I glossatori elaborano il concetto di aequitas come sorgente stabile del diritto   di Enrico Pantalone

 

Tutti gli intendimenti e le prassi in elaborazione da parte dei giuristi medievali, avevano bisogno sicuramente di un criterio stabile che poteva orientare con validità i detti giuristi, nell’intricato campo del diritto.

Essi lo trovarono nei concetti di aequitas.

Bisogna ora risalire alle teorie etico-religiose, per comprendere appieno ed interpretare nella giusta maniera questo criterio di aequitas nelle società a cui appartenevano i glossatori bolognesi.

La giustizia, diciamo così ritenuta ideale, è quella della volontà divina, o meglio è la volontà divina che esprime una giustizia ideale che è intrinseca alla natura umana ed alle cose.

Abbiamo una frase affermata da un giurista del dodicesimo secolo anonimo, che dice “divinam voluntatem vocamus iustitiam”.

Questa norma asserisce che è Dio ad avere dato ad ogni uomo il senso profondo della giustizia, fino a farlo divenire un precetto giuridico, e perciò possiamo affermare che è su queste tesi che il diritto intero poggia la sua dipendenza dal diritto divino, che a sua volta si deve tradurre nella giustizia fra la gente e fra gli uomini.

A questo punto, sorge il desiderio di capire qual è il rapporto di connessione tra la iustitia e l’aequitas, e qual è il vero significato del secondo concetto per il nostro studio.

Per Irnerio l’equità è il punto principale da cui parte la giustizia stessa, in quanto lui la rappresenta come la giustizia in senso vero e proprio.

E’ una giustizia del tutto naturale che fa parte del bagaglio d’ogni uomo, devoluta come abbiamo prima affermato da Dio stesso, al fine di consentire una giusta relazione fra gli uomini.

Di conseguenza lo sforzo d’Irnerio e della sua scuola di glossatori fu quello di trarre questa forma d’aequitas dalle menti e dai corpi degli uomini e di tradurla in compiuta normativa giuridica, o almeno fu questo l’intendimento.

Così si passa da una giustizia d’aequitas rudis a quella d’aequitas costituta, in altre parole da valore morale a giustizia attiva nel campo e nel diritto.

Il concetto di ius passa quindi attraverso una fase, diciamo così, di precettazione per giungere, attraverso la codificazione, ad un compimento d’istituzione.

Irnerio, commentando una glossa del Digestum Vetus, afferma che l’equità si differenzia dalla giustizia in quanto “in ipse rebus percipitur” e solo “cum descndit ex voluntate forma accepta fit iustitia”.

Anche i discepoli di Irnerio, Martino e Bulgaro, sono sulla stessa impostazione quando affermano in un trattatelo: “nihil aliud est aequitas quam Deus” e che “iusticiae fons est aequitas”.

Insomma, il concetto fondamentale per i giuristi dell’epoca medievale è che le aequitas (fons iusticiae) è la sorgente da cui deriva il diritto e, attraverso la norma giuridica, ne costituisce l’attuazione sicura e corretta in ogni senso.

Una volta scritta e codificata questa serie di norme appartenenti all’aequitas, si può utilizzare tale termine anche in senso più largo di quello finora conosciuto.

Può esser vista come forma di clemenza e umanità verso qualcuno colpito da ius troppo rigoroso; può essere vista come una norma interpretativa di leggi, che riguardano valori collettivi e sociali in contrasto con un ordinamento giuridico troppo sbilanciato da una parte sola.

In più, possiamo affermare che il carattere principale ed importantissimo dell’aequitas è quello della razionalità, perciò esso non è solo il criterio del giusto ma anche quello del vero e dell’esatto.

In sostanza, il mondo del “giuridico” medievale stabilisce una connessione che non troviamo certamente nel mondo moderno tra giustizia e verità.

In una società come quella medievale, dove generalmente si tende a fare considerazioni di tipo generale, vale a dire per il complesso della comunità, ecco che il concetto d’aequitas assume l’aspetto importante di veicolo d’eticità e di pienezza giuridica.

Certo è che, come strumento d’integrazione politica, l’aequitas porta con sé la convinzione che, sebbene creata per tutti, serve principalmente a pochi, ed i valori procurati da essa non sono provenienti che da sparute unità individuali.

Comunque, tutti si preparavano ad accogliere benevolmente l’aequitas in quanto sembrava un concetto rivoluzionario per l’epoca ed un miglioramento notevole rispetto al passato.

Bisogna anche ritenere non troppo assoluto questo discorso, ma è sempre e in ogni caso il giurista ad interpretare e decidere di fronte ad una situazione intricata.

