CHE FINE HA FATTO IL PIU' GRANDE CAPOLAVORO DEL CINEMA MUTO,
“SPERDUTI NEL BUIO” DI NINO MARTOGLIO ?
di Ignazio Burgio.
(tratto dal sito dell’Autore http://www.CataniaCultura.com)
E' poco noto che il poeta e commediografo siciliano
Nino Martoglio fondò a Roma una Casa Cinematografica
e girò tra il 1914 ed il '15 almeno 3 film muti. Uno
di questi, “Sperduti nel buio”, interpretato dal grande attore catanese
Giovanni Grasso e dall'attrice drammatica Virginia Balistrieri,
viene tuttora considerato un capolavoro del cinema
internazionale, in quanto fu il primo film “neorealista” (o meglio “verista”,
come allora si diceva) nella storia del cinema. Alla sua trama, alla sua
sceneggiatura, e finanche al suo montaggio innovativo, frutto della genialità
di Martoglio, si ispirarono
sia i grandi registi di Hollywood come Griffith e Chaplin, sia i celebri
cineasti russi come Pudovkin ed Eizenstein.
L'unica copia del film conservata a Roma fino al '43 andò tuttavia smarrita durante
le vicissitudini della guerra. Questo articolo vuole
anche essere una base di notizie utili a ritentarne la ricerca ed il suo
ritrovamento, in qualsiasi parte del mondo.
Anche se ammirato sin dal 1896, allorché giunsero a
Catania i primi apparecchi cinematografici, il vero e proprio coinvolgimento di
Nino Martoglio
(1870 - 1921) nel mondo del cinema avvenne nel 1913 con la società Cines di Roma per la quale scrisse un buon numero di
soggetti di genere drammatico che vennero trasformati in pellicole. Il primo,
dal titolo “Il romanzo”, secondo alcuni, come ad esempio, Domenico Meccoli, sarebbe stato diretto dallo stesso poeta e
commediografo di Belpasso, A questa, nel medesimo
anno 1913, seguirono altre pellicole, sempre tratte da
suoi soggetti quali ad esempio “Il gomitolo nero”, “Il tesoro di Fonteasciutta”, “Il salto del lupo o La castellana di
Ninfa”.
Sempre in quell'anno così intenso il commediografo di Belpasso
fondò a Catania anche una prima casa cinematografica,
la Morgana Film.
Preso tuttavia tra mille difficoltà, l'abbandonò
subito senza girare un solo fotogramma, e trasferitosi a Roma ne fondò un'altra
dal nome praticamente identico, “Morgana Films” (con
una “s” finale in più). Sin dall'inizio comunque Martoglio
- tanto per la Cines quanto per la Morgana - riversò
nel cinema esclusivamente soggetti drammatici, e ciò potrebbe in apparenza
sorprendere considerato il suo temperamento esuberante e le sue preferenze
teatrali più per le commedie che per i drammi.
Ma l'intelligente uomo di cinema si rendeva
perfettamente conto, come tanti altri del suo tempo, che non si potevano
produrre film di qualità con delle commedie, poiché il cinema di quegli anni
era ancora muto e dunque qualunque “soggetto leggero” avrebbe finito per
assumere il carattere di una comica. Essendo la comunicazione tra pellicola e
spettatori demandata al 90 per cento al movimento, alla mimica e
all'espressività degli attori, un film serio e di qualità che potesse attirare
nelle sale anche il pubblico teatrale - i nobili, le signore, gli intellettuali
salottieri, ed anche i severi critici della carta stampata - doveva per forza
di cose essere di genere drammatico. Come sempre, le caratteristiche ed i limiti del “mezzo” guidavano le scelte artistiche, e
nemmeno i cineasti come Martoglio, in quegli anni
potevano sfuggire a questa regola.
La genialità del regista di Belpasso riuscì tuttavia
a convertire queste scelte obbligate in un cinema di qualità superiore, fino ad operare una rivoluzione nello stesso linguaggio
cinematografico adottando tecniche, sceneggiature e montaggi innovativi.
