L’invenzione dell’alfabeto: furono i Fenici a codificarlo ?      di Elisa Caimi

                                                                                                                                                                                          

 

Per lungo tempo si e’ dato valore alla tesi secondo la quale i Fenici avrebbero inventato l’alfabeto e l’avrebbero trasmesso ai Greci come loro innovativa e libera invenzione. Alla luce di nuovi studi e di ulteriori ricerche in relazione alle fonti, si puo’ ora ammettere che la questione dell’alfabeto e’ assai piu’ complessa.

 

La storia dell’alfabeto, come riporta Giovanni Garbini nel suo testo, ha radici molto lontane: la questione dell’alfabeto che lui ci propone e’, al di la di teorie passate, quella comunemente accettata oggi (salvo ulteriori scoperte).

 

L’origine dell’alfabeto e’ stata una questione spinosa non solo per quanto riguarda studi moderni, ma anche per quelli effettuati in antichita’.

Tendenzialmente in antichita’si tendeva a dare importanza alle testimonianze di autori come Plinio, Erodoto, Diodoro Siculo o Tacito.

 

Erodoto ci parla di come secondo lui la gloria di aver inventato l’alfabeto appartenga ai Fenici, come dice anche Plinio (che mette tra le possibilita’ anche una possibile invenzione dell’alfabeto anche da parte dei Mesopotamici.)

Secondo Tacito l’alfabeto Fenicio fu inventato dagli egiziani, mentre una possibilita’ diversa tra tutte queste la fornisce Diodoro Siculo. Egli infatti riporta l’opinione dei Cretesi sulla questione, i quali affermano che “i Fenici trasmettono ai Greci un alfabeto che era stato da loro semplicemente modificato”.

Secondo alcune fonti infatti chi avrebbe realmente inventato l’alfabeto fu il popolo siriaco.

 

Chi furono realmente i Siri?

Secondo una tradizione i Siri sarebbero genericamente stati gli abitanti della Palestina, Fenici compresi (e in questo caso si avvalora la tesi dei fenici come inventori dell’alfabeto). Secondo un altro punto di vista, invece, i Siri sarebbero stati gli abitanti della Palestina distinti pero’ dai fenici che avrebbero abitato il Libano (in questo caso dunque la tesi di Diodoro nella quale si enuncia l’estraneita’ dei fenici nell’evoluzione dell’alfabeto che lo avrebbero solo modificato prima di trasmetterlo ai Greci sembrerebbe piu’ valida).

 

Numerosi studi sono stati fatti fino ai nostri giorni per stabilire quale teoria potesse essere convalidata tra queste.

 

I primi studiosi moderni di semitica inizialmente si schierarono con Halevy (che sosteneva che l’alfabeto fenicio in realta’ fosse di derivazione egizia, per la precisione dal ieratico), oppure preferirono schierarsi con alcuni assiriologi che sostenevano che l’alfabeto fenicio in realta’ fosse l’elaborazione di un tipo di scrittura mesopotamico (innegabile la somiglianza di alcuni segni.. ma davvero non puo’ essere una teoria sostenibile.)

 

Ben presto, qualche anno fa, vennero elaborate nuove teorie, spesso in concomitanza con nuove esplorazioni e nuove scoperte.

Evans, il noto studioso che scavo’ per lo piu’ a Creta, sostenne che i Cretesi furono i veri inventori dell’alfabeto (sosteneva infatti l’alfabeto lo inventarono i Cretesi e che fu introdotto nella regione siro-palestinese dai Filistei. Teoria poco sostenibile poiche’ nel XII secolo-epoca di arrivo dei Filistei sulla costa asiatica- l’alfabeto doveva gia’ esistere).

Alcuni egittologi come Sethe e Gardiner invece sostennero che il fenicio fu l’elaborazione della scrittura protosinaitica (scrittura con esempi sporadici rinvenuti nel Sinai, nel 1905. Data l’impossibilita’ di decifrare questa scrittura completamente, anche questa teoria resta infondata).

Dunand propone un’ulteriore interpretazione: secondo lui la scrittura fenicia deriverebbe dalla scrittura pseudo-geroglifica di Biblo. Egli sostiene infatti che gia’ nei sigilli eneolitici di Biblo ci siano germi di quella che dovra’ poi essere una scrittura vera e propria. La sua teoria resta insostenibile per il fatto che nessuna prova porta a pensare che i sigilli eneolitici avessero in se le basi di una scrittura; in secondo luogo non possiamo fare supposizioni su una scrittura che non e’ stata ancora largamente decifrata e in terzo luogo non sappiamo nulla delle tappe intermedie che avrebbero portato dalla scrittura pseudo-geroglifica di Biblo all’alfabeto fenicio vero e proprio. La documentazione che Dunand porta non e’ verificabile o risulta secondo altri studi errata.

