Italia e Germania nel Medioevo    di Enrico Pantalone

 

 

Nel periodo che va dalla meta del X secolo alla metà del XIII possiamo notare come le vicende storiche dell’Italia e della Germania siano pressoché indivisibili giuridicamente e politicamente, anzi meglio sarebbe dire che la storia italiana risulta parte integrante della storia tedesca.
Anche se volgiamo lo sguardo a livello ecclesiastico troviamo che gli ordinamenti seguiti sono quelli germanici dato che il grosso sviluppo del Papato è determinato in maniera preponderante dalla politica imperiale e quindi tedesca.
La politica dagli Ottoni ai suoi successori è determinata e resa possibile grazie all’aiuto delle città sedi vescovili e dall’impoverimento progressivo dei territori ancora soggetti al dominio longobardo, la logica seguita con Berengario n’è un esempio evidente: il Regno d’Italia passa così da una regina capace, pacificatrice e molto intelligente come Adelaide al figlio Ottone II, transando all’Impero quasi definitivamente tutto ciò che rimaneva dei vecchi possedimenti.
Del resto la politica di potenza italiana verso la fine X secolo non esiste quasi più, l’aristocrazia locale del contado, la piccola nobiltà (secundi milites) con la sua protervia tipicamente provinciale riuscirà ad accaparrarsi con la violenza armata (soprattutto), tramite matrimonio di convenienza oppure tramite il caso tipico dell’appalto libellare (entrando in possesso dell’usufrutto delle terre altrui senza nessun vincolo prestabilito) molti beni ecclesiastici, alienati senza supporto giuridico, il che, di fatto, permetteva di non pagare più le decime alla chiesa.

Così questa aristocrazia locale andava ad ampliare a dismisura i propri possedimenti, ma limitava la crescita del proprio territorio, cioè in pratica non dava nessun vantaggio alla crescita della società, questa piccola nobiltà (proprio piccola….come nei secoli successivi) andrà ad infoltire solamente la schiera dei valvassores minores, cioè di coloro che non contavano nulla di fronte all’autorità imperiale che ne saprà trarre profitto sempre per imporre ovviamente il proprio tornaconto.
Soprattutto questi secundi milites temono una rivolta sociale perché a differenza della grande aristocrazia, essi non sono in grado di difendere la gente che abita e lavora nel proprio territorio, né sono in grado di far udire la loro voce in caso d’istanza imperiale.

Nel nostro caso, l’esempio tipico di questo periodo e di questa piccola nobiltà fu furono gli avvenimenti che ruotarono intorno ad Arduino d’Ivrea, incapace di gestire il patrimonio ampliato a dismisura ed un certo potere politico conquistato grazie ad azzardate, quanto deplorevoli azioni (l’incendio del Duomo di Vercelli), frutto d’un radicalismo esasperato che nulla aveva a che vedere con una politica intelligente, infatti egli riuscì nell’impresa di mettersi quasi contemporaneamente contro la Chiesa (e questo poteva apparire scontato visti i suoi intendimenti), contro le realtà cittadine che si stavano sviluppando proprio allora con i primi ampliamenti urbani, contro la nobiltà più antica e rispettata e perfino contro l’Imperatore che alla fine intervenne per disperazione e perché sollecitato da più parti contro di lui.

Con Enrico II detto il Santo, possiamo dire inizi il vero e proprio andirivieni degli Imperatori tedeschi in Italia, egli, infatti, discende per ben tre volte (1004, 1013 e 1021) le Alpi ad intervalli abbastanza regolari (consideriamo anche il ritorno) e le sue “campagne” durano un paio d’anni ciascuna, riuscendo sempre a concludere con ottimi risultati il suo lavoro.
Infatti, con la prima discesa egli chiude definitivamente i conti con Arduino, mettendolo fuori gioco per sempre, nella seconda scende nella Città Eterna per dirimere la contesa tra i Crecenzi ed i Tuscolo, venutasi a creare dopo la cacciata dei primi e l’ascesa al Soglio Pontificio di Teofilatte, che faceva capo ai Tuscolo, come Benedetto VIII, il quale a sua volta incoronerà l’Imperatore solennemente nel 1014, traendone il beneficio per continuare a governare e di fatto avendone l’Imprimatur.
La terza discesa di Enrico II è decisamente la più importante, perché mette fine alle mire bizantine nel sud dell’Italia, infatti egli sconfigge ripetutamente le truppe greche a Troia, Capua e Salerno, facendo ripristinare in quelle terre il primato dell’Impero Tedesco, sui territori precedentemente appartenenti ai principati longobardi.

