Due problematiche basilari nei rapporti tra comuni italiani e potere imperiale          di Enrico Pantalone

 

 

Le proposizioni erano molte e sempre con argomentazioni ben fiorenti, da trarre in freno anche il più astuto e preparato degli studiosi del tempo.

Innanzi tutto, bisogna porre il problema dicotomico sulla possibilità o meno di legiferare da parte (nel nostro caso) dei comuni dell’Italia settentrionale e poi, susseguentemente, la seconda dicotomia sul riconoscimento o meno del valore del diritto statutario sul diritto romano imperiale.

Si può affermare che la seconda dicotomia sia assolutamente inscindibile dalla prima perché legata alla sua piena affermazione (in caso contrario, avremmo avuto la piena potestà imperiale senza la valorizzazione del diritto statutario).

Il trattare queste questioni, da parte dei giuristi dell’epoca, significava prendere una parte importante nella contesa, perché non si trattava di dare solamente una risposta a delle richieste particolari dell’imperatore e dei comuni italiani, ma di esprimersi compiutamente sui diritti di sovranità o meno dell’imperatore stesso sulle civitas.

Riteniamo anche opportuno chiarire che, in ogni modo, i comuni non avevano alcun’intenzione di venir meno alle loro qualità di federati imperiali, ma solo di ottenere una propria disciplina (e, a questo proposito, essi si sono sempre mossi nel rispetto ed in osservanza del sistema imperiale esistente).

I giuristi erano quindi chiamati ad elaborare delle soluzioni derivanti dal diritto romano stesso.

In sostanza, dovrà essere lo stesso diritto romano a codificare efficacemente lo ius statuendi delle comunità italiche e a creare una nuova situazione legislativa nell’impero stesso.

Gaio, con il suo “Omnes Populi”, darà un aiuto insperato per compilare questa nuova situazione giuridica, senza prescindere dal codice giustinianeo.

Attorno a questo libretto si cimentarono i più importanti interpreti del diritto nell’arco di tre secoli, da Irnerio a Bartolo di Sassoferrato, accendendo dispute magistrali sull’uso delle norme statutarie e sui diritti acquisiti o meno dai comuni italiani.

E’ proprio da questo frammento, passato così prepotentemente alla storia seppure nella sua brevità, che vogliamo partire per analizzare le problematiche inerenti al già citato diritto di sovranità dell’imperatore sui comuni lombardi, o meglio settentrionali, e sulle dispute avvenute durante l’impero di Federico I detto il Barbarossa.

Riporto il frammento gaiano: “ Omnes populi, qui legibus ert moribus regentur, partim suo proprio, partim communi omnium hominum iure utuntur. Nam quod quisque populus ipse constituit, id ipius proprium civitatis: quod vero naturalis ratio inter omnes homines constituit, id apud omnes peraeque custoditur vocaturque ius gentium, quasi que iure omnes gentes utuntut “.

E’ palese e risulta evidente immediatamente come Gaio esprima chiaramente il diritto comune a tutte le genti (in questo caso il popolo dell’impero) e un altro diritto proprio delle civitas: da qui, a  trarre che ogni città poteva dotarsi di una propria legiferazione il passo era breve.

Era chiaramente ancor più palese che questo principio era in netta contraddizione con quello espresso nelle stesso codice giustinianeo e che diceva: “leges condere soli imperatori concessum est”.

In tal modo spettava solo all’imperatore interpretare le leggi e solamente a lui spettava l’ultima parola sulle leggi da creare, a lui e solo a lui ci si doveva rivolgere e nessun altro aveva il potere di farlo.

Qui è espressa chiaramente la sovranità imperiale che pareva escludere, senza troppe discussioni ed in modo assoluto, qualsiasi altra fonte produttiva che non fosse quella dell’imperatore stesso.

Bisognava, quindi superare questa difficoltà non certamente priva d’insidie e di valori nascosti in ogni circostanza, venuti alla luce dopo studi difficili e laboriosi.

 

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