IL VOLTO ROTONDO DI POLIFEMO

La rappresentazione falsata di Omero dello scontro di due civiltà

 

di Enrico Galavotti

 

(tratto dal sito dell’autore http://www.homolaicus.com)

 

Premessa

 

Nel IX libro dell'Odissea Ulisse racconta ai Feaci la sua avventura con Polifemo, facendo mostra di quelle che comunemente vengono definite le sue migliori qualità: curiosità intellettuale, coraggio e astuzia, che sono poi in questo poema gli ingredienti ideali del buon esploratore, anzi dell'avventuriero.

 

La storia ch'egli narra fa parte di una storia dei Ciclopi molto più antica (come quella dei Titani e dei Giganti), perché connessa alle cosmogonie e teogonie del mondo mediterraneo: infatti nella mitologia greca i Ciclopi erano figli di Urano e Gea, prima ancora che nascessero gli dei dell'Olimpo e a questi per molto tempo furono ostili. La civiltà minoica, che ha segnato di più il passaggio dalla società comunitaria a quella antagonistica, li conosceva assai prima di quella micenea.

 

Kyklops significava anticamente "dal viso o dall'occhio rotondo" (che verrebbe voglia di interpretare con aggettivi come "ingenuo" o "semplice" se non si sapesse di fare delle forzature, e che comunque non volle mai dire "viso monoculare": tutt'al più si può pensare a una semplice caratteristica fisica, analoga a quelle di tante altre popolazioni della terra). Ulisse invece (in cui Omero si identifica) ne fa occasione per una descrizione mostruosa, inverosimile, viziata da pregiudizi ideologici.

 

Dovendo giustificare, al suo esordio, la rottura col passato comunitario, la civiltà micenea ha avuto bisogno, già nelle versioni orali del poema, di rappresentare i Ciclopi come giganti rozzi e incivili. La descrizione che ne fa Ulisse è molto significativa non solo del pregiudizio con cui si guardava al proprio passato, ma anche dell'ideologia con cui si voleva legittimare il proprio presente.

 

La civiltà

 

La terra delle Capre (collocata dai critici presso i Campi Flegrei in Campania oppure presso il Vesuvio o infine alle falde dell'Etna) era abitata, secondo Omero, da esseri deformi, violenti e privi di leggi, estranei alla vita sociale, civile, politica e religiosa, incapaci di lavorare la terra o di navigare, quindi dediti prevalentemente all'allevamento o pastorizia (anche se una leggenda posteriore di Esiodo li vede come operai metallurgici al servizio di Efesto, intenti a produrre fulmini per Zeus) e con potere assoluto su mogli e figli. Più avanti Ulisse dirà che erano anche antropofagi.

 

Qui bisogna anzitutto premettere che l'Odissea rappresenta il prosieguo, in tempo di pace, degli stessi valori individualistici affermati nell'Iliade, con la differenza che mentre nell'Iliade il duello fisico degli eroi belligeranti è parte costitutiva dei canti, qui invece si ha a che fare con situazioni più artificiose, con duelli più intellettuali e verbali, dove però a volte l'epilogo è non meno tragico e cruento.

 

Il caso di Polifemo rientra in quei duelli in cui i contendenti simboleggiano due civiltà opposte, di cui una, per come viene descritta, non può neppure essere considerata una civiltà; è un duello in cui non vi sono semplicemente degli interessi antitetici da difendere (come nel caso di Atene e Troia), ma un abisso di cultura che rende impossibile qualunque forma di intesa, di dialogo, di comunicazione.

 

E' così grande la distanza che il narratore non ha scrupoli nell'utilizzare la caricatura nel descrivere l'avversario, che è incredibilmente mostruoso in ogni suo aspetto, da quello psicofisico a quello sociopolitico. E questo nonostante che l'episodio sia il tema che fa aprire il capolavoro omerico e il leit-motiv di tutto il tragico peregrinare del suo eroe principale, a testimonianza, evidentemente, del fatto che l'azione compiuta ai danni di Polifemo andava considerata molto grave.

 

Il racconto vuole essere emblematico di quanto il narratore va dicendo per tutto il poema, e cioè che l'eroe greco è superiore ad ogni altro abitante del Mediterraneo. L'astuzia affermata da Ulisse ha la stessa finalità che aveva nell'Iliade: ribadire il primato della forza sulla debolezza, con la precisazione che col concetto di "forza" s'intende non solo quella fisica (come poteva apparire nell'Iliade, in quanto Troia non era meno civilizzata di Atene), ma anche quella morale e intellettuale.