Di contro, possiamo parlare di vero ideale innovativo, conoscitivo, potenziante e stabilizzante dell’ordinamento giuridico come mai prima d’allora era avvenuto.

Il problema rimane intatto: se la giustizia deve essere aequitas costituta (incarnazione dell’equità in una formula volontà positiva), allora il glossatore (in questo caso) deve essere chiamato ad interpretare un ruolo di assicuratore verso l’aequitas stessa, ovvero che le norme in discussione siano giuste e ragionevoli.

Supponendo che la norma posta in discussione non abbia tutte queste qualità per essere “lex aequa”, il giurista come si comporta e che posizione tende ad assumere?

I glossatori tendono ad assumere una posizione strettamente legalitaria, affermando che nel Codex esiste una costituzione di Costantino che afferma: “inter aequitatem iusque interpositam interpretationem nobis solis er oportet et licet inspicere”.

Questa situazione troncherebbe ogni disquisizione susseguente, come appare chiaro, e tenderebbe a valorizzare il concetto massimalistico e in altre parole che solo l’imperatore può emanare norme, tradurre in giustizia l’equità e modificare il diritto scritto che possa non conformarsi all’aequitas.

Il glossatore era spaventato dall’idea dell’arbitrio in cui poteva cadere se, superata la norma dettata dall’imperatore, sì fosse sconfinati nell’ideale vero e proprio di giustizia che ognuno di loro poteva intuire e comprendere al meglio.

Ciò, probabilmente, ai loro, occhi poteva facilmente portare ad una “aequitas bursalis”, in altre parole ad un’equità interpretata secondo i propri interessi.

In questo punto, s’inserisce il diritto canonico che, invece, è teso ad affidare proprio al giurista l’interpretazione dottrinale di una norma ed il compito di eventualmente correggere gli errori di cui nel passato ci si è ben fatti carico.

L’equità diventa quindi la parola d’ordine d’ogni glossatore e ciò porta a superare l’impasse dogmatica più volte venuto a galla sullo studio della costituzione costantiniana.

Qui possiamo ritornare al nostro trattatelo: le “Quaestiones de Iuris Subtilitatibus”, in cui la giustizia si misura con l’equità e le lacune dei giuristi tendono a scomparire.

Un’allegoria li raffigura di fronte ai precetti dei libri legale, in atteggiamento di studio, pronti a cancellare ogni precetto contrario all’equità.

Il Bellomo nota che è all’interprete che si dà il potere, la responsabilità di decidere, in forza del suo personale, ma non arbitrario apprezzamento, della congruenza della norma positiva con l’equità del rapporto sostanziale e di decidere dell’aequitas rudis, dalla quale va ricavata la norma giusta.

In ultima analisi spetta, dunque, al ceto dei giuristi insigni (i glossatori innanzi tutto) sentire la coscienza sociale, capirne le preoccupazioni e le ansie ed interpretarne i valori, come compito principale di preparare il diritto alla funzione di precetto giuridico.

In sostanza, possiamo affermare che è proprio con il concetto di “lex aequa” che il diritto trova il suo equilibrio e si adegua al proprio tempo, dando il via alla giustizia con la G maiuscola, per intenderci quella per l’intera collettività.

Tutto nel rispetto per l’equità: l’aequitas è sicuramente, nel medioevo, la bussola per seguire compiutamente la rotta esatta del diritto.

Questa metafora, che abbiamo usato, non è propriamente una frase buttata l, tanto per dire qualcosa, ma acquista significato proprio perché il paragone è valido, dato che si doveva scoprire un nuovo mondo, solcare nuovi mari sconosciuti sino ad allora, e l’atteggiamento utilizzato dei glossatori in questo dodicesimo secolo fu proprio quello di essere del Colombo ante-litteram.

Possiamo affermare quindi che essi non si adeguarono pedestremente ad una ”schiavitù Giustiniana” ma, pur rimanendo nella tradizione del potere temporale di quel tempo e quindi in una certa fedeltà d’idee, cercarono di aspirare ad una visione del mondo del diritto diversa da quella in voga fino ad allora.

Essi non navigarono certo nella concezione del senso storico vero e proprio, come diremmo in chiave moderna, ma piuttosto si muovevano in quello che potremmo definire un insieme valido di sentimenti, intuizioni, tendenze e aspirazioni.

Sarebbe, tuttavia, sicuramente ingiusto adombrare le loro figure d’eminenti maestri del diritto, considerandoli iniqui perché asserviti alla forza temporale del medioevo: la loro maestria ci ha permesso ancora oggi d’essere utilizzatori delle loro tesi.

 

Enrico Pantalone

 

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