L’alimentazione nella
società contadina
di
Leonella Cardarelli
La
società moderna si contraddistingue dalle società del passato per l’abbondanza
alimentare. Oggi, obiettivamente, possiamo mangiare tutto ciò che vogliamo. Il
fatto che poi il cibo non sia distribuito equamente è un altro discorso, perché
la roba da mangiare c’è.
Fino
agli anni ’40-‘50 questa abbondanza alimentare non si poteva neanche
lontanamente immaginare, infatti le società subalterne (cioè le classi
contadine) erano società della scarsità
alimentare.
La
prima grande rivoluzione alimentare è stata quella del Neolitico, in cui si è
sviluppata l’agricoltura stanziale, l’allevamento e la divisione del lavoro.
L’alimentazione
non ha mai ricoperto un ruolo esclusivamente biologico ma ha sempre avuto anche
altri ruoli: sociali, culturali, rituali e mitici. Tullio Seppilli sostiene che
l’alimentazione è una risposta sociale a
un bisogno biologico.
La
cucina è qualcosa di universale, tutti i popoli cucinano e il cucinare è un
atto a metà tra natura e cultura perché cucinando io sottraggo un alimento al
suo destino naturale, rendendolo culturale. In natura troviamo l’alimento allo
stato puro, in cultura abbiamo l’alimento trasformato, dopo che l’uomo è
intervenuto su di esso, cucinandolo, modificandolo.
I
nutrizionisti sostengono che ci sia un modo corretto ufficiale ed assoluto di
mangiare ma in realtà le cose non sono poste in questi termini perché
l’alimentazione è strettamente legata alla cultura. Il nostro gusto, così come
il nostro olfatto, viene educato culturalmente nel corso degli anni. Ad es.
oggi non sopportiamo gli odori forti ma questa tendenza verso gli odori neutri
è una novità degli ultimi decenni.
Parimenti,
ciò che per noi è una ripugnanza locale o addirittura un prodotto non
commestibile per un altro popolo può essere una ricca pietanza (ad es. le
cavallette). Inoltre, per coerenza, dovremmo mangiare di più nei giorni feriali
visto che nei giorni feriali lavoriamo! Invece mangiamo di più nei giorni
festivi, proprio perché il cibo serve soprattutto per rafforzare i legami sociali.
Distinguiamo quindi il cibo quotidiano da quello festivo e quest’ultimo è
sempre stato il più ricco.
Nella
società contadina la famiglia era estesa poiché vigeva la regola della
virilocalità, cioè quando la donna si sposava andava a vivere nella casa del
marito, portando in quella nuova casa il suo patrimonio di canti e ricette
(ecco perché poi nascono le varianti, sia dei canti popolari che delle ricette).
Questa famiglia era gestita da un reggitore, il ‘capoccia’, e da sua moglie, la
‘massaia’. Gli uomini appartenenti a questa famiglia polinucleare si dedicavano
all’attività agricola (quindi occupavano l’ambito all’esterno della casa)
mentre le donne avevano il compito di gestire le risorse alimentari (e
occupavano quindi lo spazio domestico, all’interno della casa).
I
rapporti tra donne all’interno della famiglia non erano semplici, anche perché
le donne più anziane tendevano a controllare le più giovani e gli uomini
scaricavano ogni conflittualità proprio sulle donne.
Le
donne gestivano le risorse alimentari dividendole in:
- fondo
quotidiano: era il cibo per tutti i giorni (costituito principalmente da
cereali e legumi);
- fondo
festivo: cibo per Natale, Pasqua ecc. (carne);
- fondo
cerimoniale: è costituito da riserve da dare in offerta ai santesi per le feste
del paese.
In
più si conservava sempre qualcosa in caso di feste improvvise relative al ciclo
della vita, ad es. una nascita inaspettata o un matrimonio.
Il
fondo cerimoniale era molto importante perché tutta la comunità veniva a sapere
cosa era stato donato e nessuno voleva far brutta figura, nonostante si vivesse
nella società della scarsità.
Vediamo
ora cosa mangiavano le classi subalterne fino a non molti anni fa.
Innanzitutto
quasi ogni famiglia allevava un maiale, che veniva macellato tra dicembre e
gennaio. Del maiale si mangiava subito ciò che si poteva mangiare, il resto si
conservava e non veniva quindi considerato una carne vera e propria.
Si
allevavano poi animali da cortile come conigli e galline. Le uova in genere
venivano vendute per poter acquistare sale e zucchero.
Vi
era poi la caccia, che era considerata una fonte mitica di proteine nobili,
mitica perché a caccia ci potevano andare solo i padroni appartenenti alle classi
aristocratiche e poi perché cacciando si otteneva il cibo senza bisogno di
lavorare. La caccia affascina tuttora perché ‘sa di mito’.
