Guerra, pace e alterità
di Leonella
Cardarelli (leonellacardarelli@virgilio.it)
Ci sono persone che quando parlano di
guerra enfatizzano molto, anche troppo, secondo me, la sua dimensione storica,
legandola a processi di produzione e tralasciando la prospettiva antropologica.
E’ importante ricordare che nella violenza non conta solo la produzione e il
lavoro, ma conta anche la parola, la
fede, intesa non necessariamente in senso religioso, ma come idea, come
convinzione di qualcosa che si oppone alla convinzione di un’altra persona che
magari la pensa in modo totalmente opposto al nostro.
Parlare di
guerra non è una sciocchezza. E’ una cosa molto seria e credo che sia
necessario stare molto attenti a ciò che si dice e a come lo si dice. Nella mia
vita ho imparato che esiste un solo valore ultimo: IL
RISPETTO, nella sua accezione più ampia e credo che l’antropologia sia importante proprio per questo: perché
educa al rispetto e ci fa capire che il mondo è creativo, che ognuno ha dato
varie soluzioni agli stessi problemi: vestirsi, mangiare, organizzarsi,
chiamarsi ecc. Il rispetto non è una cosa facile, perché richiede molta
empatia, a mio parere. Esso è, secondo me, un elemento prevalentemente culturale
perché deriva in gran parte dell’educazione che riceviamo e dai contesti in cui
viviamo. Una cosa analoga innata può essere la sensibilità, che sicuramente è
un elemento importante che fa da supporto al rispetto, perché di solito chi è
sensibile è più portato a rispettare e ad amare se stesso e gli altri.
Sentiamo
spesso parlare di conflitto etnico, conflitto religioso, guerre per la pace e chi più ne ha, più ne metta. La cosa
che trovo più scandalosa della guerra è che chi ne fa le spese è sempre chi non
c’entra niente, in tutti i sensi. Ci sono bambini catturati, strappati alle
loro famiglie, alla loro infanzia, ai loro sogni e al loro futuro per essere
addestrati e drogati per fare la guerra, per uccidere altre persone, che poi la
notte rivedono in sogno….I bambini
subiscono traumi psicologici. Io credo che non esistano parole per definire
certe cose. Certe volte non voglio credere che questa sia la realtà, mi sembra
troppo assurda eppure è vero e i mass-media ce lo ricordano sempre, anche
troppo, fino alla nausea.
Io penso tuttora che i mass-media ci
controllano, ci manipolano e che
VOLONTARIAMENTE ci fanno vedere certe immagini invece che altre. Le brutte
notizie che i mass-media ci propongono ogni giorno fanno vivere le persone in
un continuo pessimismo. L’informazione che riceviamo ci plasma la mente. Non è
giusto mostrare solo il lato peggiore delle cose, ma viene fatto perché fa
comodo, perché così possiamo essere manipolati meglio. Ormai siamo talmente
abituati a vedere guerra e violenza in tv che per noi queste cose sono
diventate normali. Io credo che a tutto debba esserci un limite e che piuttosto
bisognerebbe fare qualcosa per annullare un po’ L’INDIFFERENZA che ci circonda:le persone vedono guerre e
violenza in tv, ma dopo mangiato già hanno dimenticato tutto! Non è così che
si costruisce un mondo migliore! Un vero mondo migliore, secondo me, si
costruisce facendo non chissà quali grandi azioni eroiche, ma azioni semplici
che abbiano però un significato profondo. Bisogna fare ciò che si può, ma si
deve farlo col cuore altrimenti non serve a niente. Credo che spesso conti più
lo spirito con cui si fa un determinato gesto, piuttosto che il gesto stesso.
Il problema,
forse, è che pochi sono interessati a farlo, pochi prendono sul serio la
possibilità di cambiare, pochi ci credono. Ed è qui, secondo me, che deve
intervenire l’educazione, la cultura nel senso più vero del termine: “coltivare”, cioè
coltivare l’anima in termini di crescita individuale in direzione di un modello di perfezione ed
ideale di umanità.
Nelle scuole
fanno studiare i libri di storia e io “la storia” (se così si può chiamare,
perché con tutte le nuove scoperte odierne io credo che i libri di storia
debbano essere riscritti completamente) ma la storia è molto legata al concetto
di patria, concetto molto relativo perché
come sostiene Chambers “chi ha costruito
questa casa e di chi è la casa?” Il concetto di patria è molto astratto.
Escono
continuamente libri sul nazismo ma nessuno si
preoccupa di scrivere sui libri di storia la vera storia. E nessuno ci viene a
raccontare ciò che succede altrove, lontano da noi. Nessuno sensibilizza le
persone a certi problemi. Nessuno parla di tante altre cose. C’è troppa enfasi
su determinati argomenti, troppo silenzio su altri e troppa indifferenza
su tutto (per esempio, secondo me anche la povertà in Africa, certe volte, è
troppo enfatizzata. Enfatizzandola troppo si corre il rischio di associare all’Africa
solo la povertà e la miseria, tralasciando gli aspetti culturali delle
popolazioni che vi abitano).
Ammiro molto Gandhi
(nome completo
Mohandas Karamchand Gandhi) detto anche Mahatma, ovvero “La grande anima” e la
sua “non violenza”. Gandhi voleva, tramite la sua “aggressività non violenta”,
liberare l’India dal colonialismo inglese
e riorganizzare la divisione in caste.
