Carlo Cattaneo e le Cinque
Giornate di Milano (18-23 Aprile 1848)
di
Enrico Pantalone
Non cercherò di
fare certo con questo mio testo un’apologia di Carlo Cattaneo che pure amo
profondamente, senz’altro mio ispiratore per il modo di concepire la politica e
l’economia tramite la sua etica, la sua morale ed il suo messaggio federalista,
concetto che garantisce la più ampia libertà d’azione d’ogni singola comunità
socio-amministrativa nel rispetto d’uno stato comunque
coeso ed unitario.
Il mio vuol essere
un omaggio al pensatore ed alla sua città in un preciso momento storico che avrebbe potuto incidere in maniera ben diversa sull’economia
politica della nazione italiana se solamente spostato di qualche anno più avanti
(un decennio o meno via….).
Partiamo con calma
e rileggiamo alcuni passi della vita di Cattaneo ed il suo modo d’arrivare ad
essere un pensatore di portata europea, perchè questo è stato il suo grande pregio, saper pensare ad un’idea in maniera più ampia
rispetto ai comuni politici dell’epoca, un invito ad una collaborazione tra gli
stati europei in un momento non certo fertile per queste finalità visto il
continuo stato di guerra persistente lungo tutto l’arco del nostro continente.
Egli, a differenza
d’altri pensatori politici, non fu in giovinezza un fervido appassionato idealista,
piuttosto indifferente alle assurdità dei moti carbonari, egli aveva un
profondo rispetto per lo stato austro-ungarico, ma al
tempo stesso ne vedeva i limiti soprattutto strutturali e perciò lo studiò
attentamente per appurarne tutti i difetti, infatti i saggi e gli articoli che egli scrisse tra i
venti ed i trentacinque anni erano legati alle problematiche economiche,
fiscali, geografiche, etiche ed agricole oltre che storiche ovviamente.
Questi resoconti
furono davvero importanti perché egli ebbe modo di comprendere appieno la
realtà dell’epoca in cui viveva, un’era in continua e tumultuosa evoluzione,
riuscendo a non restare prigioniero di fallaci idealismi e retaggi del passato,
semplicemente egli ragionava grazie a questa serie impressionante di dati
raccolti come fa un economista moderno e da questi
suoi ragionamenti egli iniziò a dare forma al suo successivo pensiero politico.
Soprattutto egli
mantenne nelle connotazioni delle idee e nella loro esposizione uno stile
sobrio e molto composto che gli valse il plauso di tutti, tranne ovviamente quello
dei rivoluzionari carbonari ad oltranza che come tutti
i radicali non andavano al di là dei propri occhi nonostante i loro ripetuti
fallimenti, lontani com’erano dal pensiero vero della gente comune.
Egli face parte
dell’Istituto Lombardo, istituto scientifico teso a rinnovare radicalmente le
infrastrutture socio-economiche dell’Italia Settentrionale sotto l’egida dello
stato absburgico, non ò caso egli nel settembre del 1848 lancerà l’idea degli
Stati Uniti d’Europa, un’anticipazione
della moderna Unione Europea, la sua lungimiranza e la nitidezza nella visione
politica lo stavano già portando oltre i confini del pensabile per l’epoca,
difatti egli rimase isolato ed inascoltato purtroppo, ed anche Mazzini con cui
condivideva molte idee non l’aiutò, non poteva, perché quest’ultimo aveva già
in animo di “turarsi il naso” ed accettare l’egemonia sabauda pur d’avere uno
stato italico, cosa che Cattaneo aborriva, non potendo concepire il cosiddetto
fusionismo monarchico.
Egli tuttavia rimarrà sempre attivissimo nell’ambito scientifico e del
libero pensiero, anche durante la creazione della nazione italiana, sia dalla
Svizzera, dove fonderà diverse scuole, sia in Italia dove pur eletto più volte
in Parlamento non potrà mai partecipare alle sedute in quanto coerentemente con
le sue idee repubblicane egli non giurerà mai fedeltà ad una monarchia,
ribadendolo più volte ed indicando in diversi saggi come il “Compromesso
Politico” sia la più bassa forma etico-morale di un vero pensatore, ciò che
descrisse accuratamente nelle sue famose “Lettere ai liberi elettori”.
Il suo desiderio fu
sempre quello di formare le coscienze, quello della divulgazione, i suoi
propositi furono quelli di fare in modo che si creasse un’opinione pubblica
capace di sostenere un apparato istituzionale, la sua base era centrata sulla
prosperità sociale e non sulla rivoluzione giacobina mirante solamente a creare
confusione senza apportare peraltro mai sostanziali modifiche alle politiche correnti. vigenti
La sua grande forza, il rispetto che riscontrava tra tutta la gente
a Milano lo si vide al momento delle famose Cinque Giornate del 1848, quando
egli con mano sicura prese la testa dell’insurrezione, evitando che degenerasse
in maniera violenta, egli ebbe sangue freddo, la giusta tensione e la fermezza
per mantenere ben salde le redini della frenetica attività politico-militare di
quei giorni, il suo più fermo rifiuto ad ogni compromesso o trattativa politica
con gli austro-ungarici fu encomiabile, considerato che poi lasciarono in
maniera alquanto disorganizzata ed umiliante la città oramai decisamente in mano
alla giunta presieduta del grande pensatore: non facciaimoci prendere dalla
retorica dell’enfasi risorgimentale che mostra immagini che in realtà non vi
furono, quadri d’un sentimento creato ad arte nei decenni successivi.