Già il primo film della neonata casa di produzione ovvero “Capitan Blanco”
(1914) tratto da un soggetto dello stesso Martoglio, “'
U Paliu” (Il Palio), presentava uno stile
differente rispetto al tradizionale cinema del tempo, essendo caratterizzato da molte riprese in esterni, nel deserto
libico, in mare e nel paesaggio costiero della Riviera dei Ciclopi, cosa ancora
poco usuale all'epoca dove normalmente si ricostruiva tutto nei teatri di posa.
Interpretato dal grande attore catanese Giovanni
Grasso (nel ruolo del Capitano Blanco)
e Virginia Balistrieri
(sua moglie Marta), la pellicola - sul genere di “Cavalleria
rusticana” - era imperniata sulla figura di Matteo Blanco,
capitano di nave con molte disavventure alle spalle, che diventato sindaco di Acicastello, per sventare una tresca tra la moglie Marta e
un doganiere del paese, fa esplodere addirittura una mina al passaggio dei due,
uccidendo il rivale e ferendo anche la moglie.
Se il film a giudicare dalle cronache dei giornali venne
generalmente apprezzato sia dal pubblico che dalla critica, non mancarono
tuttavia voci discordanti - come quella del critico Pier da Castello su “La
vita cinematografica” (Torino, 7-22 novembre 1914) - che definivano il film
un fallimento anche per l'impossibilità di Giovanni Grasso di esprimersi con la
sua voce. Ma in realtà il grande mattatore drammatico
catanese riusciva a sopperire benissimo soprattutto con la sua maschera tragica
e la sua irruente mimica ai limiti tecnici del cinema muto. Tanto Giovanni
Grasso, quanto Virginia Balistrieri
e gli altri interpreti dei film di Martoglio, avevano
infatti alle spalle, oltre ad un paio di film girati in Argentina, soprattutto
una lunga carriera teatrale, con numerose tournee in ogni parte del mondo,
dall'Europa, all'America, e persino in Russia, nelle quali data la barriera
della lingua, avevano dovuto fare appello a tutte le loro risorse mimiche e di
espressività corporea per farsi apprezzare dal pubblico straniero, riuscendovi trionfalmente.
Dunque non deve sorprendere troppo se il successivo
film interpretato dai due sempre nel medesimo anno, appunto Sperduti nel buio, si
rivelò, a detta dei critici contemporanei e successivi, il più grande
capolavoro verista nella storia del cinema muto.
Mentre Martoglio infatti
all'inizio dell'anno era ancora completamente impegnato a girare Capitan Blanco, un suo omologo partenopeo, anch'egli giornalista e
drammaturgo verista, Roberto
Bracco, cedette alla Società cinematografica romana i diritti
di sfruttamento di un suo celebre lavoro teatrale. Oggi il nome di questo
scrittore di teatro napoletano è quasi dimenticato, ma fino agli anni venti era
molto famoso e apprezzato anche all'estero tanto da risultare
più volte candidato al Premio Nobel. Uno dei suoi lavori teatrali più
rappresentati era appunto “Sperduti nel buio”,
storia di Paolina, una povera ragazza nata da una fugace relazione di un nobile
dongiovanni napoletano, Paolo, Duca di Vallenza, con
Maria, una sfortunata mendicante. Costretta a vivere una vita misera nei
bassifondi di Napoli la giovane trova conforto morale e sostegno in Nunzio,
anch'egli mendicante e suonatore di violino, il quale nonostante sia cieco
riesce a proteggerla anche fisicamente dai malviventi e dagli sfruttatori di
quell'ambiente povero e malsano, e persino a salvarla da un annegamento. Dopo
aver confessato alla sua cinica amante Livia di avere una figlia dispersa da
qualche parte, il Duca avanti con gli anni e malato, ricorda i suoi inutili
tentativi di ritrovarla molti anni prima. Poi quella sera stessa muore dopo
aver lasciato tutto alla sua avida compagna. Nel frattempo Nunzio e Paolina,
dopo essere sfuggiti per l'ennesima volta alle grinfie della Malavita,
vagabondano ancora uniti alla ricerca di “un mondo più giusto”.
