L’Epopea
dell’Esercito Alessandrino di Enrico Pantalone
Tutto ciò che ci è stato tramandato delle
cosiddette imprese di Alessandro sono state scritte a posteriori da personaggi
che non hanno partecipato a nessun titolo alle campagne.
Sicuramente se avessero partecipato avrebbero dovuto parlare non d'un esercito trionfante ma logoro, distrutto al 90 per
cento negli assurdi ed allucinanti tentativi di passaggi tra ghiacci, deserti,
paludi, guadi di fiumi impossibili.
I soldati nemmeno di fronte all'oro di Arpalo
riuscivano più a combattere, dodici anni di sconfitte mascherate bene da alcune
nette vittorie certo, ma attraverso una ritirata umiliante e Clitarco che ebbe
modo di parlare con i veterani raccolse drammatiche versioni.
Gli storici Persiani parlano indignati di gloria per massacri inutili, orge
gigantesche, saccheggi pesantissimi ed incendi anche laddove non si sentiva certo il bisogno.
Alessandro sacrificò il fior fiore della gioventù
greca in un'operazione senza senso, di pura illusione: forse è vero quanto
dicono diversi storici moderni, ciò è quello che la Grecia dovette scontare per
diventare "adulta".
Un esempio della tragedia dell'esercito greco potrebbe essere la spedizione che
passò per l'attuale Afghanistan e precisamente nei
territori chiamati dei Cinque Fiumi appunto per lo scorrere di tanti fiumi
nella vallata.
Diciottomila chilometri percorsi a piedi dai soldati, pensiamo quale dramma,
quanti morti ogni giorno per il passaggio tra le
montagne fredde e desertiche...
Un punto fondamentale a mio giudizio è che i greci non avevano tenuto conto
minimamente del comportamento che avrebbe tenuto gli asiatici delle alture:
nell’esercito ellenico il pensiero fisso era sul prototipo di satrapo bieco,
crudele e normalmente di scarsa resistenza fisica e morale.
Probabilmente i generali di Alessandro pensavano a
coloro che avevano incontrato in precedenza, più mediorientali che iranici:
alla prova dei fatti invece queste popolazioni risultarono l’esatto contrario
di quanto essi credevano, forti quanto loro ma molto più umani nel trattare la
gente, e sorprendentemente generosi anche con chi invadeva la loro terra.
La loro vitalità fu un passo decisivo nell’arginare Alessandro ed il suo
esercito, essi traevano forza nel momento in cui sembrava che non ne potessero
avere e questo incideva sul morale dei greci e sui veterani di guerra che
comprendevano bene lo stato delle cose.
Questa fu una guerra (passatemi il termine) filosofica e non solamente di armi come molti hanno voluto far credere (e non è detto
che sia sbagliato ciò ma questo è quello che penso io), lo scontro non avvenne
solo nelle quattro battaglie campali che non determinarono praticamente nulla
in termini di vittoria o sconfitta ma nelle lunghe attraversate delle valli,
nelle alte montagne da superare, negli immensi fiumi da guadare e via dicendo e
qui entrava lo spirito dell’uomo: un grande esercito come quello di Alessandro
diventava piccolo di fronte alla Natura che lo circondava, questo era già una
sconfitta per il greco.
Il Mar Mediterraneo (e l’Egeo ancor più) diventava un lago in
confronto all’Oceano Indiano: qualunque soldato greco marciasse di fronte a
questi elementi rimaneva indubbiamente estasiato: lo stupore di un altro mondo,
enorme rispetto alla loro piccola penisola incise e parecchio se crediamo a chi
scrisse i resoconti.
Del resto le battaglie veramente tali e degne di menzione furono solamente
quattro nel periodo
336-323: Granico/Frigia (334), Isso/Siria (333),
Gaugamela/Iraq (331) e Yelum/Pakistan (226), il che significa che trascorse
almeno un quinquennio tra la prima fase diciamo mediterraneo-iranica e la
seconda indo-pachistana, del tutto logico se pensiamo al tragitto da
percorrere.
Su queste quattro battaglie gli stessi storici non concordano molto, le
interpretazioni sono innumerevoli e conviene fare
comunque un discorso di massima, diciamo sugli aspetti singolari di ciascuna
d’esse.
Il Granico è un fiume assai profondo ma pieno
d’isolotti di sabbia che aiutano l’attraversata, quindi una certa
intraprendenza è del tutto logica da parte dei 43000 fanti e dai 6000
cavalieri, occorre velocità e destrezza, ed il piccolo esercito, perché le
dimensioni sono tali rispetto a quello nemico, si muove in rapidità essendo
ancora fresco di sbarco nella penisola anatolica.
