La Dieta di Roncaglia e gli sviluppi politici successivi ad essa

 di Enrico Pantalone

 

Nel 1154 si tenne la prima grande Dieta per discutere le problematiche inerenti alle questioni giuridiche sulla sovranità dell’Imperatore nei confronti dei comuni padani: di fatto, la Dieta riuniva i rappresentanti dello stato, quelli delle autorità cittadine dell’Italia settentrionale e gli emissari del Papa.

A Roncaglia, Federico fu assistito dai discepoli d’Irnerio della rinomata scuola giuridica di Bologna che cavalcarono insieme con lui per esplicitare ai rappresentanti delle città convenute la sovranità di diritto che spettava su di loro da parte dell’Imperatore: i loro nomi erano Bulgaro, Martino, Jacopo ed Ugo.

Alla fine della Dieta di Roncaglia si stilò un atto solenne, importante certamente per l’apporto dottrinale offerto, che definiva le regalie, in altre parole i diritti feudali spettanti al sovrano ed in particolare al detentore del titolo imperiale.

Riportiamo alcuni passi particolarmente interessanti dell’atto:

“Regalia sunt hec: arimannie; vie publice; fulmina navigabilia et ec quibus fiunt navigabilia; portus; ripatica, vectigalia que vulgo dicuntur tholonea; monete: mulctarum penarumque compendia; bona vacantia et que indignis legibus auferuntur, nisi que spetialiter quibusdam conceduntur; et bona contrahentium incestas nuptias et dampnatorum et proscriptorum secundum quod in novis constitutionibus cavetur; angariarum et parangariarum et plaustrorum et navium prestationes; et extraordinaria collatio ad felicissamam regalia numinis expeditionem; potestas constituendorum magistratuum ad iustittiam expediendiam; argentarie; et palatia in civitatibus consuetis; piscatiom redditus et salinarum; et bona committentium crimen maiestatis; et dimidium thesauri inventi in loco Caesaris, non data opera, vel in loco religioso: si data opera, totum ed eum partinet”.

Possiamo notare che, oltre alle normali  disposizioni che riguardavano le vie di comunicazione e le tassazioni, ragionevolmente sotto la tutela legislativa imperiale, si potevano trovare anche disposizioni che riguardavano, per così dire, una natura morale del vivere civile come il sottrarre beni di persone che si univano in maniera incestuosa nel matrimonio o di persone colpite dai fulmini della legge, in verità, non che questo non esistesse prima, ma ora si possedeva una codificazione scritta e valicata a tutti gli effetti.

Interessante anche l’ultima parte, dove possiamo trovare riferimenti a tesori recuperati in possedimenti imperiali, da spartire a metà, se il monarca non avesse aiutato in alcun modo, o da consegnare interamente in caso d’aiuto e collaborazione dello stesso.

Al di là delle facili battute di spirito su queste ultime dichiarazioni, il fatto è che Federico decise d’inviare presso ogni città del suo impero italiano un podestà o comunque una persona di sua fiducia che governasse in sua assenza e che tutelasse il suo interesse in ogni momento.

Accettò però il fatto che tale podestà amministrasse la cittadina insieme ai consoli eletti dall’entità comunale stessa, o da chi la rappresentava politicamente dal punto di vista  amministrativo.

L’esperimento alquanto interessante era però destinato a fallire rapidamente, perché i rappresentanti dell’Imperatore disertarono presto i loro doveri reali e cominciarono a subissare le cittadine di tasse spropositate ed anche d’angherie d’ogni genere.

In effetti, furono queste le principali cause che portarono i comuni ad odiare l’istituto imperiale che in sostanza, tutti riconoscevano come diritto del monarca, ma che ora s’apprestavano a combattere in nome d’una amministrazione finanziaria più corretta.

Pare che il vicario peggiore in questo senso fu tale Arnaldo da Barbavara che insediatosi a Piacenza, raggiunse ogni sorta di primati da guinness nelle angherie cui sottopose la città.

Federico che aveva urgenza di trovare e di ricavare dal complesso dei suoi diritti all’incirca 30000 libbre d’argento l’anno, non riuscì in realtà mai a riscuotere nulla, Milano e Piacenza guidarono le città che si ritenevano ostili all’Imperatore, mentre Cremona, Como e Pavia erano le capofila dello stesso in Italia.

