Il secondo lavoro dei glossatori: la legittimazione delle leggi di Giustiniano

di Enrico Pantalone

 

Il diritto contenuto nei testi di Giustiniano era intoccabile, ma al contempo era anche il diritto dell’imperatore romano-cristiano, incarnatosi come voce terrena per volere di Dio.

Qui s’innesca la seconda parte del lavoro dei glossatori, quella in altre parole tesa alla legittimazione ufficiale della legge giustiniana come diritto imperiale e come diritto immediatamente vigente.

Da come s'erano svolti i fatti sembrerebbe che l’imperatore non abbia mai avuto alcun merito nel ricostruire il diritto, ma che ciò sia stato solamente un regalo dei giuristi bolognesi che consideravano il monarca come il solo in grado di poter emanare leggi, anche se di fatto furono loro a rendere palese l’operazione recupero del diritto.

La strada percorsa da questi uomini di studio fu meticolosa ed articolata, ma infine portò ad un successivo risultato tangibile che fu quello di unificare organicamente i testi sottoposti al loro vaglio.

In sostanza, il risultato fu quello di impadronirsi completamente di tutto ciò che poteva essere utile per i loro studi nell’immenso testo di Giustiniano, dalla norma fino alla rete sotterranea di trame e sottili arzigogoli resi possibili dalla lettura calma e precisa.

Infatti, e non poteva essere altrimenti, dobbiamo ricordare che il testo è scritto da un imperatore romano si, ma d’oriente e cioè bizantino, e sappiamo benissimo quale significativo valore ancora oggi diamo all’espressione “bizantinismo”.

Da ogni legge si potevano ricavare più soluzioni secondo le interpretazioni, ma questo non fermò i giuristi bolognesi che al fine interpretarono al meglio il tutto, come abbiamo già ricordato.

Il lavoro non fu certo agevole, considerata la loro preparazione di sicuro povera di cultura filologica e storica.

Essi però non si scoraggiarono e grazie alla loro logica derivata certamente dalla Scolastica, vennero a capo del tutto con l’istinto di chi possedeva la “mens” e la stessa logica li portò a dare una sistematicità all’insieme delle leggi studiate.

Furono certamente i commentatori dei secoli successivi a definire al meglio il diritto di Giustiniano, ma furono i glossatori a definire, grazie alla loro maestria, e a mettere in luce i logici coordinamenti e l ‘assetto armonico dell’opera in questione.

Il Paradisi sostiene che fu lo spirito universale e non settario, la volontà di lavorare in base ad un ordine prestabilito o, meglio la ideologia giuridica che permise ai glossatori di portare a termine il lavoro intrapreso.

Il risultato centrale della loro opera (di Irnerio e dei suoi discepoli) fu quello d’operare una trasformazione dell’ordinamento giuridico di Giustiniano da norma passata a norma presente, utilizzabile immediatamente ed applicabile ovunque nell’impero.

Il punto è proprio questo, in altre parole il divenire del diritto di Giustiniano diritto universale che potesse sovrastare qualsiasi altro diritto.

Possiamo allora convenire che il lavoro dei glossatori si svolse, dapprima, in una mediazione fra il testo del Corpus Iuris ed il modo in cui esso doveva essere applicato e, poi, in modo da dare ad esso un carattere giurisprudenziale, che non fosse solamente di applicazione del codice stesso ma bensì adeguato alle nuove esigenze che si sarebbero potute riconoscere in seguito. Insomma il codice doveva essere pronto ad accogliere sempre nuove idee.

Il glossatore, sostanzialmente, doveva essere l’eminenza grigia della prassi giuridica, non appariva in pubblico a sostenere le leggi se non su ordine imperiale, ma dava tutto il suo aiuto a giudici ed avvocati; fu, dunque, inizialmente un intermediario e, solo verso la metà del dodicesimo secolo, fu richiesta la sua presenza per le note diatribe tra comuni lombardi e Federico I, Imperatore romano-germanico.

Del resto, quella del vincolo autoritario fu una prassi abbastanza comune nel medioevo, e quindi non rende tutto il lavoro svolto dai glossatori iniquo: fu un atteggiamento mentale, il loro, e va capito sicuramente, anzi furono probabilmente più liberi di svolgere con coerenza e padronanza il loro lavoro, proprio perché il loro atteggiamento era inequivocabilmente dalla parte imperiale, e l’imperatore ricambiava questo atteggiamento lasciandoli lavorare tranquillamente e senza vincoli di tempo.

Da qui, ad intendere che il Corpus Iuris, era per il suo valore formale e l’intrinseco contenuto etico-giuridico come autorità per eccellenza, il passo fu molto breve, e non poteva essere diversamente.

Il Mortari, osserva, che il Corpus Iuris apparisse ai giuristi una specie di Rechtsoffenbarung di fronte ai cui precetti essi si ponevano con lo stesso atteggiamento psicologico dei teologi davanti alla Sacra Scrittura ed alle opere dei Padri della Chiesa, e dei filosofi di fronte ai testi d’Aristotele e di Platone.

Essi, possiamo dire, cercarono di trasfigurare la realtà del tempo passato con la realtà contemporanea: l’imperatore germanico veniva visto come novello Giustiniano, portando con sé tutto quell’alone di potere legislativo e politico attorno ad una persona divina.

L’impero germanico-romano s’identificava così nell’impero romano ed il Corpus Iuris diveniva legge contemporanea da applicarsi in ogni caso e senza porre discussioni sul suo arbitrio.

Il Calasso ci parla dello sforzo disperato dei glossatori d'adeguare questa realtà alla società del tempo e alla sua coscienza, sforzo doppiamente duro perché bisognava adeguare il testo di Giustiniano in senso moderno.

Nella realtà, possiamo affermare che la scuola di Bologna, amalgamò con sagacia ma anche inconsapevolmente le norme passate con quelle vigenti, capendone la loro funzione storica, per arrivare ad un’esatta applicazione dei testi, come abbiamo già detto, in senso moderno.

Ciò si risolse in senso corretto, ma fu un risultato inconsapevole al tempo perché essi non avevano probabilmente capito la giustificazione di questi anni.

Quello che a noi importa è sicuramente ciò che i glossatori hanno creduto più di ciò che Giustiniano avesse pensato realmente, anche se il risultato a posteriori può essere visto in maniera distinta dall’intendimento vero e proprio dell’autore del Corpus Iuris.

Essi poterono così interpretare liberamente e conciliare il tutto con l’autorità (quindi l’essere intoccabili), attualizzandolo quando lo ritennero opportuno.

 

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