I rapporti tra lo ius comune e lo ius proprium e la concezione universalistica medievale

Tutti i rapporti fra ius comune e lo ius proprium sono edificati nei secoli dodicesimo e tredicesimo dalla scienza giuridica in modo ordinato e, dato che s’istituiscono vincoli che coordinano sia le fonti di Giustiniano sia quelle relative ai diritti particolari, questi ubbidiscono a prefissati criteri gerarchici di funzionamento. Nonostante tutto questo sia più che altro astratto e artificioso, tale costruzione originaria , resa da chi studiava diritto, non stava nell’estrinsecare i vincoli di coordinazione che li avviluppavano, come in una subordinazione dello ius proprium allo ius comune, ma nell’inserirsi in una più vasta operazione che potremmo definire culturale, nell’ambito degli sconvolgimenti etico-politici dell’epoca.
Si possono riconoscere le forze trainanti di quest’impostazione culturale nella chiesa, nell’impero, begli ordinamenti monarchici, nei comuni, nei feudi e nelle corporazioni: da loro trae forza e progredisce l’impalcatura giuridica medievale nelle sue varie forme.
Il diritto così riflette sempre il sistema dei valori di una società ed il concetto che quest’ultima ha della giustizia.
L’idea del diritto comune viene ad esprimere l’unità suprema della legge universale che fungeva da collegamento e conciliava la molteplicità complessa delle leggi particolari: si poneva, allora come naturale veste giuridica del più alto ideale di giustizia e d’armonia politica del medioevo.
Comprendiamo quindi perché si possa parlare di universalistico e particolaristico al tempo stesso e come sia proprio la stessa frammentazione particolaristica a dar vita all’idea universalistica.
In tutto il continente europeo, e in special modo in Italia, stava emergendo una molteplicità impressionante di stati sovrani e di città-stato che, sebbene legate all’impero, erano e volevano essere indipendenti giuridicamente.
Così il concetto, espresso fino ad ora, di diritto comune si lega e si collega al problema o meglio ai problemi della pluralità degli ordinamenti giuridici che derivavano dall’impero stesso che a sua volta, come abbiamo già visto, era sorretto da una fortissima connotazione ideologica legata all’idea universalistica.
Il vincolo degli stati era quello della cristianità unita, ma non quello dell’ubbidienza cieca e assoluta all’imperatore, quantunque essi, a differenza d’altri stati (come quelli dell’Italia meridionale), vivessero sempre come sudditi fedeli dell’imperatore stesso.
Dobbiamo, quindi, far capo in questo modo di concepire l’ideologia nel medioevo se vogliamo comprendere meglio la situazione venuta a crearsi (certamente così lontana dai nostri schemi attuali ma necessaria) e renderci conto dei motivi perciò l’unum imperium, e il suo ideale, avesse ancora ragione d’essere in questo periodo storico ed è mantenuto con vigore in maniera linda e netta.
L’ideale universalistico era capace di sprigionare suggestioni altissime, sia di tipo religioso sia culturale, fino ad esaltare e giustificare anche il modo d’atteggiarsi degli imperatori stessi che si sono susseguiti sul trono di Roma, cominciando da Ottone I che nel 962 aveva annesso automaticamente la corona del sacro imperium a quella tedesca.
Essi si dicevano discendenti diretti dei cesari romani e questo simbolismo era autentico per i valori che esprimevano sempre, nella direzione di una tradizione formale e ufficiale.
Non a caso, e lo vedremo più attentamente come punto focale della nostra ricerca, Federico I, formidabile avversario del papato e dei comuni e rappresentante dell’idea imperiale nella sua forma più consapevole e matura, appare fra i più convinti sostenitori della romanità del suo imperium ed è il primo fra gli imperatori a denominarlo sacrum.
E’, appunto, questo concetto d’autorità dogmatica d’imperium, che i giuristi medievali cercano di esprimere utilizzando anche la plenitudo potestatis dei nuovi monarchi.
E' ancor più significativo che questi ultimi non abbiano saputo dare nessun altro fondamento di tipo teorico al loro potere e all’esercizio di questo come regno proprio, al di fuori di quello teorizzato così adeguatamente al loro caso dalla base giuridica romanistica.
Tutto ciò non impedì, peraltro, di far sì che i comuni cittadini italiani non usassero a loro volta le tesi dei giuristi per rendersi autonomi ed indipendenti, con lo schema: “universitas superiorem non recognoscens”, come dire che essi avevano titoli necessari ad esercitare nei loro possedimenti tutti quei poteri del monarca e perciò “tantum iuris habet in territorio suo quantum imperatum in suo imperio”.
Si può quindi intuire il collegamento tra il diritto comune, diciamo così primitivo, e le nuove ordinanze giuridiche scaturite dalle successive elaborazioni dottrinali giuspubblicistiche.

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