 

Ancor piu’ di recente, si tende ad abbandonare l’idea di un fenicio che discende direttamente da una lingua base, ma si crede che esso abbia subito uno sviluppo graduale. Questa teoria e’ sostenuta da alcuni studiosi americani ed e’ detta teoria del “missing link”, o anello mancante. Secondo questi studiosi infatti, esisterebbero delle fasi intermedie tra la scrittura protosinaitica e quella fenicia vera e propria. Queste fasi sarebbero rappresentate da una serie di scritture di II millennio rinvenute recentemente per lo piu’ in Palestina, e chiamate “protofenicie” (protocananaiche), ancora non decifrate. La scoperta  di un’ iscrizione di queste in Israele datata al XII secolo pero’, epoca in cui il fenicio doveva gia’ esserci e epoca in cui queste scritture protocananaiche continuavano ad esistere e ad essere usate indipendentemente, ha messo in dubbio anche questa ipotesi.

 

Come si e’ visto, numerose sono state le ipotesi riguardo alle origini della lingua fenicia (in antichita’ e in eta’ moderna) e ancora molte cose sono oscure alla filologia semitica. Oggi tuttavia si tende ad avvalorare la versione di Giovanni Garbini alla luce dei nuovi studi semitici.

Il Garbini da una panoramica di quella che doveva essere la storia dell’alfabeto attraverso le sue linee principali. Sebbene la questione sia dibattuta ancora tra vari studiosi che propendono per una datazione o una versione piuttosto che un’altra, possiamo riassumere quanto scoperto fin’ora esponendo i fatti che il Garbini riporta.

 

Per comprendere cosa accade nella zona semitica dobbiamo fare riferimento a cio’ che accade attorno ad essa. Per prima cosa nel III millennio a.C., sappiamo che attorno ad essa gravitavano tre principali zone con i loro tre tipi scrittori: la mesopotamia (con il cuneiforme), l’egitto (col geroglifico o lo ieratico), Creta (con la lineare A).

 

La Mesopotamia aveva adottato un sistema scrittorio sillabico (i sumeri utilizzavano vocali a differenza degli egizi) con per segno fitti reticoli a cuneo.

L’Egitto a quel tempo aveva ideato due tipi di metodi scrittori. Uno, il geroglifico, (centinaia di segni pittografici di cui solo alcuni avevano valore fonetico consonantico -monoconsonantico, biconsonantico e triconsonantico) che era una scrittura tipicamente monumentale e architettonica; l’altra, lo ieratico, era una scrittura corsiva, usata dagli scribi in ambito sacerdotale.

A Creta, in ultimo, era utilizzata una scrittura fonetica sillabica, la Lineare A, a cui ogni segno corrispondeva una sillaba (questa scrittura non  resta del tutto completamente decifrata). In questo periodo dunque, nella zona semitica troviamo documenti sia in cuneiforme sia in geroglifico, considerando che questa zona era sotto diretto dominio di Egitto (da una parte) e Mesopotamia (dall’altra).

 

Tra il III e il II millennio, con gli influssi provenienti da queste zone, accade che nella zona semitica si tenti di trovare il modo di inventare un sistema grafico che potesse essere differente da quello dei grandi vicini.  Nasce cosi’ a Biblo (una citta’ della Libia), un nuovo sistema grafico di ispirazione (per gli studi effettuati) cretese ed egiziano. Una sorta di scrittura simile alla lineare A, sillabica. Interessante e’ che questa scrittura sia utilizzata in questa zona fino al XIII sec. a.C, quando si afferma l’alfabeto fenicio, non senza evoluzioni.

 

Sempre in questo stesso periodo, si pensa che sia stata inventato un’ulteriore tipo di scrittura in Palestina (di dominio Egiziano) e quindi ispirata al geroglifico, con l’intento di semplificarlo ulteriormente.

