I glossatori e la loro scuola giuridica      di Enrico Pantalone

 

 

I padri degli studi giuridici di questo periodo sono sicuramente i glossatori, in altre parole eminenti giuristi che facevano capo all’università, intesa come congregazione di centro scientifico nell’ambito cittadino.

In special modo è la scuola di Bologna che inizia a meditare sulla Glossa (cioè medita sulle notazioni che i grandi maestri appongono al testo e ne analizzano la chiave), a partire dagli ultimi anni dell’undicesimo secolo e termina la sua opera verso la metà del tredicesimo secolo.

L’apporto dato dai glossatori alla formazione del diritto comune è importantissimo perché non solo discute su tesi attinenti ai problemi insoluti del tempo, ma crea (possiamo affermare) una moderna scienza giuridica.

Sicuramente il fatto ci sembra particolarmente importante, Bologna si afferma come centro indubbiamente di preminenza laica rispetto a quelli in voga all’epoca di stretta osservanza canonica.

La scuola di Bologna è la prima a scuotersi dal torpore medievale inteso in senso stretto ed esce dagli schemi che inquinano il sapere nel suo complesso.

Il sapere giuridico, come del resto l’insieme delle scienze, aveva nel suo svolgersi alternativamente un sapore retorico e d’appendice.

I commentatori fanno cadere anche la concezione che la norma non può porsi autonomamente come giuridica, dato che si considerava precetto di vita una norma cosiddetta etica e quindi di formulazione soprattutto verbale.

I commentatori della scuola di Bologna furono indubbiamente protagonisti dell’innalzamento della vita intellettuale dell’epoca: portarono a compimento nel loro studium bolognese una operazione di tale e grandiosa vastità da non avere confronti al tempo, e forse anche in seguito.

Il loro primo lavoro fu uno sviluppo lento e costante nello studio dei testi antichi di diritto romano e romano-barbarico attraverso una serie di strumenti che credo opportuno analizzare compiutamente..

I giuristi, come già si è detto, lavorano sulla glossa, che non è altro, almeno all’inizio, che l’elementare ed immediato chiarimento che il professore apporta alla “litera” del testo durante la “lectura” di esso agli studenti.

In sostanza, si può parlare di postilla o espressione che rende più percettibile, e meno ostica, un’interpretazione.

Chiaramente queste glosse possono essere più o meno semplici, a carattere interpretativo o grammaticale, con strutture complicate oppure semplici, con annotazioni a fronte, a retro o fra le righe del testo.

Ciò rende importante l’oggetto del testo perché sappiamo che il corpo giustinianeo è un complesso reticolato di fili intrecciati accuratamente.

Altre glosse aggruppano addirittura interi pensieri e interpretazioni su ragionamenti giuridici, specialmente quando si tratta di glosse apposte ad un titolo.

E’ proprio nella glossa che trovano, in genere, la loro embrionale base di sviluppo altri generi letterari utilizzati dai glossatori nella fase saliente del loro lavoro interpretativo.

Il Cavanna c’illustra anche i principali strumenti di lavoro dei glossatori:

-         le DISTINCTIONES che costituiscono una scomposizione analitica del punto di diritto, esaminate in una serie articolata di sottoproposizioni speciali ed autonome, ciascuna delle quali riflette un distinto aspetto sotto cui quel punto può essere considerato. Non raramente il procedimento di distinctio (di cui s’istituisce l’enorme produttività creativa) assume graficamente la forma di tabella;

-         le REGULAE IURIS (o generalia, o brocarda), che racchiudono in una sintetica ed incisiva proposizione regole, principi e dogmi giuridici fondamentali;

-         i CASUS, in partenza raffigurazioni di fattispecie pratiche a titolo esemplificativo, cui la norma può essere applicata. In seguito, vera e propria palestra per la costruzione di complesse configurazioni teorico-interpretative;

-         le DISSENSIONES DOMINORUM, specificanti le diverse ed opposte soluzioni proposte dai vari maestri in merito ai più noti e problematici temi in discussione;

