ASSIOMI DA SUPERARE NELL'INTERPRETAZIONE DEI FATTI STORICI
ANALISI DEI MANUALI DI STORIA       di Enrico Galavotti

(tratto sal sito dell’autore http://www.homolaicus.com)

 In qualunque testo scolastico di storia, di qualunque tendenza esso sia, vi sono sempre alcuni presupposti metodologici ritenuti irrinunciabili, che neppure vengono posti in discussione e che indicano bene il carattere apologetico dell'informazione trasmessa nella scuola di stato, che è uno degli apparati ideologici più importanti.

Questi presupposti provengono direttamente dal senso di appartenenza geo-politica all'Europa occidentale da parte degli autori dei libri di testo, i quali, generalmente, danno per scontata l'idea secondo cui la civiltà di questa parte del continente europeo sia la migliore del mondo, superiore anche a quella degli Stati Uniti, la cui grandezza si misura più in termini quantitativi, relativamente al progresso tecnico-scientifico, militare e nell'organizzazione dell'attività commerciale e industriale, ma che non riguarda propriamente gli aspetti qualitativi della cultura e delle ideologie politiche.

Gli autori dei manuali scolastici di storia possono essere di ideologia liberal-borghese (crociana-gentiliana o anglo-sassone), di ideologia marxista (generalmente gramsciana) o, in casi piuttosto rari, di ideologia cattolica, ma queste differenze non incidono minimamente sulle scelte di fondo (ontologiche) operate in materia di impianto (oggi diremmo layout) metodologico generale.

Questo discorso può ovviamente apparire a dir poco pretestuoso o presuntuoso o talmente astruso da non meritare neppure d'esser preso in considerazione; e tuttavia qui si vuole semplicemente porre l'attenzione, in nome di una realtà incontrovertibile: il globalismo, sull'effettiva congruità (culturale, didattica) di una visione unilaterale, perché geopoliticamente determinata, dei fenomeni storici.

I fatti dimostrano che le ideologie sottese all'elaborazione dei manuali scolastici di storia possono prescindere da molte cose, possono anche essere in competizione tra loro, ma su un aspetto di vitale importanza esiste sempre un'ampia convergenza di vedute: il senso di appartenenza geopolitica all'Europa occidentale, in particolare alle culture liberal-borghesi (ivi incluse quelle cattoliche e protestanti) e, all'opposto, a quelle social-comuniste. Il riferimento a un'appartenenza storico-ideologica è un dato acquisito, una sorta di dogma in cui credere per fede.

Nessuno storico ha mai avvertito l'esigenza di precisare che la sua interpretazione parte da questo assioma o di chiarire preventivamente i limiti epistemologici entro cui si muove la propria interpretazioni dei fatti, dei fenomeni storici del passato e del presente.

Qui in sostanza si vuole sostenere la tesi che per garantire un minimo di obiettività nei giudizi storici la scelta di un'ideologia in luogo di un'altra oggi, a differenza di qualche tempo fa, risulta del tutto irrilevante, in quanto il senso di superiorità dovuto a una determinata collocazione spazio-temporale dei propri enunciati finisce con l'inficiare ogni successiva presa di posizione.

Si è ormai arrivati a un punto tale di superficialità schematica nell'organizzazione dei contenuti, che ciò che va rimesso in discussione è proprio il rapporto tra ideologia e occidente. Questo per dire che anche l'ideologia marxista o social-comunista, che pur ha dimostrato d'essere, sul piano teorico, il superamento di quella borghese, nonostante i fallimenti pratici del "socialismo reale", ha dei difetti intrinseci dovuti proprio al fatto che gli storici considerano assodata la loro appartenenza geo-politica all'area occidentale dell'Europa e, indirettamente, degli Stati Uniti, che altro non sono se non lo sviluppo unilaterale dell'ideologia borghese-calvinista nata nell'Europa del XVI secolo.