I persiani li aspettano sulla riva opposta e con loro ci sono moltissimi greci
che combattono con Memnone di Rodi.
La linea della falange s’aggira sul chilometro e mezzo, molto serrata,
l’attaccio macedone è improvviso e la cavalleria persiana non regge all’urto e
la collina dove sono disposte le linee dei fratelli greci che combattono con i
nemici sono investite dal ogni parte, si combatte
anche di notte, nessuno di questi lascerà vivo il luogo della battaglia,
Alessandro non concede loro nessuna pietà, lo sterminio è attuato
sistematicamente.
A Isso Dario ha circa cinquecentomila uomini, mentre i
macedoni hanno ricevuto rinforzi da Parmenione e dall’intera Grecia, Dario
tenta la sortita alla spalle mentre l’esercito di Alessandro si dirigeva a sud
della Cilicia costretto dalle manovre persiane a ritornare sui propri passi
formando un lungo cordone lungo circa 7 chilometri per sbarrare la strada al re
persiano ed evitargli l’accesso al mare.
Siamo alle porte dell’inverno ed il clima non aiuta certamente soprattutto per
la secchezza e l’umidità non ceto per il freddo, si cerca l’acqua e le fonti
sono un estimabile tesoro da mantenere e lo stesso fiume Deli Cai dove in
pratica si svolgerà lo scontro è secco.
I due eserciti si scontrarono anche verbalmente ed a pieni polmoni, da parte
macedone l’urlo che riecheggiava era il consueto ma
poi iniziò la battaglia che vide come nella precedente la cavalleria macedone e
tessalica accerchiare e distruggere quella persiana, poi il solito corpo a
corpo tra le fanterie e poi dopo la vittoria greca, l’assalto selvaggio
all’accampamento di Dario, la cui tenda fu riservata ad Alessandro che scoprirà
tesori inestimabili ed incominciare a capire la differenza tra il suo regno e
quello persiano in senso di grandezza e forse proprio qui inizierà a cullare il
sogno d’essere re dei re.
In realtà Dario era ben vivo e vegeto ed riuscì a
salvare una buonissima parte dell’esercito su cui avrebbe contato per il
futuro.
Gaugamela, zona oltre l’Eufrate ed il Tigri rappresentava
l’ultima tappa del mondo “conosciuto” dai greci, d’ora in poi le alte catene
montuose e i grandiosi corsi d’acqua sarebbero stati i loro compagni di
viaggio.
L’esercito era sempre abbastanza modesto nelle proporzioni di circa 45000 fanti
e 7000/8000 cavalieri, per passare quest’ultimo i fanti si reggevano l’un l’altro sottobraccio creando una specie di quadrato
militare.
Visto che per la prima volta la battaglia sarà in una distesa pianeggiante,
anche le armi che saranno usate saranno diverse, catapulte, baliste e scorpioni
da un lato, carri da guerra che lanciano frecce, dardi, e costeggiati di
numerose lame con l’aggiunta di elefanti indiani,
molto più veloci di quelli africani conosciuti dai greci dall’altra.
L’esercito d’Alessandro si schiera in linea, la più lunga possibile, falange in
centro, le truppe mercenarie ai due lati e la cavalleria in senso obliquo fino
a formarsi in cuneo, tipicamente in questa maniera per timore d’essere
accerchiata.
Ma ancora una volta la cavalleria ebbe la meglio su
quella persiana e soprattutto sui terribili carri da guerra di quest’esercito,
mentre a pagare il prezzo più alto furono gli alleati mercenari e la fanteria
che globalmente persero il dieci per cento dei loro effettivi.
Anche questa però fu una vittoria mutilata, Dario era
sfuggito ed i morti lasciati sul terreno erano facile germoglio per la peste
che già s’aggirava nei dintorni e che compì quindi le solite stragi.
Ora restava solo l’oriente ma s’era a circa un terzo
del cammino globale….
Quindi trascorsero cinque anni prima che l’esercito ingaggiasse un nuovo
scontro, cinque anni di lunghe marce e di silenzi terribili, e fu la più
inutile delle campagne quella che portò alla battaglia di Gialampur.
