Bartolo da Sassoferrato ed il Diritto Romano   di Enrico Pantalone

 

Bartolo da Sassoferrato fu il giurista probabilmente più insigne del medioevo, nato appunto nella cittadina vicina ad Ancona e vissuto nel XIV secolo, professore all’Università di Pisa ed in Polonia, ma apprezzato enormemente in tutta l’Europa.

Egli fu il primo a concepire l’idea che il diritto doveva unirsi con la vita di tutti i giorni e con i suoi bisogni concreti, quindi lo studio ed il commento del Corpus Iuris Civilis fu improntato per adattare il diritto romano a questi bisogni.

La sua elaborazione dei principi che determinavano i rapporti tra diritto romano e diritto canonico (detto anche familiare) contribuirono in maniera decisiva a sviluppare nuove leggi, e furono la base per lo studio e l’affermazione di quello che oggi chiamiamo diritto internazionale pubblico e privato.

Egli nel trattare la materia faceva attenzione a evidenziare lo spirito di una legge piuttosto che la formula, usando l’analogia ed il principio di aequitatis iuris (o giustezza della legge) per poi commentare o postillare ed aveva seguaci in tutta l’Europa chiamati bartolisti, dialettici o commentatori.

Egli, soprattutto nel suo caposaldo giuridico, il "De Tyranno", mise l'evidenza sui ruoli legalitari che si stavano costituendo nel medioevo e che introducevano la modernità nelle istituzioni (Imperatore, Comuni e Signorie).

Cioè egli fece nell'ambito giuridico la prima seria riflessione su quella che fu definita "reazione legalitaria" ad un esercizio arbitrario del potere costituito prendendo spunto da tutto ciò che il Diritto Romano, anche riveduto nei secoli, poteva portare in dote.

Per questo egli parlava apertamente tanto di legittimità del potere quanto del suo esercizio, tema che da quel momento diventò l'asse portante di tutta la giurisprudenza europea moderna.

Proprio di questo periodo fu il passaggio, soprattutto nella nostra penisola, da un potere tutto sommato "legittimo e scevro da assolutismo" (il Comune) ad un potere decisamente più arbitrario e spesso nemmeno legittimato se non dalla forza delle armi (la Signoria), per questo l'opera di Bartolo apparve in tutta la sua grandezza, il suo esercizio fu portato non a capovolgere il sistema vigente, impresa francamente impossibile visto l'orientamento socio-politico che si profilava, ma a canalizzarlo all'interno di aspetti giuridici certi ed accettabili istituzionalmente.

Bartolo, di cui possiamo vederne l'opera globale nei Commentari al Corpus Iuris arrivata a noi pressoché completa, ebbe il titolo di "Monarcha iuris, in legibus ut terrestre numen", titolo riconosciuto ovunque in Europa.

Difficilmente abbiamo assistito, nel corso della storia, ad una diffusione di studi giuridici simile a quella che avveniva con le sue opere ed i suoi testi erano fondamentali per ogni studente di legge accanto a quelli di Giustiniano.

Se vogliamo, egli rappresentò una figura simile a quella di Papiniano, per questo, dato il momento storico importante, i suoi trattati furono utilizzati per ottimizzare le sentenze giuridiche in caso d'impasse, anzi i giudici sostanzialmente s'attennero più alle sue "risoluzioni" che alla legge vigente.

Questo "arbitrato" fu accettato in eguale misura in tutto il nostro continente e per questo possiamo considerare la sua opera giuridica come la pietra miliare della giurisprudenza moderna.

Per Bartolo, tutti gli imperatori che si sono succeduti sul trono erano eredi di Giustiniano, questo fu un punto estremamente importante quando egli trattò le sue dottrine politiche e le sue teorie giuridiche.

Infatti, egli nella controversia esistente tra papato e impero cercò d stabilire il limite possibile della podestà a cui entrambe dovevano cercare d'attenersi, il suo presupposto di partenza fu Giustiniano, per lui esempio illuminante della doppia pratica di potere (religioso e civile), in un momento in cui il diritto canonico e quello romano stavano prendendo strade diverse sull'onda degli avvenimenti politici.

Le tesi del diritto romano dovevano essere quindi utilizzate per contrastare una scelta che sarebbe andata contro "l'elezione popolare " nella questione della successione al trono in favore di quella di derivazione divina che in pratica decretava l'ereditarietà.

In realtà Bartolo fu la punta di diamante d’uno sviluppo senza precedenti a livello umano per gli studi ed i commenti sul diritto in Italia durante il XIV secolo, compagni di viaggio ideali furono il capostipite Cino da Pistoia, padre spirituale del gruppo, Baldo degli Ubaldi, Paolo di Castro, Raffaele Fulgosio, Giason del Maino, Giovanni D’Andrea e Niccolò dei Tedeschi, nomi di personaggi conosciuti in tutta Europa e citati nelle varie sentenze emanate dai tribunali del tempo, le assolute ed indiscusse autorità di riferimento.

La scuola dei commentatori italiana grazie all’indiscutibile genio interpretativo con cui analizzò il vecchio testo romano, le sue consuetudini e quindi le rinnovò traendo sempre spunti incredibilmente originali ed innovativi formò nello studio e nel dibattito un carattere decisamente “europeo”, nuovo quindi per il tempo, grazie alla sistematicità della metodologia con cui si prepararono le tesi, non a caso si parlò di “mos italicus” fuori dei confini italici. "

 

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