I Discorsi del Piacentino, insigne giurista

 

di Enrico Pantalone

 

 

Mi pare francamente molto corretto affermare che l’imperatore e le civitates convivevano da secoli con le leggi barbarico-romane e che, in un certo modo, le leggi stesse erano riuscite in maniera migliore a correggere parte degli ordinamenti dello ius nostrum o diritto romano.

Ciò che soprattutto disturba i glossatori bolognesi, studiosi del diritto romano “puro” che ovviamente si sentono colpiti nel profondo del loro io di menti supreme, è di dover fare i conti con leggi non certo di alta qualità giuridica, ma molto popolari e ben accettate dalla gente comune.

Questo, a prescindere comunque dal risentimento del cittadino italiano nei confronti dell’imperatore germanico (detto transalpino).

Questa xenofobia antigermanica si realizzava specialmente nel giurista (come, ad esempio, il Piacentino) con un confronto impietoso tra i re germanici “hi qui nunc imperant” e Giustiniano, ideale visone del diritto per ogni studioso di giurisprudenza a quel tempo.

Ciò induce a paragonare lo splendore e la potenza, non solo dal punto di vista militare, del grande imperatore Gustiniano con la miseria e l’impotenza dell’imperatore che sedeva sul torno di Roma in quel particolare momento.

Serve forse ricordare, a questo proposito, che l’imperatore Federico Barbarossa soleva cadere in un luogo comune, quando innalzava il suo impero a paragone del sole e il popolo del suo impero a corpi celesti, anticipando quello che sarebbe stato in seguito un cavallo di battaglia della chiesa cattolica, ma obiettivamente con ciò non faceva altro che ribadire una sostanziale decadenza del suo potere perché non aveva altro mezzo per esprimere la propria superiorità.

Il Piacentino sosteneva che le città italiane non dovevano ritenersi tributarie dell’imperatore se non alla stregua di province, sulla base scritta delle Istituzioni che, tra le altre cose, recitano: “inter quae, nec non italica praedia, nulla est differentia”.

Chiaramente il Piacentino esprimeva, qui, un sentimento che andava al di là del diritto vero e proprio e sfociava in una polemica di sapore prettamente politico e antigermanico.

Sappiamo anche che lo stesso giureconsulto non esitò a schierarsi per la superiorità del Papa sull’imperatore, come conseguenza naturale del suo ragionamento e quindi tese numerosi sforzi anche a qualificare secondo Giustiniano la sua teoria.

In sostanza possiamo veramente parlare di xenofobia da parte dei comuni lombardi nei confronti dell’impero ?

Io direi di no, i giuristi pro o contro l’imperatore esemplificavano una lotta tra dotti, tra menti prodigiose e l'oggetto del discernere difficilmente era comprensibile per la gente comune, non esisteva un vero e proprio odio da parte dei milanesi o dei padani in genere quanto piuttosto un sano pragmatismo economico: i comuni non volevano mettere in dubbio il potere imperiale, questo sia chiaro né la figura del sovrano, ma la loro lotta e di conseguenza lo studio ed il dibattito giuridico era per una più equa ripartizione dei tributi riscossi, tanto alle città, tanto allo stato.

 

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