L’Egitto,
il deserto e la religione di Enrico Pantalone
Dal viaggio
d’Antonio in poi e siamo intorno al III secolo AD, i personaggi che si ritirano
ai margini della vita, in località desertiche, in pieno ascetismo, diventano
numerosi, soprattutto dalla parte dei territori egiziani.
Questo tipo di vita che ovviamente non ha nulla di sociale, ma diventa un
terreno per provare sostanzialmente virtù e qualità umane, ha un’origine
profonda che è datata molto prima della nascita del cristianesimo ed ha soprattutto
nell’Egitto la sua culla.
Ora, la domanda ovvia è il perché l’Egitto ebbe modo di sviluppare questo
contatto natura/uomo in maniera così differente rispetto al resto dell’ecumene
conosciuto.
Indubbiamente il territorio favorì lo sviluppo di queste virtù senza
dimenticare che sin dalle origini gli egiziani furono sicuramente tra le varie
civiltà coloro che erano considerati in assoluto i più religiosi, spesso e
senza differenza alcuna, le varie classi sociali dell’antichità di questo
popolo risultavano unite nel considerare come bene primario il patrimonio
spirituale nella vita di tutti i giorni.
Al tempo antico la presenza “reale” degli dei nel corso dello svolgersi
abitudinario della quotidianità veniva citato da diverse fonti e del resto i
ritrovamenti l’hanno poi dimostrato ampiamente.
L’Egitto, paese da sempre caratterizzato dal contrasto deserto/fertilità del
Nilo, era così essere il miglior veicolo per la propagazione dell’ascetismo
duro che i primi cristiani praticavano in quelle zone e che si differenziava
nettamente da quello posizionato più ad oriente.
Gli egiziani poi nell’antichità sviluppavano delle predisposizioni naturali
rispetto al modo di vivere austero, nessuno di noi ha mai sentito parlare di
luculliani banchetti o di sregolatezze fisiche anche da parte di chi imperava,
in alcuni momenti s'aveva come la sensazione che essi vivevano nell’attesa
della morte e spesso da Erodoto in poi quest’etnia è figurata come la più sana
del mondo.
Un altro luogo comune è che gli anacoreti dell'antico Egitto erano
rappresentati come dei babbalei, dei bertoldini, ma questa è una visuale del
tutto greca dell'approccio forse dovuta ad un'alterigia "accademica"
provocata indubbiamente dalla maggiore istruzione e sviluppo culturale dell'esperienza
ellenistica.
Certo, l'egiziano non aveva doti intellettuali grandiose, ma aveva per contro
una fierezza d'animo che permetteva di sviluppare una vita spirituale superiore
alla norma, logico che poi questo si sia ulteriormente sviluppato in
coincidenza della diffusione cristiana sul suo territorio.
Tra l'altro la fierezza e la forza d'animo sono sempre state una costante della
gente rurale egiziana sia sotto i romani sia in seguito e questo implicitamente
fa comprendere come facile sia stato il traghettamento in forme anche estreme
di ritiro monastico.
IL fattore più importante degli anacoreti antichi egiziani è che possedevano
una memoria formidabile, pur non essendo particolarmente colti ed in pratica si
ritrovavano spesso ad essere al tempo stesso degli uomini estremamente
spirituali e custodi di conoscenze che hanno poi tramandato nel tempo.
Il deserto, partendo dall'antichità per un religioso ha indubbiamente
rappresentato una frontiera, non solo in termini morfologici e geografici, ma
anche in termini di crescita interiore dello spirito umano, di perseveranza,
d'etica estrema, perciò appare evidente anche nel successivo cristianesimo in
questi territori la differenza tra chi ha usato questa pratica come virtù di
vita e chi viceversa ha preferito altre vie.
Esaminando alcuni aneddoti della vita di coloro che avevano scelto il deserto e
non il monastero v’era sicuramente un che mi sembra molto singolare sia perché
riguardava un abate, Olimpio, che viveva nel deserto di Scete la sua vita da
eremitaggio, ma nel contempo era schiavo di una famiglia alessandrina.