I limiti metodologici fondamentali che rendono tutti uguali e, se vogliamo, del tutto inutili, ai fini dell'obiettività del giudizio, i manuali scolastici di storia, sono sostanzialmente frutto di un postulato che andrebbe rimesso in discussione, quello per cui si crede che esista una linea evolutiva che va dalla preistoria alla storia, una linea che si estrinseca materialmente secondo un percorso cronologico dei fatti, che viene puntualmente riprodotto sul piano redazionale.

Tale linea evolutiva, progressiva, si basa su alcuni fattori fondamentali:

  1. sviluppo tecnologico e scientifico: la miglior scienza e tecnica - questa la tesi che si sostiene - è quella che permette un rapporto di dominio sulla natura (non è l'uomo che appartiene alla natura ma il contrario);
  2. sviluppo dell'urbanizzazione e dei mercati: ogni forma di comunità basata sull'autoconsumo, sul valore d'uso, sul baratto, sulla vendita del surplus viene considerata sottosviluppata; il che porta a giustificare, da parte degli storici, il colonialismo e l'imperialismo, o comunque a considerare come inevitabili le guerre di conquista;
  3. sviluppo della produzione industriale: non solo l'artigianato viene considerato sempre inferiore all'industria (specie quella di massa), ma si tende anche a privilegiare la separazione tra agricoltura e industria, la specializzazione dei mezzi tecnologici e delle mansioni lavorative;
  4. sviluppo della produzione culturale: i valori più significativi di una civiltà sono soprattutto quelli basati sul commercio, sul militarismo, sulla scrittura e sulla supremazia del maschio, quindi tutti valori appartenenti a una determinata categoria di persone.

Posto questo, le differenze, se e quando esistono, tra uno schieramento ideologico e l'altro, risultano del tutto secondarie o formali, come p.es. le seguenti:

Quanto al resto l'identità di vedute è pressoché unanime. Qui si vuole ribadire, se ce ne fosse ancora bisogno, che all'origine di questo incredibile appiattimento culturale sta proprio il primato concesso al valore di scambio su quello d'uso, e non solo il primato concesso alla proprietà sul lavoro.

Sulla base di questi assiomi si è elaborato il concetto di civiltà, e ovviamente nessuno mette in discussione che quella più avanzata della storia sia quella occidentale (europea e statunitense); il Giappone non avrebbe fatto altro che copiare la civiltà americana, trapiantandola su un tessuto culturale para-feudale, come d'altra parte la Cina sta impiantando il capitalismo in un paese agricolo dominato politicamente da un socialismo autoritario. E così via. Gli stessi paesi a cultura islamica non sono che paesi feudali nella sovrastruttura e capitalisti o soggetti a colonialismo capitalista nella sfera strutturale della produzione. I paesi ex-comunisti (specie quelli est-europei) non sarebbero che paesi neo-democratici in quanto sul piano economico si sono finalmente aperti al mercato capitalistico.

In tutti i manuali scolastici di storia si tende a mettere in risalto quelle civiltà che con più decisione sono uscite dalla preistoria, quindi quelle che hanno sviluppato meglio l'organizzazione schiavistica e servile, e che in definitiva assomigliano di più a quella capitalistica.

Più precisamente, si tende a privilegiare le civiltà basate sullo schiavismo rispetto a quelle basate sul servaggio, allo scopo di sostenere la validità di alcuni fondamentali assiomi, che indirettamente risultano funzionali alla legittimazione della modernità, quali ad es. quelli relativi alla superiorità della città sulla campagna, del mercato sull'autoconsumo, del borghese sul contadino e sull'operaio (cioè del proprietario sul nullatenente), del lavoro intellettuale su quello manuale (cioè della scrittura sulla trasmissione orale del sapere), dell'artigiano specializzato sul contadino-artigiano, dell'agricoltore sull'allevatore, del sedentario sul nomade, del bellicoso sul pacifico, dell'occidentale cristiano (una volta si sarebbe aggiunto di "razza bianca") su tutti gli altri uomini, e in generale dell'uomo sulla donna.

