di Leonella
Cardarelli (leonellacardarelli@virgilio.it)
STORIA DELL’INDIA
I libri di
storia ci raccontano che la culla della civiltà è
Si suole dividere
la storia dell’India in sette periodi:
1) dal
2) dal
Secondo i libri di storia che hanno dato
credito alla teoria di Muller il popolo ariano era un popolo che veniva dal nord ed era un popolo
avanzato scientificamente. La civiltà ariana sarebbe stata una civiltà di
pastori, che parlava il sanscrito per gli argomenti scientifici. Questa civiltà
avrebbe distrutto la cultura di Harappa dopo averne assorbito le caratteristiche
e avrebbe portato la sua civiltà in India
3) dal
4) dal
5) dal 400 al 1200 la
civiltà indiana fiorisce nella scienza, nella filosofia, nella medicina e nella letteratura. Nell’anno 1000 iniziano le
invasioni musulmane
6) dal 1200 al 1700
nascono le prime dinastie musulmane e la comunità sikh.
L’invasione
musulmana durò fino al 1700 e cagionò la perdita definitiva di templi,
monasteri, documenti e biblioteche
7) Nel 1700 iniziò
l’altrettanto devastante dominio britannico, chiamato Raj. Gli inglesi avevano
intenzione di cristianizzare e modernizzare la civiltà hindu, creando una
stirpe di ‘angloindiani’, cioè un popolo indiano di pelle e sangue ma inglese
di mentalità. Il Raj britannico durò fino al 1947, anno della Dichiarazione
d’indipendenza dell’India e del Pakistan
In realtà tutte
queste distinzioni (ognuno poi si crea le proprie) hanno semplice valore
didattico, servono semplicemente a studiare ed inquadrare l’India in griglie
concettuali che appartengono più a noi occidentali che agli Indiani nello specifico.
L’India è portatrice di una conoscenza eterna definita sanathana dharma, una conoscenza contenuta e codificata nei libri
sacri indiani che non possono essere catalogati storicamente in quanto essi non
hanno uno svolgimento lineare. Nei testi sacri indiani ritroviamo i concetti e
gli insegnamenti più antichi ma ugualmente le filosofie più attuali. C’è da
porre anche in evidenza che la trasmissione del sapere in India avveniva solo
per via orale e solo in tempi storici essa è stata trasferita in supporti
scritti.. C’è infine da aggiungere che, storicamente, la civiltà indiana è
anteriore al sopracitato
CONFUTAZIONE DELLA TEORIA DI MULLER
La teoria della
razza ariana fu creata dal linguista tedesco Max Muller nel diciannovesimo
secolo. Muller morì all’alba del ventesimo secolo e nonostante le sue radici
cristiane amava molto l’Oriente. Egli ha
anche steso un’edizione critica del Rig-Veda (uno dei principali testi sacri
indiani) e fu il fondatore della mitologia comparata. La razza ariana, però, così
come la intendevano Muller e i suoi fautori, non è mai esistita o meglio: è
esistita solo nella loro mente. Muller infatti, per elaborare la sua teoria di
una razza ariana proveniente dal nord si
è basato esclusivamente su comparazioni linguistiche. Possiamo osservare,
infatti, che alcune parole sono linguisticamente simili in tutti i luoghi
europei. Facciamo l’esempio di madre,
esempio che ci fu proposto nel 1786 da Sir William Jones, studioso di
sanscrito: questa parola è molto simile sia in latino (mater), sia in sanscrito
(mata), in persiano (mathir), in francese (mère), in russo (matj), in armeno
(mair), in olandese e fiammingo (moeder). E questi sono solo alcuni esempi.
Di fronte a
queste palesi somiglianze, da cui derivò la nascita della linguistica
comparata, Muller è stato portato a congetturare la remota esistenza di un
popolo comune diffuso in Europa. Gli studiosi ricostruirono non solo la lingua
di questo presunto popolo ma anche la cultura. Questo popolo esisteva anche nella
mente di Hitler e dei suoi fautori. Ma questo popolo inteso in tal modo è
davvero esistito? O le cose stanno diversamente? Secondo alcuni studiosi, gnostici ad esempio, è possibile ricollegare
la razza aria direttamente al mito di Atlandide. Facciamo un po’ di chiarezza
per esulare da inutili fraintendimenti.
Il popolo ariano
che esisteva nella mente di questi studiosi non c’è mai stato ma in realtà è
esistito molto tempo prima. Se accettiamo
l’idea che sia esistito il popolo atlantideo possiamo comprendere come
mai ogni popolo abbia parole etimologicamente e linguisticamente simili, possiamo
comprendere come mai ogni popolo abbia sviluppato l’agricoltura e
l’allevamento. Se accettiamo che i sopravvissuti di Atlantide (forse quelli che
Bennet definisce “Maestri di saggezza”) abbiano cercato di adattarsi al nuovo
scenario mondiale, non solo, ma di ricostituire le basi della conoscenza
perduta, possiamo dire che il popolo che esisteva nella mente di Muller e dei
suoi sostenitori è esistito, sì, ma non era il popolo ariano proveniente dal
nord quanto invece la civiltà atlantidea antidiluviana. Questo mito del popolo
ariano attirò l’attenzione di Hitler in senso razzista e lui volle ricostruire
questa razza ‘pura’ attraverso ciò che tutti noi tristemente conosciamo come
nazismo. La parola ariano deriva da ‘arya’ che in sanscrito vuol dire nobile
spiritualmente. La razza aria è la nostra
razza: occidentale: africani, amerindiani, polari, orientali… siamo tutti
ariani. La razza ariana (o aria) è la nostra razza, nata dopo quella
atlantidea. Alcune fonti sostengono invece che la nostra razza si chiami razza
aria in quanto è la prima a respirare l’aria, visto che in Atlantide vi era
un’atmosfera acquosa.
Vediamo ora per
quali ragioni l’invasione ariana non si è mai verificata. In “Antica India la
culla della civiltà” gli studiosi G. Feuerstein, S. Kak e D. Frawley ci
forniscono ben diciotto argomentazioni che confutano la teoria di Muller. In
questa sede esporrò solo le più significative:
- i discendenti
degli ariani (gli attuali indù) non hanno memoria di un’invasione ariana. A
riguardo non vi è alcuna documentazione nei loro testi sacri.
-i reperti
archeologici ritrovati ad Harappa non fanno assolutamente pensare all’invasione
-sembra
piuttosto che gli abitanti di Harappa si siano spostati a causa di cattive
condizioni climatiche
- nessun testo
sanscrito a noi pervenuto parla di un’invasione
- i documenti, i
resti e la scrittura indiana presentano una forte continuità tra civiltà
harappana e induismo post-vedico, senza interruzioni né invasioni. Connessioni
esistono addirittura con la precedente civiltà legata alla città di Mehrgarh
I testi sacri
indiani sono i Veda che si suddividono
in quattro raccolte, dette Samhita, di inni e preghiere:
- Rig-Veda, che
contiene inni e preghiere da recitare durante riti e sacrifici
- Sama-Veda, che
contiene melodie da cantare in
specifiche occasioni
- Yajur-Veda,
che contiene formule sacrificali per cerimonie
- Atharva-Veda,
che contiene formule magiche ed incantesimi
La parola Veda deriva
dalla radice sanscrita vid che significa
conoscenza. Studio sui Veda
I Veda sono incarnazione di ogni saggezza ed
insegnano il modo di ottenere la purezza del cuore e di abbandonare le
impurità. La loro rivelazione è ininterrotta ed infinita.
L’importanza
rivestita dai Veda è ufficialmente riconosciuta ma questi testi sono stati
sottovalutati a lungo. Questa svalutazione è legata anche al fatto che il
contenuto dei testi stessi è talmente profondo che per noi Occidentali è
difficile comprenderlo ed è ancor più difficile tradurlo. Anche la datazione
rappresenta un problema infatti essa è tuttora approssimativa e molto incerta.
Possiamo dire che i Veda sono stati svalutati dal mondo occidentale anche
perché a differenza della Bibbia non contengono molte nozioni storiche (è
possibile ricostruire un’archeologia della Bibbia ma non un’archeologia vedica)
tuttavia, in compenso, i Veda abbondano di profonde conoscenze religiose filosofiche
e culturali che non possono passare inosservate. Non solo, ad una lettura più
attenta si vanno scoprendo conoscenze scientifiche che solo oggi, alla luce
delle più recenti scoperte, ci appaiono chiaramente..
Leggendo i Veda si
scopre che la manifestazione religiosa
per eccellenza dei popoli vedici era il sacrificio. La religione ha sempre
rivestito un ruolo preponderante all’interno della società indiana. I testi
sacri sono scritti in sanscrito. Il sanscrito è una lingua che restò immutata a
lungo, fino alla fine del
Abbiamo poi dei
poemi epici quali il Mahabharata ed il Ramayana, i Purana e i Vedanga che spiegano i Veda e che ne sono una sorta di
appendice.
I Vedanga sono divisi
in sei parti (a seconda dell’argomento: fonetica, grammatica, astronomia ecc.)
e sono sotto forma di sutra, cioè un modo di scrivere breve e poetico, con nomi
lunghi e quasi senza l’uso dei verbi (tipo aforismi). Lo scopo dei sutra era di
rendere il sapere più facilmente memorizzabile. Le parti principali dei Vedanga
sono i Sulbasutra e i Kulpasutra. Mentre i Kulpasutra riguardano la matematica
vedica,
i Sulbasutra,
che si dividono a loro volta in tre capitoli, sono più specifici poiché contengono le
conoscenze volte alla misurazione e alla costruzione delle figure geometriche
degli altari per sacrifici. La precisione era assolutamente importante in
quanto un’inesattezza avrebbe invalidato il rituale. Nei Sulbasutra viene
enunciato il famoso Teorema di Pitagora, che gli Indiani conoscevano dall’800
a.C. I Sulbasutra forniscono spiegazioni per due tipi di rituale: quello
familiare (che richiedeva altari quadrati e circolari) e quello di comunità (i
cui altari erano più complessi). Troviamo anche testi sulle leggi, sulla politica
e sulla medicina, ad esempio Il codice di Manu è uno dei più importanti
trattati riguardante le leggi. Di rilevante importanza è il Vedanta, cioè la
parte finale dei Veda, e le Upanishad che sono dei testi esoterici. Il Vedanta
si enuclea nei sei sistemi filosofici
indiani (dharshan), dove la speculazione raggiunge livelli elevatissimi.
INDIA, CULLA DELLA MATEMATICA
Noi crediamo che
il nostro sistema di numerazione derivi dal mondo arabo. Invero deriva dal
mondo indiano, gli arabi lo hanno diffuso e portato sino a noi. Il mondo
occidentale, con il suo eurocentrismo e grecocentrismo ha fatto molta fatica a
riconoscere il valore culturale e scientifico dell’India. A tutt’oggi c’è chi
vuole ostinarsi a cercare di dimostrare che gli Indiani abbiano acquisito il
loro sapere matematico dai Greci (visto che sia i Greci che gli Indiani
conoscevano la funzione di seno e il teorema di Pitagora). Tuttavia dobbiamo
ammettere che è stato il contrario, vale a dire che molte forme culturali
greche sono state prese in prestito dall’India. Il popolo indiano era in grado
di denominare numeri altissimi ed utilizzava il
sistema decimale per qualsiasi cosa: per contare, per misurare le
lunghezze e i pesi.
I numeri indiani
hanno conosciuto varie fasi:
1) numeri
kharosthi (utilizzati prima del
2) numeri brahmi
(dal
3) numeri
gwalior (dal 500 d.C. circa) sono un’evoluzione del sistema numerico brahmi e
comprendono anche il numero 0. Lo 0 veniva chiamato ‘sunya’ e faceva pensare
agli Indiani ad uno spazio celeste infinito e vuoto. La parola sunya vuol dire
vuoto ma il concetto di vuoto per gli Indiani è diverso da come lo intendiamo
noi. Per gli Indiani il vuoto è divino, è l’incontro tra cielo e terra, tra mondo
materiale e mondo spirituale. Si tratta di un sistema decimale posizionale ed i
numeri sono molto simili ai nostri
Il sistema
gwalior lo troviamo sugli scritti e
sugli oggetti.
Quest’ultimo
sistema numerico venne poi preso in prestito dagli arabi, che lo affinarono e
lo portarono in Europa dove si sono successivamente sviluppati i numeri come li
conosciamo noi.
Gli Indiani sono
molto famosi anche per i loro mattoni, cotti in fornaci e costruiti con una
tecnologia molto avanzata già dall’antichissima epoca harappana. Essi utilizzavano i mattoni per costruire gli
altari. Questi mattoni avevano un rapporto perfetto tra altezza (4), larghezza
(2) e spessore (1). I nostri mattoni hanno ereditato lo stesso rapporto. C’è da
dire che nel modo in cui gli altari venivano assemblati, gli Indiani celavano
conoscenze scientifiche e spirituali.
La società
indiana è conosciuta per la divisione in caste. Negli antichi testi dei Veda
(e dunque nel progetto originario della società indiana), la divisione in caste
era intesa come un mezzo che consentiva all’uomo di esplicare al meglio le
proprie qualità e tendenze. Si nasceva in una casta, poi si veniva valutati ed
inseriti in un’altra casta, rispondente al proprio carattere.
Le cose cambiarono a causa dei sacerdoti (brahamani,cioè gli intellettuali santi)
i quali volevano preservare la purezza della loro casta. Così i criteri di
passaggio da una casta all’altra divennero molto rigidi e già all’epoca di
Buddha (
I chandala erano i più “emarginati”: vivevano in
villaggi a parte e dovevano andare in giro facendo risuonare delle nacchere per
avvertire del loro avvicinarsi. Loro infatti dovevano
stare lontano dagli altri poiché si pensava che potessero contaminare il resto
della popolazione. Addirittura gli uomini di casta non potevano neanche
guardarli per paura di essere contaminati e se per caso accadeva si facevano
dei riti purificatori: ci si voltava in fretta, si bagnavano gli occhi con acqua profumata per
difendersi dal malocchio, ci si asteneva dal cibo e dai liquori per tutto il
giorno. L’uomo di casta poteva avere persino paura di essere sfiorato dal vento
che prima sarebbe potuto passare sul corpo di un chandala.
Naturalmente se veniva ucciso un chandala, non succedeva nulla al suo
assassino, come oggi non accade nulla a chi uccide o maltratta un individuo
senza cittadinanza.
Gandhi (1869-1948), oltre a desiderare un’organizzazione delle caste così
com’era in origine, voleva che anche i fuori-casta occupassero un posto degno
nella società e che non fossero considerati inferiori agli altri.
Nella società indiana l’amministrazione della giustizia era affidata ai
brahamana La divisione in caste è ancora
attuale in India.
Oggi la società indiana risente forse delle invasioni che hanno tentato
di cambiarne un po’ l’aspetto, ma questo solo all’apparenza. L’India è una
terra forte, prende il meglio dagli altri, ma non rinnega le proprie
radici. Gli Indiani seguono una doppia
legislazione: una interiore (regole divine, dharma) ed una esteriore (regole
date dagli uomini per gli uomini). La spiritualità non è vista in India come
una cosa a sé stante bensì è parte
integrante di ogni fattore culturale.
Da noi
Occidentali l’India è vista oggi come una terra povera, in realtà la vera
ricchezza di questo paese è culturale, interiore e filosofica ed è dimostrata
dall’aver difeso la loro antica tradizione nonostante i disagi climatici e le
invasioni musulmane ed inglesi.
Bibliografia:
Daniélou A.
(1971) Histoire de l’Inde, Librairie Arthème Fayard; trad. it (1984) Storia
dell’India, Ubaldini editore, Roma
Sublash K, Frawley D, Feurstein G (1995) In search
of the cradle of civilization; trad. it (1999) Antica
Altre fonti:
Ferrini, M.
(2001) Contesto e fonti della letteratura vedica, Centro studi Bhaktivedanta,
Dipartimento di Scienze tradizionali dell’India, Perignano (PI)
Ferrini, M.
(2001) Introduzione alla psicologia dell’India. L’India e l’Occidente, Centro
studi Bhaktivedanta, Dipartimento di Scienze tradizionali dell’India, Perignano
(PI)
Storia e
teoria dei sistemi di calcolo e comunicazione (materiale didattico del corso
Storia e teoria dei sistemi di calcolo e comunicazione, prof. Di Gregorio M., A.A.
2004/2005, Facoltà di Lettere e filosofia, Università degli studi di L’Aquila)