 

Ulisse

 

Frutto di una civiltà secolare basata sul confronto politico dei partiti della polis, sulle guerre di conquista, sulla complessità della lingua greca, sulla raffinatezza dell'arte... quell'astuzia (in greco mêtis) che nell'Iliade aveva caratterizzato, in primis, il personaggio di Ulisse, nell'Odissea prevale decisamente sulla forza di tutti i protagonisti e anche su tutte le altre loro caratteristiche umane.

 

Il carattere dimesso, riservato, da eminenza grigia, da consumato diplomatico che Ulisse mostra nell'Odissea è mera finzione, pura tattica finalizzata al primato della forza, della sopraffazione. L'Ulisse dell'Odissea è più politico che militare, proprio perché usa di più l'astuzia delle parole, del linguaggio doppio, ingannatore.

 

Il suo relativismo etico è totale. Non esistono più ideali sociali per cui valga la pena combattere, se non quelli strettamente privati: ritornare a casa, tra i propri cari. I quali, come poi accadrà, non saranno sufficienti a fermarlo, perché ciò che più conta nella sua vita è piuttosto la fuga dalla realtà, l'avventura fine a se stessa, il rifiuto delle responsabilità morali, le pulsioni del proprio io.

 

L'Ulisse dell'Odissea, e lo vedremo anche in questi versi dedicati a Polifemo, è freddo, calcolatore, in quanto sta per togliersi i panni del militare per indossare quelli dell'avventuriero senza scrupoli, dell'esploratore-razziatore, in attesa di diventare (ma questa sarà una caratteristica moderna) un vero e proprio uomo d'affari.

 

Se non si comprende bene questa metamorfosi, risulta poi difficile chiedersi quanta parte abbia avuto nella descrizione di questo episodio (e in fondo di tutto il poema) il pregiudizio nei confronti delle società pre-greche o pre-elleniche o pre-schiavistiche o, se vogliamo classificarle con una parola generica, "barbare".

 

Non solo infatti si assiste in questa descrizione al trionfo di un'astuzia che di umano conserva assai poco, ma anche al trionfo di un'ideologia (classista) che dà dell'identità del nemico da abbattere una rappresentazione del tutto falsata, strumentale all'uso prevaricatore e persino vendicativo della stessa astuzia.

 

L'odio di Ulisse nei confronti di Polifemo è dettato dal pretesto dell'ospitalità negata. Ulisse non si chiede se l'atteggiamento guardingo, sospettoso di Polifemo possa essere la conseguenza di un passato rapporto conflittuale tra due società tra loro irriducibili: comunitaria e classista.

 

Eppure si ha netta l'impressione che il rapporto tra Ulisse e Polifemo vada ben oltre i due protagonisti e che, in definitiva, rappresenti, in maniera per così dire figurata, la lotta tra una civiltà ormai scomparsa, che sopravvive solo a se stessa, e una che vuole imporsi a tutti i costi, come se si assistesse alla descrizione paradigmatica della diffusione colonialistica della civiltà europea, i cui esordi vanno cercati -come noto- nelle civiltà minoica e micenea.

 

La descrizione caricaturale di un Polifemo subumano è tutta funzionale alla legittimazione di una civiltà che in nome dell'astuzia (mêtis), dell'intelligenza acculturata, del linguaggio forbito, della scienza e della tecnica... si ritiene superiore ad ogni altra e quindi autorizzata a imporsi, a diffondersi con ogni mezzo.

 

L’approdo nella terra delle Capre

 

L'approdo di Ulisse e dei suoi compagni nella terra delle Capre è quella di un ladro che, da quanto è abituato, non sa neppure di esserlo, di un saccheggiatore che fa sue senza problemi cose che non gli appartengono (da notare che venivano dalla terra dei Ciconi, dopo aver devastato la città, ucciso la maggior parte degli abitanti maschi e stuprato la maggior parte delle donne, cui era seguita un'esperienza di totale evasione tra gli effetti allucinogeni del loto).

 

Appena scesi nella terra del ciclope, gli achei fanno fuori un centinaio di pecore e capre e mangiano a sazietà. Per spiegare tale atteggiamento Ulisse premette subito nel suo racconto, pur senza saperlo al momento dello sbarco, che si trattava della terra dei Ciclopi, fertile di natura, a prescindere dal loro lavoro, che è agricolo-pastorale. E poi, dal punto di vista culturale, i Ciclopi sono troppo rozzi perché degli esseri civilizzati si abbassino a chieder loro il permesso di trafugare un centinaio di animali per sfamarsi, i quali peraltro vengono detti "selvatici" da Ulisse, cioè di nessuno.

 

I Ciclopi vivono in una terra ricca di suo e non sanno - fa notare Ulisse dall'alto della sua conoscenza agronomica - che potrebbero ricavarne cento volte di più se solo conoscessero scienza e tecnica e se solo sapessero costruire navi con cui scambiare i prodotti, venderli... Ulisse dà per scontato che l'economia di scambio sia nettamente superiore, sotto ogni aspetto, a quella di mera sussistenza.