-         le QUAESTIONES, caratteristica forma letteraria del procedimento scolastico, attraverso la quale il doctor pone il problema giuridico, enumera i testi e le ragioni che militano a favore (pro) di una soluzione ed di quella opposta (contro), espone infine la propria conclusiva interpretazione (solutio);

-         - le SUMMAE, che rappresentano l’espressione più tipica del lavoro sintetico e sistematico dei giuristi bolognesi, vale a dire la loro capacità di dominare il testo dall’alto. Si tratta d’opere in cui è condensata in modo pregnante l’intera sostanza di un titolo, di un libro o di un argomento. Nella loro forma più robusta, le summae dei glossatori imbrigliano addirittura una parte della compilazione giustinianea, di preferenza il Codice. In particolare, in quest’operazione il Codex presta un’intelaiatura precostituita nella quale viene, però, racchiusa una vera e propria trattazione generale, che deriva dalla messa a frutto dell’intero Corpus Iuris. Possiamo definirli come lucernai, nel senso che essi esploravano le conoscenze acquisite nei secoli passati con certosina meticolosità ed accuratezza.

La loro fu una ricerca allo scopo puro di conoscenza, venire a sapere del nuovo, senza soluzione di continuità, per il progredire della loro scienza.

Le prime vittime delle loro ricerche furono i testi del diritto giustinianeo, da troppo tempo dimenticati e bistrattati nel loro uso.

La rozza cultura dell’alto medioevo li aveva volgarizzati nel senso più spregevole della parola, travolgendoli in un maldestro sistema giuridico.

Il primo testo importante ad essere ricostruito nella sua pienezza giuridica fu il Digesto, fino a quel momento sconosciuto ai più, nonostante fosse un esempio di fulgido splendore di sapienza legale.

I glossatori bolognesi impiegarono diverso tempo a realizzare, nella sua pienezza, questa ed altre opere del periodo in un più organico testo che chiamarono Corpus Iuris Civilis.

Ciò portò, ovviamente, a delle modifiche nella struttura dell’insieme giustinianeo rispetto all’originale, ma sicuramente lo fece diventare più incisivo e moderno; in poche parole, fu realizzato quello che noi oggi chiameremmo maquillage.

Ci sembra doveroso analizzare brevemente quest’opera, sia per l’importanza che assumerà, nel breve volgere di qualche anno, nella chiassosa diatriba tra l’imperatore ed i comuni lombardi, sia perché è tuttora un’opera considerata fondamento della moderna giurisprudenza.

 

 Il Corpus Iuris si divide in 5 volumi, di cui i primi tre raccolgono il cosiddetto Digesto (Vetus, Infortiatum, Novum).
Due di questi, il vetus ed il novum, sono gli unici ad essere citati prima del dodicesimo secolo, mentre l’infortiatum sarebbe stato ritrovato ed amalgamato da Irnerio, che a fronte di questa scoperta da lui ritenuta importantissima, avrebbe detto: “ius nostrum infortiatum est”.
Il quarto volume contiene il Codice, mentre il quinto ed ultimo volume contiene: i quattro libri delle istituzioni, i Tres libri finali del Codex e le novelle Authenticum (delle 134 novelle originali, i glossatori per il loro studio ne accolgono solamente 97).
Furono portate delle modifiche dopo la metà del tredicesimo secolo, inserendo le costituzioni degli imperatori romano-germanici, il trattato di Costanza ed infine i libri Feudorum che si richiamarono alle consuetudini feudali.
Il Muratori, definisce l’opera dei glossatori sul Corpus Iuris immane e soprattutto un’opera fatta su un libro “caduto dal cielo”: i testi non contenevano questo o quel diritto, ma sostanzialmente il diritto don la D maiuscola, fornendo così il succo di tutta una “legalis sapientia”.
I glossatori si muovono quindi come Mosè e gli ebrei verso la Bibbia, in senso deviazionista di fronte all’autorità suprema del testo giustinianeo: era un atteggiamento sicuramente fideistico nel senso proprio della parola e loro si sentivano discepoli di tale entità, ai loro occhi unica nel suo genere.

 

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