Un paio di anni prima, Martoglio aveva già avuto modo
di apprezzare questo lavoro teatrale, affidandolo - tradotto in siciliano e
ridotto a due atti - ad Angelo
Musco e Marinella
Bragaglia. A Napoli, al Teatro Fiorentini, la prima era stata
data il 13 marzo del 1912, ed aveva ottenuto un grande
successo, coronato anche da parecchie repliche. Il 17 marzo
del 1912, “Il Giorno” di Napoli aveva scritto: “Si seguono affollate
e con successo vivissimo le repliche di Sperduti nel buio di Roberto Bracco.
La compagnia siciliana, che nulla ha trascurato per la messa in iscena e che interpreta il lavoro meravigliosamente,
ottiene seralmente un successo caloroso...”.
All'inizio del 1914 il Marchese Alfredo
Bugnano, senatore a Roma nonché
amministratore insieme a Clemente
Levi della Morgana Films, dopo aver
concluso l'accordo con Roberto Bracco affidò a Giovanni Grasso la parte del
cieco Nunzio, anche per l'incondizionata ammirazione che Bracco stesso nutriva
per il grande attore. Ciò però suscitò qualche iniziale perplessità in Martoglio, poiché nell'omonima versione teatrale Nunzio era
un personaggio esile e mite, non certo un omone dal carattere impetuoso come il
mattatore catanese ! Alla fine comunque il cineasta di
Belpasso si rimboccò le maniche e si mise a lavorare
alla sceneggiatura insieme all'autore stesso del dramma. La parte di Paolina venne affidata a Virginia Balistrieri
mentre gli altri interpreti furono Dillo
Lombardi nel ruolo del Duca di Vallenza,
Maria Carmi
(la viscida amante del Duca Paolo, Livia Blanchardt),
Totò Maiorana
(il cinico patrigno di Nunzio), e Vittorina Moneta, la disperata madre
di Paolina. Il film venne girato a Roma e a Napoli ed
uscì nelle sale nel settembre del medesimo anno 1914.
Analogamente alla sua versione teatrale, anche il film ottenne un clamoroso
successo di pubblico e di critica, con frequenti applausi e ovazioni nelle sale dove venne proiettato. In occasione della prima a
Napoli “il pubblico, che accorse al suggestivo
richiamo d'arte e che era composto in gran parte da letterati, artisti e da un
largo stuolo di cinematografisti di Napoli e della
provincia, nonché da un eletto stuolo di Signore fece accoglienze assolutamente
entusiastiche a tutto il cinedramma, che la fiorente
casa romana ha eseguito con autentica sollecitudine di arte. Ed
invero questo lavoro, per la nobile fonte onde è tratto e pel modo con cui è
stato scenicamente eseguito e tecnicamente completato, si discosta di colpo da
quanto fin qui è generalmente prodotto in cinematografia, come ha detto lo stesso
Bracco a Saverio Procida. Si tratta di una squisita concezione e di un fine
svolgimento teatrale dove il buon gusto e la misura
trionfano gloriosamente, pur ottenendo il massimo effetto di emozione sullo
spettatore. Nino Martoglio che ha diretto l'esecuzione
scenica del film e che ieri assisteva alla proiezione, fu cordialmente
festeggiato dagli intervenuti, assieme a Roberto Bracco, il quale fu il primo a
riconoscere il perfetto risultato del lavoro cinematografico...Alla
fine della proiezione, gli spettatori improvvisarono una cordiale e dignitosa
manifestazione di simpatia a Roberto Bracco, il cui dramma anche in
cinematografo, conserva inalterate le sue possenti linee d'arte e di teatro”
(Il Mattino, Napoli, 20-21 settembre 1914). Analogo successo il film
riscosse in ogni parte d'Italia, inclusa Catania dove
venne proiettato nell'elegante Cine Teatro Olimpia.