 

E' sintomatico ch'egli descriva Polifemo con tutti i pregiudizi possibili prima ancora d'aver parlato del dialogo tra i due, e cioè che è un mostro solitario dal corpo talmente grande da non apparire umano, è anzi feroce e ingiusto, privo di affetti, perché non sposato, senza figli, senza amici o parenti, insomma una cosa orripilante.

 

La leggenda in realtà narra che Polifemo amò la ninfa Oceanina Galatea, la quale però gli preferiva il giovane Aci, figlio di Fauno, che, sorpreso con lei dal Ciclope, fu da questi ucciso col lancio d'una rupe.

 

Ulisse stranamente racconta che s'era portato con sé il vino perché sapeva che ne avrebbe avuto bisogno, lasciando così credere ch'egli già sapesse dell'esistenza del ciclope nell'isola.

 

Anche quando entrano nella sua grotta, la prima cosa che viene in mente agli achei è quella di rubare formaggi e animali.

 

Ulisse invece, curioso di natura e pronto a tutte le sfide, preferisce mangiare i formaggi direttamente dentro la grotta, per vedere se Polifemo vorrà ospitarlo, e per mostrare che lui, l'eroe militare, era l'umano, mentre l'altro, il pecoraio analfabeta, il ferino, e precisa, nel racconto ai Feaci, con tutta l'ipocrisia che sempre lo contraddistingue in questi casi, che una parte dei formaggi, essendo egli un uomo "pio" e "religioso", fu dedicata agli dèi.

 

Polifemo

 

Quando Polifemo li vede è lui che ne ha paura. Teme infatti che siano pirati o stranieri venuti lì per qualche loro interesse, che non lo riguarda. Ha timore d'essere raggirato o saccheggiato.

 

Ulisse gli risponde con un'altra richiesta ipocrita, quella di rispettarli in nome del loro dio, secondo le regole della loro religione, della loro cultura. Si sono appena incontrati e già l’ospite chiede il rispetto della propria ideologia.

 

La risposta di Polifemo è uno dei motivi per cui verrà ucciso: egli dichiara il proprio ateismo, e non sarà per rispetto alla religione achea se deciderà di ospitarli o meno.

 

Ma l'astuto Ulisse lo è anche quando affabula i Feaci; infatti fa loro capire che l'ateismo di Polifemo era rozzo, triviale, era l'ateismo di un bruto, come d'altra parte è ogni forma d'ateismo, in quanto l'ateismo è volgare per definizione e comunque sono "barbari" coloro che lo professano. L'ateismo è di per sé immorale perché suppone un'autonomia dell'uomo dalla divinità.

 

E siccome Ulisse equipara l'ateo al selvaggio tiranno e menzognero, subito si sente indotto a difendersi rispondendo a una domanda di Polifemo che la sua nave era già affondata. E di ciò accusa, con poca diplomazia in verità, lo stesso protettore del ciclope: Posidone.

 

Perché dunque meravigliarsi se al sentire quelle cose, Polifemo reagì uccidendo due suoi compagni? Il motivo è che ora Ulisse deve descrivere l'aspetto più ripugnante di Polifemo, quello in forza del quale egli potrà legittimare la sua terribile vendetta: il cannibalismo.

 

Ma non è forse vero che tutti gli uomini primitivi vengono descritti come antropofagi da tutte le popolazioni civili al loro primo incontro? Per mostrare l'inaudita ferocia forse un secondo redattore ha aggiunto altri quattro pasti ferini.

 

Quanto disti la letteratura pagana da quella cristiano-primitiva lo si comprende bene dal pensiero immediato che viene in mente all'eroe Ulisse, religioso e civilizzato: la vendetta.

 

E per metterla in pratica continua a mentire dicendo che aveva portato il vino per fargli piacere. Lo prende in giro, trattandolo come un idiota; e mentre gli offre il vino lo offende di nuovo, mostrando di non avere di lui alcuna paura: "tu non vivi da giusto" (la "giustizia" del primitivo interpretata secondo i canoni di quella ritenuta più avanzata).

 

Il ciclope promette di dargli ospitalità, ma Omero, non volendo rischiare che noi si sia indotti a credere nella buona fede del ciclope, fa parlare quest'ultimo con lo stesso atteggiamento astuto di Ulisse, solo che il suo è ovviamente limitato, infantile, essendo quello di un uomo “preistorico”.

 

Il delitto

 

Polifemo promette di dargli ospitalità perché ha apprezzato il vino, ma in cambio vuole sapere come Ulisse si chiama, e questi, siccome non può scendere a patti con un essere così spregevole e inferiore, fa leva sulla propria superiorità linguistica e mente un'altra volta, abbindolandolo: "Mi chiamo Nessuno".