Dopo aver guadato l’Indo, i macedoni si trovarono il passo sbarrato presso il corso
dello Yelam dall’esercito del re indiano Poru , questa volta non così numeroso
come in quello in passato dei persiani ma con almeno un centinaio d’elefanti
indiani con torretta guidati dal monarca stesso ed arcieri che stupirono
Alessandro ed i suoi oltre che un consistente numero di nuovi carri da guerra
definiti “mostri” che incutevano un netto timore dando la netta sensazione
d’essere una fortezza più che un quadrato militare.
Così si pensò di prenderla lateralmente con uno stratagemma: mentre alcuni
cavalieri e fanti falangisti restavano sulla piana ed ingaggiavano il duello
con gli elefanti e le macchine da guerra il grosso
dell’esercito macedone passando appunto più a nord e tagliando attraverso per
il fiume si ritrovò a fianco dei persiani.
La battaglia in questo caso fu ancora vinta dai macedoni ma a quale prezzo:
migliaia di fanti schiacciati dagli elefanti nel tentativo di fermarli : qualcosa come 9000 uomini ed il Re Poro che di fatto
aveva fermato l’avanzata ancora sul trono e con il solo debito saldato con
truppe mercenarie date al seguito di Alessandro sulla cui fedeltà credo egli
non giurasse molto.
L’aspetto delle marce incise moltissimo sul morale dell’esercito anche
rispetto a truppe appena arrivate a dare il cambio necessario se pensiamo che
le quattro battaglie campali che accennavo poche righe
più sopra uccisero molti meno soldati che i continui spostamenti.
Pensiamo ad una direzione che parte dal medio oriente, dall’odierna Siria e che
doveva raggiungere il Kashmir la cui lunghezza era metro più o metro meno pari
a 5500 km.: la media giornaliera della truppa che si
muoveva pare fosse ira i 15 ed i 18 km, anche con il freddo, ed ogni soldato
portava sicuramente pesi non indifferenti.
Fino a che ci si muoveva tra territori amici o conquistati
si potevano trovare rifornimenti di derrate ed idriche ma appena ci si spostava
il trovare ciò diventava un ulteriore aggravio, tenendo conto poi che la strada
seguita era quella degli altopiani al fine d’evitare i deserti dell’Anatolia,
che potevano essere passati solamente con le marce notturne molto pericolose, e
che una volta superata la Persia significava massicci ghiacciati quasi tutto
l’anno, asperità durissime anche per marciatori esperti.
Dato che al seguito dell’esercito di Alessandro non c’erano
solamente soldati ma anche commercianti e personale amministrativo dotati di
carri si può ragionevolmente pensare che ai più sembrasse un lungo ed
interminabile serpentone biblico che si muoveva e “pascolava” ed uno dei motivi
peggiori fu la terribile confusione che esso creava una volta fermatosi per un
periodo di riposo prolungato in qualche avvallamento.
Insomma dava la sensazione d’un gregge questo insieme
di soldati e civili.
Le vie percorse erano generalmente due in questi casi ed erano entrambe
"persiane" in ottime condizioni di transitabilità e molto
intelligentemente rifornite lungo la loro estensione.
Erano ovviamente diverse una a nord e l'altra a sud, la prima era strettamente
controllata dai persiani in molti dei punti cruciali per questo evitata se
possibile, le imboscate da parte loro erano all'ordine del giorno e non v'era
difesa.
La lunghezza della prima via era di circa 2500 km, e partiva da Sardi, in Asia
Minore finendo nell'Elam senza peraltro attraversare i duri deserti anatolici , la seconda invece era una via meno trafficata ed anche
messa peggio, aveva il pregio d'essere in quasi linea retta, e collegava la
Siria all'Eufrate passando però per massicci piuttosto pericolosi.
L'esercito di Alessandro utilizzò la prima in special
modo per scorribande in quanto era più facile potersi impossessare di beni
preziosi e depredare la gente.
Un'altra durissima via che i soldati odiavano era quella della Pisidia, dove le
montagne di oltre 2000 metri e le strade non erano certamente in buono stato, i
carri dovevano essere spinti dalle truppe e questo avveniva spesso in inverno,
con la neve che faceva si che molti di essi venissero
abbandonati al loro destino sfiniti dalla fatica e ovviamente dal freddo.
Durante la campagna del 330 l’esercito macedone
mandato a Kabul in pieno inverno, era dicembre…..attraversò montagne con la
media di circa 2000 metri d’altitudine (e qualunque buon praticante di trekking
sa cosa significa camminare in queste condizioni ancora oggi) e la marcia fu di
circa 1500 km.