Questa scrittura forse ha delle connessioni con quella che compare nel XV secolo a.C. nel Sinai (e che solo qui trova testimonianza), in iscrizioni trovate a Serabit El-Khadim, in una miniera di turchese sfruttata dagli egiziani.  Questa scrittura e’ detta protosinaitica (riprende dalla scrittura egiziana geroglifica 25 segni, i monoconsonantici, e sempre mantenendo il rapporto tra significante significato, al significato egiziano del geroglifico sostituiscono il significato in semitico prendendo come valore la prima consonante del nome in rapporto al pittogramma). Questa scrittura secondo alcuni studi sembra avere collegamenti con un fenicio molto arcaico.

 

Nel XIV secolo vediamo nascere ad Ugarit (citta’ della Siria,che si affacciava sul Mediterraneo), forse su una base del protosinaitico di cui abbiamo appena parlato, un sistema grafico che riprende i 25 segni di quel nuovo metodo di scrivere egiziano documentato in Sinai, trasformando pero’ i pittogrammi in segni cuneiformi semplificati (rompendo per la prima volta il rapporto tra significato e significante che esisteva per quanto riguarda l’innovazione protosinaitica). Anche in questo alfabeto ci sono influssi di un fenicio arcaico, che doveva avere una trentina di segni circa (sappiamo di questo influsso a causa della presenza della “samek” fenicia nell’alfabeto ugaritico).

 

L’alfabeto ugaritico per come lo conosciamo si diffonde poi per tutta la zona semitica, compresa Palestina, evolvendosi e semplificandosi fino a giungere in Palestina sottoforma di alfabeto di 22 segni nel XIII secolo a.C.

 

Non abbiamo a questo punto nessun dato per quanto riguarda la zona fenicia vera e propria. Solo una serie di iscrizioni scollegate tra loro (punte di freccia soprattutto) di cui perfino la datazione e’ incerta. Da una parte la mancanza di scavi ben documentati nella zona fenicia non aiuta di certo, come non aiuta il fatto che alle stesse iscrizioni frammentarie trovate in fenicia generalmente gli studiosi tendono a dare datazione piu’ tarda rispetto al XIII secolo, epoca in cui nasce appunto un alfabeto semplificato a 22 segni in Palestina.

 

Oltre ad iscrizioni frammentarie trovate nella zona fenicia, abbiamo pero’ un importante ritrovamento che presenta la prima vera e propria iscrizione nel fenicio che ci sara’ poi trasmesso, ossia quello piu’ recente: e’ il caso dell’iscrizione sul sarcofago di Ahiram datato al XIII secolo a.C.

Questa datazione ha dato non poche difficolta’ agli studiosi, poiche’ c’e’ chi sostiene che il sarcofago sia di XIII secolo come anche la scritta (e in questo caso, in rapporto all’alfabeto Palestinese di 22 segni dello stesso periodo, i Fenici si sarebbero limitati a cambiare la forma dei segni, dando valore alla tesi antica secondo la quale i Fenici non sarebbero stati gli inventori dell’alfabeto ma sarebbero stati invece i cosiddetti Siri).. mentre c’e’ chi dice che il sarcofago effettivamente puo’ essere di XIII secolo, ma la scritta piu’ tarda, ossia di X secolo a.C.: questo significa che le grafie frammentarie riscontrate in fenicia a cui non si sa dare una collocazione non siano in realta’ che vari tentativi evolutivi a partire dall’alfabeto Palestinese di 22 segni che porta alla formazione di un fenicio definitivo che compare sul sarcofago di Ahiram, Re di Biblo.

 

 

La questione e’ tuttora dibattuta tanto che Garbini fa un’ulteriore osservazione sulla questione. Sappiamo che alfabeto protosinaitico e alfabeto ugaritico hanno dei rimandi ad un fenicio molto arcaico, che noi ovviamente non conosciamo.

Se pero’prendiamo in considerazione il primo alfabeto palestinese sorto parallelamente alle iscrizioni pseudogeroglifiche di Biblo (e ammettiamo che esso non e’ altro che questo arcaicissimo fenicio), e abbassiamo la datazione delle iscrizioni protosinaitiche al XIV secolo parallelamente a quelle di Biblo, possiamo dire che in qualunque modo, indipendentemente dalla datazione del sarcofago di Ahiram, la matrice di quelle scritture come l’ugaritico e il protosemitico resta fenicia ( e che questa base dunque influenza sia la creazione del protosinaitico sia parallelamente quella della scrittura ugaritica).

 

 

Alla luce di questi studi, Cananeo o Fenicio che dir si voglia, quando questa scrittura entro’ in contatto con la Grecia e quando quindi fu portata in Italia?