 

Si noti come in questa ambiguità terminologica si celi anche, psicologicamente, un rapporto falsato che Ulisse ha con la realtà e col suo interlocutore, qui come altrove. Assai raramente si fa riconoscere o svela le sue origini: dà sempre l'impressione di essere un uomo privo di identità, senza un passato. A forza di mentire, d'ingannare, di tradire sembra che si vergogni di essere quel che è, cioè da un lato sembra che l'umano sia in lui un sentimento del tutto atrofizzato, dall'altro proprio questo continuo bisogno di negarsi svela indirettamente un certo senso di colpa, una sorta di alienazione esistenziale.

 

La distanza tra i due protagonisti è comunque incolmabile e il delitto dell'istintivo ed esasperato Polifemo rende vana qualunque possibilità di intesa. Nella mente di Ulisse frulla solo un'idea: come eliminare l'avversario.

 

Omero a questo punto ha gioco facile: Polifemo si rimangia la promessa non perché Ulisse ha mentito, ma perché sin dall'inizio la sua promessa era falsa.

 

La descrizione dell'accecamento deve necessariamente essere molto dettagliata, perché deve suscitare da parte del lettore-ascoltatore il gusto di una rivincita.

 

Al sentire le sue urla gli altri Ciclopi accorrono subito, smentendo così, peraltro, che Polifemo vivesse una vita del tutto isolata.

 

Qui il racconto cade nel ridicolo. Polifemo non apre la porta della grotta, ma spiega agli amici che "Nessuno" lo ha reso cieco. Al che naturalmente gli altri lo ritengono come uscito quasi di senno e se ne vanno subito dopo. I consigli che gli danno sono gli stessi che avrebbero potuto dargli gli uomini civilizzati. Tutto il suo male gli viene dal suo ateismo, che è in definitiva protervia. Solo con la fede potrà risanarsi, cioè recuperare il senno.

 

L’epilogo

 

Ulisse è soddisfatto e di fronte al dolore di Polifemo se la ride. Poi di nuovo l'inganno, questa volta per difendersi dall'inevitabile rappresaglia: Ulisse lega i suoi compagni al ventre degli arieti che, una volta usciti dall'antro, verranno poi trafugati dagli achei.

 

E continua l'oltraggio a Polifemo, unendo alla vendetta la beffa. Ulisse si permette di fare la predica del moralista: è stato Zeus a punire l'arroganza e la brutalità del ciclope.

 

Pur con tutta la sua civiltà o forse proprio per questa, Ulisse appare come un uomo vendicativo, iroso, beffardo, cinico e crudele. Avverte fortemente il bisogno di rivelare al debilitato Polifemo quale sia il suo vero nome. Ha bisogno di sentirsi grande.

 

E Omero non vede l'ora di scrivere che la fine ingloriosa di Polifemo era stata predetta dagli dèi, per cui andava considerata sommamente giusta. Il che, tra l'altro, pare sia stato messo per giustificare il bisogno d'infierire, con gusto sadico, sul nemico ferito, anche se non sarebbe sbagliato chiedersi se questa esagerazione non sia un'aggiunta posteriore, poiché Polifemo sembra pentirsi ed essere disposto a ospitare Ulisse e a pregare Posidone, affinché lo guarisca, essendo di lui figlio.

 

Tuttavia Ulisse è irremovibile nella sua spietatezza e gli augura di restare cieco tutta la vita, perché se avesse potuto l'avrebbe addirittura ucciso.

 

Il racconto si conclude con la supplica di Polifemo a Posidone, che Ulisse non possa tornare più a Itaca o, che se vi riesca, trovi grandi sciagure nella propria casa, senza amici che possano aiutarlo. Singolare una maledizione del genere, da parte di un protagonista dipinto come un energumeno antisociale.

 

E a Ulisse il gioco diventa facile: gli ci vuol poco a incolpare Polifemo e suo padre-protettore dell'incapacità della sua missione di civilizzare il mondo intero.

 

Appare dunque chiaro che questo episodio riflette la transizione dalla cultura pre-schiavistica, che i micenei (specie i coloni) possono aver incontrato in alcune zone della parte occidentale del Mediterraneo a quella più propriamente schiavistica e razzistica ch'essi avevano creato sulle fondamenta di quella minoica. In generale esso indica il passaggio dalla civiltà basata sull'allevamento a quella basata sull'agricoltura organizzata, sull'artigianato raffinato e sulla commercializzazione dei rispettivi prodotti.

 

Il racconto è insomma un'anticipazione della moderna rivoluzione borghese.

 

 

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