CESARE BECCARIA (1738-1794) ed il Diritto Penale di Enrico Galavotti
(tratto dal sito dell’autore http://www.homolaicus.com)
Nasce a Milano nel 1738 in
una famiglia agiata (suo padre era diventato marchese nel 1712 e solo nel '59
potrà essere iscritto al patriziato milanese). Riceve l'educazione tipica dei
rampolli delle famiglie aristocratiche del tempo, che
dei figli si occupavano solo in modo distaccato e formale, affidandoli ben
presto all'educazione rigida di qualche collegio (in questo caso gesuita).
Entra in quello in quello più importante della Val Padana, il Farnesiano di Parma (detto anche dei Nobili) nel 1746 per
uscirne nel 1754. Lì cominciò a farsi notare per i suoi successi in matematica
e nelle scienze in generale e per la sua ottima capacità di esprimere il
proprio pensiero in forma logica.
Sedicenne,
passò all'Università di Pavia, dove ad appena 20 anni si laureò in
giurisprudenza.
Già in questo periodo comincia a maturare una certa insofferenza per i canoni
del vecchio mondo, soprattutto in seguito alle letture degli illuministi
francesi: le Lettere persiane di Montesquieu,
il De l'Esprit di Helvétius,
il Contratto sociale di Rousseau, ma anche gli
scritti di Buffon, Diderot,
Hume, Condillac…
Nel 1760 s'innamora di
Teresa Blasco, sedicenne, figlia di un tenente
colonnello del corpo degli ingegneri. Il padre di
Cesare si oppone alle nozze con ogni mezzo: chiederà addirittura al governo e
otterrà che il figlio venga messo agli arresti
domiciliari. E' solo attraverso l'intercessione di un conte che si riesce a
liberare il giovane dal sequestro. Un anno dopo Beccaria abbandona la casa paterna e sposa la donna
amata. Dal matrimonio nasceranno due figlie: Giulia (futura madre del Manzoni) e Maria. Si riconcilierà
con la famiglia nel '62.
Inseritosi nella cerchia
dei giovani intellettuali che ruotano attorno all'Accademia dei Pugni, la cui
principale figura è il conte Pietro Verri, si accinge a dare
vita alla sua opera più importante, Dei delitti e delle pene, che
viene stampata anonima a Livorno nel luglio 1764. Due
anni prima aveva pubblicato il saggio Del disordine e de'
rimedi delle monete nello Stato di Milano.
L'Accademia dei Pugni,
libera associazione di giovani patrizi aperti alle nuove idee, era nata nel
1761, per iniziativa dello stesso Pietro Verri. Entusiasta delle idee degli
illuministi francesi, in particolare di quelle del Rousseau,
suo prodotto principale fu il trattato del Beccaria,
ma un ruolo importante lo giocò anche il battagliero giornale
Il Caffè (giugno 1764-maggio 1766).
L'opera del Beccaria venne redatta nel giro di
pochi mesi (marzo '63 - gennaio '64), perché essa in realtà fu il frutto di un
lavoro collettivo dell'Accademia, nel senso che ognuno dava il proprio
contributo di idee e suggerimenti. Beccaria non
sapeva nulla dell'argomento, ma quando cominciarono a trattarlo, se ne
interessò così tanto che prese a scrivere decine di
appunti di ogni loro conversazione, finché non si decise a riordinarli in
maniera organica. Fra i redattori del Caffè, Alessandro Verri, essendo
protettore dei carcerati, aveva costatato come l'antiquata
procedura criminale fosse fonte di numerosi errori giudiziari.
Il trattato ebbe un
successo senza precedenti e in tutta Europa. Pur
essendo stato subito inserito nell'Indice dei libri proibiti (1766), divenne
presto celebre nei circoli intellettuali di Parigi, allora capitale
dell'Illuminismo europeo. Il gruppo che si raccoglieva attorno al barone d'Holbach adottò il Beccaria tra i suoi scrittori. Diderot
e Voltaire espressero vive lodi. Le traduzioni furono
in tutte le lingue europee. Nella Toscana di Pietro Leopoldo il codice del 1786
sancì l'abolizione della pena di morte. Caterina II chiese al Beccaria di presiedere alla riforma del codice penale
russo, ma non se ne fece nulla per l'indisponibilità dello scrittore. In tutti
i paesi toccati dal soffio dell'Illuminismo iniziarono discussioni feconde
sulla riforma del diritto penale.
Invitato a recarsi a
Parigi, parte in compagnia di Alessandro Verri (1766).
Pur essendo accolto trionfalmente dagli
enciclopedisti, dopo poche settimane decide improvvisamente di tornare a
Milano, travolto da nostalgie di casa e da inquietudini dovute al "peso
della gloria", ma forse anche a divergenze politiche col radicalismo di
certi intellettuali francesi. Fatto sta che proprio a Parigi si rompono i
rapporti del Beccaria coi
fratelli Verri. Il motivo o il pretesto sta nella mancata smentita che il Beccaria avrebbe dovuto fare circa
la paternità che gli veniva attribuita dell'opera Apologia dei Delitti
e delle pene, scritta in realtà proprio dai fratelli Verri nel gennaio '65,
per rispondere ai violenti attacchi da parte del monaco F.
Facchinei, che aveva accusato il Beccaria
di eresia.