L'esperienza e la bravura dei due protagonisti, in primo luogo di Grasso,
fornirono qualità di autentico verismo alla storia ed
ai personaggi medesimi (da “bucare lo schermo” come amano dire i critici
americani). A questo proposito anche “L'Illustrazione cinematografica” del 5
ottobre 1914 scrisse che “Sperduti nel buio” mostrava
“…tale palpito di vita, tale verità di ambienti popolari e principeschi,
tale efficacia di espressione scenica, tale intensità drammatica ed al tempo
stesso tale semplicità di svolgimento, tale senso di umanità da farci scambiare
lo schermo per un lembo di vita reale”.
Il fatto è che così come sul palcoscenico ancor più sul set cinematografico né
Giovanni Grasso né la Balistrieri “recitavano” nel
senso teatrale del termine, bensì finivano col “vivere” la loro parte, forse
anche oltre le loro stesse intenzioni. E' significativo
un episodio accaduto durante le riprese sul lungomare di Napoli. Il copione
prevedeva che Nunzio-Grasso difendesse Paolina-Balistrieri
dalle minacce di un paio di malviventi impersonati da due giovani attori
filodrammatici. Ma in quella scena il Grasso si lasciò
trascinare talmente dal suo ruolo che fece letteralmente “volare” uno dei
ragazzi contro il parapetto che dava sul mare, provocandogli senza volerlo
alcuni graffi e meritandosi i giusti rimproveri di Martoglio.
Anche davanti alle cineprese insomma il grande attore che aveva iniziato la sua
carriera coi “pupi” burattini non dimenticava di
sentirsi dentro come un Orlando di latta alle prese con saraceni, draghi e
rivali in amore, infondendo forza e vitalità ad ogni suo personaggio, come un
“puparo” che con passione manovrava se stesso.
Eppure, come notò lo stesso Roberto Bracco, proprio la sua imponente figura e
la sua potenziale forza fisica spesso repressa nel film, in
quanto accompagnata alla cecità, ne facevano una sorta di “Sansone alla
rovescia”, un umanissimo “anti-eroe” all'opposto del dannunziano Maciste, che
proprio nel medesimo periodo col kolossal Cabiria, cominciava a spopolare nelle
sale di mezzo mondo: “Ma in molti momenti di dolorosa mansuetudine quel
grosso uomo selvaggio esprimeva lo smarrimento, la pochezza, l'impotenza con
una così lucida plastica che strappava le lagrime...La
cecità di Nunzio simboleggiava il buio sociale in cui si perde, inutile, anche
la forza fisica degli esseri umani ignoti, ignari, abbandonati a se stessi...”
(Roberto Bracco, Francesca Bertini e Giovanni Grasso,
nel mondo della cinematografia”, in “Roma della domenica”, Roma, 1927,
citato in: Zappulla Muscarà
Sarah, Zappulla Enzo, 1995).
A differenza che in teatro, agli attori mancava naturalmente la possibilità di
esprimersi con la parola. Ma dai fotogrammi che ci sono rimasti - dal momento che, come vedremo, il film risulta a tutt'oggi
introvabile - possiamo renderci conto di come il Grasso, la Balistrieri
e tutti gli altri attori sopperissero egregiamente con l'espressività corporea
e facciale alla manifestazione e comunicazione delle emozioni. Si fa notare a
tal proposito come fosse una fortuna che gli attori avessero le tipiche
fattezze mediterranee e siciliane, poiché le pupille scure contrastando con il
chiaro degli occhi risultavano una componente fondamentale
nell'espressività drammatica, specialmente nel cieco personaggio di
Nunzio/Grasso, il cui sguardo sgranato e fisso comunicava realmente allo
spettatore il senso di smarrimento, reale e metaforico, suo e di Paolina.
Non mancò per la verità anche qualche voce critica che rimproverava sia al
Grasso come anche ad esempio a Maria Carmi (la cinica seduttrice Livia Blanchardt) proprio un certo eccesso di teatralità
espressiva. Un isolato giornalista parlò addirittura di “fiasco”, ma guarda
caso tutte queste isolate voci critiche facevano capo ad
una rivista di Torino, la “Vita Cinematografica” pubblicata solo per tre anni,
e innamorata dei contemporanei kolossal storico-mitologici come Quo Vadis o appunto Cabiria.