A Ortospana sempre in Afghanistan, le truppe
crollarono,senza cibo, colpite dal freddo gelido dell’inverno e si dovette
procedere sul luogo alla creazione d’una città che permettesse la sopravvivenza
fino al periodo estivo, tale città fu fondata insieme agli abitanti del luogo
che accolsero i nemici da amici e li aiutarono a superare i momenti di disagio.
La città si chiamò Alessandria del Caucaso.
Mi sembra drammatico il resoconto a questo proposito di Curzio Rufo (VII, 3,
11-15):
“Qui la terra sorregge un tale strato di nevi indurite dal gelo e un freddo
pressoché costante, al punto che non vi si trova neanche traccia di uccelli o di bestie feroci….
L’esercito, isolato in questo vuoto di civiltà, soffrì in quella circostanza
ogni possibile malanno: la fame, i rigori invernali, lo sfinimento, la
disperazione. Molti soccombettero per la troppa neve. Molti altri persero la
vista.
Il troppo torpore schiantava soprattutto i meno resistenti.
Spossati dalla fatica, si accasciavano addirittura sul ghiaccio.
Non si muovevano più. I rigori del freddo li paralizzavano talmente che non
erano più in grado di fare lo sforzo di rialzarsi.
I compagni cercavano di scuoterli dal loro torpore.
Non v’era che un solo rimedio, ed era quello di costringersi a marciare…
Solo quelli che riuscirono a raggiungere le capanne d’argilla e paglia dei
Barbari riuscirono a riprendersi.”
Tre mesi dopo i soldati ripartivano per il massiccio dell’Hindukush, 4000 metri
d’altitudine…..
Le marce forzate dello stratega si moltiplicavano: nella torrida estate del 329
egli distaccò parte della cavalleria, per mandarla a sorprendere i cavalieri
sciiti che erano delle spine nel fianco del grosso dell’esercito macedone. Non
potendo cavalcare di giorno per attraversare il deserto, la cavalleria di Alessandro percorse in una sola notte una distanza di 74
sulla distese sabbiose a sud-est della Battriana , ed ancor più fece quando
dovette andare a sorprendere Besso ed i suoi uomini a nord, in Sogdiana con una
folle cavalcata di quattro giorni invece di dieci che occorrevano normalmente.
Anche la fanteria diede uomini a queste “camminate” nel
Turkmenistan: 150 chilometri in tre giorni o poco più con 2500 soldati
lasciati lungo il tragitto per sfinimento….
Poi ci sono altre fonti che citano Macedoni sui cammelli che percorrono 110
chilometri al giorno ma generalmente i fanti potevano sperare di fare al
massimo dai 12 ai 15 chilometri giornalieri e la cosa più tremenda sembra
essere il fatto che questi uomini venissero trattati al pari di bestie da some
con la differenza che nessun cavallo o mulo poteva arrivar ad una fatica
continuativa di oltre dieci mesi all’anno.
La cosa più assurda sembra essere il fatto che un
militare, un fante, marciava in dieci anni per qualcosa come diciottomila
chilometri ed aveva diritto ad essere considerato veterano, il che equivaleva
alla messa in pensione con un appezzamento di terreno e casettina, come
possiamo credere che dopo tante fatiche il pover’uomo potesse ancora mettersi a
zappare la terra per vivere.
Ecco il perchè delle devastazioni compiute nei territori nemici , delle depredazioni ai danni della gente che viveva nei
luoghi di passaggio, il macedone cercava di costruirsi una pensione alternativa
che lo mettesse al riparo da ogni disturbo futuro.
Poi sappiamo che qua e là venivano fondate delle
città, tutte nominate Alessandria, quindici in tutto, il che avveniva
puntualmente dopo averne distrutto una , nello stesso luogo…
Che invariabilmente seguivano lo schema fisso del tre…
Uno, la zona commerciale per gli avidi mercanti che piombavano a conquista
avvenuta e pretendevano d’iniziare a guadagnare.
Due, le zone dove soldati oramai veterani, prigionieri di guerra e popolazione
attiva potessero vivere, quindi degli agglomerati
civili.
Tre, le roccaforti militari, a difesa dei commerci e del centro abitato, non
era un gran che almeno inizialmente, ma questo diede modo all’economia di
ripartire ed i frutti si videro nei secoli seguenti.
Intendiamoci, Alessandro rappresentò il suo tempo, nessuno mette in dubbio le sue
qualità di comandante e nemmeno ciò che egli fece donando alla Grecia la
“maggiore età” che fino ad allora non aveva ma egli
non fu sicuramente quel grande monarca che si crede ancora tutt’oggi.
(già pubblicato su SIGNAINFERRE)