Il successore di Enrico II, Corrado II il Salico diede un notevole impulso alla politica italo-germanica intuendo le profonde mutazioni sociali che stavano avvenendo nella penisola, così diede avvio ad una serie di riforme che andavano ad intaccare i privilegi dei grandi possidenti aristocratici terrieri ed ovviamente ecclesiastici, ma molti nobili restarono comunque fedeli e la Chiesa Romana versando in uno stato di profonda crisi dovuta alla “gestione famigliare” dei Tuscolani che ne avevano ridotto la forza e la possibilità d’azione non poteva replicare.
Egli fu salutato soprattutto come grande protettore dei mercanti e degli aristocratici/soldati con cui aveva buoni propositi di collaborazione, solo con Milano le cose non andavano per nulla bene, il grande comune padano già iniziava a reclamare fortemente una liberalizzazione fiscale che altrettanto ovviamente non poteva, al tempo, essere accettata, Corrado così tentò la soluzione di forza assediando la città nel 1037, ma venendo da quest'ultima duramente sconfitto, fu costretto a promulgare l’altrettanto famoso capitolato, forse il più famoso della storia medievale italiana che concedeva l’ereditarietà dei feudi minori: la Constitutio de Feudis.
La capitale importanza di questo documento sta nel fatto che esso modificò radicalmente la struttura feudale medievale italiana facendo, di fatto, venire meno il rapporto dall’alto verso il basso tra feudatario e valvassore, quindi escludendo ogni possibilità di sudditanza, Corrado probabilmente intendeva gestire un rapporto più diretto e senza complicazioni con i piccoli feudatari escludendo dalla trattativa intermedia i grandi feudatari, suoi vassalli prima della legge, i quali dovevano ricevere obbedienza dai sottoposti, questo non avvenne per l'effetto dell'Editto ed ognuno, piccolo o grande nobile, si sentì libero d’agire per il proprio meglio e per i propri interessi: il rapporto politico d’amore ed odio tra istituzioni germaniche ed italiche poteva disporre così di un’ulteriore anomalia rispetto al resto d’Europa.

Nel corso del XIII secolo prende forma ovunque lo Stato Laico in senso moderno nelle istituzioni, sia essa un'entità di tipo nazione oppure dall'estensione territoriale più ridotta come una città, esso nasce dalle ceneri della disastrosa lotta intrapresa dall’Impero contro la Chiesa, la quale non esce vincente (se non solo nella lotta contro la figura del sovrano universale) dalla disputa, non vede debellare un potere contrario alla sua politica, al contrario crea i presupposti per una parcellizzazione ancora più ampia e maggiormente onerosa in termini politici.
Infatti le città/stato medievali, le signorie non riconoscono altro potere che il loro, si giustificano da sè stesse senza bisogno d'entità superiori che diano il beneplacito: cioè mentre l’Imperatore germanico, erede di Roma come sappiamo, trae spunto per la sua politica, spesso contrapposta, dal bilanciamento di poteri temporali e spirituali in senso unitario, le nuove realtà non hanno certamente questo spirito e non tollerano ingerenze da parte della Chiesa in materia ideologica.
Così la Chiesa non si trova innanzi a ad un solo avversario, se pur forte, ma tanti avversari determinati ed ostinati: siamo così di fronte al sorgere vero e reale delle prime diatribe tra laicismo e cristianesimo in ogni forma della vita sociale.
L’Impero, in precedenza, a suo modo tutelava la Chiesa, pur costringendola in un rapporto di sudditanza, almeno apparente, ora la stessa è costretta ad entrare in azione in maniera diretta, ad agire sul piano temporale e non più solo su quello spirituale, perché le città/stato, le signorie sono a loro volta estremamente prepotenti ed arroganti.
In pratica abbiamo un doppio binario politico della Chiesa: di quieto vivere con la realtà oramai tutta tedesca della figura imperiale con cui si continua ad utilizzare ottiche collaboratile dal sapore antico (Carlo IV di Boemia sarà l’ultimo dei “romantici” in questo senso) ed una politica improntata ad un realismo esasperato nei confronti delle nuove realtà italiche la cui “indipendenza” sfiora il tentativo d’assoggettamento del Papato stesso.