Negli antichi
testi dei Veda (e quindi anche nel progetto originario della società indiana),
la divisione in caste era intesa come un mezzo che consentiva all’uomo di
esplicare al meglio le proprie qualità e tendenze. Si nasceva in una casta, poi
si veniva valutati ed inseriti in
un’altra
casta, rispondente al proprio carattere. Ciò era, secondo me, giusto, poiché
ognuno faceva ciò che amava e per cui era portato.
Le cose
cambiarono a causa dei sacerdoti (brahamani) i quali volevano preservare
la purezza della loro casta. Così i criteri di passaggio da una casta all’altra
divennero molto rigidi e già all’epoca di Buddha (
I
chandala erano i più “emarginati”:vivevano in villaggi a parte
(e
questo mi fa pensare un po’ all’ Apartheid) e dovevano andare in giro facendo
risuonare delle nacchere per avvertire del loro avvicinarsi. Loro, infatti, dovevano stare lontano dagli altri poiché si pensava che
potessero contaminare il resto della popolazione. Addirittura gli uomini di
casta non potevano neanche guardarli per paura di essere contaminati e se per
caso accadeva si facevano dei riti purificatori: ci si voltava in fretta,
si bagnavano gli occhi con acqua
profumata per difendersi dal malocchio, ci si asteneva dal cibo e dai liquori
per tutto il giorno. L’uomo di casta poteva avere persino paura di essere
sfiorato dal vento che prima sarebbe potuto passare sul corpo di un chandala.
Naturalmente
se veniva ucciso un chandala, non succedeva nulla al suo assassino, come oggi
non accade nulla a chi uccide o maltratta un individuo senza cittadinanza.
Gandhi, oltre
a desiderare un’organizzazione delle caste così com’era in origine, voleva che
anche i fuori-casta occupassero un posto degno nella società e che non fossero
trattati male.
Questa
condizione è ancora attuale in India.
Per
cittadinanza si intende “l’insieme dei
diritti civili e politici e delle garanzie formali e sostanziali che, nelle
nostre odierne democrazie, spettano ai cittadini”. La cittadinanza è legata
all’ appartenenza a uno Stato. Si è cittadini e si possiedono dei diritti
perché si appartiene ad uno Stato.
Oggi, però, ci
sono persone, come ad esempio molti
profughi ed extra-comunitari, che non hanno cittadinanza o che hanno
solo quella di appartenenza, che qui da noi non è riconosciuta. Se a queste
persone accade qualcosa di molto brutto, non interessa a nessuno, poiché “non
sono dei cittadini” e neanche i Diritti umani universali costituiscono il presupposto per trasformare
l’ Altro senza cittadinanza in un cittadino.
Anche i
mleccha, cioè gli stranieri, mi fanno pensare alla situazione che si vive qui
in Occidente. Come spiegato sopra, infatti, se questi stranieri si integravano
bene ed accettavano le regole indiane,
venivano accettati e potevano essere inseriti in una casta. Una cosa
analoga accade da noi, quando incontriamo un Altro. L’Altro inizialmente “ci fa
paura”, in quanto diverso, ma se poi lui si integra e diventa quasi come noi,
lo accettiamo. Naturalmente deve, però, in un certo senso, sacrificarsi,
scendere a un compromesso ma io vorrei che non si dimenticassero mai le proprie
origini. Il fatto di integrarsi, tuttavia, non è un processo semplice e spesso
può essere causa di crisi di identità.
Io non sarei
mai in grado di dare una soluzione pratica alla guerra (e non so se qualcuno
sarebbe in grado di farlo), ma credo che qualcosa si possa fare, se solo lo si
voglia. Prima di eliminare le grandi guerre, dobbiamo eliminare quelle piccole,
di tutti i giorni e dobbiamo imparare, innanzitutto, ad amare noi stessi per
poter amare degnamente gli altri e rispettarli nelle loro scelte, libertà e
carattere, ad amare la natura e gli animali. Tutto deve partire da noi, da
dentro di noi.
Credo, però ,
che anche la famiglia e la scuola giochino un importante ruolo: secondo me
bisogna insegnare alle persone che ci sono dei
valori importanti da coltivare e da sviluppare nella vita: l’amore, il
rispetto,
l’intelligenza
e la cultura (perché io penso che è anche
l’ ignoranza,
a volte, a portare la gente a fare scelte sbagliate).
Chiudo citando
il pensiero di Elena Fiorani, la quale sostiene che :
“APPARTENENZA
vuol dire sapere che qualcosa che avviene nel mondo ci appartiene perché tutti
sono persone, Esseri Umani, come noi. Ciò che avviene altrove e alle altre
persone ci chiama in causa. Non si tratta di loro, ma di noi. La persona è in
relazione con gli altri, perché è sempre costituita dall’ Altro. Per capire l’
Altro senza ridurlo alla nostra logica bisogna VEDERE LO SGUARDO,cercare di
capire cosa l’ Altro vede, il suo mondo. DIETRO OGNI SGUARDO C’E’ IL MONDO DI
UNA PERSONA. Dobbiamo cercare di allargare il nostro sguardo, aprendoci a
quello altrui.”
“PACE NON E’ SOLTANTO IL CONTRARIO DI
GUERRA,
NON E’ LO SPAZIO TEMPORANEO TRA DUE
GUERRE.
PACE E’ DI PIU’ .
PACE E’ QUANDO AGIAMO IN MODO GIUSTO
E QUANDO TRA GLI ALTRI ESSERI VIVENTI
REGNA LA
GIUSTIZIA”
Detto dei Mohawk
(Indiani Irochesi)
(articolo ispirato al convegno Dire la
guerra e/è farla, tenuto nella Facoltà di lettere e filosofia de L’Aquila il 26-27
maggio 2004