A tutto ciò gli autori di sinistra aggiungono che va considerato necessario non solo il passaggio dalla preistoria alla storia (al fine di superare i limiti delle comunità basate sull'autoconsumo), ma anche il passaggio dal capitalismo al socialismo democratico, sebbene questa posizione oggi, dopo il crollo del "socialismo amministrato", sia o stia diventando piuttosto rara, in quanto si tende a sostituirla con la cosiddetta ideologia dell'economia mista o "terza via", in cui vige una sorta di influenza reciproca tra sfera pubblica e privata; e qui mentre sul versante degli autori di sinistra si vorrebbe un pubblico più importante del privato (il che contrasta con le tendenze di fatto dell'economia borghese), sul quello degli autori borghesi si vuole invece un pubblico che faccia da mero supporto al privato.

Ciò che nessuno autore riesce a comprendere (ma in questa incomprensione possono celarsi motivazioni extra-culturali, come p.es. l'esigenza di dover collocare il libro di testo in un mercato editoriale) è che nel rapporto tra comunità primitiva e civiltà storica, quella che più si avvicina al senso di umanità dell'essere umano non è la seconda ma la prima, e che quindi quanto più le civiltà tendono a svilupparsi, tanto più si allontanano dalla dimensione dell'umanità.

Nessun autore sostiene che per ripristinare il concetto di umanità sia necessario uscire dal concetto di civiltà, così come esso s'è venuto configurando già nel passaggio dal comunismo primitivo alle prime formazioni schiavistiche, e come è proseguito fino alle civiltà più recenti, che in un certo senso sono una variante dello schiavismo: il capitalismo è uno schiavismo gestito dall'economia privata, quindi con esigenze di sfruttamento coloniale; il socialismo autoritario è uno schiavismo gestito dalla politica, quindi con esigenze di sottomissione a un'ideologia di stato.

Ovviamente con questo non si vuole sostenere che una rappresentazione tematica e non cronologica della storia potrebbe meglio garantire l'obiettività dell'interpretazione. E' fuor di dubbio che una rappresentazione tematica aiuterebbe a focalizzare meglio le caratteristiche salienti di una civiltà, ovvero di una formazione sociale, perché in fondo è di questo che si tratta, e in tal senso il contributo del marxismo va considerato decisivo, in quanto è l'unica scienza che ci permette di chiarire, sul piano economico-sociale, le differenze di sostanza tra una civiltà e l'altra.

Tuttavia lo storico non può basarsi unicamente sugli aspetti socio-economici: ha bisogno di trattare con pari dignità anche quelli culturali e politici. Ecco perché in una visione tematica o, se si preferisce, olistica, integrata, strutturata, organicista, della storia, ogni aspetto dovrebbe essere preso in esame e messo in rapporto trasversale rispetto a tutte le principali formazioni sociali della storia.

Solo che per arrivare a un'interpretazione sufficientemente obiettiva (e diciamo "sufficientemente" con la consapevolezza che la storia di cui trattiamo è quasi sempre la storia dei "vincitori" o quella di chi era padrone di quei mezzi che gli hanno permesso di trasmettere ai posteri una determinata rappresentazione di sé) occorre qualcosa che alla storiografia occidentale manca del tutto: il confronto con le istanze di identità umana.

Oggi non sappiamo neppure decifrare l'umano. Dopo seimila anni di storia delle civiltà abbiamo creato un essere umano quasi totalmente incivile, una sorta di barbaro civilizzato o di civilizzato imbarbarito.

Possiamo pertanto lavorare solo sui "fantasmi", cioè su quanto le civiltà ci offrono, tenendo ben presente, alla nostra indagine, che in tutte le civiltà esiste una divaricazione netta tra quanto affermato in sede teorica e quanto vissuto praticamente. Tale dicotomia tende ad accentuarsi col progredire delle civiltà e ha avuto una netta escalation a partire dalla nascita del cristianesimo. Questo perché tutte le civiltà, nessuna esclusa, ha avuto bisogno, al suo nascere, di apparire più democratica rispetto al passato che stava per negare, proprio per poter vivere con legittimazione il contrario di quanto andava predicando, ne fosse o meno consapevole.