Egli, fermo nei propositi tornava una volta all’anno dai suoi padroni con il
guadagno ricavato dai piccoli lavori che egli eseguiva nei momenti di riposo
dalla preghiere e che abbiamo già visto in precedenza e che i padroni stessi
declinavano chiedendogli di donarli in beneficenza a chi volesse lui, anzi
aumentando spesso “la rendita” e fin qui nulla appare eccezionale, certo non
normale prassi, ma realistica.
Olimpo però pretendeva di lavare i piedi ai suoi padroni perché solo in questo
modo egli poteva ringraziarli di lasciarlo servire il suo Dio come lui voleva,
anziché fargli fare altri lavori: per lui servirli in questo modo era anche
servire il suo Dio: evidentemente la rigidità morale ed etica prevaleva anche
fuori dall’ambito del territorio che egli s’era scelto per vivere le sue
intense giornate spirituali.
Abbiamo analizzato molto e spesso tutto ciò che riguarda i Padri del Deserto,
gli abba, in altre parole coloro che facevano una scelta di vita di puro
ascetismo cristiano andando a vivere in posti desertici, in grotte profonde, in
Monasteri ai margini del deserto o nel caso più eclatante sulle colonne, ma mai
abbiamo parlato delle amma, delle donne che sceglievano lo stesso tipo di vita.
L’amma era il contraltare dell’abba, era colei che lo ispirava spesso e lo
incitava, era normalmente una donna molto forte psicologicamente, dotata di
gran saggezza e spiritualità ed erano coloro che spesso riuscivano meglio degli
uomini a comprendere come la vita fosse sempre foriera di eterne domande che ci
si poneva sin dalla nascita.
La maggior qualità ricercata dalle amma nel loro viaggio interiore era chiamata
apatheia ed in sostanza rappresentava il riuscire a vincere l’esplosione degli
affetti che comunemente una donna portava con sè.
La donna, rispetto all’uomo ha sempre sviluppato internamente una sensibilità
maggiore certo anche spirituale: proprio per questo risultava più ostica anche
la ricerca della purezza rispetto agli affetti ed al sentimento.
Doveva essere anche una prova di maturità che disciplinava concretamente
l’emotività passionale recondita se non per Dio, qui doveva esserci sicuramente
una differenza sostanziale con l’uomo, gli abba costruivano nel deserto una
propria società concreta, anche se religiosa, l’amma invece rimaneva molto più
semplice e lineare nei propri scopi ed il “bene” ricercato risultava senz’altro
diverso.
Comprendo che un discorso simile è abbastanza ostico e come potete vedere non
intendo assolutamente parlare in termini di funzionalità religiosa, per altro
sarebbe fuori luogo, la mia intenzione è valutare quanto ed in che termini una
madre del deserto risulti più efficace nel dominio dei propri sentimenti
durante la ricerca spirituale rispetto all’uomo.
Bisogna ulteriormente
comprendere bene il significato di “apatehia”, basilare fondamento idealistico
e spirituale sia nelle madri sia nei padri del deserto, ma ovviamente
accentuato maggiormente nelle caratteristiche femminili.
L’apatheia tecnicamente è la vera purezza o passione che è rivolta
esclusivamente al Creatore, a Dio, e da questa passione è tratta una forza
interiore che diventa molto vitale nelle sue manifestazioni sia positive che
negative e che normalmente assiste l’adepta/o nel corso del suo lungo cammino
verso la comprensione dello stato interiore: è in buona sostanza l’amore o la
reale capacità d’esprimere l’amore come manifestazione verso Dio.
Sostanzialmente è anche libertà intrinseca, perché il distacco dalle cose
terrene porta al distacco reale del rapporto umano che
non è visto in chiave negativa, ma solo in chiave d’impedimento per il
raggiungimento dell’obiettivo desiderato.
(il testo è pubblicato anche su SIGNAINFERRE)