La redazione del Caffè
cominciò a sgretolarsi proprio a causa di questa incresciosa
inimicizia, cui si aggiunsero altre incomprensioni politiche e rivalità
personali. Gli austriaci non vedevano di buon occhio il periodico. Va inoltre
ricordato che il Beccaria, a differenza di Pietro
Verri, era meno "illuminista" di quanto sembrasse. Egli dichiarò
sempre d'essere "buon cattolico e buon
suddito": non a caso si astenne sempre dal criticare delle leggi a lui
coeve, di qualunque Stato fossero.
Nel 1768 accetta la
cattedra di Economia politica che gli offre il governo
asburgico nelle Scuole Palatine di Brera. Il corso, seguito da un folto numero di studenti, verrà stampato dopo la sua morte col titolo Elementi di
economia pubblica (1804): uno dei libri più originali del pensiero
economico italiano del sec. XVIII.
Nel 1770 escono le Ricerche
intorno alla natura dello stile (incompiute; un frammento della seconda
parte uscirà, postumo, nel 1809). È uno scritto che, insieme al Discorso
sopra la poesia del Parini e a
un saggio di Mario Pagano, è fondamentale per intendere le novità che il
sensismo (Hume, Condillac…)
introdusse nella nostra letteratura, la prima delle quali era che l'arte doveva
essere capace di destare il sentimento del piacere (natura edonistica
dell'arte), che è poi quello che stimola e arricchisce la vita interiore. Il
problema quindi era quello di ridare alla parola la sua forza
espansiva, la sua carica immaginifica. Occorreva cioè
una poetica né razionale né sdolcinata (come qualla
arcadica), ma capace di suscitare forti emozioni (l'impegno civile era
ovviamente l'obiettivo finale sottinteso).
Nell'aprile del '71, con la
sua elezione a membro del Supremo Consiglio dell'economia, si conclude la sua stagione creativa. I problemi di cui
prevalentemente si occupa sono quelli annonari.
Nel '74 muore la sua prima
moglie; dopo poche settimane di vedovanza, si risposa con una giovane di
famiglia aristocratica da cui avrà il figlio Giulio.
Nel '78 viene
nominato magistrato provinciale per la zecca e membro della legazione
incaricata della riforma delle monete. Nell'ultima parte della sua vita egli praticamente conduce un'esistenza da burocrate di alto
livello, il cui lavoro consiste nel riordinare, sul piano
politico-amministrativo, lo Stato milanese.
Spinge la
figlia Giulia a sposare Pietro Manzoni nell'82
(compiendo probabilmente l'errore più grosso della sua vita): tre anni dopo
nascerà il
nipote Alessandro.
Nel 1790 scrive un articolo
in difesa dei tessitori di Como in rivolta. Nel 1791 entra nella Giunta per la
riforma del sistema giudiziario civile e criminale. E l'anno successivo firma,
insieme ad altri giuristi, un "Voto" contro
la pena di morte. La tortura ormai era stata abolita ovunque nell'impero
austriaco. Muore nel '94, compito da un attacco apoplettico. Con un semplice
funerale e senza alcuna particolare cerimonia, fu sepolto nel cimitero milanese
di San Gregorio. Pietro Verri deplorò il fatto che i
fogli cittadini non avessero inserito nemmeno una riga di encomio in occasione
della sua morte.
IL TRATTATO DEI DELITTI E DELLE PENE
Segna l'inizio della
moderna storia del diritto penale.
Riprendendo i concetti roussoviani, Beccaria contrappone
al principio del vecchio diritto penale “è punito perché costituisce reato” il
nuovo principio “è punito perché non si ripeta”. Il delitto viene
separato dal "peccato" e dalla "lesa maestà" e si trasforma
in "danno" recato alla comunità.
Sulla base della teoria contrattualistica, egli arriva a sostenere che, essendo il
delitto una violazione dell'ordine sociale stabilito per contratto (e non per
diritto divino), la pena è un diritto di legittima
autodifesa della società e deve essere proporzionata al reato commesso.
Le leggi devono in primo
luogo essere chiare (anche nel senso di accessibili a
tutti, cioè scritte nella lingua parlata dai cittadini) e non soggette
all'arbitrio del più forte; non è giusto pertanto infierire con torture,
umiliazioni e carcere preventivo prima di aver accertato la colpevolezza. Un
uomo i cui delitti non sono stati provati va ritenuto innocente.
L'accusa e il processo
devono essere pubblici, con tanto di separazione tra giudice e pubblico
ministero e con la presenza di una giuria. (Tuttavia
per il Beccaria legittimo "interprete"
della legge è solo il sovrano; il giudice deve solo esaminare se le azioni dei
cittadini sono conformi o meno alla legge scritta).
La stessa pena di morte va
abolita in quanto nessun uomo ha il diritto, in una società basata sul
contratto fra persone eguali, di disporre della vita
di un altro suo simile. E' impossibile allontanare i
cittadino dall'assassinio ordinando un pubblico assassinio. Occorre che
i cittadini siano messi in condizione di comportarsi nel migliore dei modi. La
condanna capitale rende inoltre irreparabile un eventuale errore giudiziario.
Il vero freno della
criminalità non è la crudeltà delle pene, ma la sicurezza che il colpevole sarà
punito.
Beccaria era contrario alla consuetudine di
portare armi da parte dei ceti abbienti.
Bibliografia
Cesare Beccaria,
Dei delitti e delle pene, Rizzoli, Milano
1994.
R. Mondolfo, Cesare Beccaria,
Milano, 1960;
a cura di F. Venturi, Cesare Beccaria,
Dei delitti e delle pene, Einaudi, Torino,
1978 (ma si veda anche l'edizione curata da L. Firpo
per la UTET, Torino 1964;
Autori Vari, Cesare Beccaria tra Milano e l'Europa,
Bari, 1991.