GLI STORICI E LA RELIGIONE CATTOLICA

Uno storico contemporaneo, di cultura laica, difficilmente potrebbe ritenere che nel corso del periodo medievale la chiesa romana appariva su posizioni più antidemocratiche (meno "conciliari") di quella ortodossa, proprio perché strutturata in maniera politico-monarchica, con tanto di rigida gerarchia clericale.

Uno storico contemporaneo, di cultura laica, generalmente ha scarsa dimestichezza con le questioni religiose, ovvero ne delega volentieri l'affronto (anche per non aver noie riguardo a pubblicazioni di tipo scolastico) agli stessi teologi e, di conseguenza, pone tutte le religioni sullo stesso piano, non facendo differenze di principio tra l'una e l'altra. E, fatto questo, si limita ad analizzare il fenomeno religioso dal punto di vista politico-istituzionale e, al massimo, socio-economico.

Inoltre detto storico dà per scontata una serie di tesi che vanno per la maggiore, ancora oggi, tra la storiografia occidentale europea, la prima delle quali è che la chiesa ortodossa era del tutto prona, succube, secondo la pratica del "cesaropapismo", alla volontà politica del basileus, per cui tra le due confessioni - cattolica e ortodossa - va preferita sicuramente quella cattolica, appunto perché si presentava storicamente come una potenza in grado di reggere il confronto con tutti gli imperatori, benché a volte essa abusasse dei propri poteri.

E' assai difficile incontrare uno storico laico che non accetti, consapevolmente o meno, tale interpretazione "cattolica" dei fatti storici.

Questo però comporta conseguenze spiacevoli ai fini della ricerca della verità storica.

In primo luogo si è costretti ad accettare come del tutto normale l'incoronazione di Carlo Magno in veste di imperatore del sacro romano impero, in opposizione al basileus bizantino, legittimamente costituito sin dai tempi di Costantino e Teodosio.

E noi sappiamo che da quella incoronazione illegittima è poi dipeso tutto lo svolgimento politico-istituzionale dell'Europa occidentale, praticamente sino alla nascita delle moderne nazioni borghesi.

In secondo luogo si è costretti a sostenere che la rottura del 1054 fu voluta dagli ortodossi e non dai cattolici, i quali invece, sin dai tempi del Filioque, avevano rotto con la tradizione ecumenica e teologica della chiesa indivisa.

In terzo luogo si è indotti a considerare come legittime tutte le innovazioni, amministrative ma anche dogmatiche, introdotte dalla chiesa romana nell'ambito della cristianità mondiale.

Solo di recente lo storico medievista tende a considerare quanto meno esagerate le persecuzioni clericali ai danni dei movimenti pauperistici, da sempre ritenuti troppo settari ed estremistici per essere politicamente attendibili.

Tuttavia detto storico non può arrivare a prendere una posizione nettamente favorevole nei confronti di tali movimenti, altrimenti ciò ad un certo punto lo porterebbe a parteggiare per la causa protestante.

Lo storico medievista, di cultura laica, si limiterà a dire che quelle persecuzioni erano un segno premonitore che il potere temporale della chiesa andava in qualche modo ridimensionato. Che poi questo storicamente sia avvenuto proprio a causa della riforma protestante, è un altro discorso.

L'ABOLIZIONE DELLA STORIA COME DISCIPLINA SCOLASTICA

La storia, come disciplina scolastica a se stante, dovrebbe essere abolita e posta a fondamento di tutte le altre, le quali non possono essere comprese nelle loro radici culturali senza un'impostazione storica.

Oggi la scuola, sul piano didattico, andrebbe superata in almeno tre direzioni: 

  1. la netta divisione tra scienze umane e scienze esatte; 
  2. l'impostazione cronologica delle scienze umane;
  3. l'impostazione astratta delle scienze esatte.

Per rendere edotti gli studenti sugli avvenimenti del loro tempo sarebbe sufficiente creare un insegnamento di Argomenti di attualità, impostato in chiave etica, sociale e culturale.

O forse sarebbe meglio chiedere ad ogni docente di fare della propria disciplina un'occasione per comprendere la modernità.

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