 

Tra i sostenitori della datazione della scrittura sul sarcofago di Ahiram al X sec. a.C. (quella piu’ accreditata e che viene presa per buona, nonostante diverse polemiche), c’e’ chi sostiene che l’alfabeto fenicio entro’ in Grecia nel XI sec. a.C. (questo significhebbe che la scrittura entrata in Grecia in realta’ e’ “Cananea” e non “puramente fenicia”). L’ipotesi appena enunciata pero’ non ha largo seguito da parte degli studiosi, che preferiscono indicare come data dell’introduzione dell’alfabeto in Grecia il IX sec.a.C.(in questo modo si garantirebbe comunque una matrice puramente fenicia dell’alfabeto in questione).

Ultimamente un ulteriore ritrovamento di un ostrakon palestinese proveniente dalla zona filistea, databile tra l’XI e il X sec. a.C., che presenta un alfabeto cananeo con forti influssi sembrerebbe greci, ci spinge a rivedere la questione: forse quei fenici che portarono l’alfabeto in Grecia erano in realta’ filistei di lingua fenicia (quindi siamo di nuovo nel dubbio se si tratto’ di Fenici o Siri).

 

 

L’alfabeto fenicio nella sua forma definitiva abbiamo detto che e’ proprio quello ritrovato nell’iscrizione di Ahiram. Esso subi’, nel corso del tempo, un’ulteriore modifica a livello grafico: il primo fenicio vero e proprio che conosciamo presentava segni di stessa grandezza e stessa altezza. Successivamente vi fu un’innovazione che porto’ l’allungamento delle aste verticali (IX secolo, periodo in cui fu tra l’altro probabilmente introdotto in Grecia).

Considerando che questo fenomeno e’ stato riscontrato per lo piu’ in Palestina settentrionale e a Cipro, zone sotto il dominio di Tiro (citta’ libanese), si pensa che fu proprio da li’ che parti’ questa innovazione grafica nell’alfabeto fenicio.

 

In breve tempo questa scrittura fenicia dalle astine allungate subi’ altre modifiche: fu leggermente tracciata in modo obliquo, gli occhielli delle lettere furono ridotti. Questa sara’ la scrittura fenicia che prevarra’ a Tiro e in tutta la zona fenicia, e che sara’ diffusa in Grecia e da li’ in Italia.

 

Per le colonie fenicie abbiamo una situazione leggermente differente: qui non si riscontra  come scrittura quella fenicia sopra citata, ma dalla documentazione risulta esserci una scrittura fenicia corsiva (evoluzione della punica normale) chiamata “neopunica”(v. ostraka di Saqqarah e ad Elefantina in Egitto).

L’unica eccezione per il mondo coloniale resta per ora la Sardegna, in cui si riscontra una scrittura piu’ simile ad un’evoluzione del Punico normale che non del neopunico.

 

Le origini consonantiche della lingua fenicia:

 

La prima scrittura consonantica propriamente detta  e’ quella che vediamo nascere ad Ugarit, senza dubbio. Ugarit come abbiamo visto basava il suo alfabeto su principio consonantico e su un sistema grafico pero’ cuneiforme.

 

La natura del sistema consonantico deve essere, concordemente con quanto pensano gli studiosi, ricercata in Egitto. Per questo motivo si e’ a lungo creduto che l’Ugaritico abbia appreso il principio consonantico dalla scrittura leggermente precendente, quella protosinaitica, ispirata all’Egiziano.

La presenza pero’ del segno “samek” nell’alfabeto ugaritico e di simboli simili a quello che poteva essere un alfabeto fenicio arcaico fa pensare che forse doveva esistere un fenicio arcaico dal quale l’ugaritico poteva essersi ispirato per il principio consonantico (e non dunque ad un protosinaitico).

 

Di questo non abbiamo certezza poiche’ le uniche testimonianze di scritture pseudo-fenicie ritrovate in Palestina sono tutt’ora di difficile collocazione temporale o indecifrabili.

 

A lungo si e’ pensato che l’Ugaritico abbia dato spunto per la creazione di un alfabeto fenicio, ma forse se ammettiamo l’esistenza di una lingua fenicia arcaica (gia’ consonantica) parallela all’esistenza dell’ugaritico le cose possono cambiare.

Si ritorna dunque alla teoria del Garbini in base alla quale probabilmente un fenicio arcaico doveva esistere poco prima dell’invenzione del protosinaitico (che Garbini accosta a livello di data a quello Ugaritico) e dell’Ugaritico stesso.. e che doveva essere preso come spunto da questi tentativi di creazione alfabetica.