Nel Consiglio di
Guerra tenutosi in quei drammatici giorni Carlo Cattaneo denunciava con forza
coloro che chiedevano l’intervento “amico” del Piemonte e di Carlo Alberto, la
sua tesi fu coincisa e breve, chiedere aiuto a lui equivaleva a chiederlo ad un
usuraio nel momento del bisogno, la prima cosa urgente era proteggere la
libertà appena trovata , non accasarsi ad una dinastia
che era tanto straniera quanto e se non più della stessa Austria.
Carlo Cattaneo temeva
l’intervento del re sabaudo Carlo Alberto, un erede imbelle alla corona che
giocò in gioventù a fare il rivoluzionario carbonaro, salvo poi tradire tutti nel
momento in cui doveva dimostrare d'avere gli attributi.
Carlo Felice che
non era una cima come monarca, magari anche ottuso, ma
realista e vero Savoia di stampo antico,
terrà sempre lontano da corte Carlo Alberto tacciandolo di codardia e d’inettitudine,
ed egli dovà aspettare d’essere rimesso in sella da quel volpone del Metternich
che vedeva in lui la persona ideale per rendere innocuo l’unico stato italiano
che potesse dargli fastidio.
Il Consiglio di
Guerra presieduto da Carlo Cattaneo emise un comunicato per l’inviato sabaudo Martini
che non lasciava scampo a nessuna argomentazione
diplomatica sottile:
“La città è dei combattenti che l’hanno conquistata; non possiamo
richiamarli dalle barricate per deliberare. Noi battiamo notte e giorno le
campagne per chiamare aiuto. Se il Piemonte accorre
generosamente, avrà la gratitudine dei generosi d’ogni opinione. La parola
gratitudine è la sola che possa far tacere la parola
republica, e riunirci in un sol volere.
La saluto
cordialmente, Carlo Cattaneo (*)”
Carlo Cattaneo però
a questo punto commise un errore che potremmo definire
di “politica interna”, non accettò l’offerta proposta da tutti per ricoprire la carica
ufficiale alla presidenza della giunta comunale, non volendo far pesare troppo la
sua presenza nella neonata istituzione e la carica fu contesa così democraticamente
tra un suo seguace, il Litta ed il Casati, il podestà in carica, noto
fusionista.
Casati fu eletto e
così la Città di Milano per mano dei suoi rappresentanti fece emettere il
famoso appello al re Carlo Alberto che a sua volta cercò di giocare d’astuzia
per non perdere l’occasione e armato un esercito in maniera approssimativa si
precipitò nella capiale lombarda per “liberare i fratelli milanesi”…..dalla
Repubblica, Cattaneo era nauseato da questo personaggio e ne ebbe ben donde,
quando gli austriaci mesi dopo tornarono in forze per riappropriarsi della
città e sconfissero duramente più volte Carlo Alberto, l’ultima in maniera
risolutiva nella primavera del 1849, egli gettò la maschera, perse definitivamente
quel poco di faccia che ancora aveva e la dignità, fuggendo in manera codarda di
fronte alle sue responsabilità e lasciando il trono e le incombenze ad un
giovane, Vittorio Emanuele che grazie al cielo probabilmente non era realmente suo
figlio e forse per questo reagì inaspettatamente bene di fronte al disastro
tanto da guadagnarsi il rispetto del Metternich, sempre cauto e parco nei
giudizi.
Furono cinque
giorni intensi quelli di Milano, un moto che nel rispetto della tradizione di
questa città appariva più europeo che italiano, in cui la partecipazione
collettiva fu di gran lunga superiore a quella di
altre realtà sviluppatesi al tempo, l’imprenditoria cittadina, la borghesia
avevano già preso decisamente in mano da tempo le redini economiche e di
progresso, gli austriaci furono letteralmente sorpresi dall’organizzazione a
cui faceva capo la rivolta, prima di questo momento essi avevano avuto a che
fare con sollevazioni di pochi uomini, distaccati dal pensiero della gente
comune, abituati ad agire nell’oscurità non solo temporale, ma anche mentale, e
debellarli era stato abbastanza semplice, ora avevano di fronte un programma serio
condiviso da nobili, borghesi, artigiani e contadini,
gli austriaci lo compresero bene e badarono
solamente a mantenere uno status quo una volta ritornati in città.
I profondi
cambiamenti sociali diedero i suoi frutti successivamente,
Vienna non avrebbe mai più diretto la città come nei decenni precedenti, poteva
controllarla militarmente questo si, ma non poteva più farlo intellettualmente
nonostante lo sfarzo che in alcune occasioni applicò per rendere piacevole il
suo potere, le idee di Cattaneo e di coloro che come lui s’applicarono sulla
via della libera divulgazione per tutti, per una crescita generale di coscienza
ebbero la meglio: questo è stato il grande messaggio di Carlo Cattaneo,
applicare oggi il suo pensiero significa applicare una virtà immensa per uno
stato europeo ancora in fase di costruzione, dove ci si possa sentire a casa
propria, pur nel rispetto delle tradizioni storiche d’ogni singolo paese, in
ogni luogo del suo perimetro che un cittadino della comunità attraversa.
(*) tratto dal saggio di Carlo Cattaneo,
L’Insurrezione di Milano del 1848, ed. Ufficio Stampa del Comune di Milano