La
carne si poteva mangiare solo di domenica, nei giorni feriali l’unica fonte di
proteine erano i legumi (si dice infatti che ‘i legumi sono la carne dei
contadini’). Abitualmente la carne della domenica veniva bollita oppure cotta
in umido perché in questo modo ‘spartiva di più’ (cioè sfamava più persone, si
divideva meglio). La carne arrosto, di contro, era riservata alle feste più
grandi, oppure agli ospiti. Tuttora nelle sagre (che sono in un certo senso il
ricordo di quelle feste di paese a cui accennavamo prima) la carne che si
mangia è quasi sempre arrosto. Nel mondo contadino in assenza di carne non si
poteva parlare di festa “chi non carneggia non festeggia”. Per ogni festa era
previsto un tipo diverso di carne: cappone per Natale, gallo per ferragosto,
agnello per Pasqua ecc.
Le
carni più importanti per la società subalterna erano bistecca di bovino (che in
genere non poteva permettersi nessuno), suino e animali da cortile. Inoltre ogni
famiglia aveva un orto.
Una
ricorrenza importante, legata all’alimentazione, era quella della trebbiatura
(o battitura) tra maggio e ottobre: ci si aiutava a vicenda in cambio di lauti
pasti che potevano essere anche sette al giorno. La mietitura durava circa una
settimana e in quei giorni la donna iniziava a portare da mangiare nei campi
già dalle quattro del mattino.
P.
Clemente, docente nell’Università di Siena, ha esaminato le forme linguistiche
relative alla scarsità alimentare presso gli ex mezzadri toscani. Dalle
interviste da lui effettuate emergono espressioni linguistiche che si ricollegano
a varie caratteristiche del rapporto dei contadini con il cibo:
-spartizione
e razionamento del cibo: dalle interviste emerge che si cercava di prolungare
il più a lungo possibile l’uso di un alimento, ad es. l’osso del maiale si
prestava ai vicini per insaporire la minestra. La domenica un coniglio doveva
bastare per sedici persone (“ce ne toccava pochino pochino”). Un’altra usanza
in questo contesto era quella di cucinare mischiando due prodotti di tipo
diverso: ad es. fare il pane sia con la farina di mais che con quella di grano
(perché la farina di mais costava meno) diminuendo piano piano la dose della
farina di grano e aumentando gradualmente quella di mais; oppure fare
l’acquerello, cioè allungare il vino con l’acqua. Questo prodotto non era vino
ma si usava come il vino durante i lavori mentre il vino vero e proprio era
riservato per le feste.
-la
distribuzione dei pasti: sembra che in genere i bocconi migliori toccavano a
chi era “più svelto” oppure ai bambini. In questa circostanza si enfatizza
molto l’invidia: in una società della scarsità vedere che qualcuno poteva
mangiare un “cibo proibito” o che mangiava più degli altri poteva provocare il
malocchio.
Vi
era quindi piena consapevolezza della scarsità alimentare e talvolta ci si
ironizzava anche sopra. “La robba appocava”, “S’aveva la fame in corpo”, “La
cipolla l’ho dovuta mangià anche sotto ai lenzoli, mio zio era ‘geloso’, voleva
mangiassimo il pane. S’aveva sempre fame, e io mangiavo la cipolla sotto ai
lenzoli con un pezzetto di pane.” La donna in gravidanza beveva qualche uovo di
nascosto o quello che c’era: “Porina, era un pasticcio, bisognava vedé se erano
parecchie nore, allora bisognava mangiasse chel che c’era, in più qualche ovo
‘di nascosto’.
Come
già accennato, la carne veniva
considerata il cibo per eccellenza ed era riservata alla domenica e alle feste.
Oggi per noi il consumo della carne bovina e suina è qualcosa di normale ma
prima mangiare il vitello era inimmaginabile: “Quasi manco ci si pensava a
quanto ce ne sarebbe garbato, tanto un c’era”. Perciò molti anziani di oggi si
sentono a disagio quando ci vedono rifiutare la carne o gettare il cibo…
Un’altra
ricerca sull’alimentazione dei contadini, però stavolta umbri, è stata eseguita
da G. Baronti, docente presso l’Università di Perugia. Egli mette in evidenza
il fatto che gli ex contadini avvertono fortemente il cambiamento non solo
alimentare ma proprio di stile di vita: oggi non c’è più quella voglia di stare
insieme, di mangiare insieme, di fare festa. E’ tramontato il tempo della penuria
e con essa anche il senso della festa. E in più sembra che oggi il cibo… non sappia
più di nulla.
leonellacardarelli@virgilio.it
Fonti:
Corso
Antropologia dell’alimentazione,
prof. G. Baronti, Facoltà di Lettere e filosofia, Perugia, A.A. 2008/2009.
Articoli
(che fanno parte delle dispense del corso):
Baronti,
G. Dal paese della fame alla città di
cuccagna. Penuria ed abbondanza alimentare nel mondo popolare rurale in Umbria.
Clemente,
P. Espressioni linguistiche della
scarsità alimentare: la carne nella dieta dei mezzadri toscani.
Seppilli,
T. Per una antropologia
dell’alimentazione.