 

Per quanto riguarda l’origine dei segni dell’alfabeto fenicio, forse dobbiamo ammettere una provenienza cuneiforme (se si pensa che il fenicio piu’ recente sia stato elaborato dall’Ugaritico cuneiforme semplificandone i segni nel corso del tempo). Oppure si puo’ pensare anche ad un influsso geroglifico  se poniamo che lo spunto per la creazione di segni fenici lo ha dato anche la scrittura di Biblo, che fu la prima che tento’ di semplificare i segni geroglifici unendoli ad un influsso cretese. Il fatto che comunque il fenicio prenda spunto da questi, come forma di segni, indica comunque che il fenicio (arcaico) non si era ancora affermato comunque saldamente come sistema di scrittura.

 

 

L’origine delle scritture sud-semitiche (nord-arabico e sud-arabico):

 

Altro problema spinoso per la filologia semitica non e’ solo l’origine del fenicio ma i rapporti che intercorrono tra sud-semitico (insieme di nordarabico e sudarabico, rapporti tra essi) e nord-semitico. E’innegabile secondo gli studi che ci doveva essere relazione tra scritture sud-semitiche e nord-semitiche come tra scritture sud-arabiche e nord-arabiche..ma ancora non si riesce con esattezza a comprendere quale tipo di rapporto intercorresse tra di esse.

 

Tempo fa si penso’ che le lingue sud-semitiche derivassero dalla lingua fenicia, a causa della somiglianza di alcuni segni tra le due scritture. L’ordine pero’ di successione dei segni e la sporadicita’ di lettere simili ha ben presto messo in dubbio questa possibilita’.

Successivamente dunque si inizio’ a pensare che le scritture sud-semitiche potessero avere rapporti con la scrittura protosinaitica, ma cio’ non sarebbe possibile a causa del divario cronologico che separa le prime iscrizioni proto-arabe (che risalgono all’VIII-IX secolo a.C.) e il protosemitico (XV secolo a.C.).

 

Nuove teorie portano oggi a pensare che l’origine delle scritture sud-arabiche vada ricercato a nord, nella zona Siriana o Mesopotamica, che sappiamo avere scambi commerciali con le popolazioni nomadi del II millennio a.C. che attraversavano le regioni yemenite per portare prodotti a nord e in Africa Orientale. Una conferma in questo senso l’abbiamo dalle iscrizioni ritrovate a Kamid el-Loz, di interpretazione incerta. Esse, datate al XIV secolo a.C., rappresenterebbero l’antecedente immediato della scrittura sud-semitica. In questo modo avremmo trovato un collegamento tra le scritture nord-semitiche e sud-semitiche.

 

 Ma quali rapporti intercorrono invece tra le scritture nord-arabiche e sud-arabiche? Secondo recenti studi si tende a pensare che le lingue nordarabiche non siano state il modello da cui nacquero le scritture sudarabiche, bensi’ si tende a pensare che le lingue nordarabiche rappresentassero delle tappe evolutive che avrebbero portato poi alla formazione delle lingue sudarabiche.

Si pensa infatti che dalle lingue nordarabiche si siano sviluppati due filoni identificabili in thamudeno e antico thamudeno. Dal primo ramo si sarebbero sviluppate lingue Etiopi e lingue safaitiche in Siria, dall’antico thamudeno invece sarebbero derivate le lingue sud-arabiche.

 

Caratteri generali della scrittura consonantica: rapporto tra segno e suono

 

Il nome dato ai segni:

Il rapporto che lega segno a suono e’ stato un aspetto della scrittura consonantica fenicia che ha interessato gli studiosi e che ancora oggi non e’ stato del tutto risolto.

Da quanto si pensa in materia di studio, sembra che i segni fenici abbiano affinita’ con segni egiziani, ugaritici, pseudo-greoglifici e persino micenei. Non si ha certezza di nulla, considerando che alcuni segni dell’alfabeto fenicio sembrano portare come suono parte della descrizione del segno corrispondente rappresentato (la prima lettera del nome del segno o una sillaba del nome del segno… ossia il principio dell’acrosticismo, mantenendo rapporto significante/significato), mentre altri sembrano non avere alcun rapporto tra segno e suono (per non parlare di quelli di difficile interpretazione).

Sarebbe sciocco ammettere dunque che per l’alfabeto venisse usato il  principio dell’acrosticismo per non applicarlo totalmente mai.