Una curiosità: del film ci sono rimaste due versioni di sceneggiatura
leggermente differenti. Quella un po' più lunga ha come ulteriore
personaggio un cagnolino che oltre a dare al film una nota più poetica, nel
finale aiuta Nunzio e Paolina a sfuggire al delinquente Gennarino.
In realtà nei fotogrammi rimastici di Sperduti nel buio
il cane compare una volta sola, ed in effetti non è presente nella
sceneggiatura più breve. E' probabile comunque, anche a giudizio degli
studiosi, che alla fine si scelse di seguire la sceneggiatura più lunga, anche
se non si comprende bene quanta pellicola sia stata dedicata al cagnolino,
specie nel finale.
Ad esaltare comunque il verismo del film, intervenne
inoltre anche una geniale “invenzione” del Martoglio
sceneggiatore, ossia quello che oggi viene chiamato in termini cinematografici
il “montaggio per contrasto”. In diversi momenti della pellicola, il regista di
Belpasso alternò scene di feste signorili, alle quali partecipava il ricco padre di Paolina, a scene di
squallida e triste miseria, l'ambiente dove tiravano a sopravvivere i due
poveri protagonisti. Fu questa una delle più significative
differenze tra la pellicola e la versione teatrale dove il cambiamento di
ambiente si ha solo tra un atto e l'altro. Indubbiamente anche per le semplici
difficoltà tecniche di mutare rapidamente scenografia sul palco, era questa una
possibilità che solo il cinema a quei tempi poteva consentire, e Martoglio in maniera davvero geniale la colse e la
sviluppò.
Analogo discorso può essere fatto anche a proposito del sapiente uso di
“dissolvenze” per esaltare i flashback, lì dove ad esempio il Duca maturo e già
ammalato ricorda l'incontro di molti anni prima con la madre di Paolina, la
successiva scoperta di essere il padre della piccola ed
i suoi inutili tentativi di ritrovarla nei bassifondi di Napoli.
Il critico Paolo Cacace (che si
firmava con lo pseudonimo di Keraban) scrisse sulla
rivista “La Cine-Fono” di Napoli il 26 settembre 1914: “Nino Martoglio ha saputo trovare la sua via, eliminando la
divisione degli atti che chiude in quadri l'epopea dolorosa. Egli
l'ha fatta svolgere semplicemente con la soluzione di continuità che ha il
nastro di celluloide, ha intrecciato i due ambienti e le due vite con la sua
arte di vecchio uomo di teatro. Ha racchiuso i vari episodi in quadri dalle
linee semplici ed evidenti. Senza sfoggiare una messa in scena fantasmagorica,
ha saputo mantenersi nel vero...Con questo film la
cinematografia ha trovato la sua via verso l'arte. E sarà
un'arte che piacerà anche agli umili giacché è ricca di tutte le emozioni che
agli umili piacciono” (cit. in: Zappulla Muscarà Sarah, Zappulla Enzo, 1995).
Il risultato artistico fu certamente quello di una maggiore esaltazione
realistica dell'ambiente misero e degradato della Napoli povera, e delle
condizioni drammatiche di Nunzio e Paolina. Ma anche il messaggio sociale veniva amplificato da questa nuova tecnica-linguaggio, in
un'epoca nella quale, sullo sfondo della Prima Guerra Mondiale appena iniziata,
i conflitti sociali, gli scioperi e le forti polemiche dell'ambiente culturale
di sinistra erano già quotidiana amministrazione.
Come si esprime Franco La Magna: “Sperduti nel buio, dal
lavoro di Roberto Bracco, (definito “l'Ibsen di Piedigrotta”)
impressionò talmente – con la sua tragica contrapposizione di due classi
sociali drammaticamente a confronto, la dolente e tormentata figura del cieco
Nunzio (simbolo del “buio sociale”) e della povera Paolina figlia abbandonata
d'uno spiantato e nobile dongiovanni, la rappresentazione di una Napoli
miserabile e cenciosa, sordida e maleodorante – da indurre gli storici e
critici del cinema (primi fra tutti il severo acese Umberto Barbaro) a definire
l'opera di Martoglio antesignana del realismo
cinematografico; di essa si parlerà a lungo nel secondo dopoguerra quando, in
piena stagione neorealistica, si esploreranno le deboli tracce della tradizione
realistica. Tutto il cast ebbe una ovazione
di consensi, sebbene, schiacciato dal vincente dannunzianesimo e dai kolossal
storico-mitologici, il film viene presto dimenticato, godendo paradossalmente
d'una esaltante gloria postuma...” (da: Cento anni di Cinema a Catania
(1895-1995), di Franco La Magna, EDIPROM – P. 29.).
La geniale trovata del “montaggio per contrasto”, che si riscontra anche ad
esempio, a livello scenografico, nel sapiente alternarsi di interni
ed esterni, in ogni caso fece scuola e venne ripresa sia dai cineasti russi,
come Pudovkin, Eizenstein,
sia dai registi di Hollywood, come Griffith. Lo stesso tema di “Sperduti nel
buio” ispirò probabilmente anche alcuni famosi film di Chaplin, come - oltre a “Il
monello” - soprattutto “Luci
della città” (City lights, 1931)
nel quale i ruoli sono invertiti: Charlot, il protagonista maschile, che
certamente anche per esigenze di comicità, ci vede benissimo, prende a cuore
una povera fioraia cieca che nel finale riacquista la vista grazie ad un
intervento chirurgico. Ma per racimolare i soldi che servono per l'operazione,
il vagabondo in bombetta e scarponi diventa amico di un ricco gentiluomo,
cinico ed egoista durante il giorno, ma festaiolo e
generoso di notte quando è completamente sbronzo.
A differenza del geniale e ironico film di Chaplin, “Sperduti nel buio”
purtroppo è andato smarrito nel corso della Seconda Guerra Mondiale. L'unica
copia esistente al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove veniva studiata dagli allievi cineasti, venne infatti
trafugata, insieme a molti altri film, dai tedeschi in fuga dalla città
nell'autunno del 1943. Nonostante i tentativi di recuperarla dalla Germania sia
prima che dopo la fine della guerra, di quella copia
fino ad oggi non se ne sa nulla.
Il 13 maggio del 1951, Richard
Quaas, ricostruì tutta la vicenda in
una lettera di risposta indirizzata al Centro Sperimentale di Cinematografia di
Roma, che qui si riporta integralmente:
“Egregi Signori, ringraziandoVi
accuso ricevuta della Vostra del 5 maggio. E' per me estremamente doloroso comunicarVi
che ci sono poche speranze perchè oggi si possa
rintracciare l'Archivio di Cinecittà e dell'Istituto LUCE, il quale
nell'autunno del 1943 fu a me affidato, epoca in cui ero responsabile
dell'Archivio del film del Reich. Qui di seguito vi comunico gli avvenimenti
succedutisi in Germania in merito all'Archivio di cui sopra.
“Nell'ottobre-novembre del 1943 mi fu comunicato dalla
stazione di Ufastadt, dove trovavasi
il deposito principale dell'Archivio del film del Reich, l'arrivo di due vagoni
di materiale cinematografico provenienti dall'Italia. Al principio fui
dell'ipotesi che doveva trattarsi di vecchio materiale filmistico, sequestrato
dalla Wehrmacht, come ad esempio film dell'epoca del
muto; e grande fu la mia sorpresa quando nello stesso giorno mi fu comunicato
che trattavasi di materiale di Cinecittà portato in
salvo in Germania, sotto l'incalzare delle truppe alleate avanzanti, onde essere custodito. Fui allora dell'opinione che essendo
questa la causa dell'arrivo di tale materiale, un loro rinvio nell'Italia
settentrionale sarebbe stato più opportuno e cercai subito di far ripartire i
vagoni alla volta del Sud. L'approvazione però non mi venne
concessa e ciò che mi rimase possibile fare fu di trasferire subito nel mio
campo Est tale materiale, anche per sottrarlo dalla zona di pericolo che
costituiva Berlino. Tutto il materiale in parola fu messo a disposizione della Wehrmacht, nei pressi della città di Meseritz,
oltre l'Oder.
“Verso la fine dell'estate del 1944, data la situazione
militare nell'Est, la zona fu sgomberata di tutto il materiale cinematografico,
tra cui quello di provenienza italiana. A quel tempo non fu facile
trovare spazio ove poter depositare tutto il materiale cinematografico e alla
fine lo depositai in località non esposte ad attacchi aerei. Esso fu quindi
sistemato nei pressi di Kostebrau provincia di Senftenberg nel Niederlausitz (a
sud della linea ferroviaria Halle-Cottbus). I locali
di deposito, a causa della mancanza di porte di
sicurezza, furono murati. Tutto questo avvenne verso la fine del novembre 1944.
In seguito il deposito fu visitato da un incaricato dell'archivio del film
tedesco e tutto fu trovato in ordine.
“Nei mesi di gennaio e febbraio 1945, mentre il fronte
orientale arretrava sempre di più, cercai di trasferire tutti i depositi di
film, tra cui quello di Kostebrau con i film
italiani, verso Sud, e precisamente nelle Alpi. L'idea però urtò contro
la deficienza dei trasporti. A causa degli avvenimenti della
primavera del 1945 il deposito di Kostebrau non potè più essere vigilato da nessuno. Secondo i miei
calcoli, dopo il 20 aprile i Russi giunsero a Kostebrau,
che oggi trovasi nella Germania Orientale.
“Sarebbe stato possibile nell'estate del 1945 salvare questo materiale, di indubbio valore culturale, che trovavasi
nei depositi Reichsfilmarchiv e che in parte era
stato da me dovutamente amministrato. Ciò invece non si
verificò e la colpa è da attribuirsi esclusivamente ai numerosi decreti
emanati in quella zona i quali impedirono di effettuare il trasporto del
materiale filmistico, come era nell'intenzione del Movimento della Libertà, il
solo di cui facevano parte i collaboratori tecnici delle forze alleate
occidentali. Fu così che quasi 50.000.000 di metri di pellicola, fra negativi e
positivi, fra cui anche i film provenienti dall'Italia, caddero nelle mani dei
Russi. Si suppone che i Russi abbiano trasportato a Mosca l'intero complesso
del Reichsfilmarchiv. Due depositi, durante le
operazioni di trasferimento furono distrutti da un incendio. Del deposito di Kostebrau non ho saputo più nulla.
“Sono veramente contento che dopo la guerra la
Cineteca del C.S.C. sia di nuovo in efficienza, e formulo i miei migliori
auguri per la sua ricostruzione, dolente di non poterVi
essere di aiuto per il recupero del materiale disperso. Con profonda stima.
Richard Quaas” (riportata da: Barbina A. -
Sperduti nel buio - Nuova Eri, p. 11, nota 2).
Ammesso dunque che le supposizioni a cui si accenna
nella lettera siano nel giusto la copia di Sperduti nel buio prima conservata a
Roma potrebbe essere ancora in Russia, ammesso anche che non sia rimasta
vittima di un incendio.
Oltre comunque alla pista dell'Est, si possono considerare altre possibilità al
fine di recuperare il capolavoro di Martoglio e
Grasso. Non si può affatto escludere che possano
esservi nel mondo altre copie del film. Si sa per certo ad esempio che in
America il film venne molto apprezzato e studiato dai
cineasti di Hollywood, come Griffith e Chaplin (ma certamente anche da tanti
altri, che ne trassero vere e proprie lezioni di stile). E' possibile dunque
che altre copie della pellicola possano giacere dimenticate negli scantinati
della cineteca di Hollywood o di altre collezioni pubbliche e private degli
Usa. A mio modesto parere, un ennesimo tentativo in questa direzione
meriterebbe di essere fatto, al fine di cercare di recuperare un fondamentale
pezzo di storia del Cinema.
Ad oggi infatti, del grande capolavoro cinematografico
di Martoglio e Grasso ci restano solo alcuni
fotogrammi, sufficienti però a suggerirci la drammatica intensità espressiva
dei protagonisti. Come scrive infatti Sarah Zappulla Muscarà, “da quella
che possiamo forse definire ancora 'preistoria', con 'Sperduti nel buio' il
cinema entra nella 'storia' (nel senso che esso farà a lungo scuola), ed in
questo salto di qualità tecnica e artistica determinante è il contributo dei
siciliani Nino Martoglio, Giovanni Grasso, Virginia Balistrieri...” (in: Zappulla
Muscarà Sarah, Zappulla
Enzo, 1995).
Altri articoli correlati:
L'arrivo del cinema
a Catania - di Franco La Magna.
Una
Cinecittà sotto l'Etna: il cinema a Catania nei primi decenni del Novecento.
FONTI DI RIFERIMENTO.
Nota. Per dovere di completezza bisogna aggiungere che nel 1947 venne prodotto un “remake” del film ad opera del regista
Camillo Mastrocinque, con Vittorio de Sica come
protagonista nella parte del cieco Nunzio. Dopo Sperduti nel buio, Martoglio girò tra il '14 ed il
'15 un ultimo film, Teresa Raquin, anch'esso
verista, tratto dall'omonimo romanzo del francese Emile Zola.
Barbina, A. - Sperduti nel buio - Nuova Eri, Torino 1987 (riporta oltre
alla lettera di Richard Quaas, anche la sceneggiatura
più breve).
La Magna, F. - Cento anni di Cinema a Catania
(1895-1995) – Edizioni Ediprom, Catania, 1995.
La Magna, F. - L'arrivo
del Cinema a Catania - (in questo stesso sito).
Meccoli, D. - Contributo alla cinematografia degli autori siciliani
di teatro – in: Il teatro e i teatranti siciliani nel cinema – Ass. Reg.
ai Beni Culturali e P. I., Catania, 1981.
Caprara, V. - Gli attori siciliani di teatro nel cinema - – in: Il
teatro e i teatranti siciliani nel cinema – Ass. Reg. ai Beni Culturali e
P. I., Catania, 1981.
Ferrante, E. - L'amore di Giovanni
Grasso per il cinema - – in: Il teatro e i teatranti siciliani nel cinema –
Ass. Reg. ai Beni Culturali e P. I., Catania, 1981.
Ruffini, F. - Giovanni Grasso – in: www.teatroestoria.it
Saitta, U. - Partecipazione creativa
dei teatranti siciliani alla nascita del cinema – in: Il teatro e i teatranti
siciliani nel cinema – Ass. Reg. ai Beni Culturali e P. I., Catania, 1981
(riporta l'episodio di Angelo Musco e del suo film del 1909).
Tagliabue, C. - Letteratura, cinema e industria nel periodo muto -
in: Verga e il cinema - a cura di Genovese, N. - Gesù, S. - Maimone editore, 1996
Zappulla Muscarà,
S. - Verga, De Roberto, Capuana, Martoglio e la settima arte – in: Il teatro e i teatranti
siciliani nel cinema – Ass. Reg. ai Beni Culturali e P. I., Catania, 1981.
Zappulla Muscarà, S. - Nino Martoglio - Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma
1985 (p. 15, la lettera di martoglio al giornalista
Stanislao Manca).
Zappulla Muscarà,
S. - Zappulla, E. - Martoglio
cineasta - Editalia, Roma, 1995 (riporta anche la
sceneggiatura più estesa, col personaggio del cagnolino).
Zocaro, E. - L'apporto di Verga,
Capuana e Martoglio al cinema – in: Il teatro e i
teatranti siciliani nel cinema – Ass. Reg. ai Beni Culturali e P. I., Catania,
1981.