I giuristi medievali di fronte ai problemi fondamentali del diritto comune     di Enrico Pantalone


I giuristi medievali, affrontando il problema di far emergere un fondamento che in seguito poté essere legittimato nell’insieme dei poteri che di fatto ciascun ordinamento, nella piena espressione della sua autonomia, esercitava per autogovernarsi, gettò il loro sguardo alla potestà di emanare norme giuridiche, che sembrava essere la più importante tra le funzioni degli ordinamenti comunali.
In altre parole, il problema era quello di legittimare a pieni poteri le città comunali, come padroni di uno ius proprium, e a questo proposito si poteva parlare di problema teorico e politico allo stesso momento.
Tornando al libretto “Quaestiones de iuris subtilitatibus”, si poteva trovare qualche fonte riguardante quest’argomento e precisamente quando si riconosceva lo ius proprium come preminente fra i poteri di un populus:”ut legem condat, conditam interpretatur”.
Da qui, a capire il perché i comuni italiani rivendicassero con tanta bramosia e gelosia la potestà di darsi statuti propri, il passo è breve; questo anche se i detti statuti sarebbero andati contro lo ius comune (applicandoli alla lettera) e non avessero seguito lo ius comune.
Fino a quasi tutto il XIII secolo resisterà questa situazione, nonostante il fatto che i più valenti giuristi cercassero sempre ed in ogni modo di esentarsi dall’imporre l’assoluta precedenza della norma statuaria.
Anzi, ribaltando la situazione venutasi a creare, essi difendono la preminenza del diritto comune su quello particolare, o meglio su quelle norme di diritto particolare che contrastano con il diritto comune.
Lo spirito del sistema suggerisce loro una visione in cui il diritto dell’impero appare davvero quell’unum supremo ed universale che non implica la scomparsa d’ogni legge concorrente, ma al quale tutti gli altri diritti devono coordinarsi e subordinarsi.
In verità, tutte queste chiarificazioni sul modo d’impiego dell’espressione ius comune non si possono certo esaurire in un modo così semplice.
Ciò che c’interessa è ora vedere come, invece, non si esaurisce nel tempo medievale la portata storica del concetto appunto di diritto comune.
La giurisprudenza medievale cercò di organizzare e coordinare sistematicamente tutte le fonti, contrapponendo uno ius comune universale allo ius novum, in altre parole l’assieme dei diritti particolari.
Il complesso di queste coordinazioni, da parte dei giuristi, portò ad una misura di ius vetus e ius novum.
In sostanza, partendo da una rigorosa attività d’interpretazione di dogmi giustiniani, attraverso non facili elaborazioni, raggiungeva uno spirito nuovo nelle fonti giuridiche dettate da una versione diversa di veduta socio-culturale.



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