Uno dei principali intendimenti di Federico I Barbarossa così era quello di modificare la successione imperiale da elettiva ad ereditaria, questo chiaramente non poteva stare bene al Papato che controllava alcuni dei voti dei grandi elettori e specialmente quelli degli arcivescovi indubbiamente fedelissimi di Roma.
La lotta prima tra i comuni settentrionali ribelli e l’impero si sposta ora tra quest’ultimo ed il potere spirituale romano, Enrico VI su questo punto intraprenderà una strada difficile e certamente laicista: il primo atto di Enrico VI fu sostanzialmente quello d’annettere tutta l’Italia meridionale all’Impero ed il secondo il netto rifiuto ad omaggiare il Papa dal punto di vista feudale, atto che in sé non era importante dal punto di vista istituzionale, ma certamente lo era dal punto di vista ideologico.
La lotta si sposta così da nord a sud dell’Italia, con effetti diversi certamente da quelli di pochi decenni prima: infatti, se i comuni settentrionali, vere e proprie città/stato medioevali avevano preparato per lungo tempo la loro politica autarchica ed erano preparati alla lotta anche armata ove necessario ed anche per un periodo lungo, così non era invece per i territori meridionali che per converso avevano perduto molto del loro smalto guerriero del tempo, scivolato in un feudalesimo normanno dagli effetti discutibili perlomeno.
Enrico VI avrebbe anche chiesto a Papa Celestino III la rinuncia al potere temporale su Roma in cambio di un appannaggio annuale, una sorta d’enorme finanziamento statale da ritirarsi periodicamente: la discussione degli storici su questo punto è ancora in essere, ma dobbiamo immaginare che anche se tale proposta fosse mai stata fatta realmente, il Papa oppose certamente un netto rifiuto visto che la storia prese l’evoluzione in Italia che oggi noi conosciamo.

Diamo uno sguardo finale ora alla differenza fra i comuni italiani e le città libere tedesche di questo periodo, interessante parallelo per comprendere bene anche il loro sviluppo socio-economico ed istituzionale rispetto alle nostre.
Le città libere in Germania nel medioevo erano certamente un retaggio del tardo impero romano, infatti, le principali come Colonia, Magonza, Worms, Strasburgo, Ratisbona, Passau, erano già degli importanti centri socio-economici secoli prima ed il loro sviluppo mercantile non fece altro che aumentare la loro potenza politica nelle decisioni istituzionali tedesche e di conseguenza italiane.
Però non dobbiamo considerare queste città, a cui altre sempre d’origine mercantile si debbono aggiungere, simile ai comuni italiani, infatti esse risultano molto più povere demograficamente rispetto alle nostre, spesso ampiamente popolate all’interno delle loro mura, direi che quelle germaniche potrebbero essere considerate più degli agglomerati rurali ampliati, con la popolazione che risiede più all’esterno, in “periferia” piuttosto che al centro.
Il nostro comune è gestito collegialmente da una sorta di oligarchia dei poteri forti economici più o meno eletta democraticamente mentre la città tedesca è un soggetto che deve omaggio al signore che la sovrintende sia esso vescovo o principe, quindi attraverso un’istituzione verticistica: da qui l’uso di abrogare tasse o diminuirle oppure d’eliminare le condizioni servili pesanti per favore la cultura dell’inurbamento, altrimenti decisamente difficile stando alla mentalità radicata di quella popolazione.

Partendo dal 962, ossia dal passaggio della corona dai Franchi ai Tedeschi, l’implicazione d’un cambiamento radicale negli avvenimenti istituzionali tra Italia e Germania è evidente, la renovatio imperii assume decisamente un tono diverso perdendo molto del provincialismo francofono precedente, perfino la Chiesa deve, obtorto collo, adattarsi a ciò, perché l'Imperatore d'ora in poi parteciperà direttamente anche all'elezione del Pontefice al Sacro Soglio.
Di più, l'Imperatore si servirà ovunque della gerarchia ecclesiastica, che sarà semplicemente subordinata alla sua volontà, la povera nobiltà italica che tale francamente non è, si contrarrà in maniera abnorme, di fatto, risulterà completamente inutile, generando una lotta al piccolo potere personale e non partecipando mai ad un progetto unitario che inizia invece a prendere piede in altre nazioni, l'esempio di Arduino è esemplare appunto in senso negativo.
Non ho inteso contrapporre tedeschi ad italiani in una sorta di "derby" dal sapore campanilistico, semplicemente perché non esisteva in realtà tale disputa, ma ho inteso studiare il tentativo tedesco di riproporre la versione classica della romanità, compresa la sede che fosse andata in porto l'operazione sarebbe ritornata a Roma, come aveva più volte ripetuto Ottone III in maniera solenne:
"Romam caput mundi profiterum, Romanam ecclesiam matrem omnium esse testamur".
Il Papato decade proprio a causa del fallimento di questa politica imperiale, la penisola decade per mano degli aristocratici locali imbelli e inadatti a gestire la politica del tempo, l'unica politica vera italiana è rappresentata così dai Comuni, da Genova e da Venezia, ma giova ricordare che Venezia aveva iniziato almeno tre secoli prima a creare i presupposti della sua politica (697 elezione del primo Console o Doge) e Milano rappresentò sempre in ogni epoca la spina giuridico-economica nel fianco d’ogni Imperatore o sovrano nel corso dei secoli medievali.

 

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