Non si sa dunque con certezza se il nome dato ai segni sia legato al significato e all’oggetto che i segni stessi rappresentavano o se i nomi vennero dati arbitrariamente dopo (c’e’ chi sostiene che il nome ai segni venne dato in antichita’, addirittura nel II millennio, ma cio’ non e’ concordemente approvato).

Forse i nomi dei segni vennero dati agli stessi forse come libera invenzione per facilitarne l’apprendimento mnemonico, tesi verso cui propendono alcuni studiosi.

 

I nomi greci dell’alfabeto secondo alcune ricerche (analizzando appunto la radice degli stessi), propenderebbero per una derivazione semitica.

 

 

Per quanto riguarda non il nome ma l’ordine dei segni nell’alfabeto fenicio, probabilmente essi si rifacevano ad una specie di calendario, dove aleph, tet, ayn e taw rappresenterebbero, in ordine, l’equinozio di autunno, il solstizio d’inverno, l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate. I 22 segni dell’alfabeto fenicio sarebbero indicativi di un periodo di 29/30 giorni in cui l’ultima settimana (settimana lunare infausta) non viene conteggiata. La prima lettera, alef, sarebbe indicativa della stazione del Toro, stazione dalla quale parte il conteggio delle fasi lunari fino alla settimana infausta dopo la quale ciclicamente si ricomincia il conteggio.

Il fatto che l’alfabeto potesse essere una sorta di calendario (lunare poiche’ gli Arabi, popolo nomade, controllava le stazioni lunari e non controllava il ciclo del sole) ci e’ confermato con molta probabilita’ da alcuni vasi e sigilli siro-palestinesi del I millennio a.C.: essi infatti riportano serie alfabetiche a volte precedute dalla preposizione l-, che sta a significare “per”. Poiche’ sappiamo che sonooggetti legati al mondo religioso, e’ evidente il carattere religioso che assume l’alfabeto in questo caso.

La prima lettera dell’alfabeto fenicio, l’bgdh, starebbe infatti a significare “per sempre”, formula augurale per i vivi e i defunti.

La ciclicita’ del tempo e’ vista in connessione della ciclicita’ della vita: nell’Apocalisse Dio infatti dice “io sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine”. Ossia vengono usate la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco per indicare il tempo ciclico.

Forse il rapporto tra segno e suono andrebbe ricercato proprio in rapporto ad un calendario arcaico.

 

La natura consonantica dell’alfabeto fenicio:

La scrittura fenicia e’ spesso stata definita (come molte delle scritture sorte a partire dal II millennio a.C. nel vicino oriente) una scrittura “consonantica”, poiche’ ad ogni segno tracciato corrispondeva una consonante.

Si ritiene impossibile che non venissero usate vocali, seppure non corrispondevano ad un simbolo preciso. Si pensa cosi’ che la scrittura consonantica fosse in realta’ scrittura “sillabica compendiaria”, ossia che ad ogni consonante corrispondevano piu’ letture a seconda della vocale che si poteva accostare (avremo cosi’ varie possibilita’ di interpretazione di un segno: per esempio alla consonante b poteva corrispondere la possibilita’ b+a, b+i, b+u o soltanto b. Per il largo utilizzo che si faceva soprattutto della vocale a si crede che il segno b potesse essere interpretato spesso come ba, ma non si e’ sicuri di cio’. Un esempio di questo sistema lo fornisce l’Etiopico.. che da ad ogni consonante 7 possibilita’ di lettura differenti a seconda della vocale utilizzata- IV secolo d.C.)

Un passo importante lo fanno gli Aramei introducendo le cosiddette “matres lectionis” (segni consonantici usati per esprimere vocali). I segni piu’ usati erano tre:

 

y corrispondeva a i

w corrispondeva a u

h corrispondeva a a/e

 

Inizialmente questi tre segni venivano usati soltanto a fine parola, mentre solo successivamente vennero adoperati con criterio all’interno delle parole ( ma questo avveniva solo con y e w, dato che per comodita’ la vocale a era spesso sottointesa con la lettura della consonante.)

 

Per avere un segno per le consonanti e uno per le vocali bisognera’ attendere l’introduzione dell’alfabeto in Grecia.

Il primo alfabeto vero e proprio, infatti, fu quello Greco, che diede un segno anche alle vocali (VIII secolo a.C.).I segni vocalici dunque diventano autonomi quanto quelli consonantici.

 

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