto della Santa Alleanza aprono con un incipit clericale:
"In nome della Santissima e Indivisibile Trinità". Era un richiamo
esplicito alla fede religiosa, ritenuta valore comune contro l'anticlericalismo
giacobino e napoleonico.
Le sconfitte della rivoluzione
francese e dell'avventura napoleonica avevano dimostrato che l'idea di
democrazia borghese, quella settaria, quella che non ha bisogno del consenso
delle masse per imporsi, quella che si serve della forza meramente militare,
non aveva futuro.
Ma l'alternativa qual era? Lo zar
era ancora convinto che in nome del cristianesimo si sarebbe potuta creare
un'Europa diversa, migliore di quella napoleonica, che col proprio laicismo
aveva procurato solo guerre e distruzioni.
In nome di quale
"cristianesimo"? Ortodosso, cattolico o protestante? Tre confessioni
così radicalmente diverse, lacerate da un passato sanguinoso, si sarebbe
trovate improvvisamente unanimi nei confronti del laicismo e del capitalismo?
Lo zar era favorevole a uno Stato
confessionale, in cui la religione non fosse di semplice facciata, ma svolgesse
un ruolo propositivo, catalizzatore, persino nell'ambito della giustizia
sociale, correggendo le storture dovute all'umana debolezza.
Nel testo della Santa Alleanza si
ha l'impressione di avere a che fare con uno zar talmente idealista da essere
del tutto fuori del suo tempo. Egli infatti sembra non rendersi conto che le
sue parole potevano essere facilmente strumentalizzate per difendere interessi
tutt'altro che cristiani. Cioè non si rende conto che il cristianesimo era solo
una parola vuota, uno strumento ideologico di oppressione, e che i sovrani
sedicenti "cristiani" non lo erano affatto per convinzione personale
e non avrebbero mai potuto svolgere un'azione di governo più giusta in nome del
cristianesimo.
Particolarmente utopica era l'idea
di poter fare dell'Europa un'unica nazione cristiana, prescindendo dalle
differenze di principi etico-religiosi, dalle rivalità degli interessi
politico-economici che tenevano gli Stati in antagonismo tra loro.
Il documento della Santa Alleanza
attesta che l'idealismo religioso era in Russia più sviluppato che nell'Europa
occidentale, e forse anche questo aveva contribuito al ritardo del paese sul
piano dello sviluppo capitalistico.
L'appello paternalista dello zar di
considerarsi in Europa come "fratelli e compatrioti", prestandosi
"assistenza, aiuto e soccorso" in qualunque occasione e luogo, sembra
abbia avuto un valore più per la politica estera del suo paese che per la
politica interna.
Alessandro infatti si sentiva
talmente impegnato nel reprimere in Europa i moti rivoluzionari che aveva
praticamente affidato la guida del paese al conte Arakčeev, un crudele
fautore della servitù della gleba. Di tutte le sue idee integraliste e
assolutiste lo zar riusciva a sopportare l'intrinseca debolezza più all'estero
che in patria.
Era in sostanza convinto che la
Russia beneficiasse di una maggiore coerenza tra ideali cristiani e prassi
sociale e che, per questa ragione, essa si sentisse in dovere di aiutare i
paesi europei a recuperare tale coerenza. Voleva porre rimedio alle deviazioni
laiciste e borghesi dell'occidente, al fine di salvaguardare i destini del
proprio paese.
(1) Negli anni
1820-23 una rivolta di militari liberali e massoni, guidata dal colonnello
Rafael de Riego, che aveva partecipato alla resistenza antinapoleonica, e che
si rifiutò di compiere una spedizione militare oltreoceano, contro i coloni
ribelli, costrinse il Borbone a ripristinare la Costituzione di Cádice del
1812. I militari spagnoli avevano ottenuto l'appoggio della borghesia
cittadina, di molti intellettuali e di alcune frazioni liberali della nobiltà.
Patto della Santa Alleanza
In nome della santissima e
indivisibile Trinità.
Le LL. MM. l'Imperatore d'Austria,
il Re di Prussia e l'Imperatore di tutte le Russie, in seguito ai grandi
avvenimenti che hanno segnato in Europa il corso degli ultimi tre anni, e
principalmente alle grazie che è piaciuto alla Divina Provvidenza di spargere
sugli Stati, i cui governi hanno riposto in Essa sola la loro fiducia e la loro
speranza, avendo acquistata l'intima convinzione che è necessario stabilire il
cammino da seguire dalle Potenze nei loro reciproci rapporti, sulle sublimi
verità che c'insegna l'eterna religione di Dio salvatore:
Dichiarano solennemente che il
presente atto ha per solo oggetto di manifestare al cospetto dell'universo la
loro ferma determinazione di prendere per norma della loro condotta, sia
nell'amministrazione dei loro rispettivi Stati, sia nelle loro relazioni
politiche con qualunque altro governo, i precetti di quella santa religione,
precetti di giustizia, di carità e di pace, i quali, lungi dall'essere
unicamente applicabili alla vita privata, devono al contrario influire
direttamente sulle risoluzioni dei princìpi, e guidare tutti i loro passi,
essendo questo il solo mezzo di consolidare le umane istituzioni, e di rimediare
alle loro imperfezioni.
Di conseguenza le LL. MM. hanno
convenuto gli articoli seguenti:
Art. 1. Conformemente alle parole
delle Sante Scritture, le quali comandano a tutti gli uomini di riguardarsi
come fratelli, i tre monarchi contraenti rimarranno uniti con legami di vera e
indissolubile fratellanza, e considerandosi come compatrioti, in qualunque
occasione ed in qualunque luogo si presteranno assistenza, aiuto e soccorso; e
considerandosi verso i loro sudditi ed eserciti come padri di famiglia, li guideranno
nello stesso spirito di fratellanza da cui sono animati per proteggere la
religione, la pace e la giustizia.
Art. 2. Di conseguenza, il solo
principio in vigore, sia fra i detti governi, sia fra i loro sudditi, sarà
quello di rendersi reciprocamente servizio, di manifestarsi con una benevolenza
inalterabile le scambievoli affezioni da cui devono essere animati, di
considerarsi tutti come membri di una medesima nazione cristiana, riguardandosi
i tre Prìncipi alleati, essi stessi, come delegati della Provvidenza a
governare tre rami della stessa famiglia, cioè: l'Austria, la Prussia, e la
Russia, dichiarando così che la nazione cristiana di cui Essi e i loro popoli
fanno parte, non ha realmente altro sovrano se non quello a cui solo appartiene
in proprietà il potere, perchè in lui solo si trovano tutti i tesori
dell'amore, della scienza e della saggezza infinita, cioè a dire Dio, il nostro
Divin Salvatore Gesù Cristo, il Verbo dell'Altissimo, la parola di vita.
Le LL. MM. raccomandano in
conseguenza con la più tenera sollecitudine ai loro popoli, come unico mezzo di
godere di quella pace che nasce dalla buona coscienza, e che sola è durevole,
di fortificarsi ogni giorno di i più nei princìpi e nell'esercizio dei doveri
che il Divin Salvatore ha insegnato agli uomini.
Art. 3. Tutte le Potenze che vorranno
solennemente approvare i sacri princìpi che hanno dettato il presente atto, e
riconosceranno quanto importi alla felicità delle nazioni già abbastanza
agitate, che quelle verità esercitino da ora in poi sugli umani destini tutta
l'influenza che lor appartiene, saranno accolte con tanta premura quanta
affezione in questa Santa Alleanza.
Fatto in triplo e sottoscritto a
Parigi, l'anno di grazia 1815, il 14-26 settembre.
FRANCESCO II
FEDERICO GUGLIELMO III
ALESSANDRO I
F. Gaeta - P. Villani, Documenti
e testimonianze, ed. Principato, Milano 1971, pp. 603-604