Resta il fatto che Milano respinse decisamente il vicario imperiale Rainaldo di Dassel quando questi venne per esercitare i suoi diritti entro le mura della città: al contrario, altre città accolsero a braccia aperte l’incaricato dell’esecuzione imperiale.

Da notare che, proprio in quel periodo, ci fu una serie sconcertante d’ambascerie tra Papato e Comuni per chiedere la scomunica di Federico e la sua sostituzione, a capo dell’Impero, con un altro personaggio di chiara fama.

Venne finanche fuori il termine “societas Lombardorum”, che altro non è che la formula tipica per indicare quella che noi chiamiamo di solito la Lega Lombarda, ed in questo caso si tratterebbe della prima volta che appare apertamente questo nome così importante per il nostro studio.

Sicuramente, all’interno dell’Italia settentrionale, regnava un clima che possiamo, a dir poco, definire rovente e che quindi era suscettibile in ogni momento d’esplodere e rovesciare un sistema, fino ad allora mai seriamente compromesso da alcuno.

Le forze politiche dell’Italia settentrionale erano certe d’essere impegnate in qualcosa di decisivo nella lotta ad oltranza che stavano per intraprendere, allo scopo di salvaguardare la loro autonomia e soprattutto la loro sopravvivenza.

A complicare le cose arrivò, come un fulmine a ciel sereno, la morte di papa Adriano IV che regalò, se così possiamo dire, due nuovi pontefici invece del normale uno.

Era chiaramente una manovra politica perché se Alessandro III rispondeva alle acclamazioni delle città comunali ribelli, con alla testa l’intraprendente Milano, all’Imperatore Federico rispondeva Vittore IV, visto dall’Imperatore stesso come il vero ed unico sovrano della Chiesa.

Il Barbarossa, in ottemperanza alla sue idee rispetto alla sovranità temporale, dichiarò solennemente che spettava a lui solo il compito di provvedere “ad remedium tam perniciosi morbi” e chiamò ad un concilio i due contendenti la tiara papale.

Il tutto si risolse nel disconoscimento verbale dell’universalismo sperato da Federico, causato anche da intrighi, minacce e trucchi a cui non mancò di dare il suo apporto l’Imperatore stesso.

Alessandro III non fece nessuno sforzo per venire incontro ai desideri della controparte; anzi, emanò la scomunica contro l’Imperatore e sciolse, al tempo stesso, tutti i sudditi dall’obbligo di fedeltà nei suoi confronti.

Ovviamente, di tale situazione approfittarono immediatamente tutti i comuni che avevano già in animo di ribellarsi al potere temporale da molto e che non aspettavano altro che un motivo valido per attuare i loro progetti d’autonomia; prima, fra tutte, la città principale dello scenario settentrionale italiano: Milano.

Di fronte ai colpi subiti nel suo prestigio dalla sconfitta ad opera papale e capendo che, ben difficilmente, avrebbe potuto restaurare un’autorità anche nel settore ecclesiastico, Federico si gettò anima e corpo nella restaurazione del suo potere temporale, almeno nei confronti delle cittadine lombarde.

Possiamo, a posteriori, scrivere che intorno a Milano si giocò una dura battaglia.

Difatti, una vittoria definiva di Federico sui comuni, e così non fu, avrebbe dato a lui un tale potere da far pesare tutti i suoi diritti in qualunque luogo del suo grande impero, mentre, al contrario una vittoria parziale avrebbe dato una nuova linfa alle aspettative dei comuni di poter rovesciare il suo dispotismo imperiale.

Federico giurò di non portare mai più la corona finché non fosse riuscito a debellare Milano, che manifestava così tanta resistenza alla sua persona, e questo poteva denotare come lui in fondo temesse e tenesse a questa città.

Difatti, dopo averla distrutta e rasa al suolo, sentenziò baldanzosamente:

“victo autem Mediolano, per Dei gratiam vicimus omnia”, convinto d’avere debellato una volta per tutte il “bubbone” dell’autonomia comunale e cittadina; anzi, a questo proposito, volle addirittura

datare di suo pugno il diploma che riportava il fatto della